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passaggioasudest [ la realtà politica dell'europa sud orientale dai balcani alla turchia ]
 



Questo blog è dedicato ad un'area cruciale per il futuro europeo. Per l'area che va dai Balcani occidentali alla Turchia, infatti, passa il futuro dell'Unione europea come progetto politico così come il futuro di questi Paesi passa dalla scelta dell'integrazione in questo progetto.




"Dobbiamo ricordarci che l’informazione è un veicolo diretto all’utente, non è un soliloquio da parte del giornalista. Bisogna tenere sempre presente che chi è dall’altra parte del microfono deve poter comprendere una realtà in cui non è presente. Questo, penso, è il massimo sforzo che i giornalisti devono compiere".
Antonio Russo



"Il vero referendum sul futuro dell'Unione si terrà nei Balcani"
International Balkan Commission


"E poi, un giorno, è stato costruito un ponte che collegava le due rive del Bosforo. Quando sono salito sul ponte e ho guardato il panorama, ho capito che era ancora meglio, ancora più bello di vedere le due rive assieme. Ho capito che il meglio era essere un ponte fra due rive. Rivolgersi alle due rive senza appartenere".
Orhan Pamuk, Istanbul



Per inviare una email scrivi a pasudest@yahoo.it





19 ottobre 2009


PASSAGGIO IN ONDA

Passaggio a Sud Est
è il sabato alle 22,30 su Radio Radicale




Il sommario della puntata del 17 ottobre 2009 : 

- Unione Europea: il rapporto annuale della Commissione europea sui Paesi candidati all'adesione
- Armenia/Turchia: le reazioni in Turchia all'accordo del 10 ottobre e il giudizio della diaspora armena (intervista a Robert Attarian)
- Bosnia-Erzegovina: la visita di Carl Bildt a Belgrado e il futuro del paese
- Kosovo: la discussione al Consiglio di sicurezza dell'Onu, la non collaborazione tra Pristina e Belgrado, le elezioni amministrative del 15 novembre
- Albania/Grecia: l'accordo sul confine marittimio nel quadro della grande partita delle rotte energetiche

In apertura di trasmissione un ricordo di Antonio Russo a nove anni dal suo assassinio in Georgia nelle parole di Daniele Biacchessi, giornalista e scrittore, autore del libro "Passione Reporter".

La trasmissione, curata e condotta in studio da Roberto Spagnoli con la collaborazione di Marina Sikora e Artur Nura, è riascoltabile come tutte quelle precedenti
sul sito di Radio Radicale.


13 ottobre 2009


ARMENIA-TURCHIA: IL NUOVO CORSO INIZIA CON UNA CRISI

I ministri degli Esteri dell'Armenia e della Turchia firmano l'accordo tra i due paesi, sabato 10 ottobre 2009 a Zurigo (Foto tratta dal sito dell'agenzia Asca)Il nuovo corso è iniziato con una crisi. E' in questo commento dell'emittente turca Ntv la sintesi più efficace di quanto è accaduto sabato scorso, 10 ottobre, a Zurigo, dove Armenia e Turchia hanno sottoscritto uno storico accordo che dovrebbe portare alla riapertura delle frontiere e al ristabilimento di relazioni diplomatiche tra i due Paesi. Fino all'ultimo, infatti, il compromesso ha rischiato di saltare e solo alle 21, con quattro ore di ritardo sul programma, i due ministri degli Esteri, l'armeno Edvard Nalbantyan ed il turco Ahmet Davutoglu hanno firmato. Intorno a loro i ministri degli Esteri russo, Sergej Lavrov, statunitense, Hillary Clinton, francese, Bernard Kouchner, svizzero, Micheline Calmy-Rey, e l'Alto rappresentante per la politica estera dell'Ue, Javier Solana, sorridevano più per lo scampato pericolo che per la soddisfazione per un avvenimento che se da parte chiude una vicenda, dall'altra ne apre un'altra i cui esiti sono tutt'altro che scontati. Il difficile comincia ora e tutti si chiedono come andrà a finire. La firma, infatti, è costata molta fatica, e dietro le dichiarazioni di circostanza c'è la consapevolezza che il cammino sarà tutto in salita.

