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passaggioasudest [ la realtà politica dell'europa sud orientale dai balcani alla turchia ]
 



Questo blog è dedicato ad un'area cruciale per il futuro europeo. Per l'area che va dai Balcani occidentali alla Turchia, infatti, passa il futuro dell'Unione europea come progetto politico così come il futuro di questi Paesi passa dalla scelta dell'integrazione in questo progetto.




"Dobbiamo ricordarci che l’informazione è un veicolo diretto all’utente, non è un soliloquio da parte del giornalista. Bisogna tenere sempre presente che chi è dall’altra parte del microfono deve poter comprendere una realtà in cui non è presente. Questo, penso, è il massimo sforzo che i giornalisti devono compiere".
Antonio Russo



"Il vero referendum sul futuro dell'Unione si terrà nei Balcani"
International Balkan Commission


"E poi, un giorno, è stato costruito un ponte che collegava le due rive del Bosforo. Quando sono salito sul ponte e ho guardato il panorama, ho capito che era ancora meglio, ancora più bello di vedere le due rive assieme. Ho capito che il meglio era essere un ponte fra due rive. Rivolgersi alle due rive senza appartenere".
Orhan Pamuk, Istanbul



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13 gennaio 2010


PASSAGGIO SPECIALE

La "casa gialla" dove sarebbero stati espiantati gli organi ai prigionieri serbi dell'UckQuesta sera lo Speciale di Passaggio a Sud Est in onda su Radio Radicale alle 23,30 si occupa della vicenda del presunto traffico di organi di cui sarebbero stati vittime prigionieri serbi dei guerriglieri albanesi dell'Uck durante il conflitto del Kosovo. 

Ascolta lo Speciale di Passaggio a Sud Est
Traffico di organi di prionieri serbi in Kosovo: mntatura o crimine di guerra?

Il caso fu sollevato da una affermazione dell'ex procuratrice dell'ICTY, Carla del Ponte, contenuta nel suo libro “La caccia”, pubblicato nell'aprile del 2008. Secondo l'ex procuratrice circa 300 prigionieri catturati durante la guerra in Kosovo nel 1999 sarebbero stati portati in Albania al termine della guerra da guerriglieri albanesi e poi uccisi. Gli organi sarebbero poi stati inviati all'estero per essere destinati al traffico illegale internazionale. Gli espianti, sempre secondo la Del Ponte, sarebbero avvenuti in una sala operatoria di fortuna in un edificio denominato la "casa gialla", situato in un villaggio nei pressi di Burrel nell'Albania settentrionale.

La questione per qualche tempo aveva anche ottenuto l'attenzione anche degli organi della giustizia internazionale, ma era stata in seguito abbandonata per mancanza di prove. Le accuse, appoggiate anche dall'organizzazione umanitaria Human Rights Watch (Hrw), sono sempre state smentite tanto dal presidente del Kosovo, Fatmir Seidju, che dal premier, Hashim Thaci. Della vicenda si sta occupando da tempo anche il Consiglio d'Europa attraverso l'inviato speciale Dick Marty, che sta conducendo una propria inchiesta.

Alla fine di dicembre il procuratore serbo per i crimini di guerra, Vladimir Vukcevic, ha comunicato l'identificazione di alcuni testimoni che sarebbero stati presenti durante le operazioni di espianto effettuate sui progionieri. Vukcevic, in un'intervista al quotidiano serbo Blic, ha aggiunto che il suo ufficio ha potuto parlare con alcuni di loro che però hanno rivelato di avere molta paura, anche il procuratore serbo garantisce che fra essi vi sono "persone credibili pronte a collaborare". Uno disegno in possesso della procura serba indicherebbe la posizione della cosidetta ''Casa gialla''. "Le famiglie della maggior parte di loro sono letteralmente ostaggio di coloro che sono pronti a tutto pur di nascondere le loro attività criminali", ha aggiunto Vukcevic.

La vicenda chiama in causa non solo gli ex guerriglieri dell'UCK, alcuni dei quali oggi hanno posizioni politiche di rilievo nel Kosovo indipendente, ma anche la autorità albanesi che fino ad oggi però non si sono mostrate disposte almeno per ora a fare luce sulla vicenda. L'iniziale disponibilità espressa dalla procuratrice generale albanese, Ina Rama, a collaborare con le autorità di di Belgrado è stata poi smentita, ed è stato negato anche la possibilità alla procura serba di recarsi sul posto per avviare proprie indagini. La posizione albanese si basa sul fatto che l'inchiesta intrapresa in precedenza da parte delle autorità internazionali in Kosovo era stata interrotta per mancanza di prove. Secondo le autorità albanesi cioò indica che la vicenda non sarebbe altro che “una mera speculazione priva di fondamento”.

