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passaggioasudest [ la realtà politica dell'europa sud orientale dai balcani alla turchia ]
 



Questo blog è dedicato ad un'area cruciale per il futuro europeo. Per l'area che va dai Balcani occidentali alla Turchia, infatti, passa il futuro dell'Unione europea come progetto politico così come il futuro di questi Paesi passa dalla scelta dell'integrazione in questo progetto.




"Dobbiamo ricordarci che l’informazione è un veicolo diretto all’utente, non è un soliloquio da parte del giornalista. Bisogna tenere sempre presente che chi è dall’altra parte del microfono deve poter comprendere una realtà in cui non è presente. Questo, penso, è il massimo sforzo che i giornalisti devono compiere".
Antonio Russo



"Il vero referendum sul futuro dell'Unione si terrà nei Balcani"
International Balkan Commission


"E poi, un giorno, è stato costruito un ponte che collegava le due rive del Bosforo. Quando sono salito sul ponte e ho guardato il panorama, ho capito che era ancora meglio, ancora più bello di vedere le due rive assieme. Ho capito che il meglio era essere un ponte fra due rive. Rivolgersi alle due rive senza appartenere".
Orhan Pamuk, Istanbul



Per inviare una email scrivi a pasudest@yahoo.it





4 febbraio 2010


LA SERBIA TESTA DI PONTE DELLA PENETRAZIONE ECONOMICA CINESE NEI BALCANI

Il presidente serbo Boris Tadic con il presidente cinese Hu JintaoAlla fine di agosto dell'anno scorso scrivevo in questo blog che chi pensa che i Balcani siano un'area complicata e per molti versi incomprensibile, una regione marginale rispetto alle grandi partite geo-strategiche in corso e dunque non particolarmente significativa nel ridisegno dei rapporti di forza a livello globale, avrebbe fatto meglio a ricredersi e a tenere d'occhio da una parte le mosse dei grandi attori mondiali nella regione e dall'altra la politica estera della Serbia, che dei Balcani è il paese chiave. Il riferimento era alla visita in maggio a Belgrado del vice-presidente americano Joe Biden, a quella che sarebbe poi avvenuta in autunno del presidente russo Medvedev, ma soprattutto alla visita ufficiale del presidente serbo Boris Tadic a Pechino, dove si era recato dal 20 al 24 agosto insieme al ministro degli Esteri Jeremic, al ministro dellEconomia Dinkic e ad una folta delegazione di imprenditori: l’obiettivo della visita era quello di portare in Serbia gli investimenti di una delle potenze economiche e politiche più importanti al mondo. Un obiettivo pienamente raggiunto, visto che la missione serba era rientrata con in tasca una serie di accordi significativi sul piano politico e soprattutto economico che confermavano quanto dichiarato dal presidente Tadic alla vigilia del viaggio: la Cina è il quarto pilastro” della politica estera serba, insieme a Washington, Mosca e Bruxelles.

La partnership economica strategica siglata la scorsa estate tra Belgrado e Pechino inizia ora a dare i suoi frutti: ieri a Belgrado è stato infatti firmato il contratto preliminare tra la "Elektroprivrede Srbije", la compagnia elettrica nazionale serba, e la Cmec (China national machinery & equipment import & export corporation), in base al quale quest'ultima investirà oltre un miliardo di dollari nel potenziamento della centrale termoelettrica serba di Kostolac, sul Danubio. L'accordo prevede, inoltre, il potenziamento della capacità della vicina miniera di Drmo attraverso la realizzazione di un terzo impianto che verrà consegnato "chiavi in mano" a Belgrado. Una formula quanto mai allettante per le repubbliche dell'ex Jugoslavia bisognose di nuove infrastrutture per rilanciare le loro economie già deboli ed ora colpite dalla crisi globale. E proprio nel settore delle grandi opere infrastrutturali i cinesi hanno espresso un grande interesse per la realizzazione del secondo ponte sul Danubio a Belgrado, opera cruciale per i piani di sviluppo della città. I Balcani diventano quindi per la Cina la base di partenza ideale per penetrare il mercato europeo dell'energia e delle infrastrutture e la Serbia un partner disponibile nella regione. Belgrado, da parte sua, nella Cina trova da una parte un investitore internazionale di peso nella propria economia e dall'altro un alleato politico chiave per la difesa della sua sovranità sul Kosovo. La Cina, infatti, alle prese con le spinte separatiste all'interno dei propri confini, in Tibet e nel Turkestan orientale, vede nella secessione del Kosovo un "pericoloso precedente" e per questo non ha esitato a schierarsi a difesa della causa serba all'Onu e alla Corte internazionale di giustizia chiamata a pronunciarsi sulla legittimità della dichiarazione di indipendenza secondo il diritto internazionale.

