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passaggioasudest [ la realtà politica dell'europa sud orientale dai balcani alla turchia ]
 



Questo blog è dedicato ad un'area cruciale per il futuro europeo. Per l'area che va dai Balcani occidentali alla Turchia, infatti, passa il futuro dell'Unione europea come progetto politico così come il futuro di questi Paesi passa dalla scelta dell'integrazione in questo progetto.




"Dobbiamo ricordarci che l’informazione è un veicolo diretto all’utente, non è un soliloquio da parte del giornalista. Bisogna tenere sempre presente che chi è dall’altra parte del microfono deve poter comprendere una realtà in cui non è presente. Questo, penso, è il massimo sforzo che i giornalisti devono compiere".
Antonio Russo



"Il vero referendum sul futuro dell'Unione si terrà nei Balcani"
International Balkan Commission


"E poi, un giorno, è stato costruito un ponte che collegava le due rive del Bosforo. Quando sono salito sul ponte e ho guardato il panorama, ho capito che era ancora meglio, ancora più bello di vedere le due rive assieme. Ho capito che il meglio era essere un ponte fra due rive. Rivolgersi alle due rive senza appartenere".
Orhan Pamuk, Istanbul



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29 ottobre 2009


QUALE FUTURO PER LA BOSNIA ERZEGOVINA?

Di Marina Szikora

Quello che segue è un articolo che riguarda la situazione della Bosnia Erzegovina e la crisi politico-istituzionale che il Paese sta attraversando. Marina come sapete è corrispondente di Radio Radicale e collabora fin dall'inizio a Passaggio a Sud Est.
Questo articolo sulla Bosnia è stato pubblicato su Libertiamo.It e ha sviluppato un dibattito... sulla Macedonia!
Cose che capitano on-line.

Con l’Accordo di Dayton, stipulato il 21 novembre 1995 nella base Wright-Patterson Air Force di Dayton, in Ohio, venne posta la fine alla guerra in Bosnia Erzegovina. Ma non solo: l’intesa segnò la fine della brutale guerra in ex Jugoslavia. L’accordo prevedeva anche la restituzione della Slavonia Orientale alla Croazia, regione che fino alla fine della guerra era stata occupata dalla Serbia. Venne riconosciuta ufficialmente la presenza in
Bosnia Erzegovina delle due entità che la compongono tutt’ora: la Federazione BiH a maggioranza croato-musulmana, che detiene il 51 per cento del territorio della Bosnia Erzegovina, e la Republika Srpska, l’entità a maggioranza serba che detiene invece il 49 per cento del territorio.

Ma sin da quel momento, la situazione in Bosnia Erzegovina è stata molto delicata, segnata da una profonda e insuperabile crisi politica, oggi forse più minacciosa che mai, che ha pesantemente ostacolato il cammino della Bosnia Erzegovina e dei suoi cittadini verso le integrazioni euroatlantiche.

La pentola bosniaca sta bollendo o, meglio, non ha mai smesso di bollire. Come il tradizionale piatto della cucina nazionale, la Bosanski lonac (pentola bosniaca), composto da diversi ingredienti e messo a lunga bollitura.
Le speranze per superare l’attuale crisi, che tiene in stato di fermo le riforme costituzionali indispensabili per avviare il Paese verso un desiderato futuro euroatlantico, sono puntate sui negoziati guidati da una squadra composta da Stati Uniti e Unione europea, la cui prima tappa è stata la riunione svoltasi lo scorso 9 ottobre a Butmir, nella base militare dell’EUFOR presso Sarajevo. Si è trattato di una iniziativa molto importante per la Bosnia Erzegovina, l’ennesimo tentativo di trovare una soluzione duratura per il futuro del Paese. Annunciando la riunione di Butimir, i media regionali hanno parlato addirittura di una “Mini Dayton” che potrebbe essere l’inizio di una revisione dell’Accordo che segnò la fine della guerra in BiH.

Proprio sperando di centrare un obiettivo tanto ambizioso, gli Stati Uniti e l’Ue avevano convocato i leader degli otto più importanti partiti politici della BiH. L’assenza di qualcuno di questi ha contribuito al sostanziale fallimento del primo incontro. Il 20 e 21 ottobre sé allora tenuto un second round, di due giorni, sempre a Butmir. I mediatori, Carl Bildt (a nome dell’attuale presidenza dell’Ue), Olli Rehn (eurocommissario per l’Allargamento) ed il vicesegretario di stato americano, James Steinberg, si sono riuniti con sette leader politici della BiH per cercare un accordo sul pacchetto di proposte, anzitutto relative alle riforme costituzionali.
Anche quest’ultimo incontro, a detta di molti osservatori, è stato piuttosto inproduttivo.
Per i rappresentanti internazionali, la serie di colloqui non va considerata come un risultato scoraggiante, bensì come una fase del processo, che proseguirà la prossima settimana con il ritorno a Sarajevo del team di esperti dell’Ue e degli Stati Uniti e con la successiva riunione del Consiglio per l’implementazione della pace in BiH (PIC), prevista per il 18 novembre.
Non volendo tingere di pessimismo l’esito della riunione a Butmir, Carl Bildt ha dichiarato di essere soddisfatto dell’ «atmosfera costruttiva», sottolineando che i leader dei partiti della BiH hanno dimostrato disponibilità a lavorare congiuntamente sull’integrazione della BiH nell’Ue e nella NATO.

