.
Annunci online

passaggioasudest [ la realtà politica dell'europa sud orientale dai balcani alla turchia ]
 



Questo blog è dedicato ad un'area cruciale per il futuro europeo. Per l'area che va dai Balcani occidentali alla Turchia, infatti, passa il futuro dell'Unione europea come progetto politico così come il futuro di questi Paesi passa dalla scelta dell'integrazione in questo progetto.




"Dobbiamo ricordarci che l’informazione è un veicolo diretto all’utente, non è un soliloquio da parte del giornalista. Bisogna tenere sempre presente che chi è dall’altra parte del microfono deve poter comprendere una realtà in cui non è presente. Questo, penso, è il massimo sforzo che i giornalisti devono compiere".
Antonio Russo



"Il vero referendum sul futuro dell'Unione si terrà nei Balcani"
International Balkan Commission


"E poi, un giorno, è stato costruito un ponte che collegava le due rive del Bosforo. Quando sono salito sul ponte e ho guardato il panorama, ho capito che era ancora meglio, ancora più bello di vedere le due rive assieme. Ho capito che il meglio era essere un ponte fra due rive. Rivolgersi alle due rive senza appartenere".
Orhan Pamuk, Istanbul



Per inviare una email scrivi a pasudest@yahoo.it





16 dicembre 2009


TURCHIA: LA CORTE COSTITUZIONALE CONTRO IL PARTITO CURDO (...E NON SOLO?)

La Turchia è nuovamente sull'orlo di una crisi politica e corre il rischio di tornare ad un periodo di instabilità come quelli che hanno caratterizzato il suo passato a varie riprese. Proprio quando sembrava che tirasse un aria nuova sulla questione curda la situazione è precipitata ed il futuro si è fatto nuovamente incerto e foriero di tempi difficili. Venerdì 11 dicembre la Corte Costituzionale ha infatti deciso la messa al bando del partito curdo Dtp, accusato di collusioni con i guerriglieri indipendentisti del Pkk: i suoi beni sono stati confiscati e 37 suoi esponenti, tra cui il leader Ahmet Turk, sono stati estromessi dalla vita pubblica per cinque anni.

Tutto il processo di pacificazione avviato, non senza qualche ambiguità, dal governo di Recep Tayyip Erdogan - l'apertura del canale in curdo della tv pubblica, la possibilità di corsi universitari in curdo, il ripristino degli antichi nomi curdi di vie e piazze e, soprattutto, il progetto di pace presentato dal governo - è stato in pratica messo in mora. Del resto i segnali nelle ultime settimane non erano mancati: proprio un mese fa, il dibattito parlamentare sul piano di pace del governo era stato segnato dalla durissima reazione negativa delle opposizioni. Ora le dimissioni di tutti i deputati curdi potrebbero portare allo scioglimento del parlamento ed alle elezioni anticipate, in un momento in cui il partito di governo, l'Akp di Erdogan e del presidente Abdullah Gul, non gode più di quel favore popolare che nel 2007 lo portò a raccogliere il 47% dei voti.

La sentenza della Corte Costituzionale era, per altro, attesa un po' da tutti gli osservatori. In un colpo solo i giudici hanno bloccato il processo di pace con i curdi, hanno messo Erdogan in difficiltà sul piano interno e hanno dato un segnale molto negativo all'Ue che nei giorni precedenti aveva fatto sapere di considerare lo scioglimento del Dtp una violazione dei diritti della minoranza curda. Ricordiamo che la questione curda è uno dei maggiori ostacoli sulla strada del negoziato per l'adesione della Turchia all'Ue. Quello che sorprende, semmai, è che la decisione è stata presa all'unanimità e che lo stesso presidente della Corte, considerato vicino all'Akp, l'ha difesa fino in fondo dicendo di non avere niente da rimproverarsi. Certamente la sentenza è ineccepibile, sul piano del diritto e del rispetto della Costituzione, ma è stata presa senza minimamente aver tenuto in considerazione le conseguenze politiche. E come tale appare una decisione fortemente politica. Che tra l'altro rischia di provocare un rilancio della lotta armata dei curdi.