Gli ottimi rapporti tra Cina a Serbia hanno le loro radici negli anni 70, quando lostilità che per un certo periodo aveva caratterizzato i rapporti tra Mao e Tito lasciò via via il posto ad un riavvicinamento che proseguì anche dopo il disfacimento della Jugoslavia e che Slobodan Miloševic strinse ulteriormente anche per rispondere allisolamento internazionale. Non fu un caso che durante la guerra del Kosovo, i caccia americani colpirono l'ambasciata cinese a Belgrado, anche se poi la versione ufficiale di Washington parlò di "errore". Il bombardamento fece stringere ulteriormente i rapporti tra i due paesi, che non mutarono nemmeno dopo la caduta di Slobo e la vicenda dell'indipendenza del Kosovo ha ribadito la comunanza di vedute rispetto ai problemi di sovranità. Proprio questa convergenza è stata alla base dell'accordo di collaborazione strategica firmato nell'agosto scorso a Pechino dal presidente serbo Boris Tadic e dal suo omologo cinese Hu Jintao. Si noti che la Serbia ha ottenuto una partnership strategica che la Cina al momento ha accordato a non molti altri paesi al mondo. Per la Cina interessata ad ampliare la propria presenza in Europa attraverso i paesi economicamente emergenti impegnati nel processo di integrazione nellUE la Serbia diventa una testa di ponte attraverso cui Pechino applica il suo progetto al resto dei Balcani: l'intesa economica legata a quella politica.


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11 dicembre 2009


LA CINA E' VICINA... ALLA GRECIA IN CRISI (2)

Immagina tratta da www.istockphoto.com"La Grecia non e' Dubai, ma un Paese della zona euro con un governo responsabile e pronto a cambiare radicalmente le cose''. Al termine di una settimana di allarme sui mercati per il rischio di default sul debito greco e dopo il declassamento di Fitch, il premier George Papandreou cerca di rassicurare i partner internazionali e annuncia misure drastiche di bilancio in arrivo nel 2010 per scongiurare. "Il nostro programma e' molto chiaro e siamo assolutamente determinati a portarlo avanti", ha detto Papandreou intervenendo al Consiglio europeo escludendo categoricamente lo scenario tratteggiato dalla londinese Standard Bank - secondo la quale Grecia e Irlanda potrebbero addirittura uscire dall'euro entro la fine del 2010 a causa della loro "intollerabile" situazione economica - e chiamando a testimoni in sua difesa il presidente dell'Eurogruppo e quello della Banca centrale europea, che hanno assicurato come non c'e' alcun rischio di bancarotta per la Grecia. Papandreou ha anche tenuto ad escludere la richiesta di aiuti al Fondo monetario internazionale, con il quale pure c'e' un dialogo in questi giorni, cosi' come con la Bce.

Stando alle indiscrezioni, le misure a cui pensa il premier - che ha detto di non aspettarsi regali, ma solo un trattamento equo da parte dell'Ue - prevederebbero pesanti tagli alla spesa, il congelamento agli stipendi dei dipendenti pubblici per tre anni, una stretta sull'evasione fiscale, la razionalizzazione della burocratica macchina pubblica greca e la lotta alla corruzione definita ''sistemica''. A Bruxelles Papandreou si e' impegnato inoltre ad un maxi-piano di riduzione del deficit, che sara' tagliato di ben quattro punti percentuali il prossimo anno e tornera' sotto la soglia del 3%, fissata dal Patto di stabilita' europeo, entro quattro anni. Un piano lacrime e sangue che secondo il quotidiano greco Kathimerini dovrebbe essere annunciato già lunedi' prossimo e sarà parte del programma di crescita e stabilita' atteso a gennaio. Questi sono i progetti ma i mercati attendono fatti e intanto continuano a punire la borsa di Atene. con un calo del 2,4%. Il presidente della Bce, Jean-Claude Trichet, ha rinnovato la fiducia nella capacita' di Atene di prendere misure ''coraggiose'', in grado di evitare un piano di aiuti europei a favore della Grecia. Il problema saranno le ripercussioni di queste misure sulla crescita, in uno scenario scenario globale ancora quanto mai incerto e senza poter contare su espedienti tattici come la svalutazione del cambio e il taglio dei tassi d'interesse.

