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passaggioasudest [ la realtà politica dell'europa sud orientale dai balcani alla turchia ]
 



Questo blog è dedicato ad un'area cruciale per il futuro europeo. Per l'area che va dai Balcani occidentali alla Turchia, infatti, passa il futuro dell'Unione europea come progetto politico così come il futuro di questi Paesi passa dalla scelta dell'integrazione in questo progetto.




"Dobbiamo ricordarci che l’informazione è un veicolo diretto all’utente, non è un soliloquio da parte del giornalista. Bisogna tenere sempre presente che chi è dall’altra parte del microfono deve poter comprendere una realtà in cui non è presente. Questo, penso, è il massimo sforzo che i giornalisti devono compiere".
Antonio Russo



"Il vero referendum sul futuro dell'Unione si terrà nei Balcani"
International Balkan Commission


"E poi, un giorno, è stato costruito un ponte che collegava le due rive del Bosforo. Quando sono salito sul ponte e ho guardato il panorama, ho capito che era ancora meglio, ancora più bello di vedere le due rive assieme. Ho capito che il meglio era essere un ponte fra due rive. Rivolgersi alle due rive senza appartenere".
Orhan Pamuk, Istanbul



Per inviare una email scrivi a pasudest@yahoo.it





11 agosto 2009


SARA' RATKO MLADIC A SALVARE LA SERBIA DEMOCRATICA ED EUROPEISTA?

La politica serba si prepara ad un autunno caldo. La ripresa dell'attività politica dopo la pausa estiva metterà a dura prova la tenuta della coalizione che sostiene il governo di Mirko Cvetkovic, formata dai filo-europeisti vincitori delle elezioni anticipate del maggio 2008 e dai socialisti. Già alla fine di agosto l'esecutivo dovrà affrontare il voto in parlamento della nuova legge sull'informazione pubblica e l'arrivo della missione del Fondo monetario internazionale (Fmi). Due appuntamenti cruciali che potrebbero già essi innescare una crisi di governo aprendo così una nuova fase di instabilità politica, in un momento in cui la Serbia, colpita duramente dalla crisi economica globale è impegnata nel tentativo di non perdere il treno per l'Unione europea.
La situazione economica del Paese è ad un passo dal baratro. Secondo il governatore della Banca nazionale, Radovan Jelasic, i funzionari Fmi "analizzeranno cosa è accaduto con le misure che abbiamo approvato, ma che non siamo riusciti a mettere in pratica". Il governo di Cvektovic non ha cioè rispettato l'impegno con il Fmi di ridurre di un miliardo di euro il deficit di budget statale e il Fondo potrebbe quindi negare a Belgrado l'accesso ai circa 800 milioni di euro, ovvero la seconda tranche del credito da 3 miliardi accordato alla Serbia in marzo per fare fronte alla crisi. Un'ipotesi che aggraverebbe una situazione già difficilissima. La Serbia, infatti, ha chiuso il primo semestre di quest'anno in recessione con un calo del Pil, su base annua, del 3,5% che secondo le previsioni della banca centrale arriverà al 6% a fine anno, mentre la disoccupazione ha raggiunto il 25%. Secondo Jelasic "il governo non ha una visione strutturale, nessuna strategia, tanto meno un'idea politica".
Sul piano politico interno è poi da registrare la guerra intestina nella coalizione di maggioranza che oppone i socialisti ai liberali del G17 Plus a proposito della nuova legge sull'informazione. Il 31 agosto il provvedimento arriva in Parlamento e se dovesse essere respinta, secondo molti analisti potrebbe determinare la caduta dell'esecutivo. Anche se alla fine gli uomini del presidente Boris Tadic, leader del Partitod emocratico, riusciranno a trovare una mediazione il Partito socialista, contrario al provvedimento, e G17 Plus che, invece, lo ha promosso, si tratterebbe probabilmente solo di una tregua.
L'obiettivo minimo che potrebbe rimandare, almeno per il momento, lo scoppio della crisi politica ed un nuovo voto anticipato in Serbia potrebbe essere quello di ottenere entro la fine dell'anno lo status ufficiale di Paese candidato all'adesione all'Ue. Nell'aprile del 2008 Belgrado e Bruxelles avevano firmato l'Accordo di stabilizzazione e associazione (primo passo formale per aprire il processo di integrazione), ma l'implementazione dell'Asa è bloccato dal veto dell'Olanda che lamenta la scarsa collaborazione delle autorità di Belgrado con il Trobinale internazionale per l'ex Jugoslavia: in particolare la mancata cattura dell'ex generale serbo-bosniaco Ratko Mladic, accusato di genocidio e crimini di guerra per il massacro di Srebrenica e i bombardamenti di Sarajevo e Dubrovnik.
Il ministro degli Esteri, Vuk Jeremic, ammette che gli sforzi diplomatici per un ripensamento olandese sono esauriti e che "finchè Mladic è libero, non c'è posto per l'ottimismo". Alla fine di luglio Rasim Ljajic, responsabile del comitato serbo per la collaborazione con il Tribunale internazionale, aveva parlato di un aumento delle possibilità di riuscire ad arrestare Mladic e qualche giorno dopo, pur smentendo il Washington Post, secondo il quale il super latitante sarebbe stato localizzato e ad un passo dalla cattura, il procuratore capo del tribunale serbo per i crimini di guerra, Vladimir Vukcevic, ha precisato che Mladic "è raggiungibile in qualche luogo" e anche se non ancora localizzato precisamente è chiaro che era in Serbia: "Sono assolutamente ottimista - ha aggiunto Vukcevic- che siamo vicini alla fine di questa azione, che potrebbe verificarsi entro la fine dell'anno".
La cosa singolare, quasi uno scherzo della storia, è che la chiave per il riscatto della Serbia dal torbido passato del regime di Slobodan Milosevic, e la salvezza politica, almeno a breve-medio termine, del fronte democratico e filo-europeista che in questi anni ha cercato di far uscire il Paese dalla palude dei conflitti balcanici, potrebbe venire proprio da quel Ratko Mladic, campione degli irriducibili ultranazionalisti "turboserbi" ed emblema di tutto ciò che di più cupo e tragico emerse dal crollo della Jugoslavia.


20 gennaio 2009


PASSAGGIO IN ONDA

Passaggio a Sud Est
è il sabato alle 22,30 su Radio Radicale

Gli argomenti della puntata del 17 gennaio:

* il ruolo geopolitico della Turchia tra Occidente, Medio Oriente e Caucaso e la situazione politica interna in vista delle elezioni amministrative del 29 marzo;
* il contenzioso sul confine tra Slovenia e Croazia che rallenta i negoziati di adesione all'Ue al centro della visita di Frattini a Zagabria;
* le priorità della politica estera della Serbia e la collaborazione con la giustizia internazionale;
* il piano del governo del Kosovo per estendere la propria autorità anche sulle zone serbe;
* le prossime elezioni politiche in Albania e la ratifica dell'Asa con l'Ue da parte della Grecia.