La situazione, dunque, è molto delicata e gravida di tensioni (in questi giorni ci sono state molte manifestazioni con incidenti e morti). La sentenza della Corte Costituzionale è stata una vera e propria bomba atomica. Più che un "avvertimento" al premier Erdogan, come hanno scritto diversi giornali in Italia, essa appare come il preludio dello scontro finale tra le due anime sociali e politiche che da anni si fronteggiano in Turchia: da una parte la nuova classe dirigente islamica moderata, portata al potere dall'Akp, dall'altra l'establishment "kemalista", di cui la Corte e le forze armate sono tra le maggiori espressioni. O forse no, forse si tratta solo di un'altra spallata dell'establishment che mira a indebolire Erdogan. I militari per il momento stanno alla finestra e seguono il corso degli eventi.

A questo punto si aprono diversi possibili scenari. Da quello più grave (una destabilizzazione del Paese che potrebbe lasciare spazio anche ad avventure autoritarie), a quello delle elezioni anticipate (con l'Akp che probabilmente vincerebbe nuovamente ma senza avere i numeri per governare da solo), a quella più soft con un governo costretto a cercare la maggioranza su ogni provvedimento ed esposto così ai ricatti dei repubblicani e dei nazionalisti. Tra l'altro, l'indebolimento interno della Turchia, avrebbe conseguenze sui suoi rapporti internazionali (in primis con Ue, Usa e Nato, con l'Iraq e l'Afghanista in primo piano), sulla proiezione regionale del Paese in Caucaso e in Medio Oriente, all'insegna della dottrina della "profondità strategica" e dello slogan "nessun problema con i nostri vicini", e sul ruolo di hub sulle rotte dell'energia a cui Ankara punta con la sua posizione centrale in progetti strategici come Nabucco e South Stream.

Sia come sia, il rischio forse più probabile è che la Turchia, dopo anni di stabilità e di successi economici e diplomatici venga indebolita al suo interno e divenga quindi politicamente instabile, tornando ad essere un Paese importante sì ma certo molto meno affidabile di quanto è stato in questi anni. I turchi sicuramente sopravviveranno e sopravviveremo anche noi, ma c'è da chiedersi se è questo che serve davvero all'Europa e all'Occidente.

La messa al bando del Dtp decisa dalla Corte costituzionale, rischia dunque di destabilizzare la Turchia, di provocare una grave crisi politica interna, con il rilancio del terrorismo curdo,indebolendo anche il ruolo internazionale del paese. Su tutto questo segnalo la mia intervista a Marta Ottaviani, giornalista italiana da anni residente in Turchia, collaboratrice dei quotidiani La Stampa e L'Avvenire.


12 dicembre 2009


LA TURCHIA SULL'ORLO DI UNA CRISI

Recep Tayyp ErdoganSi fa di nuovo difficile la situazione politica in Turchia dopo che l'altro ieri la Corte Costituzionale ha deciso la chiusura del DTP (Partito della società democratica, filo curdo), accusato di legami con i guerriglieri indipendentisti del PKK. E' la venticinquesima volta nella storia della Turchia moderna che la suprema corte mette al bando un partito regolarmente eletto dal popolo, che tra l'altro alle ultime consultazioni amministrative, lo scorso marzo, aveva visto aumentare i suoi consensi soprattutto nell'Est del Paese. Il DTP è stato sciolto poichè ritenuto "una fucina di attività che mettono a repentaglio l'indipendenza dello stato e la sua unità indissolubile", come ha dichiarato durante una conferenza stampa il presidente della Corte Costituzionale, Hasim Kilic. Un verdetto sottoscritto da tutti e undici i componenti della corte dopo quattro giorni di camer adi consiglio. Oltre alla chiusura del partito la corte ha ordinato il bando dalla vita politica per cinque anni di ben 37 suoi esponenti tra i quali il presidente Ahmet Turk.

