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passaggioasudest [ la realtà politica dell'europa sud orientale dai balcani alla turchia ]
 



Questo blog è dedicato ad un'area cruciale per il futuro europeo. Per l'area che va dai Balcani occidentali alla Turchia, infatti, passa il futuro dell'Unione europea come progetto politico così come il futuro di questi Paesi passa dalla scelta dell'integrazione in questo progetto.




"Dobbiamo ricordarci che l’informazione è un veicolo diretto all’utente, non è un soliloquio da parte del giornalista. Bisogna tenere sempre presente che chi è dall’altra parte del microfono deve poter comprendere una realtà in cui non è presente. Questo, penso, è il massimo sforzo che i giornalisti devono compiere".
Antonio Russo



"Il vero referendum sul futuro dell'Unione si terrà nei Balcani"
International Balkan Commission


"E poi, un giorno, è stato costruito un ponte che collegava le due rive del Bosforo. Quando sono salito sul ponte e ho guardato il panorama, ho capito che era ancora meglio, ancora più bello di vedere le due rive assieme. Ho capito che il meglio era essere un ponte fra due rive. Rivolgersi alle due rive senza appartenere".
Orhan Pamuk, Istanbul



Per inviare una email scrivi a pasudest@yahoo.it





17 ottobre 2008


TURCHIA: AKP IN CALO DI POPOLARITA' MA ERDOGAN RESISTE

Il premier turco Recep Tayyp ErdoganE' bastato un anno e il premier turco Recep Tayyip Erdogan ha visto ridursi in maniera considerevole (e preoccupante) il consenso al suo partito, l'Akp, il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo di orientamento islamico-moderato: dal quasi 51% del luglio 2007 (quando stravinse le elezioni politiche conquistando la maggioranza dei seggi parlamentari) al 35% di oggi.
Il dato è emerso da un sondaggio condotto fra l'8 e il 12 ottobre su un campione di 1.582 adulti divisi in 30 province turche. Dato il periodo considerato è evidente che sulla rilevazione hanno pesato sia la recrudescenza degli scontri tra guerriglia curda ed esercito turco, sia l'indiretto coinvolgimento del partito del premier in uno scandalo in cui è accusato di finanziamento illecito.
A far calare la popolarità dell'Akp è stato soprattutto lo scandalo dovuto al caso "Deniz Feneri", l'ente di beneficenza che raccoglieva finanziamenti da turchi residenti all'estero per scopi umanitari, ma che avrebbe poi dirottato i fondi verso ambienti governativi. Un testimone sentito nel processo che si svolge a Francoforte ha confessato di aver dato 7 milioni di euro a un dirigente dell'Akp per finanziare organi di stampa filo-governativi.
Per quanto riguarda il conflitto del Kurdistan, alla domanda se un anno di operazioni oltre il confine iracheno si siano rivelate fruttuose nella lotta al Pkk, una netta maggioranza (il 56,4%) ha risposto di sì, contro solo il 19,3% no anche se il 21,6% ritiene che i risultati raggiunti non sono comunque sufficienti per risolvere il problema. Interessante notare che se il 37,8% ritieneche il governo si stia realmente impegnando per combattere il guerriglia curda, il 35% pensa di no, mentre e il rimanente ha detto che comunque sono sforzi che rimarranno senza risultati.
Dalla crisi di consenso dell'Akp traggono un qualche utile i partiti di opposizione: il Partito Repubblicano del Popolo (fondato da Kemal Ataturk) guadagna il 6%, mentre il Mhp, il partito nazionalista di destra a cui fannio riferimento i Lupi Grigi, incrementa i consensi del 2%.
Nonostante il calo di popolarità del suo partito il premier Erdogan (con il 34,1% dei consensi) è ancora quello che ispira la maggior fiducia ai cittadini turchi, seppur in misura inferiore rispetto a sei mesi fa. Seguono il leader del Chp, Deniz Baykal, con il 10,2%, e Devlet Bahceli, capo del Mhp, con il 4,4%.