La trasmissione, curata e condotta in studio da Roberto Spagnoli con la collaborazione di Marina Sikora e Artur Nura, è riascoltabile come tutte quelle precedenti
sul sito di Radio Radicale.


21 dicembre 2008


L'INTEGRAZIONE EUROPEA DEI BALCANI

Qui di seguito il testo della corrispondenza di Marina Sikora per la puntata di sabato 20 dicembre di "Passaggio a Sud Est", il settimanale di Radio Radicale sulla realtà politica dell'Europa sud orientale in onda il sabato alle 22,30.

I negoziati per l'adesione della Croazia all'UE molto probabilmente non potranno concludersi come previsto entro la fine del 2009. Causa dell'impasse è il veto della Slovenia al proseguimento del processo di adesione della Croazia che rende praticamente impossibile la fine dei negoziati entro il prossimo anno come si pensava fino a poco tempo fa. Lubiana ha deciso di bloccare il cammino europeo di Zagabria a causa della disputa territoriale che divide le due ex repubbliche jugoslave riguardante la frontiera terrestre e marittima intorno alla baia di Pirano e alcune zone della Bela Krajina. Secondo il governo sloveno nei documenti che Zagabria ha sottoposto a Bruxelles per l'apertura di nuovi capitoli negoziali ci sarebbero alcune mappe catastali che annettono alla Croazia parti di territorio che invece la Slovenia rivendica come proprie. Così nella Conferenza d'adesione Ue-Croazia che si è svolta venerdì a Bruxelles la Slovenia ha detto no all'apertura dei nuovi capitoli negoziali che hanno a che fare con la questione frontaliera. Alla luce del veto sloveno, è stato dunque aperto solo un dossier estraneo alla disputa, quello che riguarda il Diritto alla proprietà intellettuale. Critiche alla Slovenia sono arrivate dalla Commissione europea e dalla presidenza di turno francese, ma Lubiana ha replicato accusando l'UE di pensare più all'allargamento che alla tutela dei suoi membri. Da Zagabria si sostiene che il veto sloveno alla Croazia è un pretesto per nascondere a Bruxelles i ritardi nella lotta alla corruzione e alla criminalità. Nonostante la situazione il commissario europeo all'Allargamento, Olli Rehn, ha detto che esistono ancora margini per cercare di chiudere il negoziato per l'adesione della Croazia entro il prossimo anno e puntare all'adesione nel 2011-12 come previsto dall'attuale "road map".

ALLARGAMENTO UE: SENZA PRECEDENTI IL VETO SLOVENO ALLA CROAZIA
Per molti sembra quasi incredibile e una cosa da poco, eppure per le aspettative della Croazia di poter chiudere i colloqui negoziali con l’Ue entro la fine del prossimo anno, come avrebbero voluto anche a Bruxelles, il contenzioso con la Slovenia sul confine mette in forte dubbio il raggiungimento di questo obiettivo.
La presidenza francese si e’ fatta carico di una iniziativa volta a risolvere in modo soddisfacente per entrambe le parti il contenzioso confinario che cosi’ a lungo e’ rimasto aperto e soprattutto in questa fase decisiva dei negoziati di adesione della Croazia ha portato all’estremita’ la tensione tra i due paesi. Il premier croato Ivo Sanader, accettando la proposta francese, ha detto che il suo governo e' disposto a dare precise garanzie scritte che la delimitazione sul mare non verra' in nessun modo pregiudicata. Ma per Ljubljana questo non basta e rigettando la proposta portata avanti dalla Francia ha chiesto che la Croazia si impegni a non usare nessuno dei documenti contestati, tra cui anche estratti dagli archivi catastali, in un eventuale futuro procedimento davanti ad un arbitro internazionale per i confini, come la Corte internazionale dell'Aja o quella di Amburgo. Zagabria ha rifiutato queste condizioni, che la stampa croata ha definite come un ultimatum, spiegando che questo significherebbe lasciare la Croazia senza alcun documento a suo favore.
Le richieste slovene vanno oltre la cornice della proposta francese poiche’ Ljubljana vuole assicurarsi una posizione privilegiata nell’eventuale arbitrato internazionale. Ma questo significherebbe anche un precedente nel processo di adesione perche’ richiederebbe che le questioni bilaterali aperte tra un paese membro e un paese candidato fossero risolte attraverso il processo negoziale.
In questa situazione delicata c’e’ da aggiungere che recentemente l’ex premier sloveno Janez Jansa ha dichiarato che in Slovenia e’ possible che ci sara’ un referendum sull’ingresso della Croazia all’Ue. Jansa ha aggiunto che in Slovenia esiste un consenso politico sulle condizioni secondo le quali la Croazia puo’ procedere con il processo negoaziale e che invece, in caso contrario, e’ possibile un referendum sulla ratifica dell’Accordo di adesione della Croazia all’Ue. "E’ ovvio che la Slovenia usa la questione bilaterale per fare una pressione politica sulla Croazia nel processo negoziale e questo e’ inaccettabile e contrario allo sperito europeo" ha detto il ministro degli esteri croato Gordan Jandrokovic commentando queste dichiarazioni.
Come si legge in questi giorni in un commento di Zeljko Trkanjec, gironalista del quotidiano di Zagabria ‘Jutarnji list’, da oltre dieci anni i problemi tra Zagabria e Ljubljana non soltanto non sono stati risolti ma sono escalati all’estremo compromettendo seriamente le relazioni tra i due Paesi. Si sono susseguiti molti establishment politici, sia in Croazia che in Slovenia ma nessuno, tranne i defunti premier Janez Drnovsek e Ivica Racan e’ riuscito ad avvicinarsi ad una soluzione sostenibile. L’accordo tra il premier sloveno Jansa e quello croato Sanader a Bled in agosto dello scorso anno forse era il piu’ vicino alla soluzione, scrive Jutarnji list, ma l’attuale situazione dimostra che era arrivato troppo tardi per lasciare il tempo utile ad una commissione mista di concludere il lavoro di identificazione dei punti controversi sul confine croato-sloveno dimodoche’ i governi possano accordarsi sull’arbitrato prima della fase conclusiva delle negoziazioni croate sull’adesione all’Ue. Dalla sua posizine del piu’ forte, in quanto membro dell’Unione, Ljubljana manda messaggi a Zagabria che il suo ingresso sara’ ostacolato se non rinuncia ai propri argomenti nell’eventuale processo giuridico
Due giorni prima della conferenza intergovernativa sull’adesione della Croazia all’Ue fissata per venerdi’, il neopremier sloveno Borut Pahor ha confermato che la Slovenia porra' il veto all'apertura di ben 11 capitoli. In sette di questi, secondo Ljubljana, viene pregiudicato il confine marittimo nel golfo di Pirano, nel Nord dell'Adriatico e diversi tratti di confine terrestre tra Lubiana e Zagabria, questione aperta dalla dissoluzione della ex Jugoslavia. A causa del blocco sloveno, invece di aprire 10 capitoli per i quali la Croazia e’ tecnicamente pronta, ne sara’ aperto uno solo e invece di chiuderne 5 verranno chiusi 3 capitoli.
In difesa della posizione slovena, il presidente della Commissione esteri del Parlamento di Ljubljana, Ivo Vajgl ha dichiarato che la Slovenia non e’ il primo paese membro dell’Ue a condizionare il processo negoziale di un paese candidato con una questione bilaterale. Vajgl ha individuato il caso dell’Italia nel corso dei negoziati di adesione con la Slovenia sottolineando che l’Italia aveva costretto Ljubljana a cambiare la Costituzione. Simile e’ stato l’atteggiamento dell’Austria verso Slovenia, Slovacchia e Repubblica Ceca, ha spiegato Vajgl.
Le questioni bilaterali che negli anni novanta venivano menzionate durante i negoziati di adesione della Slovenia erano le proprieta’ dei cosidetti optanti, ovvero esuli, protezione delle minoranze e la sicurezza della centrale nucleare Krsko, ma come e’ noto, non sono state sollevate questioni di confini. Per quanto riguarda modifiche della costituzione, la Slovenia ha cambiato la legge costituzionale che vietava agli stranieri le proprieta’ immobiliari.
Il primo ministro croato Ivo Sanader ha definito il veto della Slovenia ''un gesto senza precedenti nella storia delle trattative per l'adesione all'Ue'' e ha invitato il governo di Ljubljana a riconsiderare le proprie posizioni. In una conferenza stampa convocata d'urgenza dopo l'annuncio del premier sloveno Borut Pahor sul mantenimento del veto sloveno, Sanader ha avvertito che ''nel caso non cambi decisione, la Slovenia mostrera' un' intransigenza in totale squilibrio con i principi di solidarieta', comunita' e rapporti di buon vicinato sui quali si basa l'Ue'' e in un tono che rispecchia visibilmente il deterioramento dei rapporti bilaterali tra i due paesi vicini ha decisamente respinto ''qualsiasi ricatto''. ''La Croazia non comprera' l'adesione all'Ue con il proprio territorio nazionale'', ha detto il premier croato. Considerando la Slovenia ancora un Paese amico, Sanader si e’ detto convinto che il cammino della Croazia verso l'Ue non sara' impedito e ha sottolineato che Zagabria ha il pieno appoggio degli altri 26 paesi membri mentre la Slovenia e’ l’unico paese dell’Unione ad ostacolare il processo negoziale croato.
Secondo il relatore del PE per la Croazia, Hannes Swoboda questa situazione potrebbe rappresentare un grande pericolo per il piano indicativo della Commissione per la conclusione dei negoziati con la Croazia entro la fine del 2009.
La Commissione europea si e’ detta dispiaciuta che la Slovenia non ha accettato la proposata della presidenza francese che avrebbe acconsentito l’apertura di dieci e la chiusura di cinque capitoli negoziali con la Croazia. La presidenza francese ha intrapreso grandi sforzi per trovare la soluzione per le questioni poste dalla Slovenia, ha detto Kriztina Nagy, portavoce del commissario all’allargamento Olli Rehn.

