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passaggioasudest [ la realtà politica dell'europa sud orientale dai balcani alla turchia ]
 



Questo blog è dedicato ad un'area cruciale per il futuro europeo. Per l'area che va dai Balcani occidentali alla Turchia, infatti, passa il futuro dell'Unione europea come progetto politico così come il futuro di questi Paesi passa dalla scelta dell'integrazione in questo progetto.




"Dobbiamo ricordarci che l’informazione è un veicolo diretto all’utente, non è un soliloquio da parte del giornalista. Bisogna tenere sempre presente che chi è dall’altra parte del microfono deve poter comprendere una realtà in cui non è presente. Questo, penso, è il massimo sforzo che i giornalisti devono compiere".
Antonio Russo



"Il vero referendum sul futuro dell'Unione si terrà nei Balcani"
International Balkan Commission


"E poi, un giorno, è stato costruito un ponte che collegava le due rive del Bosforo. Quando sono salito sul ponte e ho guardato il panorama, ho capito che era ancora meglio, ancora più bello di vedere le due rive assieme. Ho capito che il meglio era essere un ponte fra due rive. Rivolgersi alle due rive senza appartenere".
Orhan Pamuk, Istanbul



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4 gennaio 2010


PASSAGGIO IN ONDA

Passaggio a Sud Est
è il sabato alle 22,30 su Radio Radicale



Il sommario della puntata del 26 dicembre 2009

Croazia: le elezioni presidenziali del 27 dicembre;
Serbia: presentata la candidatura per l'adesione all'Ue;
Kosovo: visita a Tirana dei rappresentanti dei serbi kosovari;
Macedonia: la demarcazione dei confini con il Kosovo, i rapporti con la Grecia;
Albania: la situazione politica interna, il conflitto tra maggioranza e opposizione.

L'ultima parte del programma è dedicato alla Romania e al ventennale della caduta di Ceausescu: gli eventi di quei giorni e la memoria odierna della "rivoluzione" del 1989, con le registrazioni di alcuni momenti drammatici: l'ultimo discorso del dittatore e i fischi della gente, la fuga in elicottero, il processo, la fucilazione. 

La trasmissione è curata e condotta da Roberto Spagnoli con la collaborazione di Marina Szikora e Artur Nura. Tutte le puntate sono riascoltabili sul sito di Radio Radicale.


22 dicembre 2009


LA ROMANIA VENT'ANNI DOPO LA FINE DI CEAUSESCU

Venti anni fa, il 22 dicembre 1989, in Romania cadeva il regime di Nicolae Ceausescu dopo 25 anni di potere assoluto. Il "Conducator" aveva indetto una manifestazione di piazza per promettere soldi al popolo, come fanno tutti i tiranni quando avvertono di essere in difficoltà. E i romeni di difficoltà ne avevano tante: le loro condizioni di vita erano da miseria, mentre la cricca al potere viveva agiatamente e i Ceausescu, marito e moglie, coltivavano le loro manie di lusso e grandezza. Ma su tutta l'Europa al di là della "cortina di ferro" da mesi soffiava un vento nuovo: a Mosca c'era Gorbaciov e i regimi comunisti stavano cadendo uno dopo l'altro. Difficile pensare che l'onda di rinnovamento che aveva fatto cadere il Muro di Berlino non arrivasse anche a Bucarest. Forse il vecchio tiranno e la moglie se ne rendevano conto, ma di certo, quel 22 dicembre 1989 non arrivavano a pensare che quell'onda, in Romania, si sarebbe trasformata in uno tsunami che li avrebbe travolti e fatti a pezzi e che di loro, di lì a qualche giorno, non sarebbero rimasti che due poveri corpi riversi sul selciato di una scuola, crivellati dai colpi di kalashnikov.

Quel 22 dicembre di venti anni fa, a Bucarest accadde un fatto che fino a poco prima non pareva possibile: la gente in piazza cominciò a fischiare il tiranno. I fischi, prima timidi e isolati, si fecero via via più numerosi e sicuri, sovrastarono gli applausi ritmati della claque di regime e diventarono una marea inarrestabile mentre gli slogan si facevano sempre più ostili. Il filmato di quell'ultimo discorso di Ceausescu è eloquente. Il dittatore parla, con voce malferma, legge un foglietto e ogni tanto incespica. Al suo fianco c'è la moglie Elena e intorno alcuni dignitari del partito. Ceausescu promette aumenti delle pensioni e migliore assistenza sociale. Le prime file del "popolo" appaludono, gridano "Urrà", scandiscono il nome del Conducator, sventolano le bandiere romene con la stella rossa e inalberano striscioni con i logori slogan del partito e foto del leader e della moglie (invero assai datate). Poi la folla sbanda, salgono i fischi, le urla e le proteste. Ceausescu non capisce, alza la mano bonariamente, tenta di riportare la calma, si interrompe. Dietro a lui appaiono alcuni funzionari che guardano preoccupati la piazza e capiscono al volo che sta succedendo qualcosa di grave. Le telecamere staccano sulla folla: o almeno su quella parte della folla che continua ad acclamare Ceausescu. Fuori campo si sentono voci e colpi sul microfono, come in un'assemblea in cui si cerca di zittire qualche disturbatore.