I protocolli di Zurigo segnano senza dubbio un passo avanti importante per la pacificazione e la stabilizzazione del Caucaso, una regione importantissima per le rotte energetiche che legano la Russia e l'Asia centrale all'Europa occidentale. Insomma, i sorrisi della diplomazia celano l'ennesima partita del grande gioco caucasico. I russi cercano nuove vie per il loro gas e hanno bisogno dell'Armenia. L'Armenia, che non dispone di risorse naturali, spera di sfruttare la sua posizione di paese di transito e di rompere l'isolamento economico. Gli Usa dal canto loro, per motivi analoghi, hanno fatto pressione sui turchi. La Turchia a sua volta gioca la carta del disgelo con l'Armenia sul tavolo della sua adesione all'Ue e punta a diventare un hub energetico. Questo potrebbe essere il jolly per superare le resistenze della Francia e degli altri paesi europei contrari all'adesione. La Turchia è infatti uno snodo per due progetti di importanza strategica come South Stream e Nabucco.

La partita, però, è apertissima. Innanzi tutto perché i protocolli dovranno essere ora ratificati dai due parlamenti. In Armenia il premier Serge Sarkisian conta su una forte maggioranza, me il passaggio potrebbe non essere così scontato vista la diffusa opposizione interna ai contenuti dell'accordo, ma soprattutto viste le riserve e le resistenze della potente diaspora che con le sue rimesse e i suoi investimenti costituisce una voce fondamentale del pil del paese. In Turchia, anche il primo ministro Recep Tayyip Erdogan può contare su una solida maggioranza parlamentare e, in questo caso, avrà probabilmente dalla sua il partito curdo Dtp che vede nel dossier armeno un precedente importante per giungere ad una soluzione equa anche per la questione curda. Ma le cose potrebbero comunque non essere facili: scontata l'opposizione dei nazionalisti del Mhp, l'eventuale appoggio dei kemalisti del Chp potrebbe comportare dei costi politici per il premier. D'altra parte curdi, Cipro e Armenia sono tre questioni che Ankara deve risolvere sia per consolidare il suo ruolo regionale, sia per avanzare sul cammino verso l'Ue.

Per andare in porto, il dossier armeno deve però superare due ostacoli grandi come montagne. Il primo si chiama Nagorno-Karabakh. L'enclave armena cristiana nell'Azerbaigian turcofono e islamico è stata la causa di un conflitto che tra la fine degli anni '80 e la prima metà degli anni '90 ha provocato alcune decine di migliaia di morti. L'intervento dell'esercito armeno provocò la chiusura delle frontiere da parte di Ankara nel 1994. In vista dell'accordo tra Armenia e Turchia, l'Azerbaigian ha fatto sapere che potrebbe dare il suo gas ed il suo petrolio alla Russia invece che alla Turchia o agli occidentali. Per questo, all'indomani della firma dei protocolli di Zurigo, Erdogan si è precipitato a ribadire che la fine dell'occupazione armena del Nagorno-Karabakh è una delle condizioni per la riapertura delle frontiere. Anche perché è una questione su cui il premier turco sarà chiamato a dare spiegazioni non solo in parlamento (all'opposizione e ai suoi), ma anche all'opinione pubblica turca.

La seconda questione riguarda lo sterminio di un milione e mezzo di armeni avvenuto nel 1915-16 che la Turchia moderna si è sempre rifiutata di riconoscere come genocidio, ridimensionando anche il numero delle vittime e chiedendo con forza di parlare anche dei massacri compiuti dagli armeni nei confronti dei turchi negli anni che accompagnarono il crollo dell'Impero ottomano. Per molti turchi parlare di genocidio è ancora un tabù, ma per gli armeni il suo riconoscimento rappresenta un punto irrinunciabile, una ferita ancora aperta e sanguinante, così come la questione del Nagorno-Karabakh. Da una parte e dall'altra, però, sono molte le voci che chiedono di parlare e che considerano quindi l'accordo del 10 ottobre un momento storico. D'altra parte la pace si fa con i nemici e in qualunque compromesso, ognuna delle parti deve essere disposta a mettere in discussione qualcosa. Mettersi intorno ad un tavolo per cercare un accordo è già un passo avanti.

