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passaggioasudest [ la realtà politica dell'europa sud orientale dai balcani alla turchia ]
 



Questo blog è dedicato ad un'area cruciale per il futuro europeo. Per l'area che va dai Balcani occidentali alla Turchia, infatti, passa il futuro dell'Unione europea come progetto politico così come il futuro di questi Paesi passa dalla scelta dell'integrazione in questo progetto.




"Dobbiamo ricordarci che l’informazione è un veicolo diretto all’utente, non è un soliloquio da parte del giornalista. Bisogna tenere sempre presente che chi è dall’altra parte del microfono deve poter comprendere una realtà in cui non è presente. Questo, penso, è il massimo sforzo che i giornalisti devono compiere".
Antonio Russo



"Il vero referendum sul futuro dell'Unione si terrà nei Balcani"
International Balkan Commission


"E poi, un giorno, è stato costruito un ponte che collegava le due rive del Bosforo. Quando sono salito sul ponte e ho guardato il panorama, ho capito che era ancora meglio, ancora più bello di vedere le due rive assieme. Ho capito che il meglio era essere un ponte fra due rive. Rivolgersi alle due rive senza appartenere".
Orhan Pamuk, Istanbul



Per inviare una email scrivi a pasudest@yahoo.it





6 ottobre 2009


NABUCCO VS. SOUTH STREAM: E' VERA SFIDA?

"Nabucco" e "South stream". Sono i nomi di due gasdotti a cui l'Europa affida la possibilità di diversificare le fonti a cui soddisfare la proprie necessità di gas naturale. Il primo porterà verso ovest il gas dell'Asia centrale aggirando la Russia (e quindi allentando la dipendenza energetica da Mosca). Il secondo, invece, è frutto di una joint venture tra la russa Gazprom e l'italiana Eni e porterà in Occidente il gas russo tagliando fuori l'Ucraina rendendo più stabili le forniture sottoposte in questi ultimi anni al braccio di ferro che a più riprese ha opposto Kiev a Mosca.
Messa così appare evidente che i due progetti rispondono a logiche opposte e sono quindi in contrapposizione tra loro. Ma è proprio vero? In un'intervista a Radio Radicale, Nicolò Sartori, assistente di ricerca presso l'Istituto Affari Internazionali, spiega perché a suo giudizio South Stream e Nabucco, proprio perché sono frutto di progetti diversi non sono così in alternativa tra di loro come si potrebbe facilmente pensare.
La questione è molto complessa, perché il primo problema da risolvere è chi garantirà le ingenti quantità di gas necessarie per riempire le condutture. In entrambi i gasdotti, poi, gioco un ruolo importante la Turchia (coinvolta anche in un'altra importante pipeline come Itgi e che recentemente ha stretto un accordo con il Qatar, terzo produttore mondiale di gas), che aspira a diventare un vero e proprio hub energetico. Il che rimanda ad una questione imprescindibile, ovvero la necessità del coinvolgimento dell'Iran. Sullo sfondo la questione irrisolta della necessità di creare un mercato comune europeo dell'energia.

L'intervista di Radio Radicale a Nicolò Sartori

Unione Europea: la sfida Nabucco-South Stream tra realtà e ideologia, di Nicolo Sartori


6 agosto 2009


GAS: LA SFIDA NABUCCO-SOUTH STREAM OLTRE LE IDEOLOGIE

Oggi ad Ankara si firma un accordo sulla costruzione del gasdotto South Stream, il progetto frutto di una joint venture Eni-Gazprom che dovrebbe fornire una via diretta di trasporto del gas russo verso l'Unione Europea tagliando fuori l'Ucraina (da cui attualmente transita il 70% delle forniture di gas russo verso l'Europa occidentale).
L'accordo prevede il coinvolgimento della Turchia per lavori d'esplorazione nelle sue acque territoriali dove dovrebbero passare le condotte della pipeline, anche se per il momento Ankara non dovrebbe entrare a far parte del consorzio South Stream. In ogni caso si conferma il ruolo di snodo energetico della Turchia come anello di congiunzione tra i più importanti progetti infrastrutturali per l'approvvigionamento di gas in Europa.
Lo scorso mese Ankara aveva ospitato infatti la firma dell'accordo per la costruzione dell'altro gasdotto, quello denominato Nabucco, che dovrebbe portare il gas dell'Asia centrale in Europa aggirando la Russia con lo scopo di diminuire la dipendenza energetica dei paesi UE da Mosca. Senza contare che la Turchia è poi uno degli attori principali di ITGI (Interconnessione Turchia Grecia Italia), altro asse importante delle forniture energetiche europee.

