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passaggioasudest [ la realtà politica dell'europa sud orientale dai balcani alla turchia ]
 



Questo blog è dedicato ad un'area cruciale per il futuro europeo. Per l'area che va dai Balcani occidentali alla Turchia, infatti, passa il futuro dell'Unione europea come progetto politico così come il futuro di questi Paesi passa dalla scelta dell'integrazione in questo progetto.




"Dobbiamo ricordarci che l’informazione è un veicolo diretto all’utente, non è un soliloquio da parte del giornalista. Bisogna tenere sempre presente che chi è dall’altra parte del microfono deve poter comprendere una realtà in cui non è presente. Questo, penso, è il massimo sforzo che i giornalisti devono compiere".
Antonio Russo



"Il vero referendum sul futuro dell'Unione si terrà nei Balcani"
International Balkan Commission


"E poi, un giorno, è stato costruito un ponte che collegava le due rive del Bosforo. Quando sono salito sul ponte e ho guardato il panorama, ho capito che era ancora meglio, ancora più bello di vedere le due rive assieme. Ho capito che il meglio era essere un ponte fra due rive. Rivolgersi alle due rive senza appartenere".
Orhan Pamuk, Istanbul



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5 febbraio 2010


LA CRISI ECONOMICA IN CROAZIA ED IN SERBIA

di Marina Szikora
Il testo che segue è la trascrizione della corrispondenza per lo Speciale di Passaggio a Sud Est andato in onda a Radio Radicale mercoledì 3 febbraio e dedicato alle prospettive per il 2010 dei Balcani occidentali.



CROAZIA
Entro due anni voglio una Croazia che concludera’ i negoziati di adesione all’Ue e avra’ una data concreta per l’ingresso nell’Unione, una Croazia nella quale potremmo dire che siamo usciti dalla crisi e di essere soddisfatti con la lotta alla corruzione e ogni forma di criminalita’” ha sottolineato lunedi’ sera la premier croata Jadranka Kosor, ospite della trasmissione ‘Notiziario plus’ della TV di stato HTV. Jadranka Kosor ha ribadito che la lotta alla corruzione, l’ingresso nell’Ue e il rafforzamento dell’economia sono i tre principali obbiettivi del suo esecutivo nel 2010 e ha ricordato le misure che il Governo ha intrapreso per lo sviluppo economico menzionando anche altri programmi che il governo di coalizione guidato dall’HDZ ha preparato per il 2010, quali le misure per la piccola e media impresa. Ha annunciato anche nuove misure per l’industria tessile di un valore di 100 miglioni di kune croate (circa 14 miglioni di euro) nonche’ le misure per aiutare l’edilizia. La premier croata ha spiegato che in questo momento non sarebbe reale ne’ giusto riflettere sull’abolizione della cosidetta tassa di crisi e di altre misure impopolari intraprese per uscire dalla crisi economica. Jadranka Kosor ha detto di essere consapevole che la tasse di crisi bisogna abolirla al piu’ presto e ha assicurato che “appena sara’ possibile, lei sara’ la prima a chiderlo”. La Kosor ha ribadito che questa legge sara’ in vigore fino al 31 dicembre 2010.
Un recente sondaggio effettuato nel dicembre 2009 su un campione di 1.500 intervistati ha mostrato come la crisi economica viene sentita dai cittadini croati e che impatto ha sulla loro vita. Secondo questo sondaggio, la crisi si sente in 82 percento delle aziende croate. Il maggior numero di intervistati, l’82 percento, hanno dichiarato che la crisi economica si sente nell’azienda in cui lavorano, mentre l’11 percento affermano di non sentire ancora la crisi ma sono convinti che questo avverra’. La meta’ dei cittadini intervistati, ritiene che la crisi durera’ ancora per uno o due anni, mentre il 43 perceno sono piu’ pessimisti e pensano che la crisi durera’ piu’ di due anni. Gli ottimisti invece, ma sono soltanto il 7 percento, credono che si uscira’ dalla crisi economica gia’ quest’anno. I cittadini piu’ ottimistici sono quelli che lavorano nelle aziende private. Anche se la lotta contro la crisi economica include maggiormente decisioni e misure difficili, il maggior numero di intervistati sono disponibili ad affrontare tali problemi. Cosi’ il 41 percento ritiene che loro stessi sarebbero proprietari ideali delle aziende in cui preferirebbero lavorare. Il 20 percento ritiene che sarebbe ideale lavorare per i proprietari stranieri, mentre il 18 percento lavorerebbe per lo Stato.
I piu’ impopolari sono i proprietari di aziende croati per i quali lavorerebbe il 17 percento di cittadini.
Perfino 94 percento di intervistati ritiene che la crisi ha influenzato la loro vita, il 46 percento ha dichiarato che essa ha un forte impatto sulla loro vita, mentre per il 50 percento, la crisi si sente poco. Solo 4 percento di cittadini ha dichiarato che la crisi non ha influenzato la loro vita. Attualmente il 45 percento di intervistati, hanno paura maggiormente di malattie, per il 20 percento il piu’ grande timore e’ quello di perdere il lavoro, mentre il 14 percento di cittadini pensa che la piu’ grande minaccia alla loro vita e’ la crisi economica. Un terzo dei cittadini croati intervistati non ha un debito privato, il 27 percento e’ indebitato fino a 5.000 euro, il 22 percento tra 5.000 e 30.000 euro mentre il 16 percento ha un debito di oltre 30.000 euro. I piu’ indebitati sono i cittadini tra 31 e 40 anni. Il maggior numero, il 63 percento, non intendono prendere un mutuo nel 2010, un quarto e’ ancora indeciso mentre soltanto l’11 percento e’ intenzionato a indebitarsi nel corso di quest’anno.

