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passaggioasudest [ la realtà politica dell'europa sud orientale dai balcani alla turchia ]
 



Questo blog è dedicato ad un'area cruciale per il futuro europeo. Per l'area che va dai Balcani occidentali alla Turchia, infatti, passa il futuro dell'Unione europea come progetto politico così come il futuro di questi Paesi passa dalla scelta dell'integrazione in questo progetto.




"Dobbiamo ricordarci che l’informazione è un veicolo diretto all’utente, non è un soliloquio da parte del giornalista. Bisogna tenere sempre presente che chi è dall’altra parte del microfono deve poter comprendere una realtà in cui non è presente. Questo, penso, è il massimo sforzo che i giornalisti devono compiere".
Antonio Russo



"Il vero referendum sul futuro dell'Unione si terrà nei Balcani"
International Balkan Commission


"E poi, un giorno, è stato costruito un ponte che collegava le due rive del Bosforo. Quando sono salito sul ponte e ho guardato il panorama, ho capito che era ancora meglio, ancora più bello di vedere le due rive assieme. Ho capito che il meglio era essere un ponte fra due rive. Rivolgersi alle due rive senza appartenere".
Orhan Pamuk, Istanbul



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28 ottobre 2008


UNA NUOVA STAGIONE POLITICA PER LA SERBIA?

Ivica Dacic e Boris TadicDomenica 19 ottobre il Partito democratico (DS) e il Partito socialista serbo (SPS) hanno firmato una dichiarazione di riconciliazione politica e di responsabilità comune per la realizzazione di una Serbia democratica, libera, unita, sviluppata culturalmente ed economicamente e fondata sulla giustizia sociale. Il documento è stato firmato dal presidente del DS e presidente della repubblica, Boris Tadic, e da Ivica Dacic, presidente di quel partito socialista che fu del defunto dittatore Slobodan Milosevic ma che sotto la guida del giovane e pragmatico leader pare voler chiudere definitivamente con quel passato.
In Serbia sembrerebbe, dunque, essere iniziata davvero una nuova stagione politica. Dopo la riconferma alla presidenza di Boris Tadic nelle elezioni presidenziali di gennaio e la netta vittoria del fronte europeista alle politiche di maggio è venuto l'accordo politico tra democratici e socialisti che ha permesso la formazione del nuovo governo guidato da
Mirko Cvetkovic
e ha emarginato gli ultranazionalisti del Partito radicale serbo che, anzi, si sono spaccati con la separazione dell'ex numero due, Tomislav Nikolic, dal leader storico Vojislav Seselj sotto processo al Tribunale internazionale all'Aja.

Qui di seguito il testo della corrispondenza di Marina Sikora per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda sabato 25 ottobre a Radio Radicale.

LA RICONCILIAZIONE POLITICA TRA DEMOCRATICI E SOCIALISTI IN SERBIA
di Marina Sikora
Sulla scena politica serba, come hanno detto il presidente Boris Tadic, leader del Partito democratico, e il ministro degli Interni Ivica Dacic, leader del Partito socialista della Serbia, si e’ potuto assistere ad una vicenda di importanza storica: la formalizzazione della riconciliazione politica tra democratici e socialisti serbi. Nella sede del Partito Democratico, i due leader, a nome dei loro partiti, hanno firmanto una dichiarazione che dovrebbe rappresentare l’avvicinamento di due forze che ancora poco tempo fa erano diamentralmente opposte. C’e’ da sottolineare che i socialisti serbi sono gli eredi del defunto uomo forte della Serbia, Slobodan Milosevic, il partito simbolo del male di quell’epoca del suo regime. Di seguito alla vittoria delle forze democratiche e la sconfitta del regime Milosevic, dopo otto anni di completa marginalizzazione, alle ultime elezioni politiche i socialisti serbi guidati da Ivica Dacic sono tornati al centro dell’attenzione, diventando persino l’ago della bilancia nei mesi che hanno preceduto la formazione del nuovo governo ed entrando infine a farne parte con incarichi ministeriali prestigiosi.

Firmando la dichiarazione di riconciliazione, il presidente Tadic e il ministro Dacic hanno invitato anche gli altri partiti politici in Serbia di riunirsi intorno alla “piattaforma nazionale” a nome del progresso e del benessere del Paese. Per il leader democratico e quello socialista, con questo accordo politico, che tra l’altro e’ stato annunciato ancora dalla scorsa estate, si vuole porre fine a decenni di conflitti politici in Serbia per unirsi intorno agli obiettivi importanti per il benessere dei cittadini. A tal proposito il presidente Tadic ha dichiarato che tutti i partiti politici che vogliono un futuoro migliore per i cittadini della Serbia e allo stesso tempo il proseguimento delle integrazioni europee nonche’ la lotta democratica per la salvaguardia del Kosovo possono firmare questo accordo. Un passo verso la riconciliazione nazionale ma anche un messaggio alla comunita’ internazionale che la Serbia ha lasciato dietro le spalle il tempo dei conflitti e delle confrontazioni ed e’ entrata nella nuova era politica.