Dopo diversi minuti di silenzio e di ripetuti inviti alla calma, il comizio riprende ma è l'inizio della fine. Quel popolo del quale Ceausescu si riteneva il padre-padrone si rivolta, lo costringe ad una fuga vergognosa in elicottero mentre dal tetto dello stesso palazzo da cui fino a poco prima arringava la folla già sventolano le bandiere blu-gialle-rosse con il buco al centro, là dove il regime comunista aveva posto il proprio simbolo. Le strade sono piene di gente, i militari che solo la sera prima avevano sparato sui manifestanti facendo morti e feriti ora fraternizzano con le proteste e si schierano con la gente. Ma la "rivoluzione" romena non è stata pacifica come negli altri Paesi dell'est: i morti furono tanti, più di un migliaio. E non è stata nemmeno una rivoluzione, quanto piuttosto un putsch interno al regime che cavalcò l'onda della sollevazione popolare per regolare i conti al proprio interno. I motivi per cui in Romania le cose sono andate diversamente dagli altri Paesi comunisti sono molti: il principale probabilmente è la natura specifica del regime di Caeusescu. Un potere personale che aveva stroncato ogni opposizione interna impedendo la formazione di una corrente riformista che potesse subentrare al dittatore e gestisse la transizione, come accaduto, sepuure in forme diverse, in Ungheria, Cecoslovacchia, in Polonia e nella stessa Urss. Dopo un processo sommario, Ceausescu viene condannato a morte e fucilato insieme alla moglie il giorno di Natale.

Ieri a Bucarest centinaia di persone si sono riunite al cimitero degli Eroi per ricordare le vittime degli scontri con le forze dell’ordine. Prestando giuramento per il suo secondo mandato, anche il presidente romeno Traian Basescu ha reso omaggio ai "caduti per la libertà, il cui sacrificio è stato la pietra miliare delle istituzioni democratiche di oggi". "Dopo vent'anni le autorità hanno fatto del loro meglio per impedire che si scoprisse la verità su quegli eventi", ha detto alla France Presse Teodor Maries, leader dell'Associazione 21 Dicembre che ricorda i caduti di quelle tragiche giornate, "vogliamo che coloro che ordinarono la repressione siano processati". Una richiesta sacrosanta che però ben difficilmente sarà esaudita se si pensa solo agli agenti della Securitate, la famigerata polizia segreta del regime (11 mila funzionari e mezzo milione d’informatori), che non si sono dissolti nel nulla. anzi. L'hanno fatta franca e alcuni di loro magari si sono pure arricchiti negli anni seguenti riportando in patria i soldi esportati illegalmente durante la dittatura. Effetti del boom di cui il Paese ha goduto fino a pochi mesi fa e che ha portato anche ad un grande sviluppo edilizio favorito dal meccanismo degli appalti pubblici basato su scarsa concorrenza, lobbismo, indebitamento pubblico e corruzione.

Nella centralissima Piazza della Rivoluzione di Bucarest c’è un Monumento agli eroi del 21 dicembre 1989, ma le due cifre "9" che compongono la data sono caduti. Al loro posto è rimasto un alone sul marmo. Questo è forse il vero simbolo di questo ventennale. In questa piazza è cominciata la nuova Romania, ma la memoria pubblica sembra preferire non pensarci troppo: gli anziani che hanno vissuto la più parte della loro vita sotto il regime comunista hanno dovuto affrontare le incognite e le difficoltà della nuova libertà e dell'integrazione europea. La generazione di mezzo, che fece (o si illuse di aver fatto) la "rivoluzione" contro Ceausescu si è trovata scavalcata dai giovani nati giusto vent'anni fa che non sanno niente (o non vogliono sapere più niente) del regime comunista e vogliono vivere nel presente. E poi per tutti c'è la crisi economica che dopo anni di boom ha colpito duro. Questo è il problema dei romeni di oggi vent'anni dopo Ceausescu.