L'opinione pubblica albanese ha reagito negativamente contro l'ex procuratrice che è stata definita anti-albanese, tendenziosa, manipolata dai serbi, mentre alcuni commentatori hanno dato spiegazioni di tipo psicologico sul suo comportamento. La maggior parte degli analisti e dei politici albanesi in Kosovo, e in Albania, hanno escluso ogni possibilità di traffico d'organi, sostenendo che le operazioni di espianto di organi richiedono condizioni igieniche che in Albania non possiedono neanche gli ospedali più sviluppati. Il rifiuto albanese di collaborare per indagare su quanto può essere avvenuto in una delle zone più isolate del paese (e che sfuggiva al controllo di Tirana nel caos in cui si trovava il paese 10 anni fa) solleva inevitabilmente qualche sospetto sulla diretta responsabilità dell'Albania.

Al momento della pubblicazione del libro dell'ex procuratrice, Olga Karvan, portavoce del Tribunale internazionale per i crimini di guerra nella ex Jugoslavia, dichiarò che gli investigatori delle Nazioni unite non avevano trovato «prove sostanziali» a sostegno della tesi del traffico d'organi. E Florence Hartmann – che era portavoce di Carla Del Ponte all'Aja – si è spinta addirittura oltre definendo «irresponsabili» le dichiarazioni del suo ex capo. «Mischiare i generi, giustapporre crimini che sono stati portati in tribunale e teorie non verificate di testimoni di cui lei non conosce niente, nemmeno l'identità, favorisce la confusione tra le chiacchiere e i fatti e rischia d'incoraggiare ogni tipo di revisionismo», ha scritto la Hartmann sulle pagine del quotidiano losannese Le Temps nell'aprile del 2008.

Interessante rileggere quanto scriveva nel marzo del 2008 Dejan Anastasijevic sulla rivista serba Vreme (titolo orig.: «Lov na bubrege», disponibile in traduzione italiana sul sito di Osservatorio Balcani).
Anche un semplice sguardo a questa parte di “La caccia” suscita molte più domande che risposte. I medici che “Vreme” ha consultato hanno preferito rimanere anonimi nel commentare quanto dice il procuratore, ma ritengono che estrarre un rene per il trapianto sia una impresa chirurgica complessa e che è difficile eseguirla al di fuori di cliniche ben attrezzate, così come lo stesso trasporto degli organi, la loro vendita e il trapianto comportano numerosi altri problemi. “Tutto è possibile se dietro di voi avete un’organizzazione di alta qualità, l’accesso a data base medici e molto denaro”, dice uno dei medici che vanta una lunga esperienza all’interno dell’Organizzazione mondiale della sanità. Tuttavia, sorge la domanda su come sia stato possibile che una tale impresa criminale, che per sua natura avrebbe dovuto includere un grande numero di collaboratori, sia rimasta fino ad ora invisibile [...]
D’altra parte, il traffico illegale di organi, e in particolare di reni, è un affare proficuo che spesso riceve l’attenzione dei media, ma nei casi fino ad ora confermati i donatori hanno partecipato volontariamente, per soldi [...]
La storia di Carla del Ponte ha risvegliato il ricordo di molte storie simili che il sottoscritto ha avuto modo di sentire durante la guerra in Bosnia e in Croazia, tutte inesatte. Durante l’assedio di Vukovar, la stampa croata era piena zeppa di testi su come il reparto medico della JNA (esercito popolare jugoslavo, ndt.) estraesse dai prigionieri e dai morti gli organi e di come poi venissero trasportati coi frigoriferi a Belgrado, ma tutte queste storie si sono dimostrate una vergognosa propaganda di guerra. Con buona probabilità si può ritenere che le affermazioni di “giornalisti affidabili” che la Del Ponte ha incluso nel libro appartengano a questa identica categoria.
Con tutto ciò, ovviamente, non si vuol dire che durante la guerra in Kosovo non ci siano stati molti crimini ma forse non così attraenti per i media. Le persone i cui cari sono scomparsi durante la guerra in Kosovo, e i cui corpi fino ad oggi non sono ancora stati trovati, hanno sofferto abbastanza anche senza che la Del Ponte, con l’aiuto dei media locali assetati di sangue, gli metta in testa queste cose. Dall’aver inserito questo episodio nel libro, così come la trasmissione acritica dello stesso, non si può concludere diversamente che si tratta di una cosa senza sentimenti, amorale e dannosa.

Il disegno in possesso della procura serba per i crimini di guerra che mostra l'ubicazione della "casa gialla"


27 giugno 2007


KOSOVO: USA E UE NON CONVINCONO MOSCA

Qui di seguito la corrispondenza settimanale di Marina Sikora per la puntata di “Passaggio a sud est”, il settimanale di Radio Radicale dedicato alla realtà politica dell'Europa sud orientale, andata eccezionalmente in onda domenica 24 giugno riascoltabile e scaricabile sul sito www.radioradicale.it. Il tema centrale è ancora una volta il Kosovo, la mediazione proposta da Usa e Ue ma respinta da Mosca che continua a sostenere il rifiuto della Serbia ad ogni ipotesi di indipendenza della provincia a maggioranza albanese. Inaspettato il sostegno a Belgrado arrivato dalla procuratrice generale del Tribunale internazionale per la ex Jugoslavia, Carla Del Ponte, preoccupata di non compromettere il ritrovato clima di collaborazione tra le autorità serbe e il Tpi per la cattura degli ultimi latitanti accusati di crimini di guerra.