MONTENEGRO: DEPOSITATA LA CANDIDATURA PER L’ADESIONE ALL’UE
Il tredici dicembre il Montenegro ha depositato ufficialmente la sua candidatura per l’adesione all’Ue. Nel corso di una crimonia all’Eliseo, il premier montenegrino, Milo Djukanovic ha consegnato la domanda di adesione al presidente di turno dell’Ue, Nicolas Sarkozy in presenza anche del commissario europeo all’Allargamento, Olli Rehn. "E' un grande giorno per il Montenegro, il più antico Paese europeo ma il più giovane membro delle Nazioni Unite e del Consiglio d'Europa. Penso che sia un grande giorno per i Balcani e per tutti i Paesi candidati e potenzialmente candidati all'Ue", ha detto Djukanovic.
Il Montenegro diventa cosi’ il quarto paese dell’ex Jugoslavia a presentare la candidatura di adesione. Dopo la Slovenia che e’ gia’ membro, gli altri due candidati sono Croazia e Macedonia.
Secondo il presidente del Montenegro, Filip Vujanovic, Bruxelles si pronuncera’ sulla richiesta montenegrina nel corso della presidenza ceca all’Ue e ha sottolineato che Praga ha annunciato tra le priorita’ del suo programma di presidenza la questione dell’integrazione dei Balcani occidentali all’Ue. Il commissario all’Allargamento Olli Rehn ha affermato che il Montenegro ha raggiunto una pietra miliare storica che rappresenta una scelta importante verso i valori europei comuni e ha sottolineato il ruolo costruttivo e di stabilita’ del Montenegro nella regione.

SERBIA: L’OLANDA NON CEDE SUL BLOCCO DELL’ASA
L’Olanda rimane contraria alla ratifica dell’Accordo di stabilizzazione ed associazione dell’Ue con la Serbia nonostante un certo progresso nella collaborazione di Belgrado con il Tpi dell’Aja. Il rapporto del capo procuratore dell’Aja Serge Brammertz, presentato una settimana fa al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, anche se contiene degli elementi positivi, secondo il Ministero degli esteri olandese ribadisce pero’ in maniera molto chiara che non si tratta di una piena collaborazione della Serbia con la giustizia internazionale poiche’ sono ancora in liberta’ i due super ricercati, l’ex generale serbo bosniaco Ratko Mladic e l’ex leader dei serbi secessionisti in Croazia Goran Hadzic. In piu’ ci sono le preoccupazioni per la protezione dei testimoni e le richieste del Trbunale per la consegna di altri documenti, in particolare quelli militari.
L’arresto di Ratko Mladic e Goran Hadzic e la loro estradizione all’Aja sono le piu’ alte priorita’ per completare il mandato del Tribunale, ha sottolineato Brammertz nel corso della presentazione del suo rapporto. L’arresto e l’estradizione di Stojan Zupljanin e di Radovan Karadzic sono state "svolte importanti" nella collaborazione della Serbia con la Procura, ha detto Brammertz e ha aggiunto che i servizi in Serbia per l’arresto degli altri fuggitivi hanno rafforzato i loro sforzi per localizzare Mladic e Hadzic. Brammertz ha informato anche che durante la sua visita a Belgrado gli e’ stato presentato il piano per arrestare gli imputati latitanti e se questo piano verra’ attuato ci potrebbero essere nuovi risultati nella collaborazione della Serbia con la giustizia internazionale.