Sul piano politico, perché il risanamento abbia successo Papandreou ha bisogno di un'intesa ampia con l'opposizione. Il premier socialista è stato rieletto a inizio ottobre sulla base di un programma di rilancio dell'economia, ma senza tagli delle spese e aumenti delle tasse. Vista la situazione, però, questi interventi probabilmente saranno inevitabili, anche se probabilmente verranno applicati in modo graduale per farli "digerire" meglio all'opinione pubblica. A differenza del suo predecessore di Nea Demokratia, il leader del Pasok può contare in Parlamento su una maggioranza solida e quindi non dovrà giocare la carta disperata di un governo di emergenza nazionale, puntando piuttosto sulla ricerca dell'unità nazionale per uscire dalla crisi. Il nuovo leader del centrodestra, Antonis Samaras, è stato compagno di studi di Papandreou negli Stati Uniti e ha un buon rapporto personale col premier socialista.

La ricetta che Papandreou cercherà di applicare di fronte alla gravissima crisi dei conti pubblici, secondo quanto ha spiegato all'agenzia Apcom, l'ambasciatore italiano in Grecia Gianpaolo Scarante potrebbe essere quella del rifinanziamento del debito da parte di paesi stranieri. E qui spunta la carta Cina: "Il grande problema per la Grecia è quello dell'erosione della credibilità internazionale sul fronte finanziario", sottolinea Scarante, secondo cui ora alla Grecia "serve qualcosa che funzioni subito", e in questo senso un finanziamento di parte del debito da parte della Cina è una possibilità che potrebbe essere esplorata da parte di Atene. D'altra parte Pechino gestisce già parte del porto del Pireo e parte del debito ellenico. La strategia che la Cina potrebbe applicare è quella già ben rodata in Africa: presentarsi ai Paesi sull'orlo del baratro col libretto degli assegni in mano. Inoltre, sempre secondo Scarante, nel futuro della Grecia potrebbe aprirsi lo scenario di un rilancio del suo modello economico come grande snodo energetico dei gasdotti verso l'Europa, anche se per arrivare a questo occorre prima una ripresa internazionale.

(2, fine)


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10 dicembre 2009


LA CINA E' VICINA... ALLA GRECIA IN CRISI (1)

Immagine tratta da www.istockphoto.comIl primo ministro greco Georges Papandreou ha convocato una riunione con i leader di tutti i partiti politici per discutere della lotta alla corruzione e alla frode fiscale e per inviare un "potente messaggio all'estero" che dimostri la volontà della Grecia di "ripulire" la sua economia. La riunione si terrà la settimana prossima con la presenza del capo di stato, Carolos Papoulias, a indicare che la situazione è molto seria e occorre una concreta "unità nazionale" per affrontarla e risolverla. "E' necessario unirsi per lottare contro la corruzione e in favore della trasparenza, del corretto funzionamento dello Stato, dotato di un sistema fiscale equo che garantirà dall'evasione e dalle frodi fiscali", ha dichiarato Papandreou sottolineando che la riunione vuole "dare un potente messaggio all'estero che dimostri che siamo determinati ad andare avanti, a ripulire la nostra economia a e dare prospettive per uno sviluppo diverso che porterà speranza ad ogni cittadino greco".

La crisi che il governo socialista si trova ad affrontare, a poche settimane dalla netta vittoria elettorale è senza precedenti. Quest'anno il Pil calerà del 1,5% (la prima volta dal '93) e il rapporto deficit/Pil sarà di quasi il 13%, mentre per il 2010 si prevede che il debito superi il 120% del Pil. Il tutto con una disoccupazione che negli strati giovanili della popolazione tocca il 25%. L'agenzia di rating Fitch martedì ha assegnato alla Grecia una valutazione BBB+ con un outlook negativo: è la prima volta in dieci anni che un'agenzia assegna alla Grecia un giudizio inferiore alla singola A. In precedenza anche Standard & Poor’s aveva messo sotto osservazione il paese per possibili declassamenti. I mercati temono un default del Paese, ma Jean-Claude Juncker, da poco riconfermato presidente dell'Eurogruppo, si è detto certo che la Grecia non farà bancarotta e quindi non avrà nessun bisogno di aiuti da parte degli altri membri dell'Ue.