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7 giugno 2008


LA DELICATA SITUAZIONE POLITICA DELLA TURCHIA

Non è proprio un bel momento per il premier turco Recep Tayyp Erdogan. La Corte Costituzionale, infatti, ha bocciato la legge che aboliva il divieto di indossare il "turban" (il velo islamico tradizionale in Turchia) nelle università. Questo mentre la stessa Corte è chiamata a decidere sulla richiesta di scioglimento del partito di Erdogan, l'Akp, e di allontanamento dalla vita pubblica dello stesso premier e di altri settanta esponenti del partito, compreso il presidente della repubblica Abdullah Gul con l'accusa di minacciare i fondamenti laici della Turchia. Un terremoto politico che non ha precedenti nella storia recente del Paese, tanto che molti parlano apertamente di un "golpe", anche se il procedimento è stato promosso dal procuratore generale Yalcinkaya secondo quanto previsto dal quadro normativo vigente.

Considerando che la Corte è costituita da giudici di provata fede kemalista nominati dall'ex presidente della repubblica, l'ultralaico Ahmet Necdet Sezer, la decisione sul velo nelle università suona come la premessa del verdetto sull'Akp che, ricordo, ha preso quasi il 48% dei voti alle elezioni del luglio 2007. E infatti, la maggioranza degli osservatori sono convinti che il partito verrà sciolto. Il che aprirà la strada ad elezioni anticipate con il rischio però che per la Turchia si avvii un periodo di instabilità e di incertezza politica in un momento molto delicato per il Paese e per la situazione geopolitica dell'area medio-orientale e caucasica.

In tutto questo il paradosso è che Erdogan, leader di un partito conservatore moderato di ispirazione islamica ("demoislamico" potremmo definirlo tentando un parallelo con la DC italiana) rappresenta il fronte riformista che vuole l'adesione all'Europa, vuole risolvere la questione cipriota, cerca il dialogo con i curdi e pone la questione del velo in termini di libertà personale. Di contro il Chp, nella sua difesa dei fondamenti della repubblica turca moderna, finisce per rappresentare la conservazione e soprattutto non ha un programma credibile di riforme da opporre all'Akp. Il fatto è che, al di là delle etichette, quella di oggi non è che l'ennesima puntata dello scontro in atto tra l'Akp e l'establishment in questo caso rappresentato dalla magistratura che agisce all'ombra dei militari tradizionalmente, ma anche formalmente, custodi della repubblica kemalista.

Per un'analisi dell'attuale delicata e complessa situazione politica della Turchia vi segnalo due interviste che ho realizzato per Radio Radicale a Marta Ottaviani, corrispondente dell'agenzia Apcom, e Fabio Salomoni, corrispondente dell'Osservatorio sui Balcani.


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6 maggio 2008


TURCHIA, ART. 301: INTERVISTA AL PROFESSOR HAMIT BOZARSLAN

Hamit BozarslanSulla modifica dell'articolo 301 del codice penale turco segnalo l'intervista di Ada Pagliarulo di Radio Radicale al professor Hamit Bozarslan, docente alla Scuola di Alti Studi in Scienze Sociali di Parigi (EHESS). Bozarslan spiega le ragioni che secondo lui hanno portato l'opposizione nazionalista sia di sinistra (CHP) sia di destra (MHP) ad opporsi ad ogni modifica della norma che in difesa della "turchità" ha portato negli ultimi anni a molti procedimenti penali contro giornalisti, editori, intellettuali, scrittori come Orhan Pamuk (Premio Nobel nel 2006), Elif Shafak o Hrant Dink (poi assassinato da un fanatico). Perplessità ed esitazioni sulla modifica dell'articolo, ricorda Bozarslan, si sono registrate anche in seno all'Akp, il Partito della Giustizia e dello Sviluppo del premier Erdogan che ha trionfato alle elezioni politiche del lulgio 2007. Anche lo scontro sull'articolo 301, però, va visto nel quadro più ampio della tensione tra le élites kemaliste e l'Akp che ha portato tra l'altro la Corte costituzionale a ritenere ammissibile la denuncia per attività anti-laica avanzata dalla procura generale nei confronti del partito di Erdogan. Bozarslan analizza l'allontanamento dell'Akp dai modelli delle formazioni islamiste del Medio Oriente e parla anche della ricorrente minaccia del cosiddetto "Stato profondo" (quella specie di Stato parallelo in cui convergono ambienti militari, servizi deviati, elementi nazionalisti) che ora ha messo nel mirino anche il partito di Erdogan.


26 aprile 2008


CRISI IN TURCHIA: ELEZIONI ANTICIPATE A GIUGNO?