LA PROPOSTA EURO-STATUNITENSE INACCETTABILE PER LA RUSSIA
Per quanto rigurada ulteriori sviluppi sulla questione Kosovo al Palazzo di Vetro, questa settimana, gli Stati Uniti e i partner europei, cioe’ Francia, Gran Bretagna, Italia, Belgio e Slovacchia, attuali membri del Consiglio di Sicurezza, hanno sottoposto una nuova bozza di risoluzione all’esame del Consiglio di Siruezza. Il tentativo e’ sempre quello di offrire un documento accettabile alla Russia per evitare scontri diretti in forma di un veto russo al momento del voto sulla risoluzione. Il documento modificato consiste in un rinvio di 120 giorni della decisione sullo status definitivo del Kosovo. Il segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon avrebbe il compito di convocare i leader serbi e kosovari per ulteriori quattro mesi di negoziati al termine dei quali, se non deciso diversamente dal Consiglio di Sicurezza, scatterebbe l’attuazione del piano del mediatore Martti Ahtisaari. Il piano, come ben noto, prevede l’indipendenza sorvegliata
dalla comunita’ internazionale, l’Ue in prima fila con una missione civile e giudiziaria. L’Ue metterebbe a disposizione anche una forza di polizia a fianco della attuale forza di pace Nato di 16.500 uomini.
La novita’ della bozza attualmente in considerazione riguarda anche la nomina di un nuovo rappresentante del segretario generale dell’Onu per sorvegliare il processo di negoziati. Ma la Russia considera anche questa terza bozza di risoluzione “inaccettabile” poiche’ come ha spiegato l’ambasciatore russo alle Nazioni Unite Vitaly Curkin, e’ inaccettabile l’automatismo con il quale a termine dei 120 giorni dovrebbe scattare l’attuazione del piano Ahtisaari. La Russia respinge l’idea di fissare un periodo preciso per le consultazioni e critica il documento perche’ esso prevede “che il Consiglio di sicurezza deciderebbe adesso su quello che dovrebbe accadere in quattro mesi”. In Serbia consueta soddisfazione per il sostegno russo alla politica di principio della Serbia contro l’indipendenza del Kosovo. Affermando che Belgrado condivide pienamente le posizioni di Mosca, il neoministro per il Kosovo Slobodan Samardzic ha dichiarato che la Serbia non ha bisogno di una nuova risoluzione prima della ripresa dei negoziati, soprattutto non di una risoluzione che fissa delle scadenze per i negoziati e definisce gia’ in anticipo il loro esito. Samardzic e’ dell’opinione che la nuova proposta di risoluzione non sollecita in nessun modo la parte albanese a partecipare nei colloqui ma offre invece un segnale sbagliato che bisogna avere pazienza soltanto altri quattro mesi prima della decisione finale, la quale sara’ comunque un’ indipendenza sorvegliata, ma a quel punto accettata anche dalla Russia e perfino dalla Serbia.
A questo si aggiungono nuove dichiarazioni del premier serbo Kostunica per ribadire che la risoluzione e’ in contrasto con la Carta delle Nazioni Unite.
Kostunica ha invitato i paesi occidentali che hanno proposto la nuova bozza di risoluzione di ritirarla perche’ prevede “la rapina di una parte significativa del territorio serbo”. Il governo serbo ha inviato ufficialmente al segretario generale delle Nazioni Unite la proposta di rinnovo dei colloqui sul futuro status della regione precisando che per la ripresa dei negoziati non c’e’ bisogno di una nuova risoluzione ma della buona volonta’ di mettersi al tavolo e cercare attraverso il dialogo una soluzione di compromesso. La partita rimane aperta e l’attenzione si sposta ora sul prossimo incontro tra il presidente americano George W.Bush e quello russo Vladimir Putin previsto per l’1 e 2 luglio a Kennebunkport, nel Maine. Il presidente statunitense sperava di giungere a questo appuntamento con la questione delicata gia’ risolta ma stando alle ultime informazioni non bisogna aspettarsi svolte decisive nemmeno in questa occasione.
Da segnalare che il Kosovo sara’ inevitabilmente tema di colloqui tra il presidente russo Vladimir Putin e il suo omologo serbo Boris Tadic ai margini del summit energetico dell’Europa sudorientale che si svolgera’ a Zagabria il 24 giugno. Il vertice di Zagabria prevede la partecipazione dei capi di stato della regione: Croazia, Bosnia Erzegovina, Serbia, Montenegro, Bulgaria, Romania, Albania e come ospite speciale il presidente russo Putin. Secondo alcuni analitici e’ previsto che il presidente russo rilanciera’ il progetto Druzba Adria, un progetto molto a cuore a Mosca che due anni fa e’ stato arrestato nella sua realizzazione poiche’ bocciato lo studio di impatto ambientale. Il progetto prevedeva l’arrivo al porto petrolio vegliota di Castelmuschio (Omisalj) di circa 15 milioni di tonnellate di greggio russo all’anno, provenienti tramite oleodotti dalle regioni caspico-caucasiche. La bocciatura del progetto aveva suscitato soddisfazione degli ecologisti quarnerini e istriani, nonche’ quelli italiani e sloveni. Ma sembra che ora l’arrivo di Putin a Zagabria sara’ l’occasione di riproporre ai sui interlocutori, all’ospitante presidente croato Mesic e al premier Sanader, la ralizzazione di questo progetto.

