.
Annunci online

passaggioasudest [ la realtà politica dell'europa sud orientale dai balcani alla turchia ]
 



Questo blog è dedicato ad un'area cruciale per il futuro europeo. Per l'area che va dai Balcani occidentali alla Turchia, infatti, passa il futuro dell'Unione europea come progetto politico così come il futuro di questi Paesi passa dalla scelta dell'integrazione in questo progetto.




"Dobbiamo ricordarci che l’informazione è un veicolo diretto all’utente, non è un soliloquio da parte del giornalista. Bisogna tenere sempre presente che chi è dall’altra parte del microfono deve poter comprendere una realtà in cui non è presente. Questo, penso, è il massimo sforzo che i giornalisti devono compiere".
Antonio Russo



"Il vero referendum sul futuro dell'Unione si terrà nei Balcani"
International Balkan Commission


"E poi, un giorno, è stato costruito un ponte che collegava le due rive del Bosforo. Quando sono salito sul ponte e ho guardato il panorama, ho capito che era ancora meglio, ancora più bello di vedere le due rive assieme. Ho capito che il meglio era essere un ponte fra due rive. Rivolgersi alle due rive senza appartenere".
Orhan Pamuk, Istanbul



Per inviare una email scrivi a pasudest@yahoo.it





9 febbraio 2010


NUOVE PROVE SUL RUOLO DEI SERVIZI DI SICUREZZA SERBI IN BOSNIA

Jovica Stanisic con Radovan KaradzicI servizi di sicurezza serbi erano coinvolti nei crimini di guerra compiuti durante la guerra di Bosnia. Le nuove prove sono state presentate al processo contro Jovica Stanišic, ex capo della Divisione per la Sicurezza Nazionale, e il suo assistente Franko Simatovic Frenki. Ne ha scritto Dejan Anastasijevic sul settimanale belgradese "Vreme" in un articolo pubblicato il 28 gennaio (titolo originale Papirni trag zlocina) che potete leggere in italiano sul sito di Osservatorio Balcani (traduzione di Daniele Scarpa).

Stanišic e Simatovic sono imputati per crimini contro l'umanità e gravi violazioni delle leggi di guerra. Secondo l'accusa avrebbero creato, addestrato e armato una serie di unità paramilitari responsabili di alcuni dei peggiori crimini di guerra commessi in Croazia e in Bosnia. La più importante di queste era l'Unità per le Operazioni Speciali (JSO), i famigerati "Berretti rossi", ma secondo l'accusa anche molte altre unità erano sotto il controllo di Jovica e Frenki: dalle "Tigri" di Arkan, agli "Scorpioni", alle "Pantere", a molti altri. L'accusa sostiene che gli imputati hanno addestrato e armato anche i volontari di Šešelj che hanno compiuto crimini insieme ai paramilitari.

A sostegno delle proprie accuse la procura ha portato una serie di documenti secondo i quali uomini delle unità paramilitari che hanno compiuto crimini in Bosnia erano pagati dai Servizi di Sicurezza della Serbia un nuovo testimone, protetto con la sigla JF-005, che ha dichiarato di essere stato reclutato nei "Berretti Rossi" all'inizio del 1992 e addestrato con una cinquantina di volontari in un campo segreto sul monte Ozren comandato da Radojica Rajo Božovic, uno dei comandanti della JSO. Il testimone, inoltre, era presente alla famosa celebrazione dell'anniversario della JSO a Kula nel 1997, quando Miloševic fece visita ai "Berretti rossi" e la cui registrazione video finora è stata mostrata più volte come prova nei processi all'Aja. Finora le prove esibite erano soprattutto indirette, i testimoni pochi e a volte non attendibili. Grazie al nuovo teste JF-005 e alla nuova documentazione l'accusa ha ora una maggiore spazio di manovra.

