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passaggioasudest [ la realtà politica dell'europa sud orientale dai balcani alla turchia ]
 



Questo blog è dedicato ad un'area cruciale per il futuro europeo. Per l'area che va dai Balcani occidentali alla Turchia, infatti, passa il futuro dell'Unione europea come progetto politico così come il futuro di questi Paesi passa dalla scelta dell'integrazione in questo progetto.




"Dobbiamo ricordarci che l’informazione è un veicolo diretto all’utente, non è un soliloquio da parte del giornalista. Bisogna tenere sempre presente che chi è dall’altra parte del microfono deve poter comprendere una realtà in cui non è presente. Questo, penso, è il massimo sforzo che i giornalisti devono compiere".
Antonio Russo



"Il vero referendum sul futuro dell'Unione si terrà nei Balcani"
International Balkan Commission


"E poi, un giorno, è stato costruito un ponte che collegava le due rive del Bosforo. Quando sono salito sul ponte e ho guardato il panorama, ho capito che era ancora meglio, ancora più bello di vedere le due rive assieme. Ho capito che il meglio era essere un ponte fra due rive. Rivolgersi alle due rive senza appartenere".
Orhan Pamuk, Istanbul



Per inviare una email scrivi a pasudest@yahoo.it





16 ottobre 2008


OTTO ANNI FA, ANTONIO RUSSO

Antonio RussoOtto anni fa moriva Antonio Russo. Ero in redazione, a Radio Radicale, quella domenica 15 ottobre quando da Tbilisi arrivò a Roma la telefonata che annunciava che Antonio era scomparso. I suoi amici, radicali georgiani, preoccupati di non ricevere risposta alle loro telefonate, si erano recati a casa sua e l'avevano trovata aperta e con evidenti segni di una "perquisizione": di Antonio nessuna traccia. Mancavano anche il suo computer, la sua videocamera, gli strumenti di lavoro con cui stava documentando la guerra in Cecenia, documenti e registrazioni. Non erano stati toccati, invece, denaro e oggetti di valore
Da Tbilisi avvertirono subito la sede di Roma del Partito radicale e la radio della sparizione di Antonio. Devo dire sinceramente che all'inizio non ci preoccupammo eccessivamente. Ricordavamo tutti, avevamo vissuto tutti, "in diretta", la scomparsa di Antonio da Pristina, durante la guerra del Kosovo. Dopo qualche giorno di apprensione era ricomparso in Macedonia, in una colonna di profughi mescolato alla quale era riuscito a sfuggire ai paramilitari serbi. Non eravamo eccessivamente preoccupati, all'inizio, ma inquieti sì, perché molti elementi della scomparsa di Antonio questa volta facevano temere il peggio. Anche se la mente si rifiuta sempre di accettarlo, il peggio, almeno all'inizio.
Avevo visto Antonio l'ultima volta durante la sua ultima visita in Italia. Era venuto in redazione e mi ricordo che mostrava a tutti dei bei coltelli decorati che gli avevano regalato dei suoi amici ceceni. Mi ricordo che se gli chiedevi come aveva fatto a passare la frontiera con quelle lame sorrideva e restava sul vago... Bevemmo un bicchiere in un bar sotto la radio e ricordo che salutandolo gli raccomandai di stare in campana e guardarsi le spalle. "Tranquillo", mi disse sorridendo prima di salire sull'ascensore. Era fatto così.
Il 16 ottobre dall'ambasciata italiana a Tbilisi arrivò la notizia del ritrovamento del corpo senza vita di un cittadino italiano. Ci volle poco per avere la conferma che si trattava di Antonio. Era uscito vivo dalla regione dei Grandi Laghi, dalla kasbah di Algeri durante la guerra civile e dalla Pristina assediata e poi occupata dalle truppe di Milosevic. Non gli riuscì a Tbilisi. E di nuovo rivissi l'angoscia che avevo provato solo pochi anni prima, quando a Mosca era stato assassinato Andrea Tamburi, coordinatore dei radicali transnazionali in Russia.
Antonio Russo è deceduto probabilmente nella notte tra il 15 ed il 16 ottobre del 2000. Il suo corpo fu ritrovato ai bordi di una stradina di campagna a 25 km da Tbilisi. L'autopsia rilevò che aveva subito diverse violenze, che era stato torturato con tecniche riconducibili a quelle impiegate dai servizi segreti russi. Il materiale che aveva con sé - videocassette, articoli, appunti - non fu ritrovato.
Le circostanze della morte non sono mai state chiarite, ma numerosi indizi conducono al governo di Vladimir Putin a Mosca: Antonio Russo aveva infatti cominciato a trasmettere in Italia notizie imbarazzanti sulla guerra, e solo due giorni prima della morte aveva parlato alla madre di una videocassetta scioccante contenente immagini delle violenze dei reparti speciali russi ai danni della popolazione cecena. Secondo i suoi amici, Antonio aveva anche raccolto prove dell’utilizzo di armi non convenzionali contro bambini ceceni.
Non sapremo forse mai quali informazioni aveva raccolto Antonio. Come difficilmente sapremo chi ha ordinato la sua morte e chi lo ha assassinato. Resta il fatto che da quando Putin è salito al potere in Russia il numero di giornalisti, attivisti dei diritti umani e oppositori uccisi o seriamente minacciati aumenta di continuo. E' di queste ultime ore il tentato avvelenamento di Karina Moskalenko, legale della famiglia di Anna Politkovskaja di cui appena una settimana fa abbiamo ricordato il secondo anniversario dell'assassinio. Un omicidio senza mandanti e senza esecutori per il quale si celebra proprio in questi giorni un processo a porte chiuse davanti ad una corte militare.
I silenzi del governo italiano e in particolare del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, la sua continuamente rinnovata amicizia per Putin, la "comprensione" per l'intervento militare russo in Georgia, l'irritazione con cui rispose, qualche anno fa, ad un giornalista britannico che chiedeva conto a Putin della guerra in Cecenia, desta il sospetto di un inaccettabile e miope baratto tra difesa dei diritti umani e accordi commerciali che vengono periodicamente sottoscritti tra Roma e Mosca, in particolare per quanto riguarda il settore energetico, che hanno finito per determinare una preoccupante situazione di dipendenza energetica dell’Italia dal regime di Putin favorita anche dalle pericolose connessioni tra ENI e Gazprom.
Non dimenticare, continuare a parlare, a porre domande, è il minimo che possiamo fare per onorare la memoria di Anna Politkovskaja, di Antonio Russo e di tutti gli altri, per dare un senso alla loro morte.