CARLA DEL PONTE: RINVIARE LA DECISIONE SUL KOSOVO
Nel suo ultimo intervento al Consiglio di Sicurezza in vista della conclusione del suo mandato che termina il prossimo settembre, Carla del Ponte ha avvertito che la persistente latitanza di Radovan Karadzic e Ratko Mladic e’ “una costante macchia sul lavoro del Tribunale” e che la loro prolungata impunita’ minaccia seriamente tutti gli sforzi per portare giustizia alle vittime e influisce sulla credibilita’ dello stesso Tribunale. Per questo motivo e’ piu’ che indispensabile, ritiene la Del Ponte, l’aiuto dell’Ue e di altre organizzazioni regionali e Stati, per continuare a sollecitare i paesi dell’ex Jugoslavia di collaborare pienamente con il Tpi. Per la prima volta negli ultimi otto anni, la procuratrice generale ha valutato positivamente la collaborazione di tutti i paesi della regione. Considerando essere raggiunto “un certo progresso” nel processare i crimini di guerra davanti ai tribunali nazionali di Zagabria, Belgrado, Sarajevo e Skopje, Carla del Ponte ha invitato la comunita’ interanazionale di “rimanere sveglia” poiche’ rimane la tentazione delle autorita’ locali di intromettersi in questi processi. Secondo lei di cruciale importanza e’ il monitoraggio internazionale dell’OSCE.
Quanto all’indipendenza del Kosovo, Carla del Ponte e’ del parere che ci possano essere interferenze con l’azione del Tribunale e che vengano compromessi gli sforzi per ritrovare ed arrestare i rimanenti quattro fuggiaschi. Secondo lei, la decisione sull’indipendenza del Kosovo complicherebbe la posizione politica della leadership di Belgrado e cio’ potrebbe ostacolare la collaborazione con il Tribunale. Per questo motivo, Carla del Ponte ha auspicato che le Nazioni Unite non decidano immadiatamente sul futuro del Kosovo e consentano il tempo utile finche’ gli ultimi latitanti non si trovino sul banco degli imputati. Dichiarazioni innaspettate che rispetto alla questione delicata del Kosovo ora trovano la procuratrice generale dell’Aja in qualche modo a fare da sponda con le autorita’ di Belgrado che ancora poco tempo fa sono state oggetto delle sue piu’ aspre critiche e polemiche per le mancate promesse di collaborazione con la giustizia internazionale. Una presa di posizione che si oppone a soluzioni immediate sullo status del Kosovo sembrano essere una sorta di compensazione per le recenti dimostrazioni di sviluppi positivi nella caccia contro gli ultimi ricercati. Per il presidente del Consiglio nazionale per la collaborazione con il Tribunale dell’Aja Rasim Ljajic, le dichiarazioni di Carla del Ponte non sono sorprendenti. Ljajic ha precisato che la procuratrice aveva gia’ espresso queste opinioni durante la sua recente visita a Belgrado il che ha sorpreso molti, ma e’ anche la conferma che la procuratrice generale dell’Aja ha capito che la Serbia non merita di essere sottoposta a pressioni eccessive e che per una efficace conclusione della collaborazione con il Tribunale, la priorita’ di tutti in questo momento, ha detto Ljajic, sarebbe opportuno di allungare i tempi per la soluzione dello status del Kosovo.
Tutt’altre le reazioni del governo kosovaro il quale ha contestato fortemente le dichiarazioni della Del Ponte, considerando innaccettabile qualsiasi collegamento dello status del Kosovo con il Tribunale dell’Aja. Il governo del Kosovo sottolinea che la procuratrice generale aveva gia’ diverse volte oltrepassato il limite tra il suo incarico e la politica.


