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passaggioasudest [ la realtà politica dell'europa sud orientale dai balcani alla turchia ]
 



Questo blog è dedicato ad un'area cruciale per il futuro europeo. Per l'area che va dai Balcani occidentali alla Turchia, infatti, passa il futuro dell'Unione europea come progetto politico così come il futuro di questi Paesi passa dalla scelta dell'integrazione in questo progetto.




"Dobbiamo ricordarci che l’informazione è un veicolo diretto all’utente, non è un soliloquio da parte del giornalista. Bisogna tenere sempre presente che chi è dall’altra parte del microfono deve poter comprendere una realtà in cui non è presente. Questo, penso, è il massimo sforzo che i giornalisti devono compiere".
Antonio Russo



"Il vero referendum sul futuro dell'Unione si terrà nei Balcani"
International Balkan Commission


"E poi, un giorno, è stato costruito un ponte che collegava le due rive del Bosforo. Quando sono salito sul ponte e ho guardato il panorama, ho capito che era ancora meglio, ancora più bello di vedere le due rive assieme. Ho capito che il meglio era essere un ponte fra due rive. Rivolgersi alle due rive senza appartenere".
Orhan Pamuk, Istanbul



Per inviare una email scrivi a pasudest@yahoo.it





18 gennaio 2010


PASSAGGIO IN ONDA

Passaggio a Sud Est
è il sabato alle 22,30 su Radio Radicale



Il sommario della puntata del 16 gennaio 2010

La puntata è dedicata per larga parte alla Croazia, con le recenti elezioni presidenziali e il proseguimento dei colloqui con la Slovenia per la definizione dei confini. In primo piano l'intervista al neo presidente Ivo Josipovic sulla sua elezioni, i problemi interni della Croazia, il suo ruolo nei Balcani e i rapporti con la Serbia, le relazioni con l'Ue e la politica europea nella refione. A questa segue l'intervista con Dijana Plestina Racan che commenta positivamente il risultato delle presidenziali.

Nella trasmissione si parla anche delle inondazioni che hanno colpito l'Albania, dell'integrazione europea del Kosovo e della difficile situazione politica in Bosnia Erzegovina. In apertura uno sguardo su Istanbul capitale europea della cultura del 2010.

La trasmissione è curata e condotta da Roberto Spagnoli con la collaborazione di Marina Szikora e Artur Nura. Tutte le puntate sono riascoltabili sul sito di Radio Radicale.


12 gennaio 2010


JOSIPOVIC, UN PRESIDENTE EUROPEO PER LA CROAZIA IN EUROPA

Ivo Josipovic è il nuovo presidente della Croazia, il terzo dall'indipendenza del 1991. Una vittoria netta, prevista dopo il primo turno del 17 dicembre, delineata dai sondaggi e confermata già dagli exit poll diffusi subito dopo la chiusura dei seggi, alle 19 di domenica 10 gennaio. Con il 60% dei voti, contro il 40% ottenuto dal suo sfidante, Milan Bandic, sindaco di Zagabria, Josipovic prende il posto di Stjepan Mesic e guadagna per la prima volta la presidenza al centro-sinistra. Il candidato del Partito socialdemocratico ha prevalso in tutta la Croazia, tranne in una "zupanija" (contea) e nei seggi all'estero dove, come previsto, ha prevalso Bandic in maniera schiacciante.

Ivo Josipovic ha 52 anni. Sposato, con una figlia, è docente di Diritto all'Università di Zagabria, oltre che musicista e compositore. E' stato più volte deputato ed ha, tra l'altro, rappresentato la Croazia alla Corte internazionale di giustizia dell'Onu e al Tribunale internazionale per l'ex Jugoslavia. Da molti anni è amico del Partito radicale, tanto che Emma Bonino, alla vigilia del primo turno delle presidenziali, gli ha pubblicamente inviato una lettera di sostegno.

