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passaggioasudest [ la realtà politica dell'europa sud orientale dai balcani alla turchia ]
 



Questo blog è dedicato ad un'area cruciale per il futuro europeo. Per l'area che va dai Balcani occidentali alla Turchia, infatti, passa il futuro dell'Unione europea come progetto politico così come il futuro di questi Paesi passa dalla scelta dell'integrazione in questo progetto.




"Dobbiamo ricordarci che l’informazione è un veicolo diretto all’utente, non è un soliloquio da parte del giornalista. Bisogna tenere sempre presente che chi è dall’altra parte del microfono deve poter comprendere una realtà in cui non è presente. Questo, penso, è il massimo sforzo che i giornalisti devono compiere".
Antonio Russo



"Il vero referendum sul futuro dell'Unione si terrà nei Balcani"
International Balkan Commission


"E poi, un giorno, è stato costruito un ponte che collegava le due rive del Bosforo. Quando sono salito sul ponte e ho guardato il panorama, ho capito che era ancora meglio, ancora più bello di vedere le due rive assieme. Ho capito che il meglio era essere un ponte fra due rive. Rivolgersi alle due rive senza appartenere".
Orhan Pamuk, Istanbul



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25 agosto 2009


RISCHIO AIDS NEI BALCANI

Fino a questo momento la pandemia di Aids ha toccato relativamente poco l'area balcanica, anche se la realtà è probabilmente più grave di quanto non dicano i dati ufficiali. Ora, però, gli esperti temono che i rimpatri degli emigranti causati della crisi economica mondiale possano aumentare il numero dei contagi, mentre la difficile situazione economica e finanziaria spinge i governi della regione a tagliare i bilanci della sanità pubblica. Lo scrive Blerina Moka in un articolo pubblicato sul sito del Balkan Investigative Reporting Network in cui riporta anche alcuni dati significativi.
In Serbia, dove i dati ufficiali parlano di circa 2000 casi, la fascia d'età più colpita è quella che va dai 15 ai 29 anni. La Bosnia Erzegovina si situa al secondo posto con più di 900 casi registrati e più di un centinaio di morti. Per quanto riguarda l'Albania il primo caso fu rilevato nel 1993. Da allora i morti registrati sono stati 56 e 312 i casi, dei quali 16 riguardano bambini. Secondo l'istituto albanese della sanità pubblica il 65% dei contagiati sono uomini. Lo stesso istituto stima circa il 20% dei malati siano emigranti che hanno contratto l'HIV quando si trovavano all'estero. In Montenegro e in Kosovo i responsabili sanitari temono che ci sia una differenza notevole tra i dati ufficiali e la realtà. Il ministro aggiunto della Sanità del Kosovo ritiene che il numero reale delle persone contagiate superi di molto la cifra ufficiale di 74 casi e teme che gli emigrati costretti a rientrare in patria dalla crisi mondiale possa avere un impatto sul numero dei casi di Aids.
Blerina Moka cita, inoltre, una ricerca che l'Organizzazione internazionale delle migrazioni ha condotto in Italia, dove vivono molti immigrati provenienti dai Balcani, secondo il quale il tasso di prevalenza della malattia è maggiore in questo gruppo che nel resto della popolazione. Diversi esperti balcanici, si legge ancora nell'articolo, ritengono che la recessione e la crescita del deficit pubblico spingano i governi a tagliare le spese per la sanità pubblica, proprio nel momento in cui gli interventi di prevenzione avrebbero invece bisogno di essere estesi e mentenuti per rallentare il diffondersi della pandemia. L'autrice cita infine uno studio pubblicato all'inizio di luglio e condotto congiuntamente dalla Banca mondiale e dal Programma delle Nazioni Unite per la lotta contro l'Aids, secondo cui i programmi di prevenzione e di cura rischiano di essere stravolti dalla crisi mondiale sia nei Balcani, sia nel resto d'Europa, mentre la prevenzione è un aspetto cruciale per contrastare la diffusione del virus.