SERBIA
Dopo una serie di anni buoni, il 2009 viene ritenuto come uno dei peggiori anni per l’economia della Serbia, colpita dalla crisi economica, le cui conseguenze – si prospetta – si sentiranno ancora a lungo. Ne ha parlato recentemente, in una intervista per la Radio internazionale di Serbia, il presidente della Camera di commercio della Serbia, Milos Bugarin. Secondo Bugarin, l’economia serba ha segnato, dopo i cambiamenti democratici del 2000, una costante crescita di attivita’ economiche che grazie ad una seria riforma strutturale dell’intero sistema economico, ha visto l’aumento del prodotto interno lordo in media di 4,5 percento.
Bugarin ha evidenziato che nello stesso periodo vi e’ stato un grande afflusso di denaro dalla privatizzazione e dagli investimenti diretti stranieri. Nel momento in cui l’economia serba ha ripreso vita e quando e’ stato fermato il blocco nello sviluppo tecnologico di diversi decenni – spiega Bugarin – il paese e’ stato colpito dalla crisi finanziaria mondiale. Attualmente vi e’ un drastico calo del prodotto interno lordo, sottolinea il presidente della Camera di commercio serba, il che ha protato al blocco di moltissime imprese, ad un alto livello di mancata liquidita’ nell’economia serba e ad una forte recessione causando anche determinati disordini sociali.
Tuttavia, la Cemera di commercio e’ dell’opinione che il governo di Mirko Cvetkovic e’ riuscito in qualche modo a sconfiggere la crisi economica. Le misure intraprese dal governo durante l’anno di crisi, hanno assicurato la stabiita’ del settore finanziario e attraverso alcuni pacchetti di misure sono stati ammortizzati i colpi della crisi finanziaria mondiale, afferma Bugarin. Le principali critiche dicono che si tratta di misure a breve termine e che non ci sono state invece proiezioni a medio e lungo termine. Secondo Bugarin e’ un grande successo il fatto che esiste il dialogo tra gli imprenditori e il governo, grazie al quale una buona parte dei loro suggerimenti e’ diventata parte integrante della politica economica del Paese. In questo modo – evidenzia Bugarin – la Camera di commercio della Serbia, con il suo status nazionale, e’ posizionata come un serio negoziatore e partner del governo.
Va ricordato che a fine del 2009 e’ stata raggiunta la liberalizzazione dei visti e sempre nel 2009, sbloccato l’Accordo commerciale transitorio. Belgrado ha applicato per un anno in modo unilaterale l’Accordo. Le decisioni di Bruxelles, nonostante il proseguimento del veto sull’attuazione dell’Accordo di stabilizzazione e associazione, rappresenta una specie di premio per la strada europea della Serbia e la sua determinazione di andare avanti sulla strada delle riforme necessarie. E lunedi’, formalmente e giuridicamente e’ iniziata l’attuazione commerciale transitoria dell’Accordo di stabilizzazione e associazione.
L’accordo transitorio con l’Ue porta ai cittadini della Serbia, in quanto consumatori, una maggiore scelta di merci di diversa qualita’ e a diversi prezzi, ha spiegato per il quotidiano di Belgrado ‘Blic’ Milica Delevic, direttrice dell’ufficio del governo per le integrazioni europee. Come ha spiegato la Delavic, lunedi’ e’ stata formalizzata la decisione del Consiglio di ministri dell’Ue dello scorso 7 dicembre la cui attuazione e’ iniziata in modo non formale gia’ il giorno dopo.
La Serbia si trova adesso nel secondo anno di libaralizzazione, ha un termine di sei mesi per stabilire la zona di libero commercio con l’Ue che implica la graduale abolizione delle tasse doganali e quote nel comune commercio. Questo termine scade nel 2014, ha detto Milica Delevic. “Attraverso questo accordo lo stato ottiene la possibilita’ di realizzare interessi economici per i cittadini e per l’economia. Dal punto di vista politico, questa e’ l’occasione di creare ulteriori presupposti per le integrazioni eurpee” ha evidenziato la direttrice dell’ufficio governativo per le integrazioni europee.
Questo e’ un passo di transizione della Serbia dallo status di candidato potenziale allo status di vero candidato all’adesione nell’Ue. Questo status apre i fondi di preadesione nell’ambito dei quali per l’agricoltura i piu’ importanti sono i fondi destinati allo sviluppo rurale” ha spiegato Milos Milovanovic, viceministro dell’agricoltura. Secondo gli esperti serbi, l’Accordo e’ un segnale molto positivo per le ditte euro-occidentali che vogliono stabilire la cooperazione e il partenariato con le piccole e medie imprese in Serbia.