Josipovic è un progressista democratico ed europeista, non certo un bolscevico con il quale la Croazia rischia di "diventare rossa", come ha affermato il suo rivale, agitando un presunto rischio di ritorno al passato. In effetti Josipovic nel 1980 aderì al partito comunista croato, e per questo è stato attaccato da Bandic, ma partecipò al processo di democratizzazione jugoslavo seguito alla morte di Tito. Bandic ha anche tirato in ballo il padre del suo avversario sostenendo che avrebbe diretto il tristemente famoso campo di prigionia titino di Goli Otok, dopo la seconda guerra mondiale. Un'accusa smentita con decisione da Josipovic.

Milan Bandic, ex socialdemocratico espulso dal partito per aver confermato la sua candidatura in polemica con la scelta di Josipovic, da parte sua ha portato avanti una campagna elettorale dai toni nazional-populisti con il sostegno della chiesa cattolica (che non ha evitato ingerenze dirette nella campagna elettorale). Come sindaco di Zagabria Bandic ha in effetti ottenuto diversi successi, ma si è anche distinto per un uso disinvolto del potere fatto di favori agli amici, speculazioni immobiliari e toni spericolati.

Il cardine della campagna elettorale di Josipovic è stato, invece, la questione della giustizia: sia intesa come necessità di riforme, sia sul piano sociale, come lotta alla corruzione e allla criminalità organizzata. Due questioni centrali che rallentano i progressi della Croazia e sulle quali anche l'Unione Europea ha chiesto maggiore impegno nel quadro del negoziato di adesione. "La Croazia ha due problemi", ha dichiarato Josipovic al Corriere della Sera: "la crisi economica e l'enorme corruzione. Fenomeni collegati, perché proprio per la corruzione la Croazia non è competitiva e non attira capitali stranieri". Questa situazione ha mutato profondamente la coscienza dei cittadini, soprattutto dei giovani. Occorre dunque agire su due livelli: "Con la repressione, coinvolgendo polizia, magistratura e servizi segreti. E poi convincere la persone che la corruzione non è necessaria".

Il presidente in Croazia non esercita direttamente il potere esecutivo, ma ha un ruolo di garanzia oltre ad alcune rilevanti competenze di indirizzo, in particolare per quanto riguarda la politica estera. E qui si pone il problema della coabitazione con la premier Jadranka Kosor dell'Hdz, il principale partito di centro-destra. La Kosor nel luglio scorso ha preso il posto di Ivo Sanader che si dimise dall'incarico all'improvviso senza spiegarne chiaramente le ragioni. I motivi che lo hanno indotto ad una tale decisione possono essere stati molti, non esluse, almeno secondo certe voci, pressioni da parte di esponenti politici internazionali di altissimo livello, preoccupati per i gravi scandali incui erano coinvolti diversi esponenti del governo.

Kosor, consapevole che le cose per l'Hdz si stavano mettendo male sull'onda degli scandali, si è impegnata in questi mesi, non senza aspetti contraddittori, in un'opera di pulizia dentro e fuori il partito ed il governo, guadagnandosi un certo favore popolare, ma anche l'ostitilità di vari settori dell'Hdz. Sanader però proprio pochi giorni fa è ritornato sui suoi passi minacciando così di mettere in crisi il governo guidato dalla sua ormai ex delfina, ma anche di spaccare il partito. Il nuovo presidente potrebbe quindi trovarsi, già all'inizio del mandato, a far fronte ad un quadro politico assai agitato proprio mentre la Croazia si trova ad affrontare le pesanti conseguenze della crisi economica globale e a dover concludere il negoziati di adesione all'Ue.

L'ingresso nell'Ue è una delle scadenze più importanti che attendono la Croazia. Nonostante sostenga che Bruxelles sia stata più rigida che con altri circa i criteri di adesione, Josipovic ha confermato il suo impegno per l'ingresso della Croazia nell'Unione e si è detto certo che il paese raggiungerà gli standard richiesti da Bruxelles, non solo per l'Ue, ma anche per il bene del suo popolo. In effetti, Josipovic appare molto più indicato di Bandic ad "assistere" la conclusione di un negoziato in cui diversi problemi devono essere risolti: dal compromesso con la Slovenia per la fissazione dei confini tra i due paesi, sul quale Josipovic ha espresso il suo giudizio negativo, alla lotta alla corruzione e alla criminalità, alla protezione dei diritti delle minoranze. In ogni caso sarà lui ad avere l'onore di tenere a battesimo l'ingresso ufficiale della Croazia nell'Unione europea, nel 2011 o 2012.