Secondo Juncker "il minimo che si possa dire è che la situazione di bilancio è tesa", ma "il governo greco prenderà delle iniziative a breve, medio e lungo periodo per consolidare il bilancio". In realtà parte del problema risiede proprio nell'orientamento finora mostrato dal governo greco di voler risanare i conti facendo leva sulla lotta all'evasione (primo obiettivo la riduzione del deficit al 9%). Secondo le autorità europee e gli altri paesi dell'Unione però non basta, e la scorsa settimana, avviando una nuova fase della procedura di deficit eccessivo sulla Grecia, i ministri delle Finanze Ue hanno chiesto misure supplementari.
Bruxelles ha dato tempo al governo fino a gennaio per mettere a punto una finanziaria più severa di quella presentata in questi giorni.

Di fronte alle preoccupazioni internazionali il ministro delle Finanze, George Papacostantinou, ha ribadito che il governo farà tutto quello che sarà necessario per riconquistare la fiducia internazionale riducendo il deficit e mettendo sotto controllo il debito. Papaconstantinou ha precisato che il piano di risanamento di medio termine, nell’ambito del Patto Ue di stabilità e di crescita, verrà presentato alla Commissione europea a gennaio, dopo esser stato discusso in Parlamento e indicherà "chiaramente le modalità, il calendario, la strada per un ritorno alla normalità dell’economia".
Sarà però difficile far digerire una politica di rigore e sacrifici non solo e non tanto agli anarchici di Exarchia, scesi di nuovo violentemente in piazza in questi giorni nel primo anniversario dell'assassinio del giovane Alexandros Grigoropoulos, ma soprattutto a chi a ottobre ha dato fiducia ai socialisti chiedendo un cambio di marcia rispetto al governo Karamanlis. Intanto, il prossimo 17 dicembre il caso della Grecia sarà all'attenzione della Bce.

A febbraio di quest'anno, quando la Grecia si trovava esposta alle conseguenze del crack Lehman Brothers, l'allora ministro tedesco della Finanze, Peter Steinbruck, aveva dichiarato che Atene non sarebbe stata lasciata sola dagli altri partner europei. Ma un conto è fare scudo ad un Paese debole in una crisi globale, un altro è farsi carico delle sue leggerezze, tanto più se non sono una novità. Così la Grecia, membro di una potenza economica e commerciale come l'Unione Europea, potrebbe trovarsi a bussare alle porte del Fondo Monetario Internazionale come un Paese in via di sviluppo qualunque. A dire il vero un'attenuante il governo del Pasok ce l'ha: i conti pubblici sono stati taroccati per anni e quando Papandreou si è insediato nella poltrona di primo ministro ha scoperto di essersi seduto su una polveriera. Il punto è: come fare a spegnere la miccia se Bruxelles dovesse decidere di abbandonare Atene al proprio destino (ma anche se così non fosse)? Il pompiere a questo punto potrebbe avere gli occhi a mandorla.

La Cina ha stabilito legami economici con la Grecia quanto meno del 2008, quando l'allora premier Karamanlis, decise di cedere la gestione del porto del Pireo, il più antico scalo del Mediterraneo, per 35 anni ala Cosco, intenzionata ora a quintuplicarne la capacità. E lo sbarco cinese al Pireo potrebbe non essere che il primo passo verso una penetrazione in Grecia e nell'Europa sud orientale secondo uno schema già ben rodato in Africa. Pechino si presenta nei Paesi in difficoltà (o in quelli ben disposti verso gli investimenti esteri) con il portafoglio ben gonfio in mano, un argomento convincente a cui è impossibile restare indifferenti. Papandreou per ora mostra sicurezza:
lancia una sorta di appello all'orgoglio nazionale, avvertendo che il dissesto dei conti mette a repentaglio «la sovranità» della Grecia e afferma che non ci sarà bisogno di alcun salvataggio. Ma se davvero Bruxelles, con l'economia che mostra cenni di ripresa e l'Euro che si mantiene forte, scegliesse la linea dura e decidesse di mollare Atene? L'austerità imposta da insormontabili condizioni esterne potrebbe aiutare il governo del Pasok a far accettare i sacrifici ai suoi cittadini, ma potrebbe anche spalancare le porte (e consegnare le chiavi) ai cinesi.