Se le accuse saranno provate, scrive Anastasijevic su Vreme, "nelle prossime settimane e mesi, in questo processo e in altri, sentiremo ancora altri nomi di persone che per il 'lavoro sul campo' in Bosnia e in Croazia ricevettero denaro dalla Sicurezza di Stato. Si tratta di qualcosa che sapevamo tutti in teoria, ma ora il Tribunale è in possesso della prova cartacea che dimostra che i Servizi di sicurezza, come organo statale della Serbia, erano direttamente implicati negli episodi più terribili della guerra in Bosnia. Tutto ciò potrebbe avere anche gravi conseguenze politiche, in particolare nel contesto del dibattito parlamentare sulla dichiarazione su Srebrenica. Cosa succederebbe se si riscontrasse che gli "Scorpioni", come compenso per l'esecuzione filmata a Trnovo, hanno ricevuto una diaria proveniente dalle casse dello Stato, e cosa si direbbe sul ruolo della Serbia nella guerra alla quale non ha partecipato?".


31 gennaio 2010


GIORNATA DELLA MEMORIA: PER NON DIMENTICARE MAI

PRIMO LEVI: LA CONSACRAZIONE DELLE DISUGUAGLIANZE PORTA AI LAGER

Il 27 gennaio, per la decima volta, si è celebrato in Italia il Giorno della Memoria, istituito dal Parlamento italiano nel 2000 aderendo alla proposta internazionale di fissare una data ufficiale per commemorare la Shoah e gli altri crimini nazi-fascisti. Il 27 gennaio è il giorno del 1945 in cui i soldati sovietici, in Polonia, durante l'avanzata verso Berlino, entrarono nel campo di sterminio situato presso la città di Oswiecim (Auschwitz in tedesco).

Auschwitz è diventato il luogo simbolo della Shoah e della macchina di annientamento messa in atto dal nazismo, ma il Giorno della Memoria intende ricordare e far conoscere tutti i crimini perpetrati nei molti altri lager creati in Europa, Italia compresa. Un capitolo ancora poco conosciuto di questa pagina terribile della storia europea e mondiale è quello della persecuzione degli ebrei, degli slavi, dei rom, degli omosessuali, dei disabili e degli oppositori al regime condotta nei Balcani occupati dalle forze dell'Asse e dai loro alleati locali. Un "libro nero" in cui, purtroppo, anche l'Italia ha scritto molte pagine che oggi ancora molti vorrebbero non leggere o proprio strappare.

La Giornata della Memoria, dunque, dovrebbe essere un'occasione per riflettere anche sulle responsabilità italiane nella Seconda guerra mondiale come, per esempio, la tragica vicenda degli internati civili sloveni e croati imprigionati nel corso dell'occupazione italiana della Jugoslavia e deportati nei campi di concentramento in tutta Italia, oppure i crimini commessi dagli ustascia dello "Stato indipendente di Croazia", un regime fantoccio al soldo dei nazifascisti, il cui leader, Ante Pavelic, era stato sostenuto e finanziato, già prima della guerra, dal regime di Mussolini. Tra l'altro, tra pochi giorni, il 10 febbraio, si celebrerà il Giorno del Ricordo che commemora la tragedia delle foibe e il dramma degli italiani scacciati dall'Istria e dalla Dalmazia dopo la fine del conflitto.

Il 27 gennaio e il 10 febbraio potrebbero essere l'occasione quindi per riconsiderare criticamente la nostra storia, guardando con coraggio al nostro passato, anche quello più nefando. Purtroppo, tutto questo, continua a rimanere per lo più confinato al dibattito tra gli storici, e temo che anche quest'anno il 10 febbraio si limiterà ai soliti discorsi ufficiali di circostanza o, peggio, alle dichiarazioni grauite condizionate dagli opportunismi della politica politicante, nell'ennesima celebrazione degli "italiani brava gente". Il fatto è che, come scrive Chiara Sighele sul sito di Osservatorio Balcani e Caucaso, "nell'affrontare i processi di riconciliazione nei Balcani e tra i Balcani e l'Italia, emerge chiaramente la difficoltà di riconciliare memorie conflittuali in una narrazione storica condivisa, che ricordi tutte le vittime e riconosca le responsabilità della propria parte, nazionale o politica".