Quanto ai rapporti con gli altri paesi della regione Josipovic ha le idee chiare. Il neo presidente è stato a capo del team legale che ha preparato l'accusa di genocidio rivolta alla Serbia davanti alla Corte internazionale di giustizia dell'Onu. Accusa rivolta a sua volta da Belgrado alla Croazia. Josipovic chiede che la Serbia fornisca informazioni sulle persone scomparse, processi ai criminali di guerra e la restituzione dei beni culturali saccheggiati: se Belgrado rispettasse queste condizioni, secondo Josipovic non ci sarebbe motivo di insistere con la denuncia. Per quanto riguarda la Bosnia, Josipovic rivendica il legittimo diritto a proteggere gli interessi dei croato-bosniaci su un piano di parità con le altre etnie costituenti del paese, pur nell rispetto dell'integrità e della sovranità della Bosnia.

Forse il nuovo presidente croato non ha un particolare carisma, qualcuno lo ha anche definito un po' scialbo. Certo non ha la personalità istrionica di tanti protagonisti della politica balcanica emersi dopo il crollo del comunismo, né l'irruenza del suo predecessore Stjepan Mesic, ma per una Croazia che aspira ad un posto in Europa ea guadagnarsi il rispetto degli altri partner questo non è certamente un demerito, anzi.


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12 gennaio 2010


PASSAGGIO IN ONDA

Passaggio a Sud Est
è il sabato alle 22,30 su Radio Radicale




Il sommario della puntata del 9 gennaio 2010

Croazia: le elezioni presidenziali, la situazione del governo, i rapporti con la Slovenia Serbia: la visita del presidente Tadic in Kosovo
Ue
: la presidenza di turno spagnola e l'integrazione dell'Europa sud orientale
Turchia: la Germiania cambia idea sull'adesione all'Ue?
Grecia: la crisi economica e le misure del governo
Albania: la situazione politica interna e i suoi riflessi sull'integrazione europea del paese Macedonia: le relazioni bilaterali con Israele 

La trasmissione è curata e condotta da Roberto Spagnoli con la collaborazione di Marina Szikora e Artur Nura. Tutte le puntate sono riascoltabili sul sito di Radio Radicale.


3 gennaio 2010


BUON ANNO EUROPA

E' cominciato il nuovo anno. Di solito in questo periodo si fanno previsioni per i mesi che verranno e certo è più facile indovinare cosa non accadrà piuttosto che immaginare cosa invece potrebbe succederà nei giorni che abbiamo davanti. Per quanto mi riguarda preferisco evitare entrambi gli esercizi e limitarmi a segnalare cosa c'è in agenda per l'anno che abbiamo appena inaugurato. Per l'Europa sud orientale il 2010 ha in programma alcune importanti scadenze elettorali. La più vicina è il ballottaggio per le presidenziali in Croazia previsto per domenica prossima. Poi ci sono le presidenziali in Grecia, fissate in marzo interessanti come test per i primi mesi di governo socialista in un paese che attraversa una grave crisi economica e sociale. In aprile ci sonole elezioni presidenziali a Cipro Nord e, infine, in ottobre le elezioni presidenziali e politiche in Bosnia Erzegovina.

Le elezioni presidenziali a Cipro Nord sono molto importanti perché se fosse confermato l'attuale presidente Mehmet Ali Talat, il negoziato in corso per risolvere la divisione dell'isola avrebbe diverse chance di proseguire positivamente. Se invece, come sembrano indicare al momento i sondaggi, Talat non fosse rieletto - dopo la sconfitta alle politiche delo scorso anno - e magari prevalesse l'attuale primo ministro Eroglu, la possibilità di arrivare ad un compromesso con i greco-ciprioti, magari entro la fine dell'anno, potrebbe farsi assai più difficile. La recente elezione del socialista Papandreou in Grecia unita alla necessità per il premier turco Erdogan di appianare gli ostacoli sul processo di integrazione europea (e quello di Cipro è grande come una montagna) potrebbero creare la cornice internazionale favorevole alla soluzione della questione, ma il prevalere dei nazionalisti a Cipro Nord non faciliterebbe certo le cose.