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19 giugno 2007


LA COMPLICATA PARTITA POLITICA CHE SI GIOCA SUL KOSOVO

La Comunità internazionale sembra orientata a rinviare la discussione del “piano Ahtisaari” che prevede l'indipendenza della provincia sotto controllo internazionale. Il piano è al centro di uno scontro diplomatico con gli Usa a alcuni paesi dell'Ue che spingono per una sua rapida approvazione da parte del Consiglio di sicurezza dell'Onu, mentre la Russia si oppone con forza e minaccia di bloccare il progetto esercitando il suo diritto di veto. La Francia, dal canto suo, propone di ritardare di sei mesi la discussione del piano per dare ancora un po' di tempo ai negoziati bilaterali tra serbi e albanesi kosovari. Un'ipotesi, questa, a cui l'Italia, favorevole all'indipendenza ma sensibile anche alle ragioni di Belgrado e preoccupata di non isolare la Serbia dal contesto occidentale, non è contraria.
Questa possibilità si scontra però con la realtà dei fatti. Un anno di negoziati diretti tra le parti non ha portato a nessun progresso, come ha ricordato lo stesso Martti Ahtisaari nelle due audizioni avute al Parlamento italiano la scorsa settimana. La Serbia è sempre pronta a continuare i negoziati sul futuro del Kosovo e ad offrire l'autonomia a Pristina, come ha ribadito oggi il ministro degli Esteri, Vuk Jeremic, ma non intende rinunciare alla sua integrità territoriale e alla sua sovranità. Dall'altra parte, invece, non c'è nemmeno la disponibilità ad un supplemento di negoziato: "Per Pristina i negoziati sono finiti. Per noi il piano del mediatore dell'Onu, Martti Ahtisaari, non è negoziabile", ha dichiarato ieri il premier albanese kosovaro Agim Ceku.
Secondo il nostro ministro degli Esteri il punto di vista dei serbi che vivono in Kosovo non è però così ''intransigente'' come quello di coloro che vivono a Belgrado “anche se forse non possono dirlo ad alta voce”. “Essi sanno”, dice D'Alema, “che nel pacchetto di proposte del negoziatore Onu Martti Ahtisaari, anche se il prezzo da pagare è l'indipendenza, ci sono delle contropartite''. Soprattutto “temono lo status quo, temono che il perdurare di una situazione di incertezza possa alimentare di nuovo lo scontro di tipo etnico'': in sostanza secondo il nostro ministro ''sono più interessati alla ricerca di una soluzione negoziata''.
Un aiuto a Belgrado viene, inaspettatamente, dalla procuratrice del Tribunale internazionale per l'ex Jugoslavia, segno evidente del nuovo corso che hano preso i rapporti tra autorità serbe e tribunale dopo la formazione del governo democratico ed europeista e soprattutto dopo la cattura di due importanti ricercati per crimini di guerra come Tolimir e Djordjevic. Carla Del Ponte si è infatti dichiarata a favore di un rinvio della decisione sullo status finale del Kosovo: parlando a New York davanti al Consiglio di sicurezza dell'Onu, ha detto che "una decisione interferirebbe sulla cooperazione tra le autorità serbe e il Tpi".
Da questa cooperazione dipende il procedere della Serbia sul cammino verso l'integrazione nell'Ue (ripreso da pochi giorni dopo la sospensione decisa proprio per la scarsa collabnorazioen con il Tpi). Belgrado, ovviamente, cerca di legare almeno in parte la propria disponibilità verso il tribunale e il negoziato con Bruxelles alla questione del Kosovo. Bruxelles da parte sua, altrettanto ovviamente, nega che le due questioni possano essere legate. Tuttavia è indubbio che la concreta prospettiva di integrazione euroatlantica è la contropartita da tempo sul tavolo per compensare la Serbia per la perdita del Kosovo. Le parole della procuratrice hanno quindi un peso politico nella complicata partita che si sta giocando e le cui conclusioni avranno un peso ben al di là dei confini balcanici.


12 giugno 2007


NOTIZIE DAI BALCANI

Quella che segue è la trascrizione della corrispondenza di Marina Sikora per la puntata di sabato 9 giugno di “Passaggio a sud est”, il settimanale di Radio Radicale dedicato alla realtà politica dell'Europa sud orientale. In primo piano la notizia sull’imminente ripresa dei negoziati per l'Accordo di associazione e stabilizzazione della Serbia con l’Ue. La notizia è anche in stretto collegamento con l’esito della visita della procuratrice generale del Tribunale internazionale per la ex Jugoslavia, Carla del Ponte, a Belgrado, ma va anche posta nel contesto di una prospettiva di apertura verso la Serbia per rendere meno frustrante la sempre più vicina perdita della sovranità sul Kosovo. Si parla inoltre della Croazia e dell’elezione del nuovo presidente dei socialdemocratici croati, ovvero la persona che guiderà il più forte partito di opposizione dopo la recentissima scomparsa di Ivica Racan, leader storico del partito.