Un'immagine del parlamento turcoIn questo momento l'Italia è alle prese con i nuovi assetti della politica nazionale scaturiti dalle elezioni del 13-14 aprile e il resto del mondo è concentrato, oltre che sulle consuete aree di crisi, su una situazione economica generale difficile e che non promette niente di buono per l'immediato futuro. Ma in questa prima parte di primavera, stranamente fredda e incerta, c'è un paese alle prese con un crisi politico-istituzionale che potrebbe avere effetti devastanti sia al suo interno sia in regioni cruciali per l'assetto geo-strategico più generale del mondo. Non è uno staterello qualunque, è la Turchia, un paese fondamentale per gli equilibri in Medio Oriente e Asia centrale e per i rapporti tra Occidente e Oriente.
Avviene che il partito islamico-moderato al governo, l'Akp del premier Racep Tayyp Erdogan, che alle elezioni del luglio 2007 ebbe il 47% dei voti (pari a 340 su 549 seggi parlamentari), è sottoposto ad un'inchiesta della Corte Costituzionale che potrebbe concludersi con il suo scioglimento e con la radiazione dalla vita politica di suoi 71 membri (in pratica l'intero gruppo dirigente), fra cui il presidente della Repubblica Abdullah Gul ed il premier Erdogan. L'accusa, contenuta in un ricorso presentato il 14 marzo dalla Procura Generale e dichiarato ammissibile all'unanimità il 31 dalla Corte Costituzionale, accusa l'Akp di attentare alla laicità dello Stato come prevista dalla Costituzione. Pare, ma è un'indiscrezione, che il ricorso del procuratore generale sia basata in gran parte su dichiarazioni pubblicate dal quotidiano Cumhuriyet di orientamento ultralaico e da sempre critico con il governo Erdogan.
Ancora non è chiara la strategia dell'Akp per evitare chiusura. Entro il prossimo 2 maggio il partito di maggioranza deve predisporre la sua difesa e non sembra ci sia l'intenzione di chiedere tempo supplementare, come pure sarebbe possibile, per preparare il fascicolo. Il compito è stato affidato all'attuale vice-premier Cemil Cicek, ex ministro della Giustizia ma sul contenuto del fascicolo, ovviamente viene mantenuto il riserbo più assoluto. Fra le varie ipotesi che circolano in questo periodo c'è anche quella di andare al voto anticipato già alla fine del prossimo giugno e pare che il partito la stia seriamente prendendo in considerazione ma Erdogan si mantiene prudente e ha smentito questo orientamento perché, ha detto, "non sarebbe corretto tenere elezioni anticipate in un momento politico come questo".
L'Akp potrebbe decidere di portare in parlamento la riforma costituzionale che renderebbe più difficile la chiusura dei partiti da parte della magistratura. Per essere approvata la riforma richiede 367 voti favorevoli. L'Akp ne ha solo 340 deputati ai quali, forse, potrebbe aggiungere i 20 del Dtp (il Partito curdo per la società democratica) ugualmente oggetto di un'inchiesta che potrebbe portare alla sua chiusura. Contrari, invece, il Partito repubblicano del Popolo (Chp) e il Partito democratico di sinistra, mentre il Mhp (il partito nazionalista di destra a cui fanno riferimento i "lupi grigi"), con un clamoroso e inatteso attacco allo stato maggiore dell'Akp, ha fatto sapere che voterà solo emendamenti che evitano la chiusura dei partiti e non quelli che riguardano esponenti politici.
In mancanza dei 367 voti richiesti per la modifica costituzionale l'unica alternativa sarebbe il referendum che potrebbe allora diventare l'ccasione per andare anche a elezioni anticipate, con la possibilità tutt'altro che remota per l'Akp di conquistare un consenso ancora superiore al 47% dello scorso anno e disporre così in parlamento dei numeri necessari per completare tutte le riforme costituzionali senza la necessità di stabilire patti con gli altri partiti.