Sulle prime reazioni all'accordo con l'Armenia ed i possibili sviluppi politici in Turchia segnalo la mia intervista a Marta Ottaviani, corrispondente della Stampa e di Avvenire, sul sito di Radio Radicale.

Sulla posizione della diaspora armena sull'accordo segnalo inoltre la mia intervista a Robert Attarian, portavoce del Consiglio della Comunità armena di Roma sul sito di Radio radicale.


11 ottobre 2009


PASSAGGIO IN ONDA

Passaggio a Sud Est
è il sabato alle 22,30 su Radio Radicale



Il sommario della puntata del 10 ottobre 2009 : 

- Turchia, la firma dei protocolli per la riapertura delle relazioni con l'Armenia e la presentazione a Roma del secondo dossier sul processo di adesione all'Ue della Commissione indipendente sulla Turchia (intervento di Emma Bonino)
- Bosnia-Erzegovina, Ue e Usa si muovono per affrontare la difficile crisi politico-istituzionale
Balcani occidentali, l'integrazione europea e la collaborazione con il tribunale internazionale di Serbia e Croazia
- Kosovo, la visita del premier albansese Berisha
- Albania, l'opposizione in piazza accusa il governo di brogli elettorali
- Grecia, i primi passi del nuovo governo socialista

La trasmissione, curata e condotta in studio da Roberto Spagnoli con la collaborazione di Marina Sikora e Artur Nura, è riascoltabile come tutte quelle precedenti
sul sito di Radio Radicale.


22 settembre 2009


L'ARMENIA IN CAMMINO VERSO LA DEMOCRAZIA

Foto Bruno Morandi - Getty Images dal sito di National GeographicIl 21 settembre, l'Armenia ha celebrato l'anniversario della sua indipendenza dall'Urss, proclamata nel 1991. Le celebrazioni di quest'anno cadono in un momento in cui le relazioni con la Turchia, sospese dal 1993 a seguito della guerra del Nagorno-Karabakh, l'enclave armena nel territorio dell'Azerbaigian. Il ristabilimento di normali rapporti tra Ankara e Erevan sarebbe un passo importante per risolvere il contenzioso in direzione di una più vasta a stabilizzazione del Caucaso, condizione essenziale per garantire la sicurezza di rotte energetiche fondamentali. E avrebbe ricadute positive anche sul processo di adesione della Turchia all'Ue. Sul processo di normalizzazione dei rapporti tra i due paesi continuano però a gravare questioni importanti, prima di tutto quella del genocidio degli armeni nel 1915. In attesa di vedere se la nuova politica di distensione inaugurata un anno fa con lo storico incontro a Erevan, tra il presidente armeno Sarkisian e quello turco Gul, avrà un futuro, in occasione dell'anniversario dell'indipendenza, segnalo questo interessante reportage dall'Armenia di Cristina Balotelli, pubblicato da Il Sole 24 Ore il 15 settembre e tratto dal sito della Comunità Armena di Roma.


ARMENIA, IL FATICOSO CAMMINO VERSO LA DEMOCRAZIA
di Cristina Balotelli – Il Sole 24ore 15.09.09

Una nazione povera, sospesa tra Oriente e Occidente, già appartenente all'Urss, ma dove la gente e soprattutto i giovani hanno tanta voglia di crescere. Anche con l'aiuto dell'Unione europea.