Invece è proprio questo che sarebbe quanto mai necessario, proprio quando si rilancia il processo di integrazione europea dei Balcani, perché, come scrive ancora Chiara Sighele "questo è un processo imprescindibile nel percorso di riunificazione dell'Europa che con la caduta del Muro ha riguadagnato nuovi orizzonti" e come ricordava in apertura al convegno Memorie in Europa Luisa Chiodi, direttrice di Osservatorio, "se il ritorno della guerra in Europa negli anni '90 non fosse stato sufficiente, la frequenza delle controversie storiche a livello transnazionale suggerisce la forte necessità di impegnarsi a favore di una rielaborazione del passato democratica e condivisa a livello sia nazionale, sia transnazionale".

ho iniziato la puntata di ieri sera di Passaggio a Sud Est su Radio Radicale, con alcune parole di Primo Levi da una vecchia intervista della Rai che ho trovato su You Tube. Il grande scrittore, testimone dell'orrore di Auschwitz ad un certo punto dice: "Pohissimi oggi riescono a ricostruire, a ricollegare quel filo conduttore che lega le squadre di azione fasciste degli anni Venti in Italia [...] con i campi di concentramento in Germania - e in Italia, perché non sono mancati nemmeno in Italia, questo non molti lo sanno - e il fascismo di oggi, altrettanto violento, a cui manca soltanto il potere per ridiventare quello che era, cioè, la consacrazione del privilegio e della disuguaglianza [...] Il lager, Auschwitz, era la realizazione del fascismo, era il fascismo integrato, completato, aveva quello che in Italia mancava, cioè il suo coronamento [...] Io, purtroppo, devo dirlo, lo so questo, non è che lo pensi, lo so: so che si possono fare dapperttutto [...] Dove un fascismo - non è detto che sia identico a quello - cioè un nuovo verbo, come quello che amano i nuovi fascisti in Italia, cioè non siamo tutti uguali, non tutti abbiamo gli stessi diritti, alcuni hanno diritti e altri no. Dove questo verbo attecchisce alla fine c'è il lager: questo io lo so con precisione".

Giornata della memoria, dunque, per non dimenticare quel che è successo, che è riaccaduto e che può ancora riaccadere: da Auschwitz ai gulag, da Dachau ai laogai cinesi, dalle foibe al Ruanda, dalla Cambogia dei Khmer rossi al Cile di Pinochet, ai desaparecidos argentini, fino a Srebrenica e, se volete, agli attuali Centri di identificazione ed espulsione nostrani, perché, pur facendo le debite differenze, come diceva Levi, "dove questo verbo attecchisce [non siamo tutti uguali, non tutti abbiamo gli stessi diritti, alcuni hanno diritti e altri no] alla fine c'è il lager".


13 gennaio 2010


PASSAGGIO SPECIALE

La "casa gialla" dove sarebbero stati espiantati gli organi ai prigionieri serbi dell'UckQuesta sera lo Speciale di Passaggio a Sud Est in onda su Radio Radicale alle 23,30 si occupa della vicenda del presunto traffico di organi di cui sarebbero stati vittime prigionieri serbi dei guerriglieri albanesi dell'Uck durante il conflitto del Kosovo. 

Ascolta lo Speciale di Passaggio a Sud Est
Traffico di organi di prionieri serbi in Kosovo: mntatura o crimine di guerra?

Il caso fu sollevato da una affermazione dell'ex procuratrice dell'ICTY, Carla del Ponte, contenuta nel suo libro “La caccia”, pubblicato nell'aprile del 2008. Secondo l'ex procuratrice circa 300 prigionieri catturati durante la guerra in Kosovo nel 1999 sarebbero stati portati in Albania al termine della guerra da guerriglieri albanesi e poi uccisi. Gli organi sarebbero poi stati inviati all'estero per essere destinati al traffico illegale internazionale. Gli espianti, sempre secondo la Del Ponte, sarebbero avvenuti in una sala operatoria di fortuna in un edificio denominato la "casa gialla", situato in un villaggio nei pressi di Burrel nell'Albania settentrionale.