(questo pezzo è basato su un "focus" di Marta Ottaviani pubblicato ieri dall'agenzia Apcom)


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7 aprile 2008


IL TERREMOTO POLITICO IN TURCHIA

Il 31 marzo la Corte Costituzionale turca ha accolto il ricorso della Procura generale contro l'Akp, il partito islamico moderato al governo, accusato di condurre "attività contrarie alla natura laica dello Stato". L'iniziativa era partita due settimane prima dal procuratore Abdurrahman Yalcinkaya che ha chiesto inoltre l'interdizione politica per cinque anni dell'intero gruppo dirigente del partito, fra cui il premier Recep Tayyp Erdogan, il presidente della Repubblica, Abdullah Gul, l'ex presidente del Parlamento, Bulent Arinc, alcuni esponenti dell'attuale governo come il ministro degli Esteri, Ali Babacan. Ci vorrà diverso tempo per arrivare ad una soluzione della vicenda. L'Akp ha un mese di tempo per presentare ricorso ma può chiedere una proroga. Gli osservatori ritengono che la pronuncia della Corte Costituzionale non dovrebbe arrivare prima di sei mesi, vale a dire verso settembre o ottobre. Qualcuno parla addirittura di un anno. E' evidente, però, che in questo lasso di tempo il governo Erdogan sarà sotto schiaffo e la situazione determinata dall'iniziativa della magistratura rischia di mettere in crisi il Paese e il suo strategico ruolo geo-politico in un'area delicata come quella che sta a cavallo tra Occidente, Asia centrale e Medio Oriente.

Secondo alcuni la decisione della Corte Costituzionale potrebbe anche bloccare il gia complicato processo di adesione all'Unione Europea. Forse questo è un po' eccessivo ma certo la decisione non è piaciuta a Bruxelles. Il commissario europeo all'Allargamento, Olli Rehn, ricalcando le parole di Erdogan, ha parlato di "golpe giudiziario" e di "una grave violazione" degli standard democratici sulla base dei quali nel 2005 sono stati avviati i colloqui tra Bruxelles e Ankara dichiarando di non vedere "nessuna giustificazione" per questa iniziativa. D'altra parte, sia il procuratore generale che la Corte Costituzionale hanno agito secondo quanto prevede l'attuale Costituzione, in vigore dal 1982 e frutto del colpo di Stato militare del 1982. L'intenzione di Erdogan sarebbe a questo punto proprio quella di ridimensionare il potere della magistratura e dell'esercito modificando la Carta. Una mossa che si scontrerebbe con la dura opposizione del Chp, il Partito repubblicano del popolo erede di Ataturk che ha già minacciato di ricorrere a sua volta alla Corte Costituzionale per bloccare l'iniziativa. Più ambigua invece la posizione del Mhp, il partito nazionalista di estrema destra che ha appoggiato le recenti modifiche alla Costituzione volute da Erdogan e la recente autorizzazione del velo islamico nelle università, ma ora non garantisce di sostenerlo l'Akp anche su questo punto.

Ancora una volta la democrazia turca appare ostaggio dello scontro fra le forze laiche e un partito islamico moderato forte del vasto consenso elettorale raccolto alle scorse elezioni. Limitarsi però al dato "islamico" e pensare che la posta in gioco sia semplicemente la difesa della repubblica laica voluta da Kemal Ataturk, significa perdere di vista una questione che invece è molto più complicata. Lo scontro odierno, infatti, è una nuova puntata del processo di grandi trasformazioni che la Turchia sta vivendo da diversi anni e che oppongono l'establishment che fino ad oggi ha avuto il potere al partito islamico moderato di Erdogan. Una lotta politica caratterizzata anche da aspetti oscuri e contraddittori come dimostrano le vicende della "Gladio turca" Ergenekon e la presenza di quello che viene definito "lo stato profondo", un'area oscura in cui tramano ambienti militari, servizi segreti deviati e frange nazionaliste. Come ha scritto Alberto Negri sul Sole 24 Ore, l'iniziativa della magistratura rappresenta una specie di "avviso di garanzia", uno strumento di pressione sul Governo che più che alla forza della Turchia laica fa pensare alle fragilità irrisolte del Paese.