YEREVAN – La prima impressione dell'Armenia è quella di un Paese sospeso tra Oriente e Occidente. Non è l'Europa, certo, ma non è nemmeno soltanto l'Asia. A sud confina con l'Iran, eppure i due popoli sono diversissimi. Lo stesso vale per l'Azerbaijan e la Turchia. Quest'ultima, poi, non ha lasciato un buon ricordo e nominarla, in presenza di armeni, non è mai una buona idea. La ferita del genocidio (un milione e mezzo di morti, la ''madre'' di tutte le pulizie etniche) che la Turchia non vuole riconoscere, brucia ancora.
Come la Georgia, con la quale confina a nord, l'Armenia è stata per molti anni una repubblica federata nell'ambito dell'Unione Sovietica. Nel 1991 entrambe hanno proclamato la loro indipendenza. Tuttavia, dappertutto si respira ancora un'atmosfera sovietica: in molti edifici, nelle automobili uscite dalle fabbriche di Mosca, nelle scuole e nelle istituzioni.
"Gli armeni sono molto conservatori, anche i giovani. Vorrebbero essere come gli europei, ma poi ragionano come gli asiatici", racconta Vahé Mkrchyan, che a Yerevan fa l'insegnante e l'interprete. "L'Armenia è più Asia Occidentale che Europa dell'Est. Nella nostra società, per esempio, la maggior parte della gente non accetta il sesso prima del matrimonio. Però il sesso c'è, ovunque". Vahé ha studiato a Londra, dove ha imparato l'inglese, ma è tornato in Armenia per lavorare. Lo stipendio che riceve dallo Stato è troppo basso, per questo deve arrotondare facendo l'interprete per le organizzazioni internazionali.
L'Armenia è un paese povero, ma ha voglia di crescere. Lo si nota soprattutto a Yerevan, città piena di giovani vestiti all'europea che affollano locali alla moda. Il Parlamento e i ministeri sono ospitati in edifici in tufo rosa che si affacciano sulle due piazze principali. In un albergo della città incontro il direttore degli imprenditori armeni, Gagyk Makaryan. "Oggi la disoccupazione in Armenia è ufficialmente al 7% – dice – ma secondo fonti non ufficiali è intorno al 30%". Non pochi rimpiangono l'Unione Sovietica: tutti avevano uno stipendio basso, ma il lavoro non mancava. "L'Armenia ha una popolazione di 3.1 milioni e di questi circa 700.000 sono anziani o invalidi e 780.000 sono giovani tra i 16 e i 30 anni", spiega il numero uno della Confindustria armena. "Noi vogliamo che i giovani abbiano una buona educazione, che siano preparati e competitivi, che trovino un lavoro". La ricetta? Investire nella formazione, in particolare nelle scuole tecniche.

Fondi Ue per istruzione e formazione
Di questo si è fatta carico l'Unione europea, varando un programma di finanziamenti per 12 istituti professionali che dal crollo dell'Urss si trovano in uno stato di abbandono deprecabile. Il programma è monitorato da E.T.F., European Training Foundation, agenzia che si occupa dei progetti legati all'educazione e alla formazione professionale in paesi extra-europei. "In Armenia esiste un enorme divario di qualità tra le scuole professionali e i licei, quindi l'Europa interviene per cercare di colmarlo. Ho visitato scuole dove non hanno il riscaldamento da vent'anni!" racconta Milena Corradini, responsabile per i progetti in Armenia. "Il finanziamento messo in campo dall'Unione Europea è di circa 20-25 milioni di euro all'anno, 95 milioni spalmati su quattro anni".
La strada che da Yerevan porta a Vanadzor, principale città della verdissima regione di Lori, che confina con la Georgia, passa attraverso campi e pascoli. Qui vivono circa 280.000 armeni. Ci vogliono circa due ore per raggiungere in automobile la città. Vanadzor, nota per l'industria chimica (fertilizzanti) e tessile, oggi soffre per la crisi globale. Basti pensare che un terzo della sua popolazione, 150.000 abitanti, è emigrato in Russia per lavoro: tra le 50 e le 60.000 persone. I disoccupati ufficiali sono circa 6000.