DEL PONTE A BELGRADO: L’UE ANNUNCIA LA RIPRESA DEI NEGOZIATI CON LA SERBIA
Per la Serbia, la notizia della settimana e’ l’annuncio della ripresa dei negoziati per un accordo di associazione e stabilizzazione della Serbia con l’Ue il 13 giugno prossimo. Lo ha reso noto il presidente della Commissione europea Jose Manuel Barroso esprimendo soddisfazione per il miglioramento della cooperazione del governo serbo con il Tribunale penale internazionale dell’ex Jugoslavia. “Voglio incoraggiare la Serbia di proseguire a migliorare la collaborazione con il Tribunale dell’Aja per accertare che tutti i ricercati siano assicurati alla giustizia in modo da realizzare la riconciliazione nei Balcani occidentali” ha detto Barroso. Una notizia questa che forse nemmeno le autorita’ serbe si aspettavano giungesse prima della presentazione del rapporto della procuratrice generale dell’Aja Carla del Ponte al Consiglio di Sicurezza il 18 giugno prossimo. Il tutto accade a conclusione di una visita di quattro giorni della procuratrice generale a Belgrado che indubbiamente e’ stata decisiva per sbloccare i negoziati di preadesione rimasti fermi da oltre un anno. Infatti, ancora prima della decisione della Commissione Europea, Carla del Ponte aveva chiamato il commissario all’allargamento UE Olli Rehn informandolo dei suoi colloqui positivi con i vertici serbi. Gia’ la formazione del neogoverno serbo rappresentava il contesto nuovo per contribuire a disgelare i rapporti assai compromessi tra la Serbia e il Tribunale dell’Aja. Come affermato durante l’incontro del premier Vojislav Kostunica con Carla del Ponte, il nuovo governo ha assunto tra le sue ''cinque priorita' programmatiche'' quella di portare quanto prima a compimento gli obblighi verso il Tpi anche nel nome dell’interesse nazionale della Serbia democratica. A questo proposito e’ stato creato il nuovo Consiglio per la sicurezza nazionale che servira’ ad intensificare le attivita' di tutti gli organi dello Stato. Ma a rimediare il dialogo con il Tpi ha contribuito soprattutto la recentissima cattura e consegna all’Aja di uno degli ultimi ricercati, l’ex generale serbo bosniaco Zdravko Tolimir, considerato il braccio destro del ricercato numero uno Ratko Mladic. E’ proprio con questa azione di arresto che Belgrado ha voluto guadagnarsi i massimi voti da parte delle istituzioni internazionali che avevano deciso nel maggio del 2006 di bloccare il cammino della Serbia verso l’adesione all’Ue.
Quanto alle informazioni della radio e televisione B92, durante l’ncontro con Kostunca e altri esponenti del governo serbo, Carla del Ponte e’ stata meno entusiasta di quanto lo si aspettava e i colloqui sono proseguti in un’atmosfera “misuratamente cordiale”. Ribadendo la soddisfazione del Tpi per la consegna di Tolimir, la procuratrice generale non ha mancato pero’ di mettere sul tavolo del procuratore per i crimini di guerra Vladimir Vukcevic un manifesto contenente i nomi e le foto degli altri 5 imputati latitanti. Secondo Del Ponte, tutti loro, quindi Ratko Mladic, Radovan Karadzic, Stojan Zupljanin e Goran Hadzic si trovano sul territorio della Serbia tranne Vlastimir Djordjevic che secondo alcune informazioni potrebbe essere in Russia. E mentre le autorita’ di Belgrado affermano che l’azione di cattura di Tolimir e’ stata compiuta sul territorio della Republika Srpska e che il ministero degli interni serbo ha aiutato l’operazione, le informazioni della procuratrice generale coincidono con quanto affermato dallo stesso Tolimir durante la sua prima apparizione in aula – di essere stato trasferito all’Aja dalla Serbia passando per la Rs. Significativo e’ stato comunque il fatto che i coordinatori del Piano d’azione Vladimir Vukcevic e Rasim Ljajic non sapevano nulla di questa operazione, stesso per quanto riguarda il presidente Boris Tadic. Se l’operazione sia stata compiuta in Serbia o nella Republika Srpska meno importa, molto piu’ significativa e’ la dimostrazione che le autorita’, se vogliono, possono trovare e arrestare gli imputati latitanti.
Va sottolineato che per la prima volta negli ultimi otto anni del suo mandato, la procuratrice generale si e’ recata nella capitale serba su invito del premier e del presidente della Serbia e questa volta, il risultato, come le ultime notizie lo dimostrano, e’ stato assai positivo. Dopo i passi concreti, quali l’istituzione del Consiglio per la sicurezza nazionale e l’ arresto di Tolimir, Carla del Ponte si e’ detta convinta della volonta’ politica delle autorita’ serbe a portare a compimento gli impegni assunti nei confronti della giustizia internazionale. Nell’incontro con il presidente della Serbia Boris Tadic, Carla del Ponte ha ribadito che il suo rapporto al Consiglio di sicurezza sara’ positivo ma che fino alla data della presentazione di questo rapporto aspettera’ ulteriori passi concreti della Serbia nella cooperazione con il Tpi. Le sue aspettative riguardano ora il piu’ rapido possibile arresto di Ratko Mladic.
Il quotidiano belgradese “Blic” nella sua edizione di giovedi’ ha scritto che Carla del Ponte non ha portato a Belgrado informazioni sul luogo dove potrebbe nascondersi Ratko Mladic ma non ha sputo nemmeno del suo nascondiglio dalle autorita’ serbe o dal team incaricato per il lavoro operativo. Cio’ nonostante, affermano le fonti di “Blic” vicine al governo, il fatto che Tolimir si trovi all’Aja, per la procuratrice generale e’ al momento l’unica ma anche sufficente informazione che riesce a convincerla che anche Mladic si trovera’ ben presto all’Aja. Carla del Ponte ha evidentemente cambiato tattica e riunuciato alla politica di pressione sempre meno sostenuta dai partner dell’Ue impegnati su questioni assai piu’ difficili come lo status del Kosovo, scrive “Blic”. La Del Ponte non ha altra scelta che esprimere ottimismo poiche’ sa che se rimanesse in guerra con i capi dei servizi segreti serbi, allora non c’e’ nessuna possibilita’ di vedere Mladic all’Aja. E’ praticamente costretta ad offrire sostegno alle autorita’ di Belgrado, affermano le fonti di “Blic”. Queste come altre speculazioni mediatiche, con la decisione dell’Ue di riprendere il 13 giugno i negoziati d’associazione e stabilizzazione con Belgrado, vanno comunque in secondo piano.
La notize della ripresa dei colloqui con l’Ue e’ stata accolta con piena soddisfazione dalle massime cariche della Serbia. Sia il presidente Tadic che il premier Kostunica riaffermano la prontezza di impegnarsi al massimo per portare a compimento la collaborazione con il Tribunale dell’Aja. “La Serbia doveva farlo da lungo tempo. Dobbiamo subito metterci al lavoro per riguadagnare quello che abbiamo perso, concludere quanto prima l’Accordo e presentare al piu’ presto la candidatura di adesione all’Ue” ha detto il presidente Boris Tadic. Per il premier Kostunica si tratta di ''uno sviluppo molto positivo". ''E' una buona notizia che porta stabilita' e rafforza le relazioni di partneriato tra l'Ue e la Serbia, ha detto il primo ministro serbo sottolineando che esiste una chiara volonta' politica del governo serbo di adempiere a tutti gli obblighi internazionali. Il vice premier e capo del nuovo team negoziale con l'Ue Bozidar Djelic ha ipotizzato che la cooperazione con il Tpi potrebbe arrivare a compimento entro la fine di luglio e che allo stesso tempo potrebbero concludersi i negoziati di preadesione. Djelic ha ricordato che il compimento della collaborazione con il Tribunale dell’Aja e’ la condizione per firmare l’Accordo di associazione e stabilizzazione.