La questione per qualche tempo aveva anche ottenuto l'attenzione anche degli organi della giustizia internazionale, ma era stata in seguito abbandonata per mancanza di prove. Le accuse, appoggiate anche dall'organizzazione umanitaria Human Rights Watch (Hrw), sono sempre state smentite tanto dal presidente del Kosovo, Fatmir Seidju, che dal premier, Hashim Thaci. Della vicenda si sta occupando da tempo anche il Consiglio d'Europa attraverso l'inviato speciale Dick Marty, che sta conducendo una propria inchiesta.

Alla fine di dicembre il procuratore serbo per i crimini di guerra, Vladimir Vukcevic, ha comunicato l'identificazione di alcuni testimoni che sarebbero stati presenti durante le operazioni di espianto effettuate sui progionieri. Vukcevic, in un'intervista al quotidiano serbo Blic, ha aggiunto che il suo ufficio ha potuto parlare con alcuni di loro che però hanno rivelato di avere molta paura, anche il procuratore serbo garantisce che fra essi vi sono "persone credibili pronte a collaborare". Uno disegno in possesso della procura serba indicherebbe la posizione della cosidetta ''Casa gialla''. "Le famiglie della maggior parte di loro sono letteralmente ostaggio di coloro che sono pronti a tutto pur di nascondere le loro attività criminali", ha aggiunto Vukcevic.

La vicenda chiama in causa non solo gli ex guerriglieri dell'UCK, alcuni dei quali oggi hanno posizioni politiche di rilievo nel Kosovo indipendente, ma anche la autorità albanesi che fino ad oggi però non si sono mostrate disposte almeno per ora a fare luce sulla vicenda. L'iniziale disponibilità espressa dalla procuratrice generale albanese, Ina Rama, a collaborare con le autorità di di Belgrado è stata poi smentita, ed è stato negato anche la possibilità alla procura serba di recarsi sul posto per avviare proprie indagini. La posizione albanese si basa sul fatto che l'inchiesta intrapresa in precedenza da parte delle autorità internazionali in Kosovo era stata interrotta per mancanza di prove. Secondo le autorità albanesi cioò indica che la vicenda non sarebbe altro che “una mera speculazione priva di fondamento”.

L'opinione pubblica albanese ha reagito negativamente contro l'ex procuratrice che è stata definita anti-albanese, tendenziosa, manipolata dai serbi, mentre alcuni commentatori hanno dato spiegazioni di tipo psicologico sul suo comportamento. La maggior parte degli analisti e dei politici albanesi in Kosovo, e in Albania, hanno escluso ogni possibilità di traffico d'organi, sostenendo che le operazioni di espianto di organi richiedono condizioni igieniche che in Albania non possiedono neanche gli ospedali più sviluppati. Il rifiuto albanese di collaborare per indagare su quanto può essere avvenuto in una delle zone più isolate del paese (e che sfuggiva al controllo di Tirana nel caos in cui si trovava il paese 10 anni fa) solleva inevitabilmente qualche sospetto sulla diretta responsabilità dell'Albania.

Al momento della pubblicazione del libro dell'ex procuratrice, Olga Karvan, portavoce del Tribunale internazionale per i crimini di guerra nella ex Jugoslavia, dichiarò che gli investigatori delle Nazioni unite non avevano trovato «prove sostanziali» a sostegno della tesi del traffico d'organi. E Florence Hartmann – che era portavoce di Carla Del Ponte all'Aja – si è spinta addirittura oltre definendo «irresponsabili» le dichiarazioni del suo ex capo. «Mischiare i generi, giustapporre crimini che sono stati portati in tribunale e teorie non verificate di testimoni di cui lei non conosce niente, nemmeno l'identità, favorisce la confusione tra le chiacchiere e i fatti e rischia d'incoraggiare ogni tipo di revisionismo», ha scritto la Hartmann sulle pagine del quotidiano losannese Le Temps nell'aprile del 2008.