11 giugno 2008


SERBIA: NUOVO GOVERNO ENTRO 90 GIORNI O DI NUOVO ELEZIONI

Il leader del Partito socialista serbo Ivica DacicNiente di fatto a Belgrado. La prima seduta del nuovo Parlamento dopo le elezioni dell'11 maggio scorso si è conclusa senza l'elezione del successore del presidente uscente Oliver Dulic e la Serbia ancora non ha una maggioranza in grado di formare il nuovo governo. Il Partito socialista serbo (Sps), che fu del defunto dittatore Slobodan Milosevic, continua a giocare il suo ruolo di ago della bilancia tra lo schieramento nazionalista e quello filoeuropeista che ha vinto le elezioni e si raccoglie attorno al Partito democratico del presidente della repubblica Boris Tadic. La trattativa per la formazione del nuovo esecutivo dovrebbe durare almeno fino alla fine di giugno. L'ha detto il il vicepremier democratico Bozidar Djelic, in visita a Bruxelles, così come il ministro degli Esteri Vuk Jeremic ieri a Roma per partecipare ad una conferenza organizzata dalla Fondazione Magna Carta intitolata "La Serbia, i Balcani, l'Europa".
Da questo momento, secondo la legge, ci sono novanta giorni di tempo per formare il nuovo governo altrimenti occorrono nuove elezioni. Ma la Serbia, che a maggio è tornata alle urne poco più di un anno dopo le precedenti consultazioni a causa della crisi della rottura del patto tra Tadici ed il premier Kostunica, ha bisogno di un governo certa e di una situazione politica stabile. Complicato il ruolo del presidente della Repubblica, Boris Tadic, conteso tra il suo ruolo istituzionale e quello di leader dello schieramento filoeuropeista raccolto intorno al suo Partito democratico che lo ha incaricato di seguire personalmente le trattative con il leader socialista Ivica Dacic ma che nello stesso tempo come presidente della repubblica deve anche garantire la parità tra tutti i partiti.
Uno dei nodi della questione riguarda il municipio di Belgrado. Partito radicale serbo, il Partito democratico serbo e il Partito socialista serbo hanno raggiunto l'accordo per formare la nuova giunta, ma il sindaco uscente, Zoran Alimpic, democratico, ha fissato l'insediamento il più tardi possibile al 14 luglio prossimo. Dato che fino ad oggi tradizionalmente gli equilibri politici della capitale hanno rispecchiato quelli generali, i filoeuropeisti temono una replica dell'intesa Sps-Srs-Dss per il governo nazionale. Ovvio il sospetto che la mossa di Alimpic abbia uno scopo ostruzionistico e per questo radicali, socialisti e conservatori si sono rivolti direttamente al presidente affinché al più presto si insedi la nuova giunta.
In realtà tra socialisti e nazional-conservatori c'è un grosso punto di disaccordo a livello nazionale: l'Accordo di stabilizzazione e associazione con l'Unione europea siglato poco prima delle elezioni e ratificato dal governo serbo uscente alla vigilia del voto ma solo grazie al fatto che i ministri democratici sono in maggioranza. Il premier uscente Kostunica ha dichiarato che se tornerà al governo con i radicali annullerà l'Asa. I socialisti su questo non sono d'accordo e pensano che l'integrazione in Europa debba essere un obiettivo della Serbia. La prospettiva di ingresso nell'Unione europea è sostenuta anche dagli alleati minori dei socialisti, l'Alleanza dei pensionati (Pups) che il partito Serbia unita (JS), apertamente contrari ad annullarel'Accordo di stabilizzazione e associazione. E il leader socialista Ivica Dacic per mantenere un ruolo decisivo nella formazione del nuovo governo non può perdere l'appoggio di Pups e JS.
Per chiudere l'accordo con i socialisti i filoeuropeisti stanno facendo consistenti aperture per una "riconciliazione storica" con gli eredi Milosevic del quale proprio i democratici di Tadic determinarono del 2000 la caduta e la consegna al Tribunale internazionale per la ex Jugoslavia che lo aveva incriminato da tempo per crimini di guerra e contro l'umanità. A Dadic i democratici hanno offerto la carica di vicepremier con delega alla sicurezza mentre per il suo partito ci sarebbe la presidenza del parlamento e cinque ministeri tra cui Infrastrutture, Educazione e Scienze. I socialisti chiedono però di annullare i procedimenti penali contro i familiari del defunto dittatore e contro l'ex direttore della tv di Stato, ma sono anche ansiosi di rifarsi una faccia all'estero tanto più che Bruxelles non è contraria a vederli nell'esecutivo pur di tenerne fuori gli ultranazionalisti e che anche l'Internazionale socialista ha aperto le sue porte al Partito socialista serbo qualora dimostri la volontà di chiudere con il passato alleandosi con i filoeuropeisti.