AP Photo/Vadim Ghirda

In questa immagine presa il 17 dicembre il disegno di un bambino fatto nel ventennale della rivoltra di Timisoara che portò alla caduta del regime di Ceausescu


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6 ottobre 2009


L'ETA' DELL'ORO DELLA ROMANIA DI CEAUSESCU

RACCONTI DELL’ETÀ DELL’ORO”: UN FILM SATIRICO SULLA ROMANIA DI CEAUSESCU
di Gianfranco Cercone
da Notizie Radicali - il giornale telematico di Radicali Italiani - martedì 06 ottobre 2009

Un'immagine del film "Racconti dell'età dell'oro"In uno degli episodi che compongono il film rumeno “Racconti dell’età dell’oro”, si vede un gruppo di personaggi, più o meno altolocati nella gerarchia della dittatura comunista di Ceausescu, seduti ognuno sul seggiolino di una giostra, lasciarsi trascinare in aria per tutta la notte.
Reagiscono così a una notizia: una visita governativa in un paesino della campagna rumena – per i cui preparativi tutto il paese si era affaticato da giorni ripulendo le strade dissestate, allestendo stand gastronomici, procurandosi piccioni addestrati, e chissà in quanti altri modi – quella visita, per ragioni imperscrutabili, è stata annullata.
Per tanti, nel paese, sarà stata una delusione. Ma per quel gruppo di altolocati è anche un sollievo. Almeno per una notte sono liberi dai diktat di quel potere centrale che impone precetti tanto rigidi quanto ridicoli (come: niente bambini con le orecchie a sventola nel corteo destinato ad accogliere il delegato del governo!). Un potere di cui essi sono vittime, rispetto ai propri superiori; ma di cui sono anche carnefici rispetto ai propri sottoposti.
Schiamazzare sulla giostra è quel che si dice una forma di regressione, liberatoria.
Ma attenzione: in un contesto così autoritario, anche il divertimento può diventare un obbligo, e il sindaco del paese che soffre di cuore, è costretto dai superiori a salire sul suo seggiolino, a rischio di prendersi un infarto.
E quasi a dar corpo a una vendetta contro tutti loro, il motore della giostra, per un guasto, non si spegne; e loro devono girare fino a che non si esaurisce il carburante.
E’ soltanto un frammento dei “Racconti dell’età dell’oro”, ma che può dare un’impressione dell’insieme.
Anzitutto del registro satirico che impronta una buona metà del film; del bersaglio della satira, che sono gli uomini della nomenklatura di Ceausescu e dei sistemi di repressione e di censura che praticano (uno degli episodi più divertenti del film riguarda i ritocchi alle fotografie del dittatore, che vengono imposti alla stampa). E poi del fatto che gli episodi del film non sono del tutto realistici; c’è sempre una certa esasperazione paradossale.
L’uso del paradosso è un tratto tipico di ogni satira; ma in questo film ha, in più, una ragione particolare.
Ogni episodio infatti corrisponde a una leggenda metropolitana dell’epoca di Ceausescu, e in particolare degli anni Ottanta; a uno di quei racconti, cioè, spacciati per veri, tramandati a voce, nei quali poteva trapelare il dissenso contro il regime. (E nell’immagine dei potenti che schiamazzano sulla giostra, viene fuori quanto malumore, quanto scetticismo, e forse anche quanto disprezzo si potessero accumulare contro le autorità costituite).
Dunque: la satira occupa una buona metà del film. L’altra metà, più umoristica che satirica, tratta il problema della penuria di cibo. Alcuni generi alimentari, come le uova, sono razionati. E certi lavoratori – come il trasportatore di pollame o il poliziotto – sono immaginati in queste leggende, come quelli che, violando un sistema di regole molto rigide, riescono a procurarsi e magari a vendere clandestinamente, quantità di cibo proibite.
In questi casi, il disprezzo cede a uno sfottò più indulgente. La scarsità di cibo doveva essere sofferta dalla maggioranza delle persone; e doveva sembrare ammissibile che ognuno cercasse di arrangiarsi come poteva.
I racconti dell’età dell’oro” è un film fatto deliberatamente di personaggi e di situazioni convenzionali. Che appartengono a un repertorio poco conosciuto dagli spettatori italiani. Ma che hanno, del clichè, la netta incisione dei tratti; la mancanza di quelle ambiguità, di quelle imperfezioni, di quelle sfumature che sono proprie dei personaggi o delle situazioni date come realistiche. Ma il film, per l’appunto, non racconta realtà ma leggende, prodotti dell’immaginario collettivo.
Il film ha cinque registi, Ioana Maria Uricaru, Hanno Hofer, Constantin Popescu, Razvan Marculescu. Ma l’ideatore, l’architetto del film, quello che ha sceneggiato e supervisionato tutti gli episodi, è Christian Mungiu, che almeno i cinefili ricorderanno per un film di un paio d’anni fa, che ha ottenuto un successo internazionale: “4 mesi, tre settimane e due giorni”: un film drammatico, che raccontava, nei modi di un thriller, il dramma dell’aborto clandestino nella Romania di Ceausescu.
Mungiu sembra essersi dato il dovere di raccontare una realtà finora invisibile, e cioè appunto la società rumena sotto la dittatura. Ma i “Racconti dell’età dell’oro”, citando un’espressione di Truffaut, è anche un film in cui si sente a ogni inquadratura l’amore per il cinema e il piacere di farlo.


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