5 febbraio 2010


LA CRISI ECONOMICA IN ALBANIA ED IN KOSOVO

di Artur Nura
Il testo che segue è la trascrizione della corrispondenza per lo Speciale di Passaggio a Sud Est andato in onda a Radio Radicale mercoledì 3 febbraio e dedicato alle prospettive per il 2010 dei Balcani occidentali.

 

Albania
Il Governatore della Banca Centrale d'Albania, Ardian Fullani, ha affermato per i mass media locali che è possibile un ulteriore aumento dei prezzi dei prodotti alimentari un fenomena certo che ha a che fare con tutti. Secondo l’avvertimento di Fullani, questi prezzi cresceranno ancora di più. Il Governatore ha sottolineato che l'economia albanese è minacciata dalle oscillazioni dell'economia internazionale mentre la stabilità finanziaria dalla scarsezza di valuta. "Ci sono indicatori che riflettono, con effetto ritardato e che si influenzera sul tasso di cambio sotto-stimato, le congiunture nei mercati internazionali e nel mercato albanese. Questi fattori scateneranno dinamiche inflazionistiche nei primi 6 mesi di quest'anno, in tale previsione si tiene in considerazione anche una riduzione delle derrate agricole dovuta alle inondazioni vissute durante l'inverno", ha detto Fullani. Il Governatore Fullani ha anche risposto in merito alle richieste della Confindustria al Governo, esprimendo un giudizio sui riflessi di un'amnistia fiscale sull'economia albanese, dicendo che qualsiasi manovra che punti a una formalizzazione dell'economia sommersa è accolto con favore dalla Banca d'Albania.
In effetti, la Confindustria di Albania, in relazione alla difficile situazione economica del Paese che ha colpito anche le aziende, ha proposto che il governo albanese approvi ed attui un profondo condono fiscale. La Confindustria ritiene che vi sono diversi motivi per i quali si dovrebbe attuare il condono, come ad esempio il rientro dei capitali dall'estero, l'aumento delle iniziative d’investimento da parte delle imprese e dei cittadini nell'economia del paese, la prevenzione del ritiro delle rimesse dell'emigrazione albanese. Oltre a questi, la Confindustria osserva che quasi tutti i paesi dell'UE hanno fatto o stanno attuando delle pratiche di condono fiscale, quindi qualsiasi ritardo dell'Albania crea il rischio di un aumento della fuoriuscita di denaro e capitali verso mete di investimento più attraenti e più vantaggiose dal punto di vista fiscale, causando gravissimi danni al sistema fiscale e bancario, nonchè allo sviluppo economico del Paese. Dall’altro canto la Banca dell’Albania ha pubblicato di recente anche i dati del commercio estero durante il 2009, evidenziando un calo delle importazioni totali del 9%, mentre le esportazioni diminuiscono in maniera più che proporzionale, pari all'incirca al 14%, andando così ad aumentare il disavanzo della bilancia commerciale.
Però dall’altro canto, dobbiamo aggiungere che secondo Heritage Foundation Il prospetto positivo della libertà economica in Albania, influenzerà positivamente lo sviluppo dell'economia albanese nel 2010 e oltre. Alemeno questo e’ al quanto detto dal Ministro delle Finanze, Ridvan Bode che ha fatto sapere che nella relazione della HF, l'Albania si è classificata tra i paesi migliori al mondo, per il miglioramento significativo in termini di libertà economica nel 2009. Bode ha aggiunto che questa relazione è un elemento di stimolo per gli investimenti esteri in Albania, pero stando ai dati dell'indice annuale della libertà economica, pubblicata dalla stessa “Heritage Foundation”, l'Albania ha visto veramente un discreto miglioramento. Cioe’ l'Albania si classifica come 53-esimo Paese per libertà economica con 66 punti, il 2,3% in più rispetto allo scorso anno; mentre si classifica 25-esima dei 43 paesi Europei come valutazione complessiva media rispetto al livello mondiale. In piu secondo la stessa relazione anche se e' migliorato il clima economico degli investimenti in Albania, il miglioramento della libertà delle imprese viene ancora ostacolato da una burocrazia macchinosa e stancante. Il rapporto afferma anche che in generale, la difesa del diritto di proprietà è debole in Albania. La registrazione delle proprietà è migliorata, ma la sicurezza del diritto alla proprietà continua ad essere un problema nelle zone costiere dove esiste un potenziale promettente per lo sviluppo del turismo del Paese.