Il timore principale è che la sentenza provochi nell'est del Paese nuovi scontri fra manifestanti pro-DTP e forze dell'ordine, come già avvenuto alla vigilia delle decisioni della corte. In una situazione surriscaldata potrebbe tornare a farsi vivo anche il PKK, che in seguito alla decisione de giudici costituzionali, sta tornando a raccogliere consensi nei territori a maggioranza curda. I risvolti che più preoccupano il premier Recep Tayyip Erdogan sono però di ordine politico. La sentenza, infatti, getta un'ombra su tutto il processo di apertura alla minoranza curda che Erdogan e il suo governo portano avanti da mesi e che dovrebbe pesare positivamente nel complicato processo di adesione all'Unione Europea come una delle maggiori prove sulla progressiva democratizzazione del Paese portata avanti dal governo islamico-moderato. Ma il timore maggiore per Erdogan è quello che la sentenza della Corte Costituzionale porti ad elezioni anticipate.

I deputati del DTP, come avevano annunciato subito dopo la sentenza , hanno deciso di lasciare il parlamento in segno di protesta. Se l'abbandono del parlamento da parte dei rappresentanti curdi sarà seguito da quello di alcuni deputati indipendenti, potrebbe venire meno il numero legale e portare ad una fine prematura della legislatura. Le dimissioni devono essere convalidate dal parlamento prima. Ma, anche se il governo dovesse rimanere in piedi, difficilmente Erdogan potrà contare sui voti curdi per l'approvazione delle prossime leggi. Quindi, nonostante il premier ostenti sicurezza e dichiari che nonostante la sentenza andrà avanti con il suo programma, la decisione della corte appare come un vero e proprio avvertimento a lui e al suo partito, che in caso di elezioni anticipate si presenterebbero al voto con un calo di consensi del 15% secondo gli ultimi sondaggi, dopo il parziale insuccesso registrato alle amministrative dello scorso marzo.

Insomma, la faccenda appare l'ennesima puntata dello scontro tra l'establishment "kemalista" e la nuova classe dirigente islamico-moderata affacciatasi al potere al seguito di Erdogan e del suo AKP. Certo è che proprio in questo momento - con una crisi economica seria e un quadro di relazioni internazionali in via di ridefinizione (con conseguenti attriti con gli alleati occidentali), un negoziato di adesione all'Ue che si trascina tra enormi difficoltà e il quadro interno scosso dalla scoperta di tentativi di golpe e dai sospetti di corruzione sollevati dai giornali del gruppo Dogan (colpiti, chi dice proprio per questo, da una pesantissima multa) - di tutto aveva bisogno la Turchia di un quadro politica instabile e di un governo indebolito. L'Europa dovrebbe forse riflettere sui suoi comportamenti, ma forse al di qua del Bosforo non sono pochi coloro che si augurano un indebolimento di Erdogan e magari una sua sconfitta elettorale. Resta da vedere se uno scenario del genere sia quello migliore per l'Europa.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. turchia crisi dtp curdi erdogan pkk

permalink | inviato da robi-spa il 12/12/2009 alle 15:14 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa


8 settembre 2009


LA TURCHIA E LA QUESTIONE CURDA

Si parla ormai da un paio di mesi del piano che dovrebbe portare finalmente alla fine della guerra (e si spera anche alla pace) nel Kurdistan turco-iracheno tatro di un conflitto sanguinoso che dura da vent'anni, ha provocato migliaia di vittime sui due fronti e ha impedito lo sviluppo dell'area sud orientale della Turchia.
Mentre si attende di conoscere le proposte di Abdullah Ocalan, leader dei guerriglieri del Pkk (da dieci anni recluso nel carcere di massima sicurezza dell'isola di Imrali), che sarebbe disposto a rinunciare alla lotta armata e all'indipendenza in cambio del riconoscimento anche costituzionale delle specificità del popolo curdo e al sostegno economico ad una delle zone più povere della Turchia, sono circolate nelle scorse settimane indiscrezioni sul piano elaborato dal governo turco di Erdogan che conterrebbe una serie di misure economiche, sociali e politiche ancora da precisare.
Già al primo annuncio della possibilità di un piano del governo per la soluzione della questione curda è subito scattata l'opposizione sia del partito nazionalista Mhp, sia del partito kemalista Chp. Critiche sono arrivate anche dal capo di Stato maggiore dell'esercito, che riafferma la necessità di preservare l'unità della nazione turca, anche se è improbabile che Erdogan abbia avviato il dialogo a distanza con Ocalan senza una sorta di via libera (per quanto condizionata e limitata) da parte del potente establishment militare, anche formalmente custode della repubblica voluta da Kemal Ataturk.
In attesa che venga definito il piano del governo, e nonostante le resistenze dell'opposizione e i timori per le reazioni dell'esercito, la sola idea che si possa trattare la fine del conflitto con il Pkk segna la fine di un tabù e fa il paio con le aperture all'Armenia per ristabilire normali relazioni tra i due paesi, risolvere la questione del Nagorno-Karabakh con l'Azerbaigian e affrontare finalmente senza pregiudizi la questione del genocidio degli armeni del 1915.
Tutto questo, però, avviene in un momento in cui la situazione politica interna dell Turchia non è facile: oltre che dagli effetti della crisi economica globale, il paese infatti è scosso dall'affaire Ergenekon, il processo che vede imputati generali, giornalisti, alti magistrati, accusati di esser parte di un'organizzazione nazionalista che puntava al rovesciamento del governo dell'Akp che spianasse la strada ad un nuovo colpo di Stato militare.
Poi c'è la questione della collocazione internazionale dellla Turchia: l'arrivo di Barak Obama alla Casa Bianca e la scelta della nuova amministrazione Usa di disimpegnarsi dall' Iraq e di dare priorità al settore Afghanistan-Pakistan, attribuisce un ruolo importante alla Turchia che, intanto, ha sottoscritto sia gli accordi per il nuovo gasdotto South Stream (frutto della joint venture Eni-Gazprom), che per Nabucco (la pipeline sponsorizzata dall'Ue e dagli Usa) e non fa mistero di attribuire molta importanza alle relazioni con l'Iran. E su tutto la questione dell'ingresso della Turchia nell'Ue: Obama torna a chiederlo, l'Ue appare una volta di più esitante (stretta tra il prevalere degli interessi nazionali, l'impasse istituzionale e lo "stress da allargamento"), il presidente francese Nicolas Sarkozy ribadisce il suo netto rifiuto, appoggiato dalla cancelliera tedesca Angela Merkel che affronta una difficile campagna elettorale.

Sulla vicenda del "piano di pace" per i curdi alla luce della situazione interna in Turchia e nella regione nel suo complesso segnalo due interviste della mia collega Ada Pagliarulo di Radio Radicale:

Intervista all'inviato di Repubblica Marco Ansaldo sul piano del governo Erdogan per la soluzione della questione curda

Intervista al giornalista curdo-iracheno Shorsh Surme sul governo Erdogan e la questione curda



29 agosto 2009


COSE TURCHE

Prosegue in Turchia l'inchiesta su Ergenekon, l'organizzazione eversiva accusata di aver organizzato attentati e omicidi per destabilizzare il governo islamico-moderato di Recep Tayyp Erdogan per spianare la strada ad un colpo di stato e sovvertire il sistema democratico. Molti i nomi eccellenti finiti nell'inchiesta che ha colpito il cosiddetto "stato profondo", quella sorta di sistema parallelo costituito da servizi segreti deviati, esponenti delle forze armate, attivisti nazionalisti, ecc., ma di fatto ha toccato l'establishment.
Diversi osservatori pensano che il processo a Ergenekon aprirà una fase nuova della storia della Turchia moderna ma non mancano gli aspetti contraddittori e poco chiari dell'istruttoria che attirato anche le critiche dell'Unione Europea. Un'inchiesta che quasi ogni giorno riserva sorprese e che i media e l'opinione pubblica turca seguono a fasi alterne.
E mentre l'affare Ergenekon va avanti (e si stenta a vederne la fine) altre cose interessanti, per vari motivi, accadono a cavallo del Bosforo: la possibile road map per la soluzione della questione curda, i contatti con l'Armenia, i colloqui per Cipro, l'attenzione del premier Erdogan per le condizioni delle minoranze religiose, solo per dirne alcuni, mentre è interessante vedere l'atteggiamento delle forze armate.
Sullo sfondo le relazioni con l'Europa e l'accidentato percorso dell'integrazione nell'Ue. A dicembre presenterà il suo rapporto annuale sui negoziati con Ankara. Potrebbe non essere completamente negativo, ma ben difficilmente sarà del tutto positivo.