Di enorme importanza sono poi le elezioni presidenziali e politiche di ottobre in Bosnia Erzegovina. Il paese attraversa una profonda crisi istituzionale provocata dalla rissosità e dal gioco di veti incrociati delle classi politiche locali, ma anche dalla incapacità mostrata finora dalla comunità internazionale e dall'UE per prima di prendere in mano seriamente la questione. La Bosnia, ben più del Kosovo, rappresenta al momento lo scenario più instabile e delicato di tutta la regione balcanica. A mio giudizio il ritorno ad un conflitto armato su vasta scala è improponibile, non fosse altro perché nessuno lo vuole, così come mi sembra tutto sommato difficile immaginare uno smembramento del paese, magari per mezzo di referendum secessionisti come quello più volte minacciato dal leader serbo-bsoniaco Milorad Dodik. Il rischio più concreto mi pare quello di un'impasse che si trascini indefinitamente, bloccando il rinnovamente politico e istituzionale del paese con ricadute negative su tutta la regione. Anche se, va detto, la Bosnia non è quel paese fallito che diversi commentatori tendono a dipingere nelle loro analisi.

Un'altra scadenza elettorale, vicinissima, è quella delle elezioni presidenziali in Croazia. Il ballottaggio è previsto per domenica prossima 10 gennaio. Sulla carta e nei sondaggi il favorito è il vincitore del primo turno, il candidato socialdemocratico Ivo Josipovic che fra una settimana dovrà misurarsi con l'attuale sindaco di Zagabria, Milan Bandic, presentatosi come indipendente in polemica con il Partito socialdemocratico che non lo ha indicato come candidato ufficiale e che per questo lo ha poi espulso. Chiunque dei due vinca (io personalmente spero in Josipovic) avrà davanti a sé un compito non facile: sul piano interno dovrà rispondere ad un'opinione pubblica che chiede il rinnovamente di una classe politica travolta dagli scandali e dare una svolta efficace alla lotta alla corruzione e alla criminalità organizzata, come richiesto anche dall'adesione all'UE che sarà il grande traguardo internazionale che il nuovo presidente croato dovrà raggiungere durante il suo mandato.

Nei prossimi mesi ci sarà poi sempre in primo piano la questione dell'integrazione dei Balcani occidentali nell'UE. La recente liberalizzazione dei visti Schengen per Macedonia, Montenegro e Serbia è stato un segnale importante. E proprio la Serbia negli ultimi mesi del 2009 ha incassato significativi successi che hanno rilanciato il suo processo di integrazione europea chiudendo definitivamente l'epoca dell'isolamento seguito alle guerre jugoslave degli anni '90. Parlare di Serbia, inoltre, significa parlare del Kosovo, un'altra questione che l'Europa non potrà eludere indefinitamente. In lista d'attesa per entrare nella "lista bianca" di Schengen, ma con buon prospettive, restano Albania e Bosnia. E la Turchia, forse. Per il momento Ankara non ha gradito che i cittadini di paesi che nemmeno sono ufficialmente candidati all'adesione all'UE abbiano ottenuto la liberalizzazione dei visti, mentre quelli turchi ne siano rimasti esclusi. La Turchia, in ogni caso, resterà la grande questione aperta per l'UE anche nel 2010, mentre vedremo se per la Macedonia, dopo anni di limbo, verrà finalmente fissata una data certa per l'inizio dei negoziati di adesione.