Ma i leader politici della BiH hanno qualificato il «Butmir 2» come un fallimento e della stessa opinione sono anche i media locali.
Secondo Haris Silajdzic, membro bosgnacco (bosniaco-musulmano, ndr) dell’attuale presidenza tripartita della BiH e presidente del Partito per la BiH (Stranka za BiH), la riunione conclusasi mercoledì non ha prodotto nessuna novità di rilievo, soprattutto per quanto riguarda l’ipotesi di liberalizzazione del regime di visti, tema considerato focale dallo stesso Silajdzic e da una fetta importante dell’opinione pubblica.
Il più ottimista è stato Sulejman Tihic, presidente del Partito per l’Azione democratica (SDA) secondo il quale le soluzioni offerte da parte dell’Ue e degli Stati Uniti sono “condizionalmente accettabili”, insufficienti ma migliorative rispetto alla situazione attuale. Tihic ha dichiarato che l’SDA ha fatto di tutto per raggiungere un accordo, non voluto dagli altri: «A causa della loro politica, sia minimalista che massimalista, non abbiamo ottenuto nessun accordo», ha commentato l’esponente bosgnacco.
Dragan Covic, presidente dell’HDZ BiH, il maggiore partito croato, ha affermato che in questo momento si può aspettare solo l’accordo sullo status e sulla divisione del patrimonio statale, ma non sulle riforme costituzionali. ”Per quanto riguarda i croati, abbiamo chiaramente illustrato la nostra posizione secondo cui la BiH non può sopravvivere se non è concepita come uno Stato di tre popoli costituenti con uguali diritti”, ha detto Covic aggiungendo che è inconcepibile che “qualcuno tenti a modificare la costituzione eliminando completamente un popolo”.

Il più negativo, come previsto,  è stato il premier della Republika Srpska e presidente del Partito dei socialdemocratici indipendenti serbi (SNSD), Milorad Dodik. «I colloqui a Butmir sono finiti» sostiene, sperando «di non tornarci mai più». Secondo Dodik «l’unica soluzione per la BiH è che i protagonisti politici locali, rappresentanti dei tre popoli, discutano di un modello accettabile per tutti, e che dietro le proposte che arrivano dalla comunità internazionale non vi sia sempre la protezione degli interessi bosgnacchi». «A noi è tutto chiaro, abbiamo visto come è andata per i croati nella Federazione BiH, e adesso questo modello lo si vuole attuare a livello dell’intero Paese, il che significa che i serbi diventerebbero minoranza nazionale. Alcuni dei negoziatori stranieri lo ammettono apertamente, affermando che l’Europa ha degli ottimi meccanismi di protezione delle minoranze. Qui il problema è che i serbi, croati e bosgnacchi sono popoli costituenti e non possono diventare minoranze. A tal fine bisogna adattare tutti i meccanismi dello Stato»

Le divergenze delle due entità che costituiscono la Bosnia di Dayton da molto tempo bloccano completamente il processo di riforme, fermando il cammino della BiH verso l’Europa. La Federazione BiH vorrebbe uno Stato centrale più efficiente e meglio funzionante, mentre la Republika Srpska e i suoi leader si oppongono fortemente al rafforzamento delle istituzioni centrali e ad una possibile eliminazione delle entità.
Il vertice di Butmir, almeno per adesso, è finito senza risultati particolari. Tanto per confermare quanto la situazione resta complicata.
Una soluzione potrebbe passare da Belgrado. Secondo il quotidiano di Sarajevo ‘Dnevni avaz’, l’Europa sembra infatti pronta ad offrire alla Serbia l’attuazione dell’Accordo di stabilizzazione e associazione (Asa), oggi bloccato a causa del veto olandese posto per la mancata estradizione dei due super ricercati dell’Aja, Ratko Mladic e Goran Hadzic (accusati di crimini di guerra), se Belgrado riuscirà a convincere la Republika Srpska ed il suo premier Milorad Dodik ad accettare il nuovo pacchetto di riforme costituzionali. Stando al Dnevni avaz, quindi, Bruxelles sarebbe pronta a chiedere all’Olanda un ammorbidimento a condizione che i rappresentanti dei serbi bosniaci accettino il pacchetto di riforme. In caso contrario, il cammino europeo della Serbia rimarrebbe bloccato. Un assaggio di questa disponibilità comunitaria sarebbe stato il Rapporto della Commissione europea sull’avanzamento della Serbia, presentato recentemente a Bruxelles e qualificato dagli stessi vertici serbi come il migliore che la Serbia abbia ottenuto finora.
In tutto questo non c’è da trascurare l’aumento delle violenze nel Paese, che ha raggiunto il suo culmine nelle recenti vicende di Siroki Brijeg in Erzegovina, quando durante una partita di calcio tra una squadra bosgnacca ed una croata, è stato ucciso con un’arma di fuoco il giovane 24enne Vedran Puljic. L’assassino, si dice, sarebbe fuggito grazie all’aiuto della polizia dopo essersi consegnato e ammesso di aver commesso il delitto. “Non ho davvero parole”: questa è stata la reazione a caldo dell’Alto rappresentante della comunità internazionale, il diplomatico austriaco Valentin Inzko, mentre centinaia di forum su internet venivano chiusi dai loro stessi amministratori, sommersi da una marea di messaggi nazionalistici pieni di linguaggio di profondo odio etnico. Non sorprende che più d’uno faccia paragoni tra la vicenda e l’inizio degli anni ’90, quando scontri e violenze intorno ai campi di calcio sono stati il preludio alla guerra.
Quo vadis?, viene da chiedere alla Bosnia Erzegovina uscita da Dayton.