15 aprile 2008


ITALIA: LA POLITICA ESTERA PROSSIMA VENTURA

Palazzo ChigiPassate le elezioni politiche italiane, registrata la vittoria a mani basse del centro-destra, è bene cercare di capire la politica che farà il nuovo governo Berlusconi-Bossi che potrà contare su una solidissima maggioranza parlamentare e quindi governerà per cinque anni. Uno dei temi fondamentali su cui il nuovo esecutivo dovrà misurarsi sarà la politica estera e di difesa. Un tema pressoché assente in campagna elettorale. Non è un eccezione per l'Italia e l'Italia non è nemmeno troppo un'eccezione da questo punto di vista. Però ha ragione Enzo Bettiza quando sulla Stampa dell'11 aprile ha parlato di una competizione elettorale che si è quasi del tutto "avvitata su sé stessa in una sorta di vuoto pneumatico scevro di proposte robuste e idee alte" per poi domandare: "Di quanta politica estera si è mai discusso in questa provincialissima caccia elettorale ai fedeli e agli infedeli?". Anche se interventi degni di nota ci sono stati - conviene l'editorialista della Stampa - questi sono però rimasti lontani dal tema cruciale per l'Italia: l'Unione Europea.
Spiega Bettiza: "E' qui, nell'agone europeo, che le politiche degli Stati membri cessano di essere estere ed è qui, come si è visto al vertice Nato di Bucarest, che da qualche tempo si va stagliando con crescente nettezza la svolta postgollista della Francia", con il presidente Sarkozy "deciso, così sembra, a voler dare a Parigi un ruolo guida nella costruzione europea" il cui perno dovrebbe essere quella Comunità di difesa europea che fu bocciata proprio dalla Francia nel 1954. Se questo progetto francese dovesse prendere corpo "ciascuno degli Stati membri peserà per quello che vale e che apporterà in termini di negoziato, di spesa, di risorse umane" mentre "coloro che non saranno disposti o capaci di investire denari e soldati su questo fronte transnazionale resteranno esclusi dalla cerchia degli Stati più influenti". E qui c'è il nocciolo della questione.
"Parlare di difesa segnifica parlare anzitutto di spesa", ma nei programmi sia del Pd che del Pdl mancano impegni chiari in questo senso. Quindi "se il sistema difensivo europeo diventerà politicamente decisivo nei prossimi anni, il valore e l'utilità di ogni Stato dell'Unione verranno commisurati in parte anche alla forza e alla credibilità della loro organizzazione militare". Si tratta di un tema impegnativo e scottante e Bettiza comprende che i partiti a caccia di elettori abbiano preferito sorvolare, ma chi governerà l'Italia - e ora sappiamo che saranno Berlusconi e Bossi - se lo ritroverà davanti ad ogni vertice europeo. Ciò significa, conclude Bettiza, che non ci saranno sconti per nessuno: anche gli Stati fondatori dell'UE "dovranno rimboccarsi le maniche e tenere svelto il passo in un ambiente europeo mutato: più concorrenziale, più combattivo e assai più esigente di una volta".