Interessante rileggere quanto scriveva nel marzo del 2008 Dejan Anastasijevic sulla rivista serba Vreme (titolo orig.: «Lov na bubrege», disponibile in traduzione italiana sul sito di Osservatorio Balcani).
Anche un semplice sguardo a questa parte di “La caccia” suscita molte più domande che risposte. I medici che “Vreme” ha consultato hanno preferito rimanere anonimi nel commentare quanto dice il procuratore, ma ritengono che estrarre un rene per il trapianto sia una impresa chirurgica complessa e che è difficile eseguirla al di fuori di cliniche ben attrezzate, così come lo stesso trasporto degli organi, la loro vendita e il trapianto comportano numerosi altri problemi. “Tutto è possibile se dietro di voi avete un’organizzazione di alta qualità, l’accesso a data base medici e molto denaro”, dice uno dei medici che vanta una lunga esperienza all’interno dell’Organizzazione mondiale della sanità. Tuttavia, sorge la domanda su come sia stato possibile che una tale impresa criminale, che per sua natura avrebbe dovuto includere un grande numero di collaboratori, sia rimasta fino ad ora invisibile [...]
D’altra parte, il traffico illegale di organi, e in particolare di reni, è un affare proficuo che spesso riceve l’attenzione dei media, ma nei casi fino ad ora confermati i donatori hanno partecipato volontariamente, per soldi [...]
La storia di Carla del Ponte ha risvegliato il ricordo di molte storie simili che il sottoscritto ha avuto modo di sentire durante la guerra in Bosnia e in Croazia, tutte inesatte. Durante l’assedio di Vukovar, la stampa croata era piena zeppa di testi su come il reparto medico della JNA (esercito popolare jugoslavo, ndt.) estraesse dai prigionieri e dai morti gli organi e di come poi venissero trasportati coi frigoriferi a Belgrado, ma tutte queste storie si sono dimostrate una vergognosa propaganda di guerra. Con buona probabilità si può ritenere che le affermazioni di “giornalisti affidabili” che la Del Ponte ha incluso nel libro appartengano a questa identica categoria.
Con tutto ciò, ovviamente, non si vuol dire che durante la guerra in Kosovo non ci siano stati molti crimini ma forse non così attraenti per i media. Le persone i cui cari sono scomparsi durante la guerra in Kosovo, e i cui corpi fino ad oggi non sono ancora stati trovati, hanno sofferto abbastanza anche senza che la Del Ponte, con l’aiuto dei media locali assetati di sangue, gli metta in testa queste cose. Dall’aver inserito questo episodio nel libro, così come la trasmissione acritica dello stesso, non si può concludere diversamente che si tratta di una cosa senza sentimenti, amorale e dannosa.

Il disegno in possesso della procura serba per i crimini di guerra che mostra l'ubicazione della "casa gialla"


17 dicembre 2009


KOSOVO: CI SAREBBERO NUOVE PROVE SUL TRAFFICO DI ORGANI DI PRIGIONIERI SERBI

Vladimir VukcevicLa Serbia ha nuove prove del presunto traffico di organi prelevati da prigionieri serbi del Kosovo, nel nord dell'Albania, durante e dopo il conflitto 1998-1999. Lo scrive il sito Serbianna in un testo pubblicato lunedì scorso (che riprende notizie dalla Agence France Presse) in cui cita le affermazioni fatte domenica dal procuratore serbo per i crimini di guerra, Vladimir Vukcevic, che all'agenzia di stampa Beta ha dichiarato: "Abbiamo una nuova prova che sarà presentata all'inviato del Consiglio d'Europa, Dick Marty, prima di essere resa pubblica". Vukcevic ha anche detto che il suo ufficio dispone di quattro nuove testimonianze, ma non ha fornito ulteriori dettagli. "In questa fase stiamo solo dimostrando che un simile mostruoso crimine è stato commesso, che vi è stato traffico di organi umani, ma siamo ancora lontani dagli autori" ha detto ancora Vukcevic.

Marty, relatore del Comitato per gli Affari giuridici e i Diritti umani dell'Assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa, ha visitato la Serbia, il Kosovo e l'Albania nel mese di agosto per indagare sulle accuse secondo le quali guerriglieri albanesi avrebbero ucciso fino a 500 serbi del Kosovo in Albania, al fine di vendere i loro organi all'estero. Le voci su questo traffico sono state rese note tra i primi nelle memorie dell'ex procuratore capo del tribunale internazionale per l'ex Jugoslavia, Carla Del Ponte, che aveva brevemente indagato sul caso, e hanno indotto il Consiglio d'Europa a indagare sulla vicenda. Nel suo libro, Del Ponte afferma che gli organi dei prigionieri serbi sarebbero stati prelevati in una "casa gialla" appartenente ad una certa famiglia Katuci. All'inizio di quest'anno l'Albania ha respinto la richiesta serba di una indagine sulla base della documentazione proveniente da più di 130 testimonianze raccolte dal procuratore Vukcevic.