Ad una prima osservazione Nabucco e South Stream appaiono quindi progetti concorrenti e conflittuali e infatti fino ad ora la Russia non ha visto di buon occhio il progetto Nabucco, sostenuto fin dall'inizio dagli USA. Qualche tempo fa ha quindi destato una certa sopresa la notizia che Mosca starebbe valutando la possibilità di unirsi in qualche modo al progetto.
Proprio la Turchia è apparsa uno dei possibili promotori di quest'idea, anche se, come aveva affermato il premier turco Erdogan a metà luglio, in occasione dell'accordo sul Nabucco, si tratterebbe di una proposta a lungo termine: "La partecipazione della Russia al progetto - secondo Erdogan - non nuocerebbe all'obiettivo di diversificazione delle forniture di energia". Parole che non erano state smentite da Rienhard Mitschek, direttore generale austriaco del consorzio Nabucco: "Non abbiamo mai, dico mai, escluso alcuna fonte. Le compagnie di gas nazionali valuteranno di volta in volta le condizioni politiche, gli aspetti commerciali e tecnici e poi decideranno se comprare gas da Azerbaigian, Turkmenistan, Iraq, Iran o Russia".
Nel frattempo, come in altri ambiti, anche in questo la politica americana è cambiata con l'avvento dell'amministrazione di Barack Obama. Presenti per la firma dell'accordo sul Nabucco di luglio, a rappresentare gli Usa, c'erano il senatore Dick Lugar e il rappresentante speciale per le questioni euroasiatiche Richard Morningstar. "La Russia può partecipare come partner", disse allora Lugar. "Stiamo cercando di dialogare con Mosca nel settore dell'energia - aggiunse - non vogliamo che si produca un gioco a somma zero".

La sfida South Stream-Nabucco, quindi, al di là della vulgata pubblicistica, va analizzata realisticamente senza le lenti deformanti dell'ideologia. Da questo punto di vista suggerisco la lettura di un'interessante articolo di Nicolò Sartori, ricercatore presso l'Istituto Affari Internazionali, pubblicato dalla rivista online di geopolitica Equilibri e disponibile sul sito dell'Italian Center for Turkish Studies. Sartori scrive molto realisticamente che "limitarsi a considerare il progetto South Stream un tentativo russo di soffocare le velleità di diversificazione energetica dei paesi europei, oltre ad essere strategicamente miope, rischia di essere altrettanto fuorviante".
Dopo aver sottolineato l'importanza di comprendere perché South Stream "non possa essere effettivamente considerato un primario competitor di Nabucco", Sartori introduce un elemento troppo spesso trascurato, ma che rappresenta invece un nodo ineludibile di tutta la partita dei gasdotti: "Appare evidente che se si vuole parlare di reale diversificazione delle forniture il discorso non può prescindere dal coinvolgere Teheran". Per Sartori "l'obiettivo delle strategie energetiche europee, infatti, non può essere che l'Iran: da un lato come paese di transito (dando per scontate le ormai croniche difficoltà nella costruzione della Trans Caspian Pipeline) per l'eventuale gas residuo proveniente da Turkmenistan, Uzbekistan e Kazakhstan, ma soprattutto come fonte primaria di idrocarburi".




2 luglio 2009


GAS, SOUTH STREAM: MOSCA INVITA ANKARA. E' L'INIZIO DELLA FINE DI NABUCCO?