Secondo il leader socialista, Ivica Dacic, solo una Serbia forte e politicamente stabile puo’ proteggere gli interessi nazionali, aderire all’Ue ed assicurare lo sviluppo economico. Dacic ha puntato sul fatto che dal punto di vista politico, e’ stato difficile formare l’attuale governo poiche’ i due partiti (il Partito democratico e il Partito socialista) erano i simboli del potere prima e dopo il 5 ottobre del 2000 (la data della caduta del regime di Slobodan Milosevic). Secondo il ministro degli Interni e vicepremier Dacic, se i socialisti avessero formato il goveno con il Partito democratico della Serbia e con gli ultranazionalisti radicali, oggi la Serbia non avrebbe piu’ un governo e non sarebbe sulla via verso l’Ue.

Il presidente Tadic, da parte sua, ha anche demantito le speculazioni secondo le quali la firma di questo accordo politico sarebbe stata rinviata finche’ non sono stati assegnati gli incarichi ministeriali. Il documento di riconciliazione delle due forze politiche e’ pero’ ben lontano da una visione di possibile riconciliazione nazionale, come prospettato dal presidente Tadic e lo affermano gia’ le prime reazione di altri partiti politici. Un teatro inutile, e’ stato il commento del leader dei liberldemocratici Cedomir Jovanovic secondo il quale i due partiti si sono riconciliati ben prima della firma di questo documento, vale a dire dal momento in cui si sono accordati sulla divisione del potere. Il leader di Nuova Serbia, Velimir Ilic parla di un documento strano che il defunto leader democratico ed ex premier Zoran Djindic sicuramente non avrebbe condiviso, mentre nel Partito democratico della Serbia di Vojislav Kostunica ritengono si tratti di un marketing politico.


2 luglio 2008


SERBIA: ACCORDO DEMOCRATICI-SOCIALISTI PER IL GOVERNO E PER BELGRADO

Lunedì scorso è iniziato al parlamento serbo il dibattito sulla legge relativa al nuovo governo serbo. L'approvazione è attesa entro la fine di questa settimana, dopodiché si insedierà il nuovo esecutivo che qualcuno ha battezzato della "riconciliazione storica" perché nato dall'accordo tra la coalizione filoeuropeista raccolta intorno al Partito democratico del presidente della Repubblica, Boris Tadic, e il Partito socialista serbo erede del defunto dittatore Slobodan Milosevic, oggi guidato dal quarantenne Ivica Dacic giudicato un politico pragmatico e che molti pensano possa liberare il partito dal suo ingombrante passato (un po' come ha fatto in Croazia Ivo Sanader con l'Hdz del defunto leader autoritario nazionalista Franjo Tdjman).
Tadic ha già incaricato il ministro delle Finanze uscente, Mirko Cvetkovic, di formare il nuovo esecutivo che segna "una nuova era" della politica serba, come ha dichiarato lo stesso presidente serbo. L'atteso patto tra i democratici e i loro nemici giurati, i socialisti eredi di Milosevic, ha messo all'angolo e costretto all'opposizione le forze nazionaliste e conservatrici e segna una pesante sconfitta politica per l'ormai ex premier Vojslav Kostunica, principale responsabile della crisi di governo che ha portato alle elezioni anticipate dell'11 maggio scorso.
L'intesa tra democratici e socialisti si fonda su tre pilastri: il proseguimento del processo di integrazione europea della Serbia, la difesa dell'integrità territoriale e della sovranità serba con il rifiuto di riconoscere l'indipendenza unilaterale dal Kosovo, la centralità della giustizia sociale per quanto riguarda le scelte di politica economica nella delicata fase di transizione che l'economia serba sta attraversando. E proprio questo ultimo punto ha fatto emergere alcune frizioni tra socialisti e liberali. Il socialista, Milutin Mrkonjic, cui dovrebbe andare la guida del ministero delle Infrastrutture ha minacciato di rinunciare all'incarico qualora le competenze del dicastero non comprendano anche il controllo diretto delle grandi aziende di stato come la compagnia aerea Jat, già in fase di privatizzazione, quella ferroviaria e quella delle strade.
Altri nodi sono invece stati risolti. E' sfumata ad esempio l'ipotesi, che aveva suscitato molte proteste, di porre il leader socialista Dacic alla guida dei servizi di intelligence, mentre il ministro per il Kosovo dovrebbe essere "una persona che viene da là", come ha detto Tadic, così come alla guida di dicasteri chiave come Giustizia e Finanza il presidente auspica "figure non di partito". Il presidente serbo ha fatto anche intendere che l'alleanza tra democratici e socialisti raggiunta a livello nazionale porterà con sé anche quella per la guida di Belgrado facendo saltare il patto già siglato tra socialisti e nazionalisti.
In effetti oggi il quotidiano Blic, citava fonti secondo le quali il Partito democratico e il Partito socialista hanno trovato l'accordo per replicare nella capitale l'accordo raggiunto per la formazione del nuovo governo nazionale per cui nuovo sindaco sarà il democratico Dragan Dilas. La giunta avrà al suo interno anche gli alleati minori dei socialisti, il partito Serbia unita (Js) e l'Alleanza dei pensionati (Pups) nelle scorse settimane avevano spinto molto per stringere l'accordo con il fronte filo-europeo sulla base della comune posizione favorevole all'integrazione nell'UE.
La maggioranza della capitale serba potrà contare poi sull'appoggio esterno del Partito liberal democratico di Cedomir Jovanovic, fortemente filoeuropeista e unica forza politica serba dichiaratamente a favore dell'indipendenza del Kosovo, di certo a disagio per l'alleanza con i socialisti ma evidentemente non al punto da rischiare di consegnare la capitale ed il governo al fronte nazionalista-conservatore.
Insomma, buon notizie per l'Europa, ammesso che a Bruxelles ci siano orecchie disposte a non lasciarle cadere nel vuoto.