Da Yerevan a Vanazdor
"E' stato difficile passare dal sistema sovietico a quello capitalista", racconta Hasmik Julhakyan, direttrice della fabbrica tessile 'Gloria', la più grande di Vanadzor, di proprietà tedesca. "Avere visto entrambi i sistemi è il nostro vantaggio: cerchiamo di prendere le cose buone del sistema attuale, tenendo al tempo stesso quelle buone del sistema sovietico, perché non tutto era male". In questa fabbrica lavorano 700 persone.
Entro in un enorme capannone dove circa 200 operaie sono impegnate a cucire capi d'abbigliamento che poi saranno esportati soprattutto in Russia e Germania. Ma gli ordini arrivano anche da due aziende italiane che vendono abbigliamento per l'infanzia, il cui nome la direttrice non intende rivelare. E' una donna autoritaria, tra i 55 e i 60 anni. Il rumore dei macchinari, di provenienza cinese, è assordante. Le operaie ricevono un salario pari a 150 euro al mese. "Il periodo di transizione è stato buio", continua la signora Julhakyan. "E' stato come passare da una situazione di cattività, all'interno dell'Unione Sovietica, a un sistema aperto, nel quale il rischio è di avere troppe informazioni e non sapere quali scegliere".
Per raggiungere Russia e Germania bisogna passare attraverso Georgia e Bulgaria, perché le frontiere con la Turchia sono chiuse. E' un ostacolo per molti imprenditori, che auspicano un cambiamento nei rapporti tra i due paesi. "Non posso dire che il sistema sovietico fosse sbagliato o peggiore. Anzi, agli studenti era garantita una eccellente formazione professionale. Però non si poteva uscire dai confini sovietici e non c'era meritocrazia", conclude la direttrice. Il capitalismo, secondo lei, porta invece troppa libertà e troppe informazioni. "La crisi l'abbiamo sentita, con un calo degli ordini, ma grazie a Dio non abbiamo dovuto licenziare nessuno".
Nella fabbrica hanno trovato lavoro alcune studentesse dei corsi di "taglio e cucito" e di "disegno d'alta moda" dell'Istituto Tecnico Professionale di Vanadzor. Ne incontro cinque all'ingresso del capannone. Hanno tra i 19 e i 20 anni. Mi raccontano che sperano di essere assunte come operaie.
L'Istituto tecnico offre anche corsi di "Marketing" e di "Informatica". Ma alcuni anni fa, prima che intervenisse l'Unione Europea, non aveva nemmeno la luce. "Solo negli ultimi 4 o 5 anni abbiamo cominciato a rinnovare queste scuole", spiega Artak Aghbalyan, responsabile del Dipartimento Formazione Professionale del Ministero dell'Educazione armeno. "Ai licei e alle Università è andata meglio – aggiunge – mentre le scuole professionali non hanno ricevuto fondi per 15-20 anni".

Nuovi computer in arrivo
Oggi, grazie ai fondi europei, c'è un nuovo impianto di riscaldamento, diversi computer (altri sono in arrivo), nuovi infissi alle finestre e una moderna illuminazione. Ma c'è ancora molto da fare. La scuola si presenta con i muri crepati, l'intonaco scrostato, macchie di umidità e fili elettrici a vista. Per non parlare dei bagni, praticamente inagibili. "Quello che mi piacerebbe fare, dopo la scuola, è creare un network di negozi o di supermercati, in Armenia, che portino il mio nome", mi confida uno studente del corso di Marketing, Aram Meliqian, 20 anni. Da due frequenta l'Istituto Tecnico. Anche quando il riscaldamento non c'era e bisognava coprirsi bene per resistere a temperature sotto lo zero. "Ma gli studenti – dice – non ci fanno caso". Quanto ai bagni, aggiunge ridendo, "facciamo del nostro meglio per non utilizzarli". Nessuna protesta? "Tanto, anche se protestiamo non cambierà nulla". Anche Anush Ahababian studia Marketing e ha le idee chiare. "Vorrei continuare a studiare, ma al tempo stesso vorrei mettere in piedi il mio negozio di gioielli. Anzi, una rete di negozi di gioielli". Tuttavia non crede di poter trovare un lavoro a Vanadzor, perciò lo cercherà a Yerevan, "perché lì le chances di realizzare le proprie aspirazioni sono sicuramente maggiori".
La scuola non ha Internet e i ragazzi non conoscono Facebook né Youtube. Le allieve del corso di "disegno d'alta moda" hanno realizzato dei modelli molto belli che si ispirano alla tradizione armena. Raccontano orgogliose di aver avuto molto successo in Francia, dove hanno partecipato a una sfilata con le loro creazioni. Le loro figurine stilizzate sono appese ovunque, sulle pareti delle aule. Staccato da una parete, invece, c'è un ritratto di Karl Marx. E su un altro muro, un poster recita: "Volgograd. Un monumento maestoso al coraggio del popolo sovietico".
Il personale europeo di ETF deve assicurarsi che i soldi siano spesi nel modo giusto e soprattutto che non se li mangi la corruzione. "A tutti i livelli c'è corruzione in Armenia – rivela Vahé Mkrchyan – ma è come se non fosse un gran problema, nel senso che per la gente è molto comodo". Non è un segreto: in tutti i settori (polizia, sanità, scuola, governo) la corruzione "è un modo per semplificare, per superare gli ostacoli burocratici". All'università, per esempio, "per molti studenti è più comodo pagare i professori per passare gli esami che studiare sui libri". Da parte loro, i professori non disdegnano di prendere soldi, perché i loro stipendi sono bassi.
La corruzione è una delle cause dell'arretratezza infrastrutturale del paese. Le strade sono piene di buche. Gli edifici sono rovinati. Si dice che la mafia russa ricicli il suo denaro nelle costruzioni.