Per approfondire l'attuale situazione in Turchia e le vicende di questi giorni segnalo tre interviste che ho realizzato per Radio Radicale

all'ambasciatore italiano ad Ankara, Carlo Marsili

a Marta Ottaviani, corrispondente dell'agenzia Apcom e collaboratrice del Foglio e del Giornale

a Fabio Salomoni, corrispondente dell'Osservatorio sui Balcani


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1 aprile 2008


TERREMOTO POLITICO IN TURCHIA / 1

Il lunedì nero di Recep Tayyp Erdogan: così può essere definita la giornata del 31 marzo. Nel giro di poche ore, infatti, il premier turco ha subito due pesanti rovesci: la sconfitta della candidatura di Smirne a sede dell'Expo 2015 e, soprattutto, la decisione della Corte Costituzionale di ammettere il ricorso della Procura generale contro l'Akp, il partito islamico al governo, accusato di condurre "attività contrarie alla natura laica dello Stato". Il 14 marzo il procuratore Abdurrahman Yalcinkaya aveva chiesto inoltre l'interdizione politica per cinque anni dell'intero gruppo dirigente del partito, fra cui lo stesso premier Erdogan, il presidente della Repubblica, Abdullah Gul, l'ex presidente del Parlamento, Bulent Arinc, alcuni esponenti dell'attuale governo come l'attuale ministro degli Esteri, Ali Babacan. Il vicepresidente della Corte ha reso noto che quattro giudici hanno votato contro l'inclusione del capo dello Stato nel provvedimento, ma gli otto nominati dal precedente presidente, l'ultra laico Ahmet Necmet Sezer sembrano aver pesato in maniera determinante.

Ci vorrà diverso tempo per arrivare ad una soluzione della vicenda. L'Akp ha un mese di tempo per presentare ricorso ma può chiedere una proroga. Gli osservatori ritengono che la pronuncia della Corte Costituzionale non dovrebbe arrivare prima di sei mesi, vale a dire verso settembre o ottobre. Qualcuno parla addirittura di un anno. E' evidente, però, che in questo lasso di tempo il governo sarà sotto schiaffo. La situazione rischia di mettere in crisi una situazione economica non facile, di bloccare il già aspro processo di integrazione nell'Unione Europea, di destabilizzare il Paese e indebolire il suo fondamentale ruolo geo-politico in un'area delicata come quella che sta a cavallo tra Occidente, Asia centrale e Medio Oriente. Una prospettiva che dovrebbe preoccupare moltissimo le cancellerie occidentali proprio mentre la Nato deve gestire una difficilissima fase di allargamento che la mette in rotta di collisione con la Russia del cui sostegno però ha bisogno per le operazioni militari in Afghanistan.

Sabato scorso, durante la riunione informale dei ministri degli Esteri dell'Ue a Brdo, in Slovenia, il commissario all'Allargamento, Olli Rehn, aveva sostenuto che il 'golpe giudiziario' per bloccare l'islamismo moderato di Erdogan sarebbe "una grave violazione" degli standard democratici sulla base dei quali nel 2005 sono stati avviati i colloqui tra Bruxelles e Ankara. Dopo l'annuncio della decisione della Corte Costituzionale, la Commissione europea ha dichiarato di non vedere "nessuna giustificazione" per questa iniziativa: "Il bando o lo scioglimento dei partiti politici é una misura radicale che deve essere usata con il massimo della moderazione", afferma in una nota diffusa a Bruxelles il commissario all'Allargamento. Tuttavia il blocco totale dei negoziati Ue-Turchia - già congelati su 8 dei 35 capitoli previsti a causa della questione cipriota - non convince tutti a Bruxelles. Una fonte diplomatica del Consiglio interpellata citata dall'agenzia Apcom afferma che "non avrebbe senso" spiegando che finirebbe per "premiare i giudici e punire il governo", che invece Bruxelles vuole aiutare, "a meno che alcuni Stati membri vogliano approfittare della crisi per far saltare il negoziato".

"Prendo atto della decisione della Corte Costituzionale di dichiarare tecnicamente ammissibile la richiesta" del Procuratore, ha detto ancora Olli Rehn, secondo cui "questo caso ha rivelato un errore di sistema nel quadro costituzionale turco che dovrebbe essere modificato attraverso un emendamento alla Costituzione". In questo contesto, aggiunge il commissario, "accolgo con favore l'intenzione del governo di aprire una revisione dei provvedimenti che stanno comportando dei problemi per la democrazia turca". Ma proprio qui sta un punto cruciale. In effetti l'intenzione di Erdogan sarebbe quella di ridimensionare il potere della magistratura e dell'esercito e di modificare gli articoli della Carta che disciplinano lo scioglimento dei partiti politici. Scontata l'opposizione del Chp, il Partito repubblicano del popolo erede di Ataturk: il leader Baykal ha minacciato di ricorrere alla Corte Costituzionale per bloccare l'iniziativa. Più ambigua la posizione del Mhp, il partito nazionalista di estrema destra che ha appoggiato le recenti modifiche alla Costituzione volute da Erdogan e la recente autorizzazione del velo islamico nelle università, ma ora non garantisce di sostenerlo anche su questo punto.