Su tutto questo, per una fotografia della situazione politica interna della Turchia, alla vigilia della ripresa dell'attività politica dopo la pausa estiva, segnalo una mia intervista a Marta Ottaviani (corrispondente dell'agenzia Apcom e collaboratrice della Stampa e del Foglio) disponibile sul sito di Radio Radicale.


7 luglio 2009


LA TURCHIA E' STANCA DI ASPETTARE L'INGRESSO NELL'UE

Il premier turco Recep Tayyip Erdogan"Sono 50 anni che siamo in attesa di entrare nell'Unione europea. E ora vorremmo una risposta chiara. Vi sono leader che dicono una cosa e poi si correggono, e magari in altre sedi sostengono di non averla detta. E' diventato comico, e noi siamo stanchi di comiche". E' l'inizio della lunga intervista di Antonio Ferrari al premier turco Recep Tayyip Erdogan pubblicata sul Corriere della Sera di oggi. Erdogan sarà tra poche ore all'Aquila dove la Turchia, per volere del governo italiano, parteciperà a un tavolo tutto europeo. Il messaggio è chiaro: la Turchia vuole diventare membro dell'UE a tutti gli effetti e non intende accettare soluzioni alternative tipo il "partenariato strategico" più volte sostenuto da Francia e Germania.

Nell'intervista Erdogan rivela anche alcuni retroscena, come qelli che riguardano i rapporti con il presidente francese Nicolas Sarkozy (favorevole a mentenere stretti rapporti con Ankara ma contrario ad un'adesione piena all'UE), accusato di fare affermazioni che poi contraddice poco dopo. "Io - dice Erdogan - ho ottimi rapporti personali con tutti i miei colleghi. Anche con il presidente Sarkozy. Quando la Francia aveva la presidenza della Ue, il collega Sarkozy, nei tète a tète mi diceva: "State tranquilli. Apriremo 30 capitoli, su altri 5 vedremo dopo". Poi andava in Svezia e faceva dichiarazioni durissime. Poi, quando ci rivedevamo, correggeva". Erdogan si dice inoltre preoccupato per il crollo della percentuale dei favorevoli all'ingresso in Europa: se nel 2005, l'anno in cui si sono aperti i negoziati formali con l'UE, 3 cittadini turchi su 4 erano d'accordo, oggi siamo a 1 su 2.

Erdogan ammette che anche il suo Paese può aver commeso degli sbagli: "Non abbiamo saputo spiegare chi siamo e non abbiamo saputo comunicare quel che stavamo e stiamo facendo. E così in alcuni leader si sono radicate idee sbagliate: che non avevano e non hanno nulla a che fare con la nostra realtà". Tuttavia, rivendica il merito di aver portato avanti alcune riforme più avanzate delle stesse richieste europee. In primis il famigerato articolo 301 del codice penale che puniva l'offesa all'identità turca e che aveva permesso di mettere sotto processo molti giornalisti, intellettuali e scrittori come Elif Shafak ed il premio Nobel Orhan Pamuk. Ora, dopo essere stato emendato, l'articolo punisce l'offesa alla nazione turca e secondo Erdogan sarebbe anche meglio degli articoli analoghi contenuti nei codici di diversi paesi europei.