KOSOVO: LA RUSSIA SEMPRE PIU’ SOLIDALE CON LA SERBIA
Come sappiamo, il vertice del G8 di Heiligendamm ha raggiunto un accordo che i grandi della Terra considerano storico poiche’, nonostante si temeva un aumento di tensioni e il fallimento nell’avvicinamento delle posizioni, almeno per quanto riguarda la lotta al cambiamento climatico, secondo l’accordo raggiunto, gli otto si impegnano a lavorare per una riduzione sostanziale dei gas a effetto serra. Il compromesso trovato e’ contenuto nel documento in cui si afferma che deve essere presa in considerazione la decisione di Germania, Francia, Italia, Canada e Giappone di ridurre del 50% i gas nocivi entro il 2050 rispetto ai livelli odierni. Ma quanto alle questioni legate strettamente alla politica estera e riguardante l’argomento che ogni settimana stiamo trattando in questo spazio che e’ la qustione del Kosovo, le posizioni tra le due principali potenze, Stati Uniti e Russia rimangono contrastanti anche se, come risulta dalle ultime notizie, ci potrebbero essere dei piccoli passi verso “interessanti cambiamenti negli atteggiamenti”. Queste e’ quanto affermano alcune fonti russe.
Al momento le grandi potenze sono riuscite a raggiungere un accordo sul rinvio del voto sulla risoluzione Kosovo al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. La decisione si basa sulla proposta del presidente francese Nicolas Sarkozy di acconsentire altri sei mesi per riesaminare il futuro status del Kosovo. Sarkozy ha proposto a Putin di riconoscere innanzitutto ''la prospettiva ineluttabile'' dell'indipendenza del Kosovo. Belgrado e Pristina nel corso di sei mesi riprenderebbero un nuovo ciclo negoziale per tentare di trovare una soluzione migliore riguardante lo status della regione. A termine di questo periodo o sarebbe trovata e accettata questa nuova proposta di statuto oppure sara' applicato quello contenuto nel piano del rappresentante dell'Onu Martti Ahtisaari. Con la sua proposta, Sarkozy ha spiegato di volere evitare di andare subito ad un conflitto precisando che sarebbe una situazione molto difficile proporre una mozione al Consiglio di sicurezza dell'Onu, e dover affrontare un veto russo.
D’altronde, sempre piu’ esplicito e’ il sostegno della Russia alla Serbia che in questi giorni trova conferma nelle dichiarazioni dei ministri degli esteri dei due paesi. Infatti, la solidarieta’ di Mosca a Belgrado e’ stata fermamente ribadita durante l’incontro tra il ministro degli esteri russo Serghei Lavrov e il suo omologo serbo Vuk Jeremic. Nel corso di questa settimana, si e’ compiuto il primo viaggio del nuovo capo di diplomazia serbo fuori dalla regione balcanica, giunto a Mosca per una due giorni di incontri con le autorita’ russe che precedono l’incontro del presidente russo Vladimir Putin con il premier serbo Vojislav Kostunica in programma il prossimo fine settimana a San Pietroburgo, durante il forum economico russo.
I capi della diplomazia russa e serba hanno espresso congiuntamente un atteggiamento negativo verso il progetto di risoluzione del consiglio di sicurezza dell’Onu per i Kosovo che per quanto riguarda gli Stati Uniti dovrebbe essere portato al voto in pochissimo tempo. Lavrov e Jeremic auspicano ultreriori colloqui tra Serbia e Kosovo con una mediazione internazionale bilanciata.
"Spero che vincera’ la ragione e che si ricorrera’ a cercare una soluzione di compromesso” ha detto Jeremic aggiungendo che non bisogna sottovalutare la capacita’ e la prontezza del governo serbo di negoziare per raggiungere questo compromesso non trascurando minimamente il diritto internazionale e gli uguali diritti delle due parti nel processo negoziatorio. Anche il premier serbo Kostunica nel corso di questa settimana, in diverse occasioni, ha ribadito l’assoluta contrarieta’ della Serbia all’indipendenza del Kosovo e ha avvertito che “sarebbe particolarmente irresponsabile e destruttivo” se il fallimento del voto sulla risoluzione, poiche’ la Russia condivide pienamente le posizioni serbe, diventasse un pretesto agli separatisti albanesi di proclamare unilateralmente l’indipendenza. Kostunica ritiene un tale atteggiamento del tutto sbagliato che avrebbe conseguenze irreparabili per la stabilita’ della regione e vi contrappone la necessita’ di iniziare “i veri negoziati”. In questo senso, il prossimo incontro con il presidente russo Putin, ha sottolineato Kostunica, sara’ l’occasione per esaminare idee nuove su come, attraverso un processo di negoziati, raggiungere una soluzione di compromesso. Il momento in cui avviene questo incontro, ha detto Kostunica, e’ di particolare importanza, considerando quanto sul Kosovo si e’ discusso al vertice G8 come anche il prossimo incontro tra Bush e Putin all’inizio di luglio.