29 settembre 2009


L'UE DISCUTE IL RITIRO DALLA BOSNIA

Militari dell'Eufor in Bosnia (Foto tratta dal sito della Ministero della Difesa)L'UE discute il possibile ritiro della missione in Bosnia. Riuniti oggi a Goteborg per una riunione informale, i ministri della Difesa dei Ventisette discutono di nuovo la possibilità di ridurre gli effettivi della forza militare, anche se fonti diplomatiche e militari avvertono che prima bisognerà attendere che migliori la situazione politica. Iniziata nel 2004 la missione denominata "Althea" contava all'inizio 7000 effettivi ridotti attualmente a 2000, tra cui 408 italiani.
Secondo un diplomatico europeo, ripreso dall'agenzia Apcom, "è previsto che il contingente venga ridotto a 200 o 300 uomini, che saranno semplicemente inquadrati nelle forze di sicurezza bosniache", anche se altre fonti fanno notare che la situazione non è ancora matura. "Se l'UE dovesse prendere tale decisione, questo avverrebbe con un'ampia serie di garanzie", ha sottolineato da parte sua il generale Henri Bentegeat, presidente del Comitato militare dell'UE. "La sicurezza regna, ma il quadro politico è un incubo", ha aggiunto l'alto ufficiale.
Dalla fine della guerra del 1992-95, in base agli accordi di pace di Dayton, la Bosnia è divisa in due entità (la Republika Srpska e la Federazione croato-musulmana), unite da istituzioni centrali piuttosto deboli. I serbo-bosniaci sono in costante polemica con l'Alto rappresentante della Comunità Internazionale, che esercita un vero e proprio protettorato con larghi poteri di controllo e di veto sulle istituzioni locali. Il leader serbo-bosniaco Milorad Dodik ha più volte minacciato un referendum secessionista, soprattutto dopo la proclamazione di indipendenza dei kosovari albanesi.
Recentemente l'attuale Alto rappresentante internazionale, Valentin Inzko, ha segnalato a Bruxelles il progressivo deteriorarsi della situazione con il blocco del processo di riforma e l'aumento delle spinte disgregatrici. Proprio questa situazione ha fino ad ora fatto prorogare l'attività dell'Ufficio dell'Alto rappresentante che avrebbe dovuto chiudere già qualche hanno ed evidentemente sconsiglia per il momento il ridimensionamento della missione Althea, malgrado molti Paesi europei abbiano manifestato l'intenzione di ritirare in tempi brevi i propri contingenti.

Scheda: l'Operazione Althea-Eufor (dal sito dell'Esercito Italiano)
L'Operazione "Althea" è stata avviata il 2 dicembre 2004 in sostituzione dell'Operazione della NATO "Joint Forge" conclusasi a seguito della decisione, assunta dai Capi di Stato e di Governo dell'Alleanza al vertice di Istanbul del 28-29 giugno 2004 di accettare il dispiegamento delle forze dell'UE sulla base di un nuovo mandato delle Nazioni Unite. Dallo schieramento di EUFOR in Bosnia Erzegovina, il livello di sicurezza generale è costantemente migliorato così come le capacità delle Autorità locali di far fronte alle minacce al mantenimento di un ambiente stabile e sicuro. Al riguardo, nell'ottica di un definitivo passaggio delle responsabilità alle autorità bosniache e del disimpegno dell'UE dalla Bosnia Erzegovina, il Segretario Generale dell'Unione Europea il 28 febbraio 2007 ha deciso una progressiva riduzione del contingente e la conseguente chiusura delle Multi National Task Forces (MNTFs).
Dall'aprile 2004 l'Italia fornisce dei nuclei di collegamento e osservazione denominati LOT (Liaison and Observation Team) con il compito di inserirsi a diretto contatto con la popolazione. Il loro operato, fondamentale per il Comando Militare di EUFOR, è ben accetto dalla popolazione che si rivolge ai LOT per rappresentare le proprie esigenze. Grazie alle informazioni raccolte da questi team, EUFOR è in grado di indirizzare i propri sforzi in maniera più diretta ed efficace.


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permalink | inviato da robi-spa il 29/9/2009 alle 13:11 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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