Un'altra questione importante che pesa sul negoziato di adesione all'UE e in generale sui rapporti con l'Europa e gli USA è quello del riconoscimento del genocidio degli Armeni, compiuto dalle truppe ottomane nel 1915. Erdogan la mette così: "Non esiste un solo documento che lo provi. Uno solo. E poi: pensate che 40.000 armeni continuerebbero a vivere in Turchia? Sono gli armeni in altri paesi che diffondono notizie e interpretazioni non corrispondenti alla realtà". L'intervistatore non fa domande sulla questione di Cipro, che è uno degli altri grossi ostacoli sul percorso di adesione all'UE, ma in compenso pone a Erdogan la questione del potenziale nucleare dell'Iran, paese con cui la Turchia ha buoni rapporti: "Noi siamo assolutamente contrari alle armi di distruzione di massa - risponde il premier - però ci poniamo una domanda: è giusto condannare soltanto alcuni Paesi che le detengono o starebbero attrezzandosi a dotarsene? Io penso che tutti i Paesi dovrebbero essere liberati dalle armi di distruzione di massa. Tutti".

Il premier appare rassicurante anche sui rapporti con i militari. Tra l'AKP, il partito islamico moderato di cui Erdogan è fondatore e leader, e l'establishment militare non è mai corso buon sangue. I militari, a cui la costituzione (per altro approvata dopo l'ultimo golpe compiuto da loro stessi) affida la difesa della repubblica voluta da Ataturk, hanno a più riprese accusato Erdogan e i suoi di attentare alla laicità delle istituzioni. Recentemente il quotidiano Taraf ha rivelato che alcuni apparati dell'esercito stavano preparando un nuovo colpo di Stato. Erdogan ha fatto approvare a tempo di record una legge che permette di processare i militari coinvolti anche dalla giustizia civile dopo che quella militare li aveva assolti. E però, per il premier turco tutto sembra essere sotto controllo e non presentare problemi. Alla domanda del Corriere Erdogan risponde infatti che "non si può parlare di contrasti con le Forze armate. I militari, come la polizia e le forze di sicurezza, fanno parte della nostra società. Ora, un conto è processare, in un tribunale civile, un soldato che ha commesso reati civili. Ma nessuno intende processare militari che abbiano commesso reati connessi con la loro missione".