Incontrando i giovani
Però c'è pochissima criminalità. A Vanadzor la sera si può girare in totale sicurezza. Anche la capitale dà questa impressione. E mentre cammini, può capitare di incontrare dei giovani che ti fermano solo perché sei europeo e non vedono l'ora di parlarti. "Sogno di visitare Parigi perchè adoro quella città e la cultura francese", mi dice in un buon francese Tatévik Hovannissian, una ragazza di 20 anni. "Dopo i miei studi di geografia vorrei lavorare nel turismo, oppure in una banca". Anche lei cercherà lavoro a Yerevan, perché "lì la gente è molto attiva e non amo la mentalità chiusa e poco liberale di Vanadzor".
I giovani di Vanadzor si sentono isolati dal mondo e sono insofferenti alla mentalità conservatrice dei loro genitori. Hratch Hovhannissian, fratello di Tatevik, 18 anni, è iscritto al primo anno della Facoltà di Lettere. "Siamo noi giovani che cambieremo molte cose. Per esempio, la gente di Vanadzòr non ne fa molte. Non si sentono liberi. Per questo voglio andare a Yerevan, lì si sentono più liberi". E a una domanda su cosa ne pensa dei vicini turchi, risponde: "Ci sono molte persone che sono arrabbiate con i turchi e con gli azeri, ma sono cose passate. Io non sono arrabbiato". Hratch, come tanti giovani della sua età, ascolta ogni tipo di musica (americana, rock, hip hop, tango) ed ama ballare.
Prima di lasciare Vanadzor, visito la Chiesa di "S.Gregorio di Narek''. E' stata costruita di recente. I sovietici hanno fatto abbattere molte chiese armene. Padre Stephanus raccomanda una visita alla mostra dei bambini, allestita nell'ambiente sottostante la chiesa. Qui trovo un ragazzo che prova alcune canzoni armene al pianoforte. "Abbiamo organizzato molti eventi, come la mostra d'arte dei bambini, o i concerti di musica", spiega Padre Stephanus. "La Chiesa è un punto di riferimento importante per molte famiglie che mandano qui i loro bambini. Noi armeni siamo cristiani da più di 2000 anni. Ora, con la crisi economica, la gente sente ancora di più il bisogno di venire in chiesa".
Per tornare a Yerevan questa volta passiamo dal lago di Sevan dove, in cima a una collina, si trova uno dei tanti monasteri del paese. Qui incontro due giovani iraniani. Sono turisti, entusiasti dei monasteri armeni e della vista magnifica sul lago e le montagne. In Iran c'è una minoranza cristiana armena ufficialmente riconosciuta. Gli iraniani sono sempre stati molto tolleranti con gli armeni e sono stati i primi a riconoscere l'indipendenza dall'URSS. Oggi i rapporti tra i due paesi sono buoni ed è in atto una importante cooperazione economica. "Molti iraniani stanno investendo nelle costruzioni in Armenia", racconta Gagyk Makaryan. "Gli aerei che collegano i due paesi sono sempre pieni. Tuttavia il regime iraniano non aiuta gli imprenditori armeni che vorrebbero investire in Iran, aprire un impianto o una fabbrica". Non avendo rapporti con Turchia e Azerbaijian, all'Armenia restano l'Iran e la Georgia per gli scambi commerciali.