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28 maggio 2008


UE/BALCANI: L'INTEGRAZIONE TRA LUCI E OMBRE

Di Marina Sikora, corrispondente di Radio Radicale (*)
E’ da tempo che la questione delle misure adottate dall’Ue nei confronti dei cittadini di cittadinanza balcanica provoca molteplici porteste da parte dei loro Stati. L’Ue a tal proposito non e’ rimasta insensibile e non e’ mancato un riscontro da parte delle istituzioni europee che hanno fatto delle concessioni sulle modalita’ con cui vengono rilasciati visti e permessi di soggiorno, nonche’ sulle politiche di contrasto all’immigrazione. Da parte dei ministri degli Interni dei paesi balcanici vi e’ stata la promessa di impegno per un maggior controllo della immigrazione clandestina e l’attuazione di ulteriori provvedimenti. L’Ue interpreta le recenti misure che vanno incontro alla liberalizzazione dei visti come un evidente segnale di apertura per l’ingresso dei Paesi dei Balcani all’Ue.
I provvedimenti che dovrebbero essere adottati, secondo diverse analisi pero’, potrebbero rappresentare anche un’arma a doppio taglio. Se da una parte la ratifica di questi accordi significa concedere ai Balcani l’apertura verso l’Europa e far cadere finalmente l’immagine di un’ area costantemente instabile e poco desiderata, dall’altra parte rappresenta un ulteriore “ricatto” e una minaccia di isolamento qualora non venissero rispettate le condizioni richieste. Tutto allo scopo di controllare l’immigrazione clandestina e quindi il mercato del lavoro europeo piuttosto che creare delle condizioni in cui questi paesi avrebbero la possibilita’ di crescita verso un mercato comune.
Quanto alla Serbia, in vista delle recentissime elezioni politiche svoltesi lo scorso 11 maggio, come un’altro segnale di esplicito sostegno alle forze filoeuropee serbe, e’ stato firmato l’Accordo di stabilizzazione ed associazione la cui ratifica pero’ rimane in sospeso finche’ non saranno adempiute le condizioni della piena collaborazione della Serbia con il Tpi per l’ex Jugoslavia. Lo scorso 18 aprile, la Commissione europea e la Presidenza slovena del Consiglio dell'Unione Europea hanno rivolto anche un invito ai Paesi Membri dell'Unione Europea a facilitare il rilascio di visti ai cittadini della Serbia e degli altri Paesi dei Balcani occidentali. Questo invito, e’ stato affermato, fa parte del programma di una completa liberalizzazione del regime dei visti.
Da ricordare anche che solo alcuni giorni prima delle elezioni, alla Serbia e’ stata consegnata una prima “road map” sulla liberalizzazione dei visti. Il piano elaborato da Bruxelles e’ stato consegnato al presidente Tadic dal vicepresidente della Commissione europea, Jacques Barrot, commissario Ue ai Trasporti che sta esercitando anche le deleghe relative a Giustizia, liberta’ e sicurezza. Secondo Barrot, il piano contiene una detagliata serie di misure che dovrebbero essere realizzate al piu’ presto e che fanno parte dell’impegno contro l’immingrazione clandestina, lotta contro il crimine organizzato e corruzione nonche’ il rispetto dei valori democratici e dei diritti di base. In occasione della consegna della “road map”, esprimentodi in lingua serba, Barrot ha detto che "la Serbia e tutti i suoi cittadini sono benvenuti nella famiglia eurpea". La Serbia, ha assicurato il presidente Boris Tadic, e’ decisa ad adempiere nel piu’ breve tempo possibile tutti gli obblighi definiti da questo piano affinche’ gia’ nel 2009 i suoi cittadini possano viaggiare nei paesi dell’Ue senza visti.
La notizia che i 17 paesi europei hanno deciso di facilitare maggiormente il rilascio di visti ai cittadini della Serbia e’ stata accolta con tanto di lode e applausi in Serbia ma la stampa ha puntato sul fatto che la situazione non e’ proprio cosi’ brillante quanto sembra a prima vista. Secondo la Commissione europea l’80 percento dei cittadini della Serbia avrebbe il diritto ai visti gratis, e le categorie qui comprese sono gli studenti, scienziati, giornalisti e tutti i giovani all’eta’ inferiore di 25 anni. Secondo i media serbi, si tratta di calcoli poco chiari soprattutto se va considrato il fatto che la Serbia, riguradante l’eta’ media, appartiene ai paesi con la cittadinanza piu’ anziana in Europa e che quindi i giovani non rappresentano l’80 percento della popolazione.
Secondo le stime, nei paesi dell’Ue, ci sono tra cento e duecento mila di immigrati clandestini provenienti dalla Serbia comprese anche le persone che attraverso il territorio serbo sono riuscite ad entrare clandestinamente in uno dei 27 Stati membri dell’Unione. Con la deportazione di questi immigrati clandestini i problemi dei paesi della regione balcanica, che gia’ di per se sono pesanti e molteplici, ulteriormente si complicano ed aumentano.
Il rigido sistema dei visti e’ stato introdotto nel corso degli anni novanta, di seguito alla dissoluzione dell’ex Jugoslavia il cui obbittivo era quello di fermare l’ondata di profughi e immigrati clandestini dalle zone di guerra in Croazia, Bosnia Erzegovina e Kosovo. L’intera regione e’ diventata cosi’ un paradiso per la criminalita’ organizzata che ha trovato un grande profitto nel trasferimento clandestino di gente disperata in cerca di lavoro e di un rifugio sicuro. Secondo molti esperti di immigrazione, il sistema di visti e la rigida politica di immigrazione non hanno eliminato il fenomento dell’immigrazione clandestina e affermano che in gran parte ne aproffittano maggiormente i contrabbandieri.
Doris Pack, parlamentare europea e capo della delegazione per i Balcani, ha valutato il regime di visti, soprattutto quello che viene adottato per i Balcani, come controproducente, sia per la regione che per l’Europa. Secondo la Pack, questo sistema ostacola i cittadini semplici ad attraversare i confini ed entrare nell’Ue e costruisce una specie di muro intorno all’Unione. In tal modo, ritiene la parlamentare europea, ai giovani dell’area viene tolta l’occasione di costruirsi un’immagine sull’Ue.
Quanto alla Bosnia Erzegovina, l’unico paese dell’ex Jugoslavia che si trova ancora in attesa della firma sull’Accordo di stabilizzazione ed associazione con l’Ue, lunedi’ scorso, 26 maggio, e’ stato firmato l’accordo sulla libaralizzaizone dei visti con l’Unione europea, sempre come un primo passo nel processo il cui obiettivo e’ quello di arrivare alla libera circolazione dei cittadini della Bosnia Erzegovina nei Paesi dell’Unione. Anche Sarajevo, come poco prima la Serbia, dovra’ seguire una “road map” che prevede l’adozione di passaporti biometrici, una maggiore ed efficace gestione delle frontiere, la lotta alla immigrazione clandestina e alla corruzione nonche’ il rispetto dei valori democratici.
Salutando la decisione di Bruxelles, il premier della Bosnia Erzegovina, Nikola Spiric ha dichiarato che il suo governo comincera’ da subito l’impegno per concludere accordi bilaterali per le riammisioni di clandestini. L’accordo con l’Ue sui visti, ha sottolineato Spiric, rafforza l’orientamento europeista dei cittadini della Bosnia Erzegovina. La stampa bosniaca e’ stata comunque meno entusiasta. Cosi’ il quotidiano di Sarajevo “Dnevni avaz” scrive che la cerimonia che ha accompagnato la firma dell’accordo e’ stata, come di consueto, piena di “messaggi cortesi, dolci parole di promesse e speranze da entrambe le parti che l’ ingiustificato isolamento dei cittadini bosniaci durato quasi 20 anni in un tempo poco lontano diventera’ la parte brutta di una politica europea cambiata nei confronti del maggior numero di paesi dei Balcani occidentali”. Alla domanda quando la Bosnia Ezegovina potra’ finalmente ottenere la sua “road map” con la lista di condizioni e misure concrete che dalla cerimonia di apertura del dialogo conducono verso una piena liberta’ di circolazione dei cittadini della Bosnia Erzegovina, commenta “Dnevni avaz”, ne’ il vicepresidente della Commissione europea Jacques Berrot, ne’ il commissario Ue all’allargamento Olli Rehn, come nemmeno il premier Nikola Spiric non hanno potuto dare una risposta. Poiche’, come hanno sottolineato, i veri compiti sulla standardizzazione dei passaporti, sulla sicurezza dei dati personali dei cittadini, sulle modifiche di alcune leggi e sull’abilitazione delle istituzioni statali per i nuovi compiti, devono appena iniziare. Interrogato dalla stampa se la Bosnia Erzegovina dispone di capacita’ istituzionali per realizzare i prossimi impegni, il premier Spiric ha risposto di non temere la mancanza di tali potenziali ma di “essere preoccupato per la mancanza della volonta’ politica”.