A completamento di quanto scritto da Enzo Bettiza mi pare interessante l'articolo di Emanuele Ottolenghi pubblicato sul Riformista di ieri. Rivolgendosi sia a Berlusconi che a Veltroni Ottolenghi individua "Sette punti cardine per una politica estera bipartisan" perché l'Italia è un paese con importanti ruoli e responsabilità internazionali e ha un ruolo chiave in molte missioni militari mentre la Nato rimane un'asse portante della politica europea. Inoltre, la nostra collocazione geografica fa del Mediterraneo un punto nevralgico dei nostri interessi nel momento in cui quest'area diventa un punto di scambio o di scontro cruciale per l'Europa e gli Usa da una parte e i loro partners o avversari dall'altra. Senza contare che il nostro bisogno di energia, al pari degli altri paesi europei, ci obbliga a compiere scelte precise in Medio Oriente o nel Caucaso.
Premesso questo, Ottolenghi indica e approfondisce i sette cardini di una politica estera italiana sulla quale Berlusconi e Veltroni dovrebbero trovare un'intesa bipartisan utile per il nostro paese. Io mi limito qui ad elencarli:
1. La vocazione transatlantica della nostra politica estera non deve essere sostituita da un progetto europeo in competizione con gli Usa
2. Il nostro contributo a missioni militari vicine e lontane deve crescere e in misura corrispondente devono crescere le nostre capacità
3. Dobbiamo accettare che per essere leader ed essere riconosciuti come tali dobbiamo assumerci costi e responsabilità conseguenti
4. La minaccia principale ai nostri interessi deriva dal terrorismo internazionale e dalla proliferazione nucleare
5. La difesa dei diritti umani non è uno slogan privo di significato anche se intralcia i nostri interessi economici
6. Bisogna mettere ordine nella nostra politica energetica
7. In Medio Oriente bisogna mantenere l'alleanza con gli Usa perseguendo alcuni obiettivi - la pace tra Israele e palestinesi, la tutela dell'integrità del Libano, la promozione di riforme sociali ed economiche, la garanzia dell'accesso alle risorse energetiche a prezzi ragionevoli, eccetera - che richiedono un riconoscimento delle nostre responsabilità e dei sacrifici che dobbiamo fare per raggiungerli.

Ora che abbiamo un panorama parlamentare più semplice, con praticamente solo due grandi forze che a parole dicono di voler collaborare sulle grandi questioni vitali per il paese, e che il governo potrà governare per tutto il mandato senza grandi rischi di immboscate parlamentari, avremo anche una classe politica all'altezza della grandi sfide geo-politiche che ci attendono? Ovviamente lo scopriremo solo vivendo ma intanto registro un piccolo fatto. Il primo atto di "politica estera" del presidente del Consiglio in pectore Silvio Berlusconi è quello di ospitare nei prossimi giorni "l'amico Vladimir" a Villa Certosa. Una piccola cosa, senza un valore formale, ma....

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