Carta tratta dal sito http://newsimg.bbc.co.uk
Il grande gioco dell'energia riserva ogni giorno nuove sorprese e, come in una partita a scacchi, i pezzi giusti, mossi con abilità, possono aprire nuove possibilità. La novità del giorno è l'invito rivolto dalla Russia alla Turchia e entrare nel grande affare "South Stream", il gasdotto frutto di una joint-venture Gazprom-Eni che dovrebbe portare il gas russo all'Europa occidentale attraverso i Balcani. La notizia è interessante perché la Turchia è uno dei partner principali di "Nabucco", la pipeline che dovrebbe garantire all'Europa occidentale l'accesso ai giacimenti dell'Asia centrale, aggirando la Russia e allentando, quindi, la dipendenza energetica dal Cremlino.
Secondo quanto riferisce l'agenzia Ria Novosti, l'invito ad Ankara è arrivato direttamente dal primo vicepremier russo Igor Secin alla fine di un incontro con il ministro turco dell'energia e delle risorse naturali, Taner Yildiz. "Noi prevediamo un approccio trasparente quando verrà presa la decisione su tale questione", ha spiegato Secin, sperando che Ankara esamini la proposta di Mosca. Secondo il vicepremier, nel colloquio sono state esaminate le differenti varianti e i differenti itinerari delle forniture di gas, compreso il Nabucco. "La valutazione economica precisa dell'efficacia della competitività permetterà di giudicare la superiorità di un progetto rispetto all'altro. South Stream ci sembra preferibile", ha proseguito, ricordando che esso può contare su sufficienti risorse.
South Stream, che collegherà la Russia all'Europa meridionale passando sotto il Mar Nero e l'Adriatico, avrebbe un costo stimato di 25 miliardi di euro e una capacità di 63 miliardi di metri cubi di gas l'anno. Il Nabucco, per il quale si prevede un costo di 7,9 miliardi di dollari, è sostenuto dall'Unione Europea per ridurre la dipendenza energetica da Mosca e dovrebbe garantire da 20 a 30 miliardi di metri cubi di gas del Caspio all'anno, attraverso Azerbaigian, Georgia, Turchia, Bulgaria, Romania, Ungheria e Austria. Però, mentre il progetto South Stream sembra procedere senza gravi intoppi, il progetto Nabucco ha incontrato e incontra sul suo percorso molti ostacoli oltre alla ovvia opposizione russa.
Recentemente, in varie occasioni, il premier turco Erdogan ha usato la minaccia del ritiro del suo paese dal progetto Nabucco come arma di pressione sull'Europa. L'invito di Mosca alla Turchia a entrare nell'affare South Stream potrebbe segnare l'inizio della fine per Nabucco? Si tenga conto che la Turchia, oltre a dipendere in buon misura dalle forniture energetiche russe, ha tutto l'interesse a stringere i rapporti con la Russia in funzione della stabilizzazione dell'area caucasica che non può prescindere dalla soluzione della questione del Nagorno Karabakh con conseguente normalizzazione dei rapporti con l'Armenia (tradizionale alleata di Mosca), che a sua volta ha tutto l'interesse a entrare nella partita energetica sfruttando la sua posizione geografica per il transito delle pipeline. La soluzione della questione del Nagorno Karabakh, non è pensabile, d'altra parte, senza un accordo con l'Azerbaijan, paese chiave per la stabilità della regione, produttore di gas, fortemente legato alla Turchia da ragioni storiche, culturali e strategiche.
All'Unione Europea, credo, tutto questo dovrebbe interessare, ma è lecito avere più di un dubbio che a Bruxelles riescano a prendere (e a mantenere) una posizione comune, proprio perché tra i Ventisette sono diverse non tanto le valutazioni politiche su questo o quel progetto, ma gli interessi economici e i conseguenti rapporti con Mosca. Quanto all'Italia, è noto che la Farnesina-ombra si chiama Eni e che l'attuale inquilino di Palazzo Chigi vanta un'amicizia personale con il suo omologo russo.