Infine c'è l'Europa, intesa come Unione Europea. Il tempo degli alibi è finito: dopo mesi di impasse, il Trattato di Lisbona è finalmente in vigore e l'UE ora ha un "presidente" e un "ministro degli Esteri". Resta da capire se ora riuscirà ad elaborare anche una politica comune, o almeno una direzione unitaria da seguire e di conseguenza una prospettiva politica da offire ai paesi europei che ancora non sono nell'Unione. Insomma che l'UE torni ad essere un progetto politico e non solo una sommatoria di interessi nazionali, per quanto legittimi ed importanti. Insomma, la cosa migliore che potrebbe darci il 2010, da questo punto di vista è che l'UE torni ad assumere le sembianze di una patria europea, invece che quella di una Europa delle patrie a cui troppo spesso ci ha abituato negli ultimi anni.

Buon anno Europa!


24 dicembre 2009


C'ERA UNA VOLTA IL MURO: L'EUROPA EX COMUNISTA VENT'ANNI DOPO

L’Europa centro-orientale non si lascia addomesticare. Busso da tempo alla sua porta, ma non me l’apre mai del tutto. Domani ho l’aereo per Berlino. Inizia il viaggio. Vediamo di colmare le lacune. Tuffarsi nell’89 e provare a stare a Est senza più la solita sensazione di inadeguatezza. Salire sulla macchina del tempo e poi catapultarsi fuori, nel presente. Ricucire, rammendare, dare profondità. Annusare l’odore della vecchia cortina e inquadrare il senso dell’Europa in cui vivo. Germania e Polonia, Slovacchia, Repubblica Ceca e Ungheria. Pellegrinare, seguire una rotta di redenzione, macinare chilometri, scavare, indagare, scoperchiare. Scoprire”. Scrive così Matteo Tacconi, giornalista freelance, interessato alla realtà dell'Europa orientale e dei Balcani, dove ha viaggiato spesso (sui articoli sono usciti sul quotidiano Europa e sulle riviste Limes, Famiglia Cristiana, Panorama, Diario e Narcomafie), a pagina 7 del suo libro C'era una volta il Muro. Viaggio nell'Europa ex-comunista (Castelvecchi editore), uscito il 22 ottobre scorso.

Un viaggio nelle nazioni della vecchia mitteleuropa, compiuto da uno che nel 1989 era ancora un bambino: "Germania, Polonia, Slovacchia, Repubblica ceca, Ungheria. Viaggiare. Scoprire. Narrare. Vecchie e nuove generazioni. Est e Ovest. Miti e delusioni. Sconfitte e vittorie. Zigzagare lungo confini una volta inviolabili. Sfondare il Muro", come è scritto nel blog che accompagna il volume. Un libro che racconta la realtà di Paesi che pensiamo di conoscere e che invece vediamo troppo spesso attraverso le lenti deformanti di luoghi comuni di cui non siamo nemmeno consapevoli. Invece la realtà, che Tacconi racconta, è per molti versi sorprendente e sfata molti sterotipi rivelando un'Europa in cui le opinioni pubbliche sono spesso più avanti delle loro classi politiche e dove l'europeismo conserva il suo valore anche se i problemi certo non mancano e dove è sempre presente il rischio di involuzioni nazionalistiche e xenofobe.

Il libro di Tacconi parla dei paesi dove il crollo del comunismo è avvenuto in maniera pacifica e si struttura in due parti: la prima tedesco-polacca, la seconda ceco-slovacco-ungherese. Dalla Germania in cui la riunificazione è riuscita solo in parte e solo a Berlino (e in cui la "Ostalgie", la nostalgia dell'est, non è rimpianto della Ddr, ma desiderio di non dimenticare il proprio vissuto), alla Polonia, la terra di Solidarnosc e di papa Woityla, dove i contadini che votarono no all'ingresso nell'Ue ora sono grandi sostenitori dell'Unione. Da Cechia e Slovacchia che si divisero senza spargimento di sangue, all'Ungheria che dal "socialismo al gulash" e passata al sistema democratico ma senza riuscire a completare le riforme pure richieste dall'adesione all'Ue. Un libro da leggere, anche per le notizie e i dati contenuti, perché riporta i sentimenti e le domande raccolte parlando direttamente con la gente incontrata durante il viaggio seguendo i tempi e le tappe dei due viaggi che Tacconi ha compiuto "oltre cortina" nel settembre e novembre 2008. Il blog fuoridalmuro.blogspot.com con foto e descrizioni "leggere" completa l'opera sul web.