Kosovo
Ci sono notizie che indicano una prospettiva buona per il Paese. Per iniziare dobbiamo affermare che ha avuto inizio una conferenza di 3 giorni per la scelta dei partner pubblici e privati dell'Aeroporto Internazionale di Pristina, organizzata dal Ministero dei Trasporti e della Posta e Telecomunicazioni del Kosovo. Alla conferenza hanno partecipato gli offerenti per l'appalto di gestione e sviluppo dell'Aeroporto Internazionale di Pristina che avranno la possibilità di esporre le proprie osservazioni in merito alla bozza del contratto, inviata il 29 dicembre 2009. Ad aprire la conferenza è stato il Premier Hashim Taci, il quale ha esordito dicendo che l`Aeroporto non verrà privatizzato, ma dato in gestione ad un operatore privato, che apportando degli investimenti migliorerà i servizi e darà vita ad una fonte economica importante per il Kosovo.
"Noi stiamo semplicemente scegliendo la collaborazione con un gestore privato competente e con una vasta esperienza nel settore, che investirà circa 100 milioni di euro nei prossimi anni. In questo modo speriamo sarà possibile rendere l`Aeroporto di Pristina il più competitivo nella regione per i decenni che verranno", ha dichiarato il capo del Governo. Egli ha anche ribadito che non verrà messo in vendita una proprietà statale, in quanto le azioni dell'Aeroporto spettano a tutti i cittadini kosovari, aggungendo che dopo il rilascio della concessione, l'operatore privato è tenuto a rispettare tutti i termini previsti dal contratto e che con la costruzione dell'edificio del nuovo e moderno terminal, verranno create le condizioni per aumentare il numero di viaggiatori e delle compagnie aeree che sceglieranno il Kosovo come destinazione.
Dall’altro canto anche le Commissioni dell'Economia, del Commercio, Industria, Energia, Trasporti e Telecomunicazioni del parlamento del Kosovo, guidate da Myzejene Selmani hanno esaminato di recente la strategia per il mercato dell'energia elettrica per il periodo 2009-2018. La strategia prevede l'accurata determinazione dei bisogni e delle capacità di produzione del Kosovo, con particolare attenzione per la costruzione della centrale del Nuovo Kosovo che sarà costruita in collaborazione con la Banca mondiale e dell'USAID. Il 20-21 gennaio e’ stato organizzata a Pristina la Conferenza degli Investitori per l’Energia, durante la quale sono esaminate le proposte delle parti che hanno espresso interesse per il progetto del nuovo impianto energetico “Il Nuovo Kosovo”. Secondo il Ministro dell'Energia e delle Miniere, Justina Pula Shiroka, il bando di gara esprime chiaramente le condizioni da rispettare per coloro che abbiano interesse per il progetto della nuova centrale, già pubblicato con termine da rispettare entro il 29 gennaio 2010.
Un altro componente che potrebbe aiutare molto l'economia del Kosovo sarebbe il fatto in vista di una possibile liberalizzazione dei visti per i cittadini del Kosovo verso i Paesi dell'area Schengen.mAlmeno una fonte governativa a Pristina ha fatto sapere che alla Comissione Europea c’e’ chi intende presentare i criteri e le condizioni che il Kosovo deve soddisfare per ottenere l'abolizione del visto.