Vukcevic ha osservato che Dick Marty sembra interessato e pronto a proseguire le investigazioni sul caso del traffico di organi fino in fondo. "Lo teniamo aggiornato di ogni nuova informazione di cui veniamo in possesso. In diverse occasioni ho già detto che ci aspettiamo una relazione obiettiva da lui, perché ha dato l'impressione di essere un uomo professionale e dignitoso. Non voglio creare alcun tipo di pressione su di lui", ha aggiunto Vukcevic. Il procuratore ha anche detto che alcune delle vittime del traffico di organi sono provenienti da altri Stati europei e ha detto che questi Stati hanno fornito informazioni preziose sulla criminalità albanese per fare luce sul caso. I leader della guerriglia albanese sospettati del traffico di organi – conclude Serbianna - hanno dichiarato l'indipendenza nel 2008 e diversi Stati, con in testa gli Stati Uniti, hanno riconosciuto i separatisti come rappresentanti diplomatici legittimi. Il procuratore Vukcevic ha affermato di avere testimoni che hanno assistito al traffico di organi e che sono pronti a testimoniare su questo.


Leggi l'articolo pubblicato da Serbianna


13 dicembre 2009


PASSAGGIO IN ONDA

Passaggio a Sud Est
è il sabato alle 22,30 su Radio Radicale



Il sommario della puntata del 12 dicembre 2009

Grecia: la grave situazione economica, i rischi di default, l'intervento internazionale
Kosovo
: si è concluso il dibattimento sulla legittimità dell'indipendenza alla Corte internazionale di giustizia dell'Onu
Turchia: rischio di crisi politica dopo la messa al bando del partito curdo
Integrazione europea dei Balcani: i casi di Croazia e Macedonia
Albania: la situazione politica interna
Romania: ancora incertezze sull'esito delle elezioni presiodenziali
Crimini di guerra: in un sondaggio l'atteggiamento dei serbi verso il tribunale internazionale e le responsabilità di Mladic.

La trasmissione è curata e condotta da Roberto Spagnoli con la collaborazione di Marina Szikora e Artur Nura. Tutte le puntate sono riascoltabili sul sito di Radio Radicale.