(*) Questo è il testo della corrispondenza per lo "Speciale" di Passaggio a Sud Est, l'approfondimento settimanale che questa sera si occupa della questione dell'integrazione europea dei Balcani Occidentali e del regime dei visti per i cittadini provenienti da quella regione


28 maggio 2008


INTEGRAZIONE DEI BALCANI: UE A PIU' VELOCITA'

Di Artur Nura, corrispondente di Radio Radicale (*)

Per parlare del processo di integrazione europea dei Paesi dell'Europa sud orientale, vorrei dire che a differenza di Croazia, Macedonia e Turchia che sono paesi candidati (Croazia e Turchia hanno anche già aperto i negoziati di adesione), altri paesi come Albania, Macedonia e Kosovo sono paesi potenziali candidati assieme al Montenegro.La Macedonia ha firmato l’Accordo di stabilizzazione e associazione con l'Unione europea nel 2004 e dal 2005 è paese candidato, mentre il Kosovo rimane indubbiamente il caso più complesso date le difficoltà dal punto di vista politico e istituzionale.
Le autorità kosovare dovranno portare avanti le riforme prioritarie indispensabili per quando riguarda lo stato di diritto, l’economia, la pubblica amministrazione e i diritti delle minoranze. Una delegazione di deputati kosovari, guidati dal presidente dell'assemblea legislativa, Jakup Krasniqi, si è recata a Bruxelles per una visita al Parlamento europeo. La delegazione prenderà parte a una riunione organizzata dal Parlamento europeo e l'assemblea nazionale della Slovenia, e ci si aspetta che il presidente Krasniqi intervenga in sessione plenaria.
L'Albania ha avviato i negoziati per l’ASA con la Commissione europea all’inizio del 2003. Poi l’Accordo è stato firmato nel 2006 ed ha dato un ulteriore spinta alle relazioni con l’UE. In questo senso l’Albania si sta impegnando a realizzare le riforme di natura economica, politica e giudiziaria e a combattere la corruzione e la criminalità organizzata, questioni fondamentali per il processo di pre-adesione. Molte volte abbiamo citato differenti autorità europee che hanno dichiarato che il ruolo dell’Albania è stato molto importante per la stabilità della regione e si sono congratulati per il lavoro di mediazione svolto dai vari governi albanesi rispetto allo sviluppo della situazione nella regione. Mentre a Belgrado per molto tempo si è parlato della creazione di una "Grande Serbia", Tirana non ha sponsorizzato i progetti per la creazione di una "Grande Albania" perché ha sempre sperato che sia l’integrazione europea di tutti i paesi balcanici che dovrebbe esaurire tale volontà e necessità naturale politica di tutti gli albanesi dei Balcani a convivere.
Per essere piu concreto cercherò di portare la percezione generale dell’opinione pubblica che considera questo processo storico molto importante rimanendo sempre molto attenta su cosa succede strada facendo per l’Europa. Secondo diversi analisti questa politica di Tirana, Prishtina e della altre “capitali” dove gli albanesi sono la maggioranza risulta poco produtiva per l’integrazione europea. Questo pone molti dubbi ai cittadini comuni albanesi di questi stati. Quello che voglio dire è che questo lavoro eccellente svolto dagli albanesi non ha spinto le autorita europee a valutare questa volontà e i risultati positivi offrendo un “rimborso” come per esempio facilitando il processo di integrazione che è un proccesso più politico che burocratico e tecnico.
Proprio l'altro ieri, lunedì 26 maggio, la presidente del parlamento albanese, Jozefina Topalli, è intervenuta al Parlamento europeo per far sapere alla politica europea che a Tirana sono molto attenti agli standard europei che vengono applicati in modo diverso nei Paesi della regione balcanica. Topalli ha detto, per esempio, che non è giusto offrire diversi standard rispetto al regime dei visti per i cittadini balcanici. Alcuni giorni fa anche il premier albanese Sali Berisha, in un’intervista a “Euronews” rispondendo alla domanda del giornalista se esiste o no una politica europea di discriminazione nei confronti degli albanesi in relazione al regime dei visti, ha risposto che pensare che la Serbia è piu sicura dell’Albania per quanto riguarda i visti, è veramente, ma verramente non realistico.
Alcuni giorni dopo l'Unione Europea e la Bosnia Erzegovina hanno firmato l'accordo sulla liberalizzazione dei visti, un processo che ha come obiettivo di arrivare alla libera circolazione dei cittadini bosniaci nei Paesi dellUE, un passo molto importante nel processo di integrazione. In questo caso è stato detto che per giungere ad un regime facilitato dei visti Sarajevo dovrà seguire una "road map" che Bruxelles presenterà nelle prossime settimane e che prevede l'adozione di passaporti biometrici, la gestione efficace delle frontiere esterne, la lotta all'immigrazione clandestina e alla corruzione e il rispetto dei valori democratici. Doveri questi che l’Albania ha già fatto propri al massimo possibile. Per esempio è noto che l’emigrazione clandestina che proveniva dai territori dell’Albania è stata eleminata: l’Albania è stato il primo paese a firmare l’accordo bilaterale con l'Unione Europea per le riammissioni di clandestini che Bruxelles ha molto a cuore. I passaporti biometrici oramai sono in fase di realizzazione tecnica e molto presto saranno nelle mani dei cittadini.
Non riuscendo a capire la vera ragione del diverso atteggiamento di Bruxelles nei confronti dell’Albania rispetto ad altri paesi balcanici, posso citare ancora la presidente del parlamento albanese, Jozefina Topalli, che nel corso del suo intervento a Bruxelles ha definito la politica europea nei confronti del regime dei visti per i cittadini albanesi come “il nuovo muro di Schengen” eretto contro di loro.
Per tornare alla recente strategia europea che sulla liberalizzazione del regime dei visti sta applicando differenti velocità e differenti modalità ai diversi paesi dei Balcani, vorrei dire che tale politica differenziata aveva portato il governo di Skopje a propore un nuovo regime dei visti nei confronti degli albanesi, provocando reazioni molto critiche nei confronti della Macedonia. La cosa ha provocato scambi di accuse e contro accuse tra gli esponenti politici macedoni e albanesi della Macedonia. I mass media macedoni hanno fatto sapere che il nuovo regime dei visti tipo Schengen sarebbe stato applicato a circa 140 paesi compresi anche i paesi vicini inclusa l'Albania che ha un ruolo molto importante per l’economia e per le geopolitica della stessa Macedonia. Per fortuna la questione è stata poi risolta grazie alla volonta politica reciproca sia da parte di Skopje sia da parte di Tirana e non potrebbe essere differente, ma questa neccessità specifica la dovranno comprendere anche a Bruxelles.
Purtroppo la situazione si sta complicando in altri ambiti bilaterali come per esempio tra Italia e Grecia. L’opinione pubblica albanese ricorda la visita di Franco Frattini che quando era vicepresidente della Commissione Europea venne a Tirana allo scopo principale di aprire il dialogo per la liberazzazione del regime visti per i cittadini albanesi. Ora, il fatto che Fratini sia ministro degli Esteri del nuovo governo italiano che sta predisponendo politiche molto severe e restrittive sull'immigrazione solleva tanti dubbi nell’opinione publica albanese filo italiana. I giornali d’altra parte fanno notare che anche in Grecia, dove al governo come in Italia ci sono le forze del centro destra, esiste la volontà di ostacolare il movimento dei cittadini provenienti da alcuni paesi.
Secondo il giornale albanese “Shqip”, che cita fonti della stampa greca, ad Atene esisterebbe un progetto segreto del governo per trasferire con forza i tantissimi immigrati illegali. Cosa che ha provocato la reazione dell’opposizione di centro sinistra. Ma essendo in minoranza al parlamento sembra che non possono fare molto al riguardo e diversi analisti politici ad Atene prevedono un calo notevole delle forze di centro destra alle prossime votazioni in Grecia, visto che la situazione li è differente rispetto all’Italia dove il centro destra è tornato da pochissimo tempo al governo sull'onda di un grande consenso popolare.