Matteo Tacconi lo potete ascoltare anche on-line nell'intervista che gli ho fatto il 23 dicembre disponibile sul sito di Radio Radicale.


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16 dicembre 2009


TURCHIA: LA CORTE COSTITUZIONALE CONTRO IL PARTITO CURDO (...E NON SOLO?)

La Turchia è nuovamente sull'orlo di una crisi politica e corre il rischio di tornare ad un periodo di instabilità come quelli che hanno caratterizzato il suo passato a varie riprese. Proprio quando sembrava che tirasse un aria nuova sulla questione curda la situazione è precipitata ed il futuro si è fatto nuovamente incerto e foriero di tempi difficili. Venerdì 11 dicembre la Corte Costituzionale ha infatti deciso la messa al bando del partito curdo Dtp, accusato di collusioni con i guerriglieri indipendentisti del Pkk: i suoi beni sono stati confiscati e 37 suoi esponenti, tra cui il leader Ahmet Turk, sono stati estromessi dalla vita pubblica per cinque anni.

Tutto il processo di pacificazione avviato, non senza qualche ambiguità, dal governo di Recep Tayyip Erdogan - l'apertura del canale in curdo della tv pubblica, la possibilità di corsi universitari in curdo, il ripristino degli antichi nomi curdi di vie e piazze e, soprattutto, il progetto di pace presentato dal governo - è stato in pratica messo in mora. Del resto i segnali nelle ultime settimane non erano mancati: proprio un mese fa, il dibattito parlamentare sul piano di pace del governo era stato segnato dalla durissima reazione negativa delle opposizioni. Ora le dimissioni di tutti i deputati curdi potrebbero portare allo scioglimento del parlamento ed alle elezioni anticipate, in un momento in cui il partito di governo, l'Akp di Erdogan e del presidente Abdullah Gul, non gode più di quel favore popolare che nel 2007 lo portò a raccogliere il 47% dei voti.

La sentenza della Corte Costituzionale era, per altro, attesa un po' da tutti gli osservatori. In un colpo solo i giudici hanno bloccato il processo di pace con i curdi, hanno messo Erdogan in difficiltà sul piano interno e hanno dato un segnale molto negativo all'Ue che nei giorni precedenti aveva fatto sapere di considerare lo scioglimento del Dtp una violazione dei diritti della minoranza curda. Ricordiamo che la questione curda è uno dei maggiori ostacoli sulla strada del negoziato per l'adesione della Turchia all'Ue. Quello che sorprende, semmai, è che la decisione è stata presa all'unanimità e che lo stesso presidente della Corte, considerato vicino all'Akp, l'ha difesa fino in fondo dicendo di non avere niente da rimproverarsi. Certamente la sentenza è ineccepibile, sul piano del diritto e del rispetto della Costituzione, ma è stata presa senza minimamente aver tenuto in considerazione le conseguenze politiche. E come tale appare una decisione fortemente politica. Che tra l'altro rischia di provocare un rilancio della lotta armata dei curdi.

La situazione, dunque, è molto delicata e gravida di tensioni (in questi giorni ci sono state molte manifestazioni con incidenti e morti). La sentenza della Corte Costituzionale è stata una vera e propria bomba atomica. Più che un "avvertimento" al premier Erdogan, come hanno scritto diversi giornali in Italia, essa appare come il preludio dello scontro finale tra le due anime sociali e politiche che da anni si fronteggiano in Turchia: da una parte la nuova classe dirigente islamica moderata, portata al potere dall'Akp, dall'altra l'establishment "kemalista", di cui la Corte e le forze armate sono tra le maggiori espressioni. O forse no, forse si tratta solo di un'altra spallata dell'establishment che mira a indebolire Erdogan. I militari per il momento stanno alla finestra e seguono il corso degli eventi.