Postscriptum
L'International Financial Corporation che opera all'interno del Gruppo della Banca Mondiale, e l'Agenzia svedese per la cooperazione internazionale allo sviluppo hanno firmato un accordo con il quale stanzieranno 125 milioni di dollari per garanzie senza copertura per le banche a livello mondiale e regionale che finanziano il commercio nella regione dell'Europa centrale e orientale minacciata dalla crisi finanziaria globale. Tali garanzie saranno stanziate a favore delle banche dei mercati di Serbia, Bosnia, Albania, Bielorussia, Georgia, Kosovo, Macedonia, Moldavia, Turchia e Ucraina. L'Accordo è stato raggiunto nella seconda fase del Programma per la liquidità globale del commercio, gestito dall'IFC. Negli ultimi sei mesi, per il Programma sui mercati del sviluppo sono stati versati più di 900 milioni di dollari per sostenere le transazioni commerciali del valore di 2,2 miliardi. Tali garanzie senza copertura hanno come obiettivo quello di incentivare le banche a fornire prestiti necessari al finanziamento di attività commerciali, al fine di ridurre il rischio di credito associato per il rientro e l'espansione degli sviluppi commerciali.




5 febbraio 2010


PASSAGGIO SPECIALE

Le prospettive dei Balcani occidentali per il 2010

Lo Speciale di Passaggio a Sud Est andato in onda mercoledì 3 febbraio su Radio Radicale è stato dedicato alle prospettive della regione balcanica occidentale per il 2010.
La stabilità dei Balcani occidentali è ancora a rischio a causa di questione rimaste irrisolte dopo i conflitti degli anni '90. In particolare: assetto istituzionale della Bosnia, status del Kosovo, contenzioso sul nome della Macedonia. Questo è quanto si legge in "Prospects 2010", atlante mondiale di analisi strategica di Oxford Analytica, pubblicato a puntat in Italia da Milano Finanza. 

La trasmissione fa una fotografia della situazione nei principali paesi della regione. La crisi globale ha colpito piuttosto duramente economie ancora deboli o non sufficientemente solide. L'adesione all'Ue resta la principale prospettiva di stabilità e sono stati compiuti progressi per superare i conflitti passati, ma occorre uno sforzo della comunità internazionale per gettare basi solide per la stabilità politico-economica per la regione.

La trasmissione è disponibile sul sito di Radio Radicale nella sezione delle Rubriche


12 dicembre 2009


LA TURCHIA SULL'ORLO DI UNA CRISI

Recep Tayyp ErdoganSi fa di nuovo difficile la situazione politica in Turchia dopo che l'altro ieri la Corte Costituzionale ha deciso la chiusura del DTP (Partito della società democratica, filo curdo), accusato di legami con i guerriglieri indipendentisti del PKK. E' la venticinquesima volta nella storia della Turchia moderna che la suprema corte mette al bando un partito regolarmente eletto dal popolo, che tra l'altro alle ultime consultazioni amministrative, lo scorso marzo, aveva visto aumentare i suoi consensi soprattutto nell'Est del Paese. Il DTP è stato sciolto poichè ritenuto "una fucina di attività che mettono a repentaglio l'indipendenza dello stato e la sua unità indissolubile", come ha dichiarato durante una conferenza stampa il presidente della Corte Costituzionale, Hasim Kilic. Un verdetto sottoscritto da tutti e undici i componenti della corte dopo quattro giorni di camer adi consiglio. Oltre alla chiusura del partito la corte ha ordinato il bando dalla vita politica per cinque anni di ben 37 suoi esponenti tra i quali il presidente Ahmet Turk.

Il timore principale è che la sentenza provochi nell'est del Paese nuovi scontri fra manifestanti pro-DTP e forze dell'ordine, come già avvenuto alla vigilia delle decisioni della corte. In una situazione surriscaldata potrebbe tornare a farsi vivo anche il PKK, che in seguito alla decisione de giudici costituzionali, sta tornando a raccogliere consensi nei territori a maggioranza curda. I risvolti che più preoccupano il premier Recep Tayyip Erdogan sono però di ordine politico. La sentenza, infatti, getta un'ombra su tutto il processo di apertura alla minoranza curda che Erdogan e il suo governo portano avanti da mesi e che dovrebbe pesare positivamente nel complicato processo di adesione all'Unione Europea come una delle maggiori prove sulla progressiva democratizzazione del Paese portata avanti dal governo islamico-moderato. Ma il timore maggiore per Erdogan è quello che la sentenza della Corte Costituzionale porti ad elezioni anticipate.