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permalink | inviato da robi-spa il 2/7/2008 alle 19:34 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


11 giugno 2008


SERBIA: NUOVO GOVERNO ENTRO 90 GIORNI O DI NUOVO ELEZIONI

Il leader del Partito socialista serbo Ivica DacicNiente di fatto a Belgrado. La prima seduta del nuovo Parlamento dopo le elezioni dell'11 maggio scorso si è conclusa senza l'elezione del successore del presidente uscente Oliver Dulic e la Serbia ancora non ha una maggioranza in grado di formare il nuovo governo. Il Partito socialista serbo (Sps), che fu del defunto dittatore Slobodan Milosevic, continua a giocare il suo ruolo di ago della bilancia tra lo schieramento nazionalista e quello filoeuropeista che ha vinto le elezioni e si raccoglie attorno al Partito democratico del presidente della repubblica Boris Tadic. La trattativa per la formazione del nuovo esecutivo dovrebbe durare almeno fino alla fine di giugno. L'ha detto il il vicepremier democratico Bozidar Djelic, in visita a Bruxelles, così come il ministro degli Esteri Vuk Jeremic ieri a Roma per partecipare ad una conferenza organizzata dalla Fondazione Magna Carta intitolata "La Serbia, i Balcani, l'Europa".
Da questo momento, secondo la legge, ci sono novanta giorni di tempo per formare il nuovo governo altrimenti occorrono nuove elezioni. Ma la Serbia, che a maggio è tornata alle urne poco più di un anno dopo le precedenti consultazioni a causa della crisi della rottura del patto tra Tadici ed il premier Kostunica, ha bisogno di un governo certa e di una situazione politica stabile. Complicato il ruolo del presidente della Repubblica, Boris Tadic, conteso tra il suo ruolo istituzionale e quello di leader dello schieramento filoeuropeista raccolto intorno al suo Partito democratico che lo ha incaricato di seguire personalmente le trattative con il leader socialista Ivica Dacic ma che nello stesso tempo come presidente della repubblica deve anche garantire la parità tra tutti i partiti.
Uno dei nodi della questione riguarda il municipio di Belgrado. Partito radicale serbo, il Partito democratico serbo e il Partito socialista serbo hanno raggiunto l'accordo per formare la nuova giunta, ma il sindaco uscente, Zoran Alimpic, democratico, ha fissato l'insediamento il più tardi possibile al 14 luglio prossimo. Dato che fino ad oggi tradizionalmente gli equilibri politici della capitale hanno rispecchiato quelli generali, i filoeuropeisti temono una replica dell'intesa Sps-Srs-Dss per il governo nazionale. Ovvio il sospetto che la mossa di Alimpic abbia uno scopo ostruzionistico e per questo radicali, socialisti e conservatori si sono rivolti direttamente al presidente affinché al più presto si insedi la nuova giunta.
In realtà tra socialisti e nazional-conservatori c'è un grosso punto di disaccordo a livello nazionale: l'Accordo di stabilizzazione e associazione con l'Unione europea siglato poco prima delle elezioni e ratificato dal governo serbo uscente alla vigilia del voto ma solo grazie al fatto che i ministri democratici sono in maggioranza. Il premier uscente Kostunica ha dichiarato che se tornerà al governo con i radicali annullerà l'Asa. I socialisti su questo non sono d'accordo e pensano che l'integrazione in Europa debba essere un obiettivo della Serbia. La prospettiva di ingresso nell'Unione europea è sostenuta anche dagli alleati minori dei socialisti, l'Alleanza dei pensionati (Pups) che il partito Serbia unita (JS), apertamente contrari ad annullarel'Accordo di stabilizzazione e associazione. E il leader socialista Ivica Dacic per mantenere un ruolo decisivo nella formazione del nuovo governo non può perdere l'appoggio di Pups e JS.
Per chiudere l'accordo con i socialisti i filoeuropeisti stanno facendo consistenti aperture per una "riconciliazione storica" con gli eredi Milosevic del quale proprio i democratici di Tadic determinarono del 2000 la caduta e la consegna al Tribunale internazionale per la ex Jugoslavia che lo aveva incriminato da tempo per crimini di guerra e contro l'umanità. A Dadic i democratici hanno offerto la carica di vicepremier con delega alla sicurezza mentre per il suo partito ci sarebbe la presidenza del parlamento e cinque ministeri tra cui Infrastrutture, Educazione e Scienze. I socialisti chiedono però di annullare i procedimenti penali contro i familiari del defunto dittatore e contro l'ex direttore della tv di Stato, ma sono anche ansiosi di rifarsi una faccia all'estero tanto più che Bruxelles non è contraria a vederli nell'esecutivo pur di tenerne fuori gli ultranazionalisti e che anche l'Internazionale socialista ha aperto le sue porte al Partito socialista serbo qualora dimostri la volontà di chiudere con il passato alleandosi con i filoeuropeisti.