Giornalisti intimiditi e picchiati
A Yerevan incontro Liana Haroyan, Avvocato e Direttore dei progetti del Media and Law Institute. Ha seguito diversi casi di giornalisti intimiditi e picchiati per le loro idee. Il suo compito è difendere i loro diritti. E' una giovane donna piena di vitalità e allegria. Ma quando parla del suo Paese, assume un'espressione rassegnata. "L'anno scorso ho avuto tra le mani sei o sette casi di giornalisti picchiati e minacciati da sconosciuti. E sono solo i casi di cui io sono a conoscenza – spiega – ma probabilmente ce ne sono di più". "Un giornalista fu picchiato cosi brutalmente che finì in coma e in pericolo di vita per alcuni giorni. Un altro fu picchiato ferocemente fino ad avere un'emorragia cerebrale". Oltre alla violenza, c'è anche un altro metodo per far tacere i media scomodi: "fanno partire delle ispezioni fiscali contro i giornalisti che manifestano idee critiche nei confronti del governo. Purtroppo la nostra legge fiscale è talmente povera nella sua formulazione che può essere interpretata in tanti modi, perciò riescono sempre a trovare delle irregolarità e quindi procedono congelando il conto in banca del giornalista".
La situazione non è la stessa per tutti i media. Le televisioni "sono maggiormente soggette alle pressioni del Governo o del partito al potere e ci sono certi argomenti, soprattutto politici, che i giornalisti non possono coprire", racconta Narine Safaryan, giornalista di Internews Armenia. "Ci sono certe persone nel Governo e nella società che non puoi mai criticare perchè sono loro che possiedono i media del Paese", aggiunge. "Bisogna fare confronti – continua riferendosi alle informazioni che circolano su Internet – altrimenti non si riesce a capire dove sta la verità, ma non tutti lo fanno". Anche perché molti, in Armenia, ancora non hanno Internet.
Il cammino verso la democrazia è ancora lungo. La gente sa di avere dei diritti, ma non pensa a difenderli. I sindacati e le associazioni non riescono a farsi sentire. Nel marzo 2008 una manifestazione dell'opposizione in piazza della Libertà, a Yerevan, è stata repressa nel sangue. L'ordine è stato ristabilito con i carri armati. Ma l'Europa guarda con interesse all'Armenia, che presto, quando sarà ultimato il progetto di gasdotto che passerà attraverso il suo territorio e la Georgia, potrebbe diventare un importante distributore del gas iraniano.


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permalink | inviato da robi-spa il 22/9/2009 alle 20:50 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


29 agosto 2009


COSE TURCHE

Prosegue in Turchia l'inchiesta su Ergenekon, l'organizzazione eversiva accusata di aver organizzato attentati e omicidi per destabilizzare il governo islamico-moderato di Recep Tayyp Erdogan per spianare la strada ad un colpo di stato e sovvertire il sistema democratico. Molti i nomi eccellenti finiti nell'inchiesta che ha colpito il cosiddetto "stato profondo", quella sorta di sistema parallelo costituito da servizi segreti deviati, esponenti delle forze armate, attivisti nazionalisti, ecc., ma di fatto ha toccato l'establishment.
Diversi osservatori pensano che il processo a Ergenekon aprirà una fase nuova della storia della Turchia moderna ma non mancano gli aspetti contraddittori e poco chiari dell'istruttoria che attirato anche le critiche dell'Unione Europea. Un'inchiesta che quasi ogni giorno riserva sorprese e che i media e l'opinione pubblica turca seguono a fasi alterne.
E mentre l'affare Ergenekon va avanti (e si stenta a vederne la fine) altre cose interessanti, per vari motivi, accadono a cavallo del Bosforo: la possibile road map per la soluzione della questione curda, i contatti con l'Armenia, i colloqui per Cipro, l'attenzione del premier Erdogan per le condizioni delle minoranze religiose, solo per dirne alcuni, mentre è interessante vedere l'atteggiamento delle forze armate.
Sullo sfondo le relazioni con l'Europa e l'accidentato percorso dell'integrazione nell'Ue. A dicembre presenterà il suo rapporto annuale sui negoziati con Ankara. Potrebbe non essere completamente negativo, ma ben difficilmente sarà del tutto positivo.