6 novembre 2009


PROCESSO KARADZIC: GIUSTIZIA INTERNAZIONALE TRA DUBBI E CERTEZZE

Il processo a Radovan Karadzic che si è aperto il 26 ottobre all'Aja pone alcuni interrogativi - sui limiti della giustizia internazionale e sul modo di amministrarla - ma conferma anche alcune certezze.
I primi sono stati riassunti efficacemente, tra gli altri, da Toni Capuozzo sul Foglio il 30 ottobre ("Che cosa fa del diabolico Karadzic un vero Riina dei Balcani", ma il titolo è fuorviante).
Scrive Capuozzo: "Non mi serve ricordare a me stesso quei profughi che vedevo giungere a Tuzla da Srebrenica, quei camion carichi di donne e bambini, e uomini non ce n'erano. Non mi serve ricordare a me stesso i racconti tra l'erba alta del campo d'aviazione, quando il massacro era ancora solo un sussurro, né ricordare l'odore di quel magazzino, anni dopo, in cui venne compiuto il più gigantesco esame del Dna della storia, centinaia di sacchi di morte e centinaia di provette per ricongiungere vivi e morti, non mi serve per dire che era ora, di processarlo. Ma mantengo intatte le mie riserve sul sogno di una giustizia che sia nello stesso tempo puntiva, ammonitrice, e squadra di un mondo ordinato. Si difenderà, Karadzic, raccontando le complicità internazionali? Bastava guardare i caschi blu olandesi per saperlo, o basta guardare come perfino il dittatore di Karthoum, oggi, diventi un interlocutore. Si difenderà raccontando le ingiustizia patite? Basta ricordare che nessuno processerà noi per aver bombardato la televisione o l'ambasciata cinese di Belgrado o il treno nelle gole di Surdulica, o sparso bombe a grappolo a Nis o centrato un convoglio di profughi in Kosovo: siamo dalla parte dei vincitori, nessun processo. Sono i limiti della giustizia, che non è mai fine e principio di tutto, e il vero rischio non sono giudici comunisti o socialdemocratici. Il rischio è questa assunzione di un ruolo palingenetico, questa presunzione di essere riscattatori e ordinatori del mondo, attributori unici del bene e del male, e dunque superiori a ogni zona grigia, a ogni sfumatura, categorici e manichei. Si accontentassero di essere un cerotto o un placebo, una modesta riforma delle cose, uno direbbe più volentieri a Radovan Karadzic di accomodarsi alla sbarra, di fare il suo teatro mediocre, e dare un po' tardiva soddisfazione alle donne in nero di Srebrenica".
Sono interrogativi e dubbi che qualunque persona assennata si pone, tanto più se crede nella necessità di una giurisdizione sovranazionale. E però, proprio accanto a questi dubbi, proprio le vicende processuali legate ai crimini commessi durante le guerre jugoslave confermano alcune importanti certezze.
E' innegabile che la giustizia internazionale, per come l'abbiamo conosciuta fino a d oggi, abbia molti limiti. Non si tratta di contestare la legittimità del tribunale internazionale. Solo Milosevic, Seselj, Karadzic e la gente della loro risma lo fa. Non è la "giustizia dei vincitori", come qualcuno continua a dire. Non lo è per il Tribunale per la ex Jugoslavia come non lo è stato per il tribunale per i crimini contro l'umanità commessi in Rwanda. Non lo era nemmeno a Norimberga o a Tokyo: autorevoli giuristi hanno spiegato che anche quelli non furono "tribunali dei vincitori", ma il primo embrione di una giustizia superiore ai governi, per giudicare i crimini contro l'umanità e punirne i responsabili. Certo, sarebbe preferibile che i criminali di guerra fossero giudicati a livello nazionale, ma non sempre il sistema giudiziario del Paese interessato è adeguato a farlo, come nel caso del Bosnia. E questo è quanto sostiene Mark Ellis, avvocato internazionale e direttore esecutivo dell'International Bar Association (Iba), l'associazione internazionale degli avvocati, in un'intervista di Alvise Armellini, pubblicata su Liberal del 27 ottobre ("Ma l'Aja è una scelta obbligata per dittatori e macellai").
Alle argomentazioni di chi sostiene che sarebbe meglio processare Karadzic di fronte ad una corte internazionale, magari con l'accusa di omicidio plurimo, Ellis risponde: "E' vero che è sempre preferibile, ove possibile, affidarsi ad un tribunale e a una giuria nazionale. Il diritto internazionale e la Corte di giustizia internazionale sono fondati proprio su questo principio. Tuttavia, nei casi in cui è improbabile che un tribunale nazionale possa rispettare gli standard internazionali di giustizia, è importante che una Corte internazionale possa subentrare. E' quanto sta accadendo in questa circostanza: non c'era davvero alcun altro modo per processare Radovan Karadzic. Nel caso di imputati di alto profilo - leader politici e militari - è molto difficile che una singola nazionale possa giudicarli. Le pressioni e la complessità di questi processi, nella migliore delle ipotesi, sarebbero così grandi che sarebbe impossibile processare un personaggio della caratura di Karadzic o Milosevic nell'ex Jugoslavia. Detto questo, la Serbia ha un Tribunale per i crimini di guerra dove nel corso degli ultimi anni sono stati giudicati con successo molti imputati. Bisogna continuare a sostenere lo sviluppo delle giurisdizioni nazionali, ma ci saranno sempre delle occasioni in cui non potranno essere competenti per motivi politici. Per questo è importante avere un Tribunale internazionale, ed è il motivo per cui è stata istituita la Corte di giustizia internazionale".
Dunque, la giustizia internazionale deve continuare la sua funzione. Resta solo un problema, come ha notato Paolo Lepri sul Corriere della Sera del 27 ottobre ("La sedia vuota dell'Aja che il mondo non può accettare"). Scrive Lepri: "La giustizia internazionale deve funzionare. Ma perché ciò avvenga deve essere sostenuta, non tollerata. Il sistema delle Nazioni Unite deve essere rilanciato. Lo diciamo anche a quei 170 Paesi - di cui non fa parte l'Italia - che da anni non sono in regola con i contributi per il bilancio ordinario, il peacekeeping, i tribunali internazionali. Fanno parte di un club di cui non pagano le quote".