A questo punto si aprono diversi possibili scenari. Da quello più grave (una destabilizzazione del Paese che potrebbe lasciare spazio anche ad avventure autoritarie), a quello delle elezioni anticipate (con l'Akp che probabilmente vincerebbe nuovamente ma senza avere i numeri per governare da solo), a quella più soft con un governo costretto a cercare la maggioranza su ogni provvedimento ed esposto così ai ricatti dei repubblicani e dei nazionalisti. Tra l'altro, l'indebolimento interno della Turchia, avrebbe conseguenze sui suoi rapporti internazionali (in primis con Ue, Usa e Nato, con l'Iraq e l'Afghanista in primo piano), sulla proiezione regionale del Paese in Caucaso e in Medio Oriente, all'insegna della dottrina della "profondità strategica" e dello slogan "nessun problema con i nostri vicini", e sul ruolo di hub sulle rotte dell'energia a cui Ankara punta con la sua posizione centrale in progetti strategici come Nabucco e South Stream.

Sia come sia, il rischio forse più probabile è che la Turchia, dopo anni di stabilità e di successi economici e diplomatici venga indebolita al suo interno e divenga quindi politicamente instabile, tornando ad essere un Paese importante sì ma certo molto meno affidabile di quanto è stato in questi anni. I turchi sicuramente sopravviveranno e sopravviveremo anche noi, ma c'è da chiedersi se è questo che serve davvero all'Europa e all'Occidente.

La messa al bando del Dtp decisa dalla Corte costituzionale, rischia dunque di destabilizzare la Turchia, di provocare una grave crisi politica interna, con il rilancio del terrorismo curdo,indebolendo anche il ruolo internazionale del paese. Su tutto questo segnalo la mia intervista a Marta Ottaviani, giornalista italiana da anni residente in Turchia, collaboratrice dei quotidiani La Stampa e L'Avvenire.


10 dicembre 2009


LA CINA E' VICINA... ALLA GRECIA IN CRISI (1)

Immagine tratta da www.istockphoto.comIl primo ministro greco Georges Papandreou ha convocato una riunione con i leader di tutti i partiti politici per discutere della lotta alla corruzione e alla frode fiscale e per inviare un "potente messaggio all'estero" che dimostri la volontà della Grecia di "ripulire" la sua economia. La riunione si terrà la settimana prossima con la presenza del capo di stato, Carolos Papoulias, a indicare che la situazione è molto seria e occorre una concreta "unità nazionale" per affrontarla e risolverla. "E' necessario unirsi per lottare contro la corruzione e in favore della trasparenza, del corretto funzionamento dello Stato, dotato di un sistema fiscale equo che garantirà dall'evasione e dalle frodi fiscali", ha dichiarato Papandreou sottolineando che la riunione vuole "dare un potente messaggio all'estero che dimostri che siamo determinati ad andare avanti, a ripulire la nostra economia a e dare prospettive per uno sviluppo diverso che porterà speranza ad ogni cittadino greco".

La crisi che il governo socialista si trova ad affrontare, a poche settimane dalla netta vittoria elettorale è senza precedenti. Quest'anno il Pil calerà del 1,5% (la prima volta dal '93) e il rapporto deficit/Pil sarà di quasi il 13%, mentre per il 2010 si prevede che il debito superi il 120% del Pil. Il tutto con una disoccupazione che negli strati giovanili della popolazione tocca il 25%. L'agenzia di rating Fitch martedì ha assegnato alla Grecia una valutazione BBB+ con un outlook negativo: è la prima volta in dieci anni che un'agenzia assegna alla Grecia un giudizio inferiore alla singola A. In precedenza anche Standard & Poor’s aveva messo sotto osservazione il paese per possibili declassamenti. I mercati temono un default del Paese, ma Jean-Claude Juncker, da poco riconfermato presidente dell'Eurogruppo, si è detto certo che la Grecia non farà bancarotta e quindi non avrà nessun bisogno di aiuti da parte degli altri membri dell'Ue.