(1, continua)


27 agosto 2009


LA SERBIA CONTA. MOSCA, PECHINO E WASHINGTON LO SANNO. E BRUXELLES?

Boris Tadic e Hu Jintao durante un precedente incontro nel 2005 (Foto tratta dal sito www.paople.com.cn)Chi pensa che i Balcani siano una regione marginale rispetto alle grandi partite geo-strategiche in corso, un'area complicata, incomprensibile, tutto sommato poco significativa nel ridisegno dei rapporti di forza a livello globale, farebbe bene a ricredersi e a tenere d'occhio le manovre dei grandi attori mondiali nella regione e il ruolo della Serbia, che di questa è regione è la chiave di volta.
Lo scorso maggio Belgrado ha ospitato il vice-presidente americano Joe Biden in una delle sue prime missioni internazionali da quando è arrivato alla Casa Bianca. In autunno, invece, sarà la volta del presidente russo Medvedev. Il presidente serbo Boris Tadic, intanto, è appena rientrato da un’importante visita ufficiale a Pechino, dove si è recato dal 20 al 24 agosto insieme al ministro degli Esteri Jeremic, al ministro dell’Economia Dinkic e ad una folta delegazione di imprenditori.
L’obiettivo era quello di portare in Serbia gli investimenti di una delle potenze economiche e politiche più importanti al mondo attraverso un programma fitto di incontri con diverse realtà economico-finanziare. Obiettivo raggiunto, visto che la missione serba è tornata in patria con una serie di accordi significativi sul piano politico e soprattutto economico, tali da far dichiarare a Tadic, già alla vigilia della partenza, che la Cina è la “quarta colonna” della politica estera serba, insieme a Washington, Mosca e Bruxelles.
Del resto gli ottimi rapporti tra i due paesi affondano le loro radici fin dagli anni ‘70, quando l’ostilità che aveva caratterizzato i rapporti tra la Cina di Mao e la Jugoslavia titoista lasciò via via il posto ad un riavvicinamento che Slobodan Miloševic strinse ulterirmente anche per rispondere all’isolamento internazionale. Non a caso durante la guerra del 1999, i caccia americani colpirono l'ambasciata cinese in Serbia, anche se la versione ufficiale di Washington parlò di errore. Il bombardamento fece stringere ulteriormente i rapporti tra i due paesi, che non mutarono nemmeno dopo la caduta di Slobo e il cambio di regime a Belgrado. La vicenda dell'indipendenza del Kosovo ha ribadito la comunanza di vedute rispetto ai problemi di sovranità. Questa convergenza è alla base dell'accordo di collaborazione strategica firmato in questi giorni da Tadic e dal suo omologo cinese Hu Jintao.
Le questioni strettamente politiche sono però il quadro entro il quale dare vita ad una proficua collaborazione economica e commerciale. E questo è stato il risultato più concreto della visita di Tadic a Pechino, la terza negli ultimi quattro anni. Dati i limiti del mercato serbo in termini di assorbimento delle esportazioni cinesi saranno le infrastrutture il settore più significativo di una collaborazione fondata su ottime relazioni politiche: Tadic ha infatti sottolineato che la Serbia è destinata a somigliare sempre più ad un grande cantiere nei prossimi anni.
Belgrado sembra insomma avviata a diventare un’importante testa di ponte per la Cina interessata ad ampliare la propria presenza in Europa attraverso i paesi economicamente emergenti impegnati nel processo di integrazione nell’UE. Si noti che la Serbia ha ottenuto una partnership strategica che la Cina al momento ha accordato a non molti altri paesi al mondo.
In un articolo pubblicato oggi sul sito di Osservatorio Balcani, che ho qui riassunto e in cui analizza il senso della missione serba in Cina, Marco Abram fa opportunamente notare che "l’idea [del governo serbo] sembra quella di far valere la propria posizione strategica e - in un momento di ridefinizione degli assetti geopolitici globali – di maturare l’eterogenea rete di relazioni che il paese ha sul piano economico e politico. Non poteva mancare quindi uno dei poli più importanti nel quadro delle relazioni internazionali odierno come la Cina che, attraverso gli accordi economici e i ricorso a strumenti di soft power, sta cercando di contendere l’influenza agli Stati Uniti in realtà emergenti e in via di sviluppo". In altre parole, "Belgrado, pur mantenendo prioritario l’obiettivo dell’integrazione europea, sembra quindi intensificare gli sforzi verso il consolidamento di una articolata politica estera autonoma. Non a caso, prima della partenza per la Cina, è stato sottolineato più volte come l’ingresso nell’UE non muterà il carattere dei rapporti diplomatici che si stanno perfezionando in questo periodo".
Bruxelles, Washington, Pechino e Mosca quindi. Washington si è mossa a maggio, a Pechino è andato (di nuovo) Tadic, da Mosca fra poco arriverà Medvedev. E Bruxelles? L'Unione Europea ha rallentato da tempo il processo di integrazione dei Balcani e sembra non sapere o non volere più impegnarsi per e nella regione: sarà capace di abbandonare incertezze, ritrosie e diffidenze, o si comporterà ancora una volta da nano politico? La Serbia conta, come recita il titolo del saggio da poco pubblicato e di cui ho parlato in un post qualche giorno fa: Mosca e Pechino lo sanno, la Washington di Obama se ne è accorta. E Bruxelles?