I deputati del DTP, come avevano annunciato subito dopo la sentenza , hanno deciso di lasciare il parlamento in segno di protesta. Se l'abbandono del parlamento da parte dei rappresentanti curdi sarà seguito da quello di alcuni deputati indipendenti, potrebbe venire meno il numero legale e portare ad una fine prematura della legislatura. Le dimissioni devono essere convalidate dal parlamento prima. Ma, anche se il governo dovesse rimanere in piedi, difficilmente Erdogan potrà contare sui voti curdi per l'approvazione delle prossime leggi. Quindi, nonostante il premier ostenti sicurezza e dichiari che nonostante la sentenza andrà avanti con il suo programma, la decisione della corte appare come un vero e proprio avvertimento a lui e al suo partito, che in caso di elezioni anticipate si presenterebbero al voto con un calo di consensi del 15% secondo gli ultimi sondaggi, dopo il parziale insuccesso registrato alle amministrative dello scorso marzo.

Insomma, la faccenda appare l'ennesima puntata dello scontro tra l'establishment "kemalista" e la nuova classe dirigente islamico-moderata affacciatasi al potere al seguito di Erdogan e del suo AKP. Certo è che proprio in questo momento - con una crisi economica seria e un quadro di relazioni internazionali in via di ridefinizione (con conseguenti attriti con gli alleati occidentali), un negoziato di adesione all'Ue che si trascina tra enormi difficoltà e il quadro interno scosso dalla scoperta di tentativi di golpe e dai sospetti di corruzione sollevati dai giornali del gruppo Dogan (colpiti, chi dice proprio per questo, da una pesantissima multa) - di tutto aveva bisogno la Turchia di un quadro politica instabile e di un governo indebolito. L'Europa dovrebbe forse riflettere sui suoi comportamenti, ma forse al di qua del Bosforo non sono pochi coloro che si augurano un indebolimento di Erdogan e magari una sua sconfitta elettorale. Resta da vedere se uno scenario del genere sia quello migliore per l'Europa.


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11 dicembre 2009


LA CINA E' VICINA... ALLA GRECIA IN CRISI (2)

Immagina tratta da www.istockphoto.com"La Grecia non e' Dubai, ma un Paese della zona euro con un governo responsabile e pronto a cambiare radicalmente le cose''. Al termine di una settimana di allarme sui mercati per il rischio di default sul debito greco e dopo il declassamento di Fitch, il premier George Papandreou cerca di rassicurare i partner internazionali e annuncia misure drastiche di bilancio in arrivo nel 2010 per scongiurare. "Il nostro programma e' molto chiaro e siamo assolutamente determinati a portarlo avanti", ha detto Papandreou intervenendo al Consiglio europeo escludendo categoricamente lo scenario tratteggiato dalla londinese Standard Bank - secondo la quale Grecia e Irlanda potrebbero addirittura uscire dall'euro entro la fine del 2010 a causa della loro "intollerabile" situazione economica - e chiamando a testimoni in sua difesa il presidente dell'Eurogruppo e quello della Banca centrale europea, che hanno assicurato come non c'e' alcun rischio di bancarotta per la Grecia. Papandreou ha anche tenuto ad escludere la richiesta di aiuti al Fondo monetario internazionale, con il quale pure c'e' un dialogo in questi giorni, cosi' come con la Bce.