16 ottobre 2008


OTTO ANNI FA, ANTONIO RUSSO

Antonio RussoOtto anni fa moriva Antonio Russo. Ero in redazione, a Radio Radicale, quella domenica 15 ottobre quando da Tbilisi arrivò a Roma la telefonata che annunciava che Antonio era scomparso. I suoi amici, radicali georgiani, preoccupati di non ricevere risposta alle loro telefonate, si erano recati a casa sua e l'avevano trovata aperta e con evidenti segni di una "perquisizione": di Antonio nessuna traccia. Mancavano anche il suo computer, la sua videocamera, gli strumenti di lavoro con cui stava documentando la guerra in Cecenia, documenti e registrazioni. Non erano stati toccati, invece, denaro e oggetti di valore
Da Tbilisi avvertirono subito la sede di Roma del Partito radicale e la radio della sparizione di Antonio. Devo dire sinceramente che all'inizio non ci preoccupammo eccessivamente. Ricordavamo tutti, avevamo vissuto tutti, "in diretta", la scomparsa di Antonio da Pristina, durante la guerra del Kosovo. Dopo qualche giorno di apprensione era ricomparso in Macedonia, in una colonna di profughi mescolato alla quale era riuscito a sfuggire ai paramilitari serbi. Non eravamo eccessivamente preoccupati, all'inizio, ma inquieti sì, perché molti elementi della scomparsa di Antonio questa volta facevano temere il peggio. Anche se la mente si rifiuta sempre di accettarlo, il peggio, almeno all'inizio.
Avevo visto Antonio l'ultima volta durante la sua ultima visita in Italia. Era venuto in redazione e mi ricordo che mostrava a tutti dei bei coltelli decorati che gli avevano regalato dei suoi amici ceceni. Mi ricordo che se gli chiedevi come aveva fatto a passare la frontiera con quelle lame sorrideva e restava sul vago... Bevemmo un bicchiere in un bar sotto la radio e ricordo che salutandolo gli raccomandai di stare in campana e guardarsi le spalle. "Tranquillo", mi disse sorridendo prima di salire sull'ascensore. Era fatto così.
Il 16 ottobre dall'ambasciata italiana a Tbilisi arrivò la notizia del ritrovamento del corpo senza vita di un cittadino italiano. Ci volle poco per avere la conferma che si trattava di Antonio. Era uscito vivo dalla regione dei Grandi Laghi, dalla kasbah di Algeri durante la guerra civile e dalla Pristina assediata e poi occupata dalle truppe di Milosevic. Non gli riuscì a Tbilisi. E di nuovo rivissi l'angoscia che avevo provato solo pochi anni prima, quando a Mosca era stato assassinato Andrea Tamburi, coordinatore dei radicali transnazionali in Russia.
Antonio Russo è deceduto probabilmente nella notte tra il 15 ed il 16 ottobre del 2000. Il suo corpo fu ritrovato ai bordi di una stradina di campagna a 25 km da Tbilisi. L'autopsia rilevò che aveva subito diverse violenze, che era stato torturato con tecniche riconducibili a quelle impiegate dai servizi segreti russi. Il materiale che aveva con sé - videocassette, articoli, appunti - non fu ritrovato.
Le circostanze della morte non sono mai state chiarite, ma numerosi indizi conducono al governo di Vladimir Putin a Mosca: Antonio Russo aveva infatti cominciato a trasmettere in Italia notizie imbarazzanti sulla guerra, e solo due giorni prima della morte aveva parlato alla madre di una videocassetta scioccante contenente immagini delle violenze dei reparti speciali russi ai danni della popolazione cecena. Secondo i suoi amici, Antonio aveva anche raccolto prove dell’utilizzo di armi non convenzionali contro bambini ceceni.
Non sapremo forse mai quali informazioni aveva raccolto Antonio. Come difficilmente sapremo chi ha ordinato la sua morte e chi lo ha assassinato. Resta il fatto che da quando Putin è salito al potere in Russia il numero di giornalisti, attivisti dei diritti umani e oppositori uccisi o seriamente minacciati aumenta di continuo. E' di queste ultime ore il tentato avvelenamento di Karina Moskalenko, legale della famiglia di Anna Politkovskaja di cui appena una settimana fa abbiamo ricordato il secondo anniversario dell'assassinio. Un omicidio senza mandanti e senza esecutori per il quale si celebra proprio in questi giorni un processo a porte chiuse davanti ad una corte militare.
I silenzi del governo italiano e in particolare del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, la sua continuamente rinnovata amicizia per Putin, la "comprensione" per l'intervento militare russo in Georgia, l'irritazione con cui rispose, qualche anno fa, ad un giornalista britannico che chiedeva conto a Putin della guerra in Cecenia, desta il sospetto di un inaccettabile e miope baratto tra difesa dei diritti umani e accordi commerciali che vengono periodicamente sottoscritti tra Roma e Mosca, in particolare per quanto riguarda il settore energetico, che hanno finito per determinare una preoccupante situazione di dipendenza energetica dell’Italia dal regime di Putin favorita anche dalle pericolose connessioni tra ENI e Gazprom.
Non dimenticare, continuare a parlare, a porre domande, è il minimo che possiamo fare per onorare la memoria di Anna Politkovskaja, di Antonio Russo e di tutti gli altri, per dare un senso alla loro morte.