[segue]


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1 aprile 2008


TERREMOTO POLITICO IN TURCHIA / 2

Fa ancora freddo in questi giorni a Istanbul, la primavera sembra un po' in ritardo quest'anno ma la Turchia ha davanti a sé mesi caldi se non incandescenti. Nel resto dell'Europa la chiusura di un partito per via giudiziaria sarebbe una misura estrema che susciterebbe discussioni, polemiche e perplessità ma la Costituzione turca del 1982, conseguente al golpe militare del 1980, consente al Procuratore Generale di chiedere alla Corte Costituzionale che una formazione politica venga messo sotto inchiesta. Nella storia della Turchia moderna sono stati ben ventisette i partiti sciolti per vari motivi. Negli anni Novanta due casi hanno riguardato partiti di ispirazione islamica tra cui il Refah, il Partito del Benessere di Necmettyn Erbakan, da cui è derivato l'Akp, il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo di Erdogan e Gul che nel corso degli anni ha ammorbidito i toni più radicali. Nel caso in questione, però, limitarsi al dato "islamico" e pensare che la posta in gioco sia semplicemente la difesa della repubblica laica voluta da Kemal Ataturk, significa perdere di vista una questione che invece è molto più complicata. Lo scontro odierno tra establishment kemalista e partito islamico moderato rappresenta infatti una nuova fase della complessa, difficile trasformazione che il paese sta vivendo da anni con una lotta politica e di potere caratterizzata anche da aspetti oscuri e contraddittori.

Alla luce dei fatti di questi ultimi mesi, e di questa ultima iniziativa della magistratura, la democrazia turca appare come in bilico fra forze laiche che spesso agiscono in modo estremo ma controproducente per la causa che portano avanti e un partito islamico-moderato che forte del vasto consenso elettorale raccolto alle scorse elezioni può governare fino alla fine della legislatura. Erdogan però, dopo aver dichiarato all'indomani della vittoria elettorale di voler essere il premier di tutti, ha giocato duro: ha ottenuto l'elezione di Abdullah Gul a presidente della Repubblica così come la legge per consentire il velo islamico nelle università. Il governo dell'Akp può vantare passi importanti sulla questione di Cipro, il miglioramento economico del Paese, diverse aperture sul campo dei diritti per la minoranza curda, anche se la fondamentale riforma dell'articolo 301, che punisce l'offesa all'identità turca per il momento è rimasta lettera morta. D'altra parte l'opposizione laica sembra incapace di uscire da una visione conservatrice dell'eredità di Ataturk. Giudici, militari e tutto l'establishment kemalista sembra non volgiano rassegnarsi alle trasformazioni rappresentate dal successo popolare dell'Akp.

Quale potrà la decisione finale della Corte Costituzionale è difficle dirlo ora. Comunque vada Erdogan ne uscirà quasi certamente vincitore. Già ora l'Akp conta su un vasto consenso popolare: l'anno scorso alle elezioni politiche ha preso poco meno del 47% dei voti. L'anno prossimo ci saranno le elezioni locali. Se i supremi giudici daranno torto al Procuratore generale sarà un enorme successo per il premier che potrà andare all'incasso elettorale. Ma anche in caso contrario le cose potrebbero andargli bene: le passate esperienze hanno dimostrato che i partiti sciolti d'imperio dalla magistratura, ripresentatisi con un altro nome ed un altro simbolo sono stati premiati dagli elettori. Certo ci sono vari fattori che potrebbero giocare contro: prima di tutto la non brillante situazione economica, che potrebbe risentire della negativa situazione mondiale, e poi la mancata attuazione di molte promesse elettorali. Come scrive Alberto Negri sul Sole 24 Ore di oggi, l'iniziativa della magistratura contro l'Akp di Erdogan e Gul rappresenta una specie di "avviso di garanzia", uno strumento di pressione sul Governo che più che alla forza della Turchia laica fa pensare alle fragilità irrisolte del Paese.

[fine]


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