9 luglio 2009


LA TURCHIA DIFENDE I FRATELLI UIGURI

La bandiera uiguraLa Turchia ha preso posizione sulla questione degli Uiguri, l'etnia turcofona di religione musulmana che abita la regione nord occidentale della Cina, teatro in questi giorni di sanguinosi disordini, di violenti scontri interetnici tra Uiguri e han e di una durissima repressione da parte delle autorità di Pechino. Ieri il premier turco Recep Tayyip Erdogan ha espresso il suo sgomento per i fatti dello Xinjiang e la preoccupazione per gli effetti che questi eventi stanno avendo "sui fratelli uiguri che vivono in Turchia".
Ancora più netta la dichiarazione del ministro degli Esteri, Ahmet Davutoglu: "Ci aspettiamo che la Cina riporti ordine, giustizia e trasparenza e che si adoperi per migliorare le condizioni umanitarie e relative ai diritti civili. Diamo grande importanza all'alleanza con la Cina e consideriamo la comunità uigura come un ponte essenziale per questa fratellanza".
Ankara ha da sempre un'attenzione particolare per le popolazioni che appartengono alla grande nazione panturca. Lo Xinjiang (o Turkestan orientale) è una regione particolarmente cara alla Turchia perché la lingua parlata dagli uiguri è una variante dell'antico ottomano. Gli uiguri residenti in Turchia, hanno chiesto all'Europa e alla Turchia di intervenire e chiedono al premier Erdogan di schierarsi come fece per la Palestina nel suo intervento al summit di Davos.
Le vicende dello Xinjiang sono riuscite ad unire maggioranza e opposizione. Seracettin Karayagiz, deputato del Partito per la giustizia e lo sviluppo (Akp) del premier Erdogan, ha abbandonato l'associazione parlamentare per l'amicizia Turchia-Cina perché quello che sta succedendo nello Xinjiang "è disumano". Devlet Bahceli, segretario del partito nazionalista Mhp, ha parlato di massacro e di attacchi diretti contro i fratelli turchi, sostenendo che gli scontri sono arrivati pochi giorni dopo la visita del presidente Gul e che quindi si tratta di un chiaro gesto contro la Turchia. Gruppi di ultranazionalisti hanno anche marciato contro il consolato cinese di Istanbul.
Mentre c'è che propone il boicottaggio dei prodotti "made in China", l'associazione degli industrialidi ispirazione islamica (Musiad) ha chiesto di interrompere le relazioni commerciali con la Cina.
Schierati dalla parte degli uiguri anche i mezzi di informazione turchi, a partire dai giornali più diffusi sia quelli filo governativi, sia quelli più critici verso il governo. Alcuni rimproverano alla comunità internazionale di non fare nulla nei confronti delle autorità di Pechino per fermare le violenze e la repressione contro gli uiguri.



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permalink | inviato da robi-spa il 9/7/2009 alle 13:28 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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