(*) Questo è il testo della corrispondenza per lo "Speciale" di Passaggio a Sud Est, l'approfondimento settimanale che questa sera alle 23,30 si occupa della questione dell'integrazione europea dei Balcani Occidentali e del regime dei visti per i cittadini provenienti da quella regione


11 maggio 2008


DAI BALCANI: ELEZIONI IN SERBIA MA NON SOLO

Qui di seguito il testo della corrispondenza di Marina Sikora andata in onda a Radio Radicale nella puntata di ieri sera di "Passaggio a Sud Est" dedicata alle elezioni in Serbia ma anche alla tormentata questione della firma dell'Accordo di stabilizzazione e associazione della Bosnia Erzegovina con l'Unione Europea.

LA SERBIA AL VOTO: L’ENNESIMA SFIDA TRA EUROPEISTI E NAZIONALISTI
Domenica 11 maggio, i cittadini della Serbia sono chiamati un’altra volta, in breve tempo, alle urne: si svolgeranno le elezioni legislative anticipate in concomitanza con quelle amministrative.
Mercoledi’ scorso, al comizio finale della lista "Per una Serbia europea", svoltosi nella piazza principale di Belgrado, il leader del blocco proeuropeeo, il presidente Boris Tadic ha promesso agli elettori "che Vojislav Kostunica non sara’ mai piu’ presidente del governo della Serbia". Ha promesso inoltre che non rinuncera’ mai alla difesa dell’integrita’ della Serbia e del Kosovo seguendo a tal proposito una via pacifica. Le imminenti elezioni saranno un referendum sull’Europa o sull’isolamento – 200.000 lavoratori senza posto di lavoro, viaggi o muri intorno al Paese, ha detto Tadic. Ha ricordato che cosi’ e’ stato anche negli anni novanta quando il popolo serbo "ha scelto la via sbagliata e per questo i paesi confinanti sono adesso in precedenza". In caso di vittoria, e’ convinto il leader del Partito democratico, la Serbia potra’ raggiungere tutti questi paesi e perfino superarli.
Dal lato opposto, la principale forza di opposizione, l’ultranazionalista Partito radicale serbo, guidato tutt’ora, seppur dal carcere dell’Aja, dal leader Vojislav Seselj, accusato di complicita’ nei crimi di guerra in ex Jugoslavia. Il suo vice, Tomislav Nikolic nelle sue ultime dichiarazioni prima del silenzio elettorale ha affermato che dopo le elezioni "l’unica coalizione possibile" sara’ quella del Partito radicale serbo e il Partito democratico della Serbia di Kostunica, oppure la Serbia non avra’ un governo. L’offerta a Kostunica rimane sul tavolo, cosi’ come gli e’ stato proposto ancora un mese fa, ha spiegato Nikolic e secondo le sue valutazioni, il premier uscente accettera’ questa proposta. Per il quotidiano belgradese "Vecernje novosti" Nikolic ha detto che il posto del presidente del partito, Vojislav Seselj e’ nel governo e che l’imputato dell’Aja non vede l’ora di tornare ad occuparsi di politica.
Di seguito a queste dichiarazioni sulla possibile coalizione con Kostunica, il Partito democratico di Tadic in un comunicato stampa ha ribadito che le affermazioni di Nikolic rappresentano un annuncio definitivo di un "patto Seselj-Kostunica" che evidentemente rappresenta il rinunciamento all’orientamento democratico e il ritorno alla politica di isolamento e conflitti.
Giovedi’ sera, sempre nella piazza centrale di Belgrado, si e’ svolto il comizio finale del Partito democratico della Serbia e Nuova Serbia. In apertura e stato intonato l’inno dei cetnici. Per precisare, i cetnici furono nazionalisti serbi e collaboratori dei nazifascisti nella Seconda guerra mondiale, ma il termine poi’ continuo’ a designare il nazionalismo serbo anche nel dopoguerra e in particolare i guerriglieri serbi nei conflitti degli anni ’90 contro i croati.
Al comizio, accanto alle bandiere dei due partiti, le scritte "Kosovo e’ Serbia" e manifesti anche con foto di Vladimir Putin il cui messaggio personale di sostegno a Kostunica e’ stato letto durante il comizio. Presente anche l’esponente del partito governativo russo "Russia unita" Konstantin Kosacov, presidente della commissione esteri della Duma russa. Come ha detto, la sua presenza voleva essere una espressione di sostegno al popolo serbo nel tempo difficile quando al Paese si vuole togliere il Kosovo. L’appoggio alla Serbia, ha precisato Kosacov, e’ pero’ una sollecitazione al Paese "a fare la propria scelta" invece di imporrgliela.
Rivolgendosi alle migliaia di sostenitori presenti al comizio, il leder del Partito democratico della Serbia, Vojislav Kostunica ha annunciato che il primo compito del nuovo governo e del neo parlamento sara’ l’annullamento dell’accordo con l’Ue in quanto tentativo di togliere il Kosovo alla Serbia. Secondo Kostunica le imminenti elezioni sono molto importanti perche’ la Serbia dovra’ ottenere un governo nazionalmente responsabile che sara’ in grado di realizzare quattro obbiettivi importanti: la salvaguardia del Kosovo nell’ambito della Serbia, l’adesione all’Ue, ma soltanto con il Kosovo al suo interno, lo sviluppo della Serbia e la continuazione della lotta contro la criminalita’ e corruzione. In questo momento, accanto alla Serbia, oltre alla Russia, ha detto Kostunica, ci sono ancora 150 paesi, alludendo ai paesi membri delle Nazioni Unite che non hanno ancora riconosciuto l’indipendenza di Pristina. Cio’ conferma, ha aggiunto il premier serbo uscente, "che la Serbia si trova dalla parte della giustizia e della verita’".
Il contrasto all’interno del governo dimissionario e la conferma della sua divisione che ha causato la crisi politica e condotto alla convocazione delle elezioni anticipate si e’ manifestata pienamente all’ultima riunione del Consiglio dei ministri convocata ieri, venerdi’ nel corso della quale e’ stato ratificato l’Accordo di stabilizzazione e associazione firmato con l’Ue lo scroso 29 aprile a Lussemburgo. La ratifica e’ passata grazie al voto maggioritario dei ministri legati al presidente Tadic, nonostante la dura opposizione del premier uscente Kostunica e i suoi ministri i quali hanno abbandonato la riunione prima del voto.
Secondo gli ultimi sondaggi del Centro per le elezioni libere e democrazia (CeSid), la differenza tra i due principali schieramenti, solo qualche giorno prima del voto, sarebbe minima. L’ultranazionalista Partito radicale serbo potrebbe ottenere tra 1.400.000 e 1.550.000 voti, mentre la lista "Per una Serbia europea", guidata dal Partito democratico di Tadic e che include anche il G17 plus di Mladjan Dinkic, la Lega socialdemocratica della Vojvodina di Nenad Canak, il Partito democratico del Sandzaccato di Rasim Ljajic e il Partito serbo del rinnovamento di Vuk Draskovic tra 1.350.000 e 1.500.000 voti. La differanza di questo serratissimo testa a testa tra gli ultranazionalisti e i democratici sarebbe di solo un punto di distanza, ovvero 100.000 voti.
La coalizione Partito democratico della Serbia, di Kostunica e Nuova Serbia di Velimir Ilic, potrebbe raggiungere tra 450.000 e 550.000 di suffraggi. Il Partito liberal-democratico di Cedomir Jovanovic tra 270.000 e 330.000 voti mentre la coalizione guidata dai socialisti di Ivica Dacic tra 250.000 e 320.000 voti. Tutte queste formazioni potrebbero svolgere un ruolo da ago della bilancia, a partire dal Partito democratico della Serbia del presmier uscente Kostunica. Per i partiti delle minoranze, gli stessi sondaggi attriguiscono tra 100.000 e 130.000 voti. Sempre secondo il CeSid, alle elezioni di domani si prevede una partecipazione di circa 4,5 milioni di elettori di un totale del 6,7 milioni di elettori serbi. Gli esperti dell’organizzazione ritengono che la recente sigla dell’Asa, la campagna per l’Europa ma anche la campagna contro l’Europa hanno contribuito ad una crescita dell’appoggio dei citttadini della Serbia all’orientamento europeo del loro paese dal 30 al 41 per cento. Quanto alla fiducia dei cittadini nei politici, i sondaggi dimostrano che la maggiore fiducia gode il terzetto ultranazionalista radicale Nikolic, Vucic e Seselj, il 32 per cento, mentre Boris Tadic e i leader della coalzione "Per una Serbia europea" avrebbero un sostegno del 31 percento.