Secondo Juncker "il minimo che si possa dire è che la situazione di bilancio è tesa", ma "il governo greco prenderà delle iniziative a breve, medio e lungo periodo per consolidare il bilancio". In realtà parte del problema risiede proprio nell'orientamento finora mostrato dal governo greco di voler risanare i conti facendo leva sulla lotta all'evasione (primo obiettivo la riduzione del deficit al 9%). Secondo le autorità europee e gli altri paesi dell'Unione però non basta, e la scorsa settimana, avviando una nuova fase della procedura di deficit eccessivo sulla Grecia, i ministri delle Finanze Ue hanno chiesto misure supplementari.
Bruxelles ha dato tempo al governo fino a gennaio per mettere a punto una finanziaria più severa di quella presentata in questi giorni.

Di fronte alle preoccupazioni internazionali il ministro delle Finanze, George Papacostantinou, ha ribadito che il governo farà tutto quello che sarà necessario per riconquistare la fiducia internazionale riducendo il deficit e mettendo sotto controllo il debito. Papaconstantinou ha precisato che il piano di risanamento di medio termine, nell’ambito del Patto Ue di stabilità e di crescita, verrà presentato alla Commissione europea a gennaio, dopo esser stato discusso in Parlamento e indicherà "chiaramente le modalità, il calendario, la strada per un ritorno alla normalità dell’economia".
Sarà però difficile far digerire una politica di rigore e sacrifici non solo e non tanto agli anarchici di Exarchia, scesi di nuovo violentemente in piazza in questi giorni nel primo anniversario dell'assassinio del giovane Alexandros Grigoropoulos, ma soprattutto a chi a ottobre ha dato fiducia ai socialisti chiedendo un cambio di marcia rispetto al governo Karamanlis. Intanto, il prossimo 17 dicembre il caso della Grecia sarà all'attenzione della Bce.

A febbraio di quest'anno, quando la Grecia si trovava esposta alle conseguenze del crack Lehman Brothers, l'allora ministro tedesco della Finanze, Peter Steinbruck, aveva dichiarato che Atene non sarebbe stata lasciata sola dagli altri partner europei. Ma un conto è fare scudo ad un Paese debole in una crisi globale, un altro è farsi carico delle sue leggerezze, tanto più se non sono una novità. Così la Grecia, membro di una potenza economica e commerciale come l'Unione Europea, potrebbe trovarsi a bussare alle porte del Fondo Monetario Internazionale come un Paese in via di sviluppo qualunque. A dire il vero un'attenuante il governo del Pasok ce l'ha: i conti pubblici sono stati taroccati per anni e quando Papandreou si è insediato nella poltrona di primo ministro ha scoperto di essersi seduto su una polveriera. Il punto è: come fare a spegnere la miccia se Bruxelles dovesse decidere di abbandonare Atene al proprio destino (ma anche se così non fosse)? Il pompiere a questo punto potrebbe avere gli occhi a mandorla.

La Cina ha stabilito legami economici con la Grecia quanto meno del 2008, quando l'allora premier Karamanlis, decise di cedere la gestione del porto del Pireo, il più antico scalo del Mediterraneo, per 35 anni ala Cosco, intenzionata ora a quintuplicarne la capacità. E lo sbarco cinese al Pireo potrebbe non essere che il primo passo verso una penetrazione in Grecia e nell'Europa sud orientale secondo uno schema già ben rodato in Africa. Pechino si presenta nei Paesi in difficoltà (o in quelli ben disposti verso gli investimenti esteri) con il portafoglio ben gonfio in mano, un argomento convincente a cui è impossibile restare indifferenti. Papandreou per ora mostra sicurezza:
lancia una sorta di appello all'orgoglio nazionale, avvertendo che il dissesto dei conti mette a repentaglio «la sovranità» della Grecia e afferma che non ci sarà bisogno di alcun salvataggio. Ma se davvero Bruxelles, con l'economia che mostra cenni di ripresa e l'Euro che si mantiene forte, scegliesse la linea dura e decidesse di mollare Atene? L'austerità imposta da insormontabili condizioni esterne potrebbe aiutare il governo del Pasok a far accettare i sacrifici ai suoi cittadini, ma potrebbe anche spalancare le porte (e consegnare le chiavi) ai cinesi.

(1, continua)

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