Stando alle indiscrezioni, le misure a cui pensa il premier - che ha detto di non aspettarsi regali, ma solo un trattamento equo da parte dell'Ue - prevederebbero pesanti tagli alla spesa, il congelamento agli stipendi dei dipendenti pubblici per tre anni, una stretta sull'evasione fiscale, la razionalizzazione della burocratica macchina pubblica greca e la lotta alla corruzione definita ''sistemica''. A Bruxelles Papandreou si e' impegnato inoltre ad un maxi-piano di riduzione del deficit, che sara' tagliato di ben quattro punti percentuali il prossimo anno e tornera' sotto la soglia del 3%, fissata dal Patto di stabilita' europeo, entro quattro anni. Un piano lacrime e sangue che secondo il quotidiano greco Kathimerini dovrebbe essere annunciato già lunedi' prossimo e sarà parte del programma di crescita e stabilita' atteso a gennaio. Questi sono i progetti ma i mercati attendono fatti e intanto continuano a punire la borsa di Atene. con un calo del 2,4%. Il presidente della Bce, Jean-Claude Trichet, ha rinnovato la fiducia nella capacita' di Atene di prendere misure ''coraggiose'', in grado di evitare un piano di aiuti europei a favore della Grecia. Il problema saranno le ripercussioni di queste misure sulla crescita, in uno scenario scenario globale ancora quanto mai incerto e senza poter contare su espedienti tattici come la svalutazione del cambio e il taglio dei tassi d'interesse.

Sul piano politico, perché il risanamento abbia successo Papandreou ha bisogno di un'intesa ampia con l'opposizione. Il premier socialista è stato rieletto a inizio ottobre sulla base di un programma di rilancio dell'economia, ma senza tagli delle spese e aumenti delle tasse. Vista la situazione, però, questi interventi probabilmente saranno inevitabili, anche se probabilmente verranno applicati in modo graduale per farli "digerire" meglio all'opinione pubblica. A differenza del suo predecessore di Nea Demokratia, il leader del Pasok può contare in Parlamento su una maggioranza solida e quindi non dovrà giocare la carta disperata di un governo di emergenza nazionale, puntando piuttosto sulla ricerca dell'unità nazionale per uscire dalla crisi. Il nuovo leader del centrodestra, Antonis Samaras, è stato compagno di studi di Papandreou negli Stati Uniti e ha un buon rapporto personale col premier socialista.

La ricetta che Papandreou cercherà di applicare di fronte alla gravissima crisi dei conti pubblici, secondo quanto ha spiegato all'agenzia Apcom, l'ambasciatore italiano in Grecia Gianpaolo Scarante potrebbe essere quella del rifinanziamento del debito da parte di paesi stranieri. E qui spunta la carta Cina: "Il grande problema per la Grecia è quello dell'erosione della credibilità internazionale sul fronte finanziario", sottolinea Scarante, secondo cui ora alla Grecia "serve qualcosa che funzioni subito", e in questo senso un finanziamento di parte del debito da parte della Cina è una possibilità che potrebbe essere esplorata da parte di Atene. D'altra parte Pechino gestisce già parte del porto del Pireo e parte del debito ellenico. La strategia che la Cina potrebbe applicare è quella già ben rodata in Africa: presentarsi ai Paesi sull'orlo del baratro col libretto degli assegni in mano. Inoltre, sempre secondo Scarante, nel futuro della Grecia potrebbe aprirsi lo scenario di un rilancio del suo modello economico come grande snodo energetico dei gasdotti verso l'Europa, anche se per arrivare a questo occorre prima una ripresa internazionale.

(2, fine)


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19 novembre 2009


ELEZIONI IN ROMANIA: ALLA RICERCA DI UNA VIA D'USCITA DALLA CRISI POLITICA

Venti anni dopo la caduta del regime comunista di Nicolae Ceausescu, fra tre giorni la Romania va alle urne per scegliere il nuovo presidente sperando di uscire dallo stallo politico che da settomane blocca il Paese alle prese con la crisi economica globale. Si tratta dunque di un appuntamento cruciale per mettere fine alla crisi politica che pesa su un paese già penalizzato da una forte recessione. Dopo nove anni di forte crescita il Paese è stato infatti colpito duramente dalla crisi: per il 2009 è previsto un calo del Pil dell'8%, mentre, secondo i dati ufficiali di fine agosto, la disoccupazione è al 6,6% a fronte di un salario mensile medio di circa 320 euro. All'origine dell'impasse, la guerra aperta tra l'attuale presidente di centro-destra Traian Basescu ed il Parlamento dove l'opposizione ha la maggioranza assoluta.In breve tempo i romeni hanno così assistito alla fine della coalizione tra i democratici-liberali e i socialdemocratici, alla caduta del governo e alla bocciatura in Parlamento di due premier designati da Basescu.