4 novembre 2009


PASSAGGIO SPECIALE

"Riconciliazione", olio su tela di Olindo MalvisiQuesta sera la puntata dello Speciale di Passaggio a Sud Est in onda alle 23,30 su Radio Radicale è dedicata al tema della riconciliazione nei Paesi dell'ex Jugoslavia dopo le tragedie delle guerre degli anni '90.
Nonostante le ferite profonde lasciate dai conflitti, nonostante il sangue, le distruzioni, gli odi, nonostante le strumentalizzazioni politiche che ancora oggi sfuttano i risentimenti, nonostante tutto questo c'è che prova ad andare oltre, alla ricerca di un futuro possibile, insieme. Ci sono persone, associazioni, organizzazioni non governative che intraprendono iniziative comuni, in Serbia, in Kosovo, in Bosnia, serbi e albanesi insieme, bosniaci e serbi, croati e serbi, albanesi e macedoni.
L'esperienza dell'Irlanda del Nord e del Sudafrica dimostrano che superare gli odi è possibile: a patto che ognuno faccia la sua parte, che ciascuno si assume le proprie responsabilità.

Lo Speciale è curato e condotto da Roberto Spagnoli con la collaborazione di Marina Szikora e Artur Nura ed è disponibile sul sito di Radio Radicale nella sezione delle Rubriche.

sfoglia     gennaio       
 
rubriche
Diario
Per saperne di più
Radio Tirana
Balkan Express
Passaggio On Air
Testi
Passaggio Speciale

cose
Ultime cose

Il mio profilo
da vedere
SITI DI INFORMAZIONE
Ansa Balcani
Osservatorio sui Balcani
Osservatorio Caucaso
Le courrier des Balkans
Radio Srbija
Serbianna
Medi@teranée
Balkan Investigative Reporting Network
Investigative journalism center Zagreb
Balcani cooperazione
Balcani On Line
Turchia Oggi
Albania News
Vie dell'Est
ORGANIZZAZIONI NON GOVERNATIVE
Cesid-Center for free elections and democracy
International commission on the Balkan
Independent commission on Turkey
European Stability Initiative
Humanitarian law center Begrade
Center for european integration strategy
Igman Initiative
Center for Democracy and Reconciliation
Civic Dialogue
Association of local democracy agencies
OneWolrd Southeast Europe
SITI ISTITUZIONALI
Sito del Governo Serbo
Sito del Governo del Kosovo
Inviato speciale Onu in Kosovo
Office of the High Representative in Bosnia-Herzegovina
International criminal tribunal
CENTRI STUDI
Istituto per l'Europa centro-orientale e balcanica
Cirpet-Balcani
Italian Center for Turkish Studies
Tesev - Turkish Economic and Social Studies Foundation
Ovipot - Observatoire de la Via Politique Turque
Gallup Balkan Monitor
BLOG
Il blog di Artur Nura
Balkaland - Bepi ce polaziti???
Istanblues
Cose Turche - Il blog di Tiziana Prezzo
Balkan Crew - Il caffè delle diaspore
Politibalkando
Kafana
Kosovo: la voce del Coniglio
Il blog di Paola Casoli
Burekeaters
ALTRI SITI
Viaggiare i Balcani
Glocal, uniti nella diversità
Progetto Egnatia
Rom del Kosovo
cerca
me l'avete letto 1 volte

Feed RSS di questo blog Rss 2.0
Feed ATOM di questo blog Atom