Leggi l'intervista del Corriere della Sera al premier turco Erdogan


18 gennaio 2009


IL CROCEVIA TURCO

La Turchia ha da sempre eccellenti rapporti con Israele, che non sono venuti meno neppure dopo l'arrivo al governo dell'Akp, il partito islamico moderato del premier Recep Tayyp Erdogan. Inoltre, dopo anni di tensione, salita fino alla soglia dello scontro armato, il governo Erdogan ha riallacciato anche i rapporti con la Siria, tanto che proprio Ankara si è resa protagonista di una mediazione tra Damasco e Tel Aviv per risolvere la questione delle alture del Golan e giungere possibilmente ad un accordo di pace tra Israele e Siria. Il conflitto di Gaza di queste settimane ha però messo in difficoltà Erdogan, che non ha gradito e ha criticato aspramente l'intervento militare israeliano, anche se il ministro degli Esteri turco, Alì Babacan, dal Cairo ha sottolineato le responsabilità di Hamas nella rottura della tregua. Nonostante questo, Ankara ha proseguito la sua azione diplomatica anche in questo periodo, forte da una parte delle ottime relazioni con Israele e dall'altra dai naturali legami storici, culturali e religiosi con i paesi arabi. Tanto è vero che in questi ultimi giorni si è parlato anche del possibile dispiegamento di truppe turche nell'area mediorientale con funzioni di peacekeeping, Una presenza che sarebbe gradita sia ad Israele, sia ad Hamas, sia ai principali paesi arabi.
Sempre in relazione alla situazione del Medio Oriente, la Turchia può vantare inoltre buoni rapporti anche con l'Iran, con il quale condivide il problema del conflitto con i guerriglieri indipendentisti curdi (in Iran opera una formazione armata "gemella" del Pkk). Ma un altro legame importante tra Ankara e Teheran è quello relativo alle rotte energetiche tra Oriente e Occidente rispetto alle quali la Turchia si trova in una posizione strategica. E qui il quadro include anche la Russia (dalla quale Ankara dipende largamente per i suoi approvvigionamenti) con la quale la Turchia condivide anche il problema del Caucaso (rispetto alla quale negli ultimi mesi la diplomazia turca si è mossa per avviare a soluzione la questione del Nagorno-Karabakh che la contrappone all'Armenia). Ma la Turchia è anche un solido alleato dell'Occidente: fa parte della Nato (quello turco è il più consistente esercito dell'Alleanza dopo quello statunitense) e ha in corso i negoziati di adesione all'Unione Europea. Tutte queste cose dimostrano, se ce ne fosse ancora bisogno, la posizione cruciale della Turchia e l'importanza del suo ruolo geo-politico. E la delicatezza del momento per la situazione politica interna. Il 29 marzo praticamente in tutto il paese si rinnoveranno le amministrazioni locali. Queste elezioni amministrative saranno dunque un test fondamentale per l'attuale governo, per il premier Erdogan e per l'Akp che negli ultimi mesi ha registrato un considerevole calo di consensi: dal 47% dei voti con cui vinse trionfalmente le elezioni politiche del luglio 2007, al 32-35% delle ultime settimane. A questo Erdogan, da fine "animale politico" qual è, sta cercando di reagire andando a cercare consensi in ambiti che non sono tradizionalmente quelli dell'Akp. Tra i curdi, prima di tutto (a Dyarbakyr nel 2007 l'Akp prese oltre il 47% dei voti): prova ne sono l'apertura del nuovo canale curdo della tv di Stato e il progetto di legge che consentirebbe ai curdi l'uso della loro lingua anche nei tribunali. Le prossime elezioni amministrative si terranno inoltre in una situazione di crisi economica che anche in Turchia sta facendo sentire pesantemente i suoi effetti, dopo anni di crescita vertiginosa: il Pil scende dopo anni di forte incremento, le esportazioni si contraggono e gli investimenti diretti dall'estero sono in calo. Infine sul mondo politico grava pesantemente l'inchiesta sull'organizzazione segreta "Ergenekon", la cosiddetta "Gladio turca", espressione di quello "stato profondo" nel quale convergono, politici ultranazionalisti, esponenti delle gerarchie militari, ambienti deviati dei servizi segreti e criminalità. L'appuntamento elettorale di marzo sarà un esame importante per la tenuta di tutto il quadro politico turco che con l'arrivo al potere dell'Akp aveva trovato una stabilità mai conosciuta, almeno in anni recenti, dalla Turchia.

Per fare un quadro della attuale situazione della Turchia, sia sul piano interno che su quello internazionale segnalo la mia intervista a Marta Ottaviani (corrispondente dell'agenzia Apcom e collaboratrice del quotidiano Il Foglio) andata in onda e riascoltabile sul sito internet di Radio Radicale. Marta Ottaviani ha pubblicato recentemente il libro "Cose da turchi" (Mursia) molto utile per capire meglio la realtà turca: non solo quella politica ma anche quella sociale e culturale.