I candidati alla presidenza sono dodici, ma difficilmente il nuovo presidente sarà eletto domenica al primo turno. Tutto si giocherà quindi al ballottaggio del 6 dicembre tra Basescu ed il leader dei socialdemocratici all'opposizione Mircea Geoana. Basescu, 58 anni, ex capitano di Marina eletto presidente nel 2004, e Geoana, 51 anni, ex ambasciatore a Washington e ministro degli Esteri dal 2000 al 2004, secondo i sondaggi raccolgono tra il 30 e il 32% dei consensi ciascuno. Tra i due litiganti potrebbe inserirsi il terzo incomodo, ovvero il liberale Crin Antonescu, che punta tutto sul taglio delle tasse. Chiunque sia il vincitore, il nuovo presidente dovrà nominare in tempi brevi un premier in grado di trovare una maggioranza parlamentare e di varare le riforme chieste dal Fondo monetario internazionale che ha concesso a Bucarest un prestito di 20 miliardi di dollari.

Basescu sostiene di essere vittima di un "sistema disonesto che vuole impedire la modernizzazione del paese" e promette di far tagliare gli sprechi statali, per esempio riducendo il numero dei deputati del Parlamento monocamerale (dagli attuali 471 a 300). Geoana denuncia quello che definisce "il regime Basescu, costellato di scandali": gli avversari accusano il presidente di "non indietreggiare di fronte a nulla pur di ottenere i suoi scopi". Il candidato socialdemocratico si presenta a sua volta come "l'uomo del dialogo" ma viene accusato di "populismo" dai detrattori. E' accusato di promettere moltissimo ma di non spiegare dove troverà i soldi per mantenere la sue promesse. Il rischio è che, alla luce della ripartizione dei seggi in Parlamento, il futuro presidente si trovi a coabitare con un partito diverso dal suo. Tra l'altro, la partecipazione al voto è prevista inferiore al 50%, evidente segnale del disinteresse dei cittadini romeni dopo una campagna caratterizzata da rivelazioni imbarazzanti per il presidente uscente.


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25 agosto 2009


RISCHIO AIDS NEI BALCANI

Fino a questo momento la pandemia di Aids ha toccato relativamente poco l'area balcanica, anche se la realtà è probabilmente più grave di quanto non dicano i dati ufficiali. Ora, però, gli esperti temono che i rimpatri degli emigranti causati della crisi economica mondiale possano aumentare il numero dei contagi, mentre la difficile situazione economica e finanziaria spinge i governi della regione a tagliare i bilanci della sanità pubblica. Lo scrive Blerina Moka in un articolo pubblicato sul sito del Balkan Investigative Reporting Network in cui riporta anche alcuni dati significativi.
In Serbia, dove i dati ufficiali parlano di circa 2000 casi, la fascia d'età più colpita è quella che va dai 15 ai 29 anni. La Bosnia Erzegovina si situa al secondo posto con più di 900 casi registrati e più di un centinaio di morti. Per quanto riguarda l'Albania il primo caso fu rilevato nel 1993. Da allora i morti registrati sono stati 56 e 312 i casi, dei quali 16 riguardano bambini. Secondo l'istituto albanese della sanità pubblica il 65% dei contagiati sono uomini. Lo stesso istituto stima circa il 20% dei malati siano emigranti che hanno contratto l'HIV quando si trovavano all'estero. In Montenegro e in Kosovo i responsabili sanitari temono che ci sia una differenza notevole tra i dati ufficiali e la realtà. Il ministro aggiunto della Sanità del Kosovo ritiene che il numero reale delle persone contagiate superi di molto la cifra ufficiale di 74 casi e teme che gli emigrati costretti a rientrare in patria dalla crisi mondiale possa avere un impatto sul numero dei casi di Aids.
Blerina Moka cita, inoltre, una ricerca che l'Organizzazione internazionale delle migrazioni ha condotto in Italia, dove vivono molti immigrati provenienti dai Balcani, secondo il quale il tasso di prevalenza della malattia è maggiore in questo gruppo che nel resto della popolazione. Diversi esperti balcanici, si legge ancora nell'articolo, ritengono che la recessione e la crescita del deficit pubblico spingano i governi a tagliare le spese per la sanità pubblica, proprio nel momento in cui gli interventi di prevenzione avrebbero invece bisogno di essere estesi e mentenuti per rallentare il diffondersi della pandemia. L'autrice cita infine uno studio pubblicato all'inizio di luglio e condotto congiuntamente dalla Banca mondiale e dal Programma delle Nazioni Unite per la lotta contro l'Aids, secondo cui i programmi di prevenzione e di cura rischiano di essere stravolti dalla crisi mondiale sia nei Balcani, sia nel resto d'Europa, mentre la prevenzione è un aspetto cruciale per contrastare la diffusione del virus.

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