UE-SERBIA: LA PRIMA ROUD MAP
Solo alcuni giorni prima delle elezioni, alla Serbia e’ stata consegnata una prima road map sulla liberalizzazione dei visti. Il piano elaborato da Bruxelles e’ stato consegnato al presidente Tadic dal vicepresidente della Commissione europea, Jacques Barrot, commissario Ue ai Trasporti che sta esercitando anche le deleghe relative a Giustizia, liberta’ e sicurezza. A tal proposito, il commissario Barrot ha dichiarato a Belgrado che questa road map sia un’altra "prova della volonta’ dell’Ue di aprirsi alla Serbia" e ha invitato il Paese di confermare la prontezza politica per stabilire legami ancora piu’ forti con l’Unione. Secondo Barrot, il piano contiene una detagliata serie di misure che dovrebbero essere realizzate al piu’ presto e che fanno parte dell’impegno contro l’immingrazione clandestina, lotta contro il crimine organizzato e la corruzione nonche’ il rispetto dei valori democratici e dei diritti di base. In lingua serba, Barrot ha detto che "la Serbia e tutti i suoi cittadini sono benvenuti nella famiglia eurpea". La Serbia, ha assicurato il presidente Tadic, e’ decisa ad adempiere nel piu’ breve tempo possibile tutti gli obblighi definiti da questo piano affinche’ gia’ nel 2009 i suoi cittadini possano viaggiare nei paesi dell’Ue senza visti.

BOSNIA ERZEGOVINA: AMAREZZA E INSODDISFAZIONE PER RITARDI SU ASA
Il fatto che la Serbia abbia firmato l’Accordo di stabilizzazione ed associazione con l’Ue e in piu’ la trattativa sulla liberalizzazione dei visti che l’Ue ha gia' avviato con la Serbia ed altri Paesi dei Balcani, hanno provocato amarezza e disapprovazione in un’altro paese dell’ex Jugoslavia, la Bosnia Erzegovina che riguardante gli stessi argomenti sta’ ancora nella fila di attesa. Allo stato attuale, nonostante la recente approvazione delle leggi sulla riforma della polizia, che e’ stata la condizione chiave posta dall’Ue affinche’ la Bosnia possa firmare l’Accordo di preadesione, Sarajevo dovra’ aspettare almeno fino alla fine di maggio per, come spiegato "motivi tecnici" . L'inviato europeo, l’alto rappresentante per la Bosnia Erzegovina Miroslav Lajcak ha lanciato un appello affinche’ Bruxelles faccia il possibile per firmare subito l’Asa con la Bosnia prima che si perda il momento favorevole e la fiducia delle autorita’ bosniache. La firma dell'Asa, slittata gia' una volta alla fine di maggio, potrebbe subire un ulteriore spostamento per ritardi nella traduzione del testo nelle 27 lingue ufficiali dell’Ue piu' le tre della Bosnia.
Sia i leader bosniaci che i familiari delle vittime del genocidio di Srebrenica parlano di un’altra ingiustizia nei confronti della Bosnia criticando duramente il fatto che Belgrado ha avuto il via libera alla firma seppure rimane ancora del tutto non adempiuta la principale condizione di consegnare Ratko Mladic, ex generale serbo bosniaco, accusato dal Tpi di genocidio e crimini di guerra e contro l’umanita’, responsabile in particolare del massacro di Srebrenica. C’e’ da sottolineare pero’ che l’Accordo rest comunque congelato finche’ la la Serbia non avra’ raggiunto la piena collaborazione con la giustizia internazionale.
Capibile anche l’amarezza e la delusione che hanno espesso le madri di Srebrenica: ''Se l'Europa puo' accogliere un paese che offre rifugio ai criminali di guerra, e' un'Europa che non significa nulla per noi, ne' possiamo piu' sperare nel rispetto dei diritti umani'', hanno dichiarato le madri di Srebrenica a proposito della decisione da parte di Bruxelles di firmare l’Asa con la Serbia e sostenere in questo modo, poco prima del voto dell’11 maggio, le forze politiche pro-europee serbe. Secondo l’attuale presidente della presidenza tripartita della Bosnia Erzegovina, il leader musulmano Haris Silajdzic, la decisione a favore della Serbia dimostra che ''la Serbia gode di privilegi come nessun altro paese''. Per l’esponente croato della presidenza bosniaca, Zeljko Komsic, il privilegiamento della Serbia e’ un’altra ingiustizia a danno della Bosnia e dimostra come la ''burocrazia europea non segue gli standard ma una pura politica di interessi". Tutt’altra la reazione del premier della Republika Srpska, l’entita' a maggioranza serba, Milorad Dodik, il quale ha espresso soddisfazione per la buona notizia che contribuisce all’avvicinamento della Serbia all’Ue e ha ribadito al contempo il suo pieno sostegno all'orientamento europeo della Serbia.
Ad oggi, l’Ue ha siglato l’Asa, che rappresenta il primo passo formale del processo di adesione, con tutti i paesi balcanici, tranne con la Bosnia Erzegovina.

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