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permalink | inviato da robi-spa il 11/6/2008 alle 20:27 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


28 maggio 2008


BELGRADO AI NAZIONALISTI, LA SERBIA FORSE

Belgrado"Belgrado ritorna agli anni novanta", così titolava il quotidiano Danas a proposito dell'accordo che porterà l'ultranazionalista Aleksandar Vucic, esponente di primo piano del Partito radicale serbo (Srs), ad essere il nuovo sindaco di Belgrado. Oggi è stato infatti siglato ufficialmente il patto con il quale il Partito socialista serbo (Sps), entra nella maggioranza del consiglio comunale insieme ai radicali e ai conservatori del Partito democratico serbo (Dss) del premier uscente Vojislav Kostunica. In questo modo viene vanificata la vittoria della lista "Per una Belgrado europea", guidata dal Partito democratico (Ds) del presidente della repubblica, Boris Tadic alle amministrative tenutesi l'11 maggio scorso contemporaneamente alle politiche anticipate. La tradizione vuole che in Serbia lo scenario politico di Belgrado rispecchi quello nazionale. Dato che anche alle politiche gli europeisti hanno vinto ma non hanno la maggioranza per governare e i socialisti, con i loro 20 seggi, sono decisivi per qualunque tipo di coalizione, il rischio è che gli stessi schieramenti, dopo il consiglio comunale della capitale vengano replicati al parlamento nazionale.
Questa volta però gli scenari, tra municipio di Belgrado e governo nazionale, potrebbero divergere. Sul piano nazionale la posta è alta e nessuna alleanza è scontata in partenza. L'Europa moltiplica gli appelli in favore di un governo che prosegua il cammino di integrazione della Serbia. Il presidente democratico Boris Tadic, pur di scongiurare il ritorno al potere dei nazionalisti si dice pronto ad una "riconciliazione storica" e ad ingoiare il rospo di benedire un'alleanza con gli orfani del defunto dittatore Milosevic che proprio i democratici rovesciarono nel 2000. I socialisti da parte loro sembrano intenzionati a sfruttare il successo elettorale per riconquistare credibilità sul piano internazionale. Sono favorevoli all'integrazione europea anche perché devono fare i conti con i loro alleati minori (Assemblea dei pensionati e Serbia unita), nettamente contrari a stracciare l'Accordo di stabilizzazione e associazione (Asa) siglato tra Belgrado e Bruxelles pochi giorni prima delle elezioni come invece hanno più volte dichiarato di voler fare i nazional-conservatori in caso vaadano al governo. Il paradosso (tipicamente balcanico) è che il futuro europeista della Serbia è nelle mani del partito che fu protagonista del suo recente scomodo passato, anche se con altri dirigenti. Guardando le cose in positivo, si può sperare che l'accordo con gli europeisti e l'ingresso al governo spinga il giovane e pragmatico leader socialista, il quarantenne Ivica Dacic, a liberare progressivamente il partito dall'eredità di Milosevic. Un po' come ha fatto in Croazia l'attuale premier Ivo Sanader che ha trasformato l'Hdz di Franjo Tudjman da partito nazionalista e autoritario a forza moderata di centro-destra.

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