11 luglio 2007


INFERMIERE BULGARE: LIBIA CONFERMA PENA CAPITALE. NTC: “UE NON CEDA AL RICATTO”

Gli imputati del processo di Bengasi (Foto Afp)La Corte suprema libica ha confermato oggi la condanna a morte per le cinque infemiere bulgare e il medico palestinese, accusati di aver diffuso volontariamente il virus dell'Aids ad oltre 400 bambini dell'ospedale di Bengasi, 46 dei quali sono morti. Tutti gli imputati si sono sempre proclamati innocenti, come per altro confermato da illustri esperti internazionali, e hanno accusato la polizia libica di aver loro estorto fasle confessioni con la violenza. Kristiana Valtsheva, Nasia Nenova, Valia Shervenyashka, Valentina Siropulo e Snezhana Dimitrova e il dottor Ashraf Hajouj, sono detenuti in Libia dal 1999.
Il verdetto è giunto all'indomani dell'annuncio dell'accettazione da parte delle famiglie delle vittime di un accordo per il risarcimento economico.L'udienza odierna è durata appena cinque minuti e si è svolta in assenza dei sei imputati. L'ultima parola spetta ora al Consiglio supremo della magistratura libico, presieduto dal ministro della Giustizia, che che si riunirà lunedì prossimo per confermare la condanna a morte oppure stabilire una pena più lieve. In caso di commutazione della sentenza di morte in una pena detentiva, il fascicolo sarà trasmesso al ministero degli Esteri libico che dovrà negoziare con le autorità bulgare il trasferimento dei detenuti in Bulgaria, come concordato fra i due Paesi in un accordo di estradizione.
Numerose le reazioni di sdegno e di delusione della comunità internazionale e in particolare delle istituzioni europee che da tempo si occupano del caso e che hanno manifestato comunque la speranza in un ultimo pronunciamento positivo. "Ci rammarichiamo per la decisione che è stata presa, ma vorrei anche esprimere la mia fiducia sul fatto che una soluzione sarà trovata", ha detto il presidente della Commissione europea José Manuel Barroso. Anche il commissario europeo per le Relazioni esterne, Benita Ferrero-Waldner, pur dichiarandosi "profondamente rammaricata" per la sentenza ha detto di confidare nella clemenza" rilevando che "questo dovrebbe essere fatto nello stesso spirito di reciproco rispetto e di compassione umanitaria che ha caratterizzato la risposta europea alla tragedia dei bambini di Bengasi e delle loro famiglie".
Secondo l'associazione “Nessuno tocchi Caino” la conferma della sentenza “era un esito previsto... frutto della strategia libica, che l'Ue ha accettato, volta ad ottenere un 'prezzo del sangue' di stampo coranico”. Per Sergio D'Elia, segretario dell'associazione e deputato radicale della Rosa nel Pugno, ed Elisabetta Zamparutti, tesoriera, la vicenda “ha tutte le caratteristiche di un vero e proprio sequestro operato dalla Libia per estorcere denaro alla Bulgaria e all'Unione Europea".
D'Elia e Zamparutti ricordano che dopo la condanna a morte dei sei nel maggio 2004, la Commissione Ue aveva stanziato due milioni di euro per un piano di azione, varato nel novembre 2004, per fornire assistenza al Centro di Bengasi. Successivamente nel gennaio 2005 la Corte suprema libica ha annullato le condanne a morte". A fronte della notizia di oggi, per Nessuno Tocchi Caino “è evidente che la Libia ha preferito giocare al rialzo della somma del riscatto" anche in virtù dell'accettazione da parte dalle famiglie dei bambini infettati dal virus di un indennizzo da parte di un fondo speciale di assistenza alle vittime creato nel 2005 da Tripoli e Sofia sotto l'egida dell'Unione europea per sostenere le famiglie dei bambini malati.
Per risolvere il caso, quindi, l'Ue eviti – dicono D'Elia e Zamparutti - "di cedere al ricatto ma faccia sentire alla Libia tutto il peso politico affinche' siano rispettati in quel paese idiritti umani fondamentali ed introdotta una moratoria delle esecuzioni capitali".


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permalink | inviato da passaggioasudest il 11/7/2007 alle 19:35 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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