Su tutto questo, per una fotografia della situazione politica interna della Turchia, alla vigilia della ripresa dell'attività politica dopo la pausa estiva, segnalo una mia intervista a Marta Ottaviani (corrispondente dell'agenzia Apcom e collaboratrice della Stampa e del Foglio) disponibile sul sito di Radio Radicale.


1 maggio 2009


LE RELAZIONI TURCO-ARMENE TRA VECCHI PROBLEMI E NUOVE OPPORTUNITA'

Il Monte Aarat"La mancanza di relazioni diplomatiche tra Turchia e Armenia rappresenta uno dei principali nodi irrisolti per la stabilizzazione di lungo periodo della regione caucasica e, contemporaneamente, un’evidente lacuna nella politica di azzeramento dei problemi con i propri interlocutori regionali propugnata dal Partito per la Giustizia e lo Sviluppo, al governo in Turchia dal novembre 2002. In un mutevole contesto regionale, Ankara ed Erevan, spinte da motivazioni di carattere strategico, politico ed economico, sembrano oggi aver imboccato un percorso diplomatico che porta alla normalizzazione dei rapporti bilaterali. Un percorso reso tortuoso da radicate reciproche diffidenze, così come da considerazioni politiche di natura regionale e interna ai due paesi".
Inizia così un saggio di Carlo Frappi (direttore dell'Italian Center for Turkish Studies) pubblicato sul Policy Brief n.126 dell'ISPI.

Quella delle relazioni con l'Armenia, a partire dal genocidio del 1915, è una delle principali questione che la Turchia deve affrontare nel suo percorso verso l'adesione all'Unione Europea, ma è una questione di primaria importanza anche al di là del processo di integrazione europeo di Ankara.
La disponibilità mostrata negli ultimi tempi sia da Ankara che da Erevan, superando gradualmente le condizioni che ciascuna delle due parti aveva posto per l’apertura del dialogo, rappresenta un segnale incoraggiante, anche se la normalizzazione delle relazioni passa atraverso una soluzione condivisa di tutta una serie di problematiche che sfuggono in parte al controllo diretto sia di Ankara che di Erevan.
La nuova amministrazione Usa, a differenza di quella precedente, sembra avere un forte interesse al riavvicinamento. Sia gli Stati Uniti che l'Unione europea sono interessati alla stabilizzazione dell’area caucasica. Certo, la mancata soluzione per ora della questione del Nagorno-Karabakh rappresenta il maggior impedimento all’approfondimento del dialogo turco-ameno e la ferma opposizione a esso da parte dell’Azerbaigian mantengono in forza un circolo vizioso attorno al quale le relazioni bilaterali turco-armene si erano congelate già quindici anni fa. Tuttavia, il sostegno che viene anche da Mosca potrebbe rappresentare la spinta decisiva a risolvere un contenzioso che continua a rappresentare un grave fattore di rischio per la stabilizzazione di una regione chiave per il suo ruolo nelle questioni energetiche. Proprio questo potrebbe essere il fattore determinante a superare veti e contro-veti che si contrappongono da troppo tempo.

Sulla questione delle relazioni tra Turchia e Armenia segnalo anche una mia recente intervista a Carlo Frappi che è possibile riascoltare sul sito di Radio Radicale.


1 maggio 2009


PASSAGGIO IN ONDA

Passaggio a Sud Est
è il sabato alle 22,30 su Radio Radicale


Gli argomenti della puntata del 25 aprile:

Kosovo, la battaglia diplomatica della Serbia contro l'indipendenza; Croazia, il contenzioso sui confini con la Slovenia e le proteste degli studenti universitari; Montenegro; Albania; la relazioni tra Turchia e Armenia tra nuove prospettive e vecchi problemi (intervista a Carlo Frappi, direttore dell'Italian Center for Turkish Studies)

La trasmissione, curata e condotta in studio da Roberto Spagnoli con la collaborazione di Marina Sikora e Artur Nura, è riascoltabile come tutte quelle precedenti
sul sito di Radio Radicale.

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