CROAZIA: ZORAN MILANOVIC NUOVO LEADER DEI SOCIALDEMOCRATICI
Al centro dell’attenzione politica in questi giorni in Croazia e’ senz’altro l’elezione del nuovo presidente del Partito socialdemocratico a un mese dalla scomparsa del leader storico di questo partito ed ex premier croato Ivica Racan. La convenzione del SDP ha eletto sabato scorso Zoran Milanovic alla guida della maggiore forza politica d’opposizione croata. Un personaggio giovane (quarantenne) ed ambizioso, praticamente sconosciuto all’opinione pubblica e senza esperienze in alta politica che soltanto nel periodo della grave malattia di Ivica Racan ha iniziato ad attirare l’attenzione dei media i quali lo indicavano come il molto probabile erede di Racan. I membri del Partito socialdemocratico, e va sottolineato che si tratta in particolar modo dell’appoggio degli aderenti giovani e giovanili socialdemocratici, con questa decisione hanno rispettato le indicazioni o quello che e’ stato una specie del testamento politico del loro leader il quale affidava ai suoi compagni il compito di eleggere forze nuove e giovani, capaci di portare avanti i valori della politica socialdemocratica. Non si nascondono aspettative di svolte significative nei metodi e modi di agire per i quali sembrano maturati i tempi soprattutto nel contesto delle prossime elezioni politiche di novembre. Gia’ nel coso della sua campagna, Milanovic ha chiesto cambiamenti e preannunciato metodi nuovi a differenza degli altri tre candidati sfidanti che promettevano piena continuita’ con la precedente politica del partito. Senza dubbio, la vittoria di Milanovic rappresenta allo stesso tempo una sconfitta pesante per gli altri candidati, in particolare Zeljka Antunovic, gia’ ministro della difesa e vicepresidente del partito, ma ancora di piu’ per il primo uomo di Zagabria, il potente sindaco Milan Bandic a cui questa sconfitta ha riconfermato che l’uomo forte della capitale e’ poco gradito alla sua matrice socialdemocratica. L’Sdp ha scelto quindi un volto nuovo, l’uomo che dovrebbe rapresentare la forza nuova del partito, ma secondo alcuni analitici, Milanovic viene considerato attualmente anche il piu’ grande progetto madiatico. Un autentico “blairista”, convinto a riuscire a far diventare la Croazia un paese di sinistra, Milanovic afferma di “essere l’uomo del socialismo del XXI secolo”. C’e’ da dire che negli ultimi sondaggi l’Sdp avrebbe tra il 25 e il 28 per cento delle preferenze, due-tre punti in piu’ dell’attuale partito governativo di centro destra (HDZ) del premier Ivo Sanader. Allo stato attuale e’ poco probabile che Milanovic, nel caso di una vittoria della sinistra, si proponga anche come candidato alla carica di premier. In diverse occasioni si e’ pronunciato a favore di Ljubo Jurcic, uno dei piu’ seri candidati del Sdp, che solo poche settimane fa e’ divenuto membro del partito. Questo esperto in economia e professore universitario e’ stato molto apprezzato dallo stesso Racan che cinque anni fa gli affido’ la posizione di ministro dell’economia.

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