17 ottobre 2008


TURCHIA: AKP IN CALO DI POPOLARITA' MA ERDOGAN RESISTE

Il premier turco Recep Tayyp ErdoganE' bastato un anno e il premier turco Recep Tayyip Erdogan ha visto ridursi in maniera considerevole (e preoccupante) il consenso al suo partito, l'Akp, il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo di orientamento islamico-moderato: dal quasi 51% del luglio 2007 (quando stravinse le elezioni politiche conquistando la maggioranza dei seggi parlamentari) al 35% di oggi.
Il dato è emerso da un sondaggio condotto fra l'8 e il 12 ottobre su un campione di 1.582 adulti divisi in 30 province turche. Dato il periodo considerato è evidente che sulla rilevazione hanno pesato sia la recrudescenza degli scontri tra guerriglia curda ed esercito turco, sia l'indiretto coinvolgimento del partito del premier in uno scandalo in cui è accusato di finanziamento illecito.
A far calare la popolarità dell'Akp è stato soprattutto lo scandalo dovuto al caso "Deniz Feneri", l'ente di beneficenza che raccoglieva finanziamenti da turchi residenti all'estero per scopi umanitari, ma che avrebbe poi dirottato i fondi verso ambienti governativi. Un testimone sentito nel processo che si svolge a Francoforte ha confessato di aver dato 7 milioni di euro a un dirigente dell'Akp per finanziare organi di stampa filo-governativi.
Per quanto riguarda il conflitto del Kurdistan, alla domanda se un anno di operazioni oltre il confine iracheno si siano rivelate fruttuose nella lotta al Pkk, una netta maggioranza (il 56,4%) ha risposto di sì, contro solo il 19,3% no anche se il 21,6% ritiene che i risultati raggiunti non sono comunque sufficienti per risolvere il problema. Interessante notare che se il 37,8% ritieneche il governo si stia realmente impegnando per combattere il guerriglia curda, il 35% pensa di no, mentre e il rimanente ha detto che comunque sono sforzi che rimarranno senza risultati.
Dalla crisi di consenso dell'Akp traggono un qualche utile i partiti di opposizione: il Partito Repubblicano del Popolo (fondato da Kemal Ataturk) guadagna il 6%, mentre il Mhp, il partito nazionalista di destra a cui fannio riferimento i Lupi Grigi, incrementa i consensi del 2%.
Nonostante il calo di popolarità del suo partito il premier Erdogan (con il 34,1% dei consensi) è ancora quello che ispira la maggior fiducia ai cittadini turchi, seppur in misura inferiore rispetto a sei mesi fa. Seguono il leader del Chp, Deniz Baykal, con il 10,2%, e Devlet Bahceli, capo del Mhp, con il 4,4%.


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. turchia akp erdogan sondaggio

permalink | inviato da robi-spa il 17/10/2008 alle 20:41 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
sfoglia     novembre        gennaio
 
rubriche
Diario
Per saperne di più
Radio Tirana
Balkan Express
Passaggio On Air
Testi
Passaggio Speciale

cose
Ultime cose

Il mio profilo
da vedere
SITI DI INFORMAZIONE
Ansa Balcani
Osservatorio sui Balcani
Osservatorio Caucaso
Le courrier des Balkans
Radio Srbija
Serbianna
Medi@teranée
Balkan Investigative Reporting Network
Investigative journalism center Zagreb
Balcani cooperazione
Balcani On Line
Turchia Oggi
Albania News
Vie dell'Est
ORGANIZZAZIONI NON GOVERNATIVE
Cesid-Center for free elections and democracy
International commission on the Balkan
Independent commission on Turkey
European Stability Initiative
Humanitarian law center Begrade
Center for european integration strategy
Igman Initiative
Center for Democracy and Reconciliation
Civic Dialogue
Association of local democracy agencies
OneWolrd Southeast Europe
SITI ISTITUZIONALI
Sito del Governo Serbo
Sito del Governo del Kosovo
Inviato speciale Onu in Kosovo
Office of the High Representative in Bosnia-Herzegovina
International criminal tribunal
CENTRI STUDI
Istituto per l'Europa centro-orientale e balcanica
Cirpet-Balcani
Italian Center for Turkish Studies
Tesev - Turkish Economic and Social Studies Foundation
Ovipot - Observatoire de la Via Politique Turque
Gallup Balkan Monitor
BLOG
Il blog di Artur Nura
Balkaland - Bepi ce polaziti???
Istanblues
Cose Turche - Il blog di Tiziana Prezzo
Balkan Crew - Il caffè delle diaspore
Politibalkando
Kafana
Kosovo: la voce del Coniglio
Il blog di Paola Casoli
Burekeaters
ALTRI SITI
Viaggiare i Balcani
Glocal, uniti nella diversità
Progetto Egnatia
Rom del Kosovo
cerca
me l'avete letto 1 volte

Feed RSS di questo blog Rss 2.0
Feed ATOM di questo blog Atom