23 gennaio 2008


LA SERBIA SI AFFIDA AL GAS RUSSO

Per comprendere bene il caso Kosovo occorre osservarlo anche dal punto di vista economico e geopolitico e inserire la questione nel "grande gioco" che la Russia sta conducendo nello scacchiere internazionale. Dopo l'accordo della scorsa settimana tra Russia e Bulgaria è di ieri la notizia che Mosca e Belgrado hanno chiuso un analogo accordo per il passaggio del gasdotto South Stream in Serbia. Ma non solo: Mosca si è portata a casa la società monopolista serba degli idrocarburi Nis ad un prezzo di svendita. Sull'accordo pesano alcuni fattori geostrategici di non poco conto. Se si tiene conto che il progetto del gasdotto Nabucco (che dovrebbe portare le forniture energetiche dall'Asia centrale verso l'Europa occidentale aggirando la Russia) è sostanzialmente fermo, ci si accorge che tutto l'interesse di Mosca per il Kosovo e le minacce di rispondere all'indipendenza di Pristina per esempio con la destabilizzazione della Georgia, più che alla fratellanza ortodossa e allo storico asse tra Serbia e Russia, è legata a interessi ben più concreti.
La firma dell'accordo è fissata per venerdì 25 gennaio a Mosca e viene una settimana dopo l'accordo sul South Stream raggiunto la scorsa settimana con la Bulgaria e firmato nel corso della visita di Putin a Sofia. Il premier serbo Vojislav Kostunica è stato il principale sponsor dell'intesa e, pur di raggiungerla, ha messo a tacere tutte le voci contrarie all'interno del governo come quella del ministro dell'Economia, Mladjan Dinkic, esponente di primo piano del partito riformista G17, secondo il quale l'offerta russa è umiliante per la Serbia e non tiene in conto degli interessi nazionali. In effetti guardando le cifre si nota che a fronte di un valore stimato a 1,7 miliardi di euro, l'offerta presentata da Gazprom per il 51% della NIS era di 400 milioni di euro. A questa somma si devono poi aggiungere 500 milioni di euro per un piano d'investimenti quadriennale e, appunto, il passaggio attraverso la Serbia di un ramo del gasdotto South Stream. Dinkic ha però espresso seri dubbi anche sul gasdotto perché entrerà in funzione non prima del 2013 e la sua capacità resta un punto interrogativo.
La privatizzazione della Nis ha saltato tutti i passaggi che prevedevano tre fasi e la partecipazione alla gara, oltre a Gazprom, della società russa Lukoil, di quella ungherese MOL, della polacca PKN Orlen, dell'austriaca OMV, della Greek Hellenic Petroleum e della romena Rompetrol. Molto probabilmente la svendita ai russi è il prezzo che il premier serbo Kostunica deve pagare a Putin per il sostegno sul Kosovo. Un sospetto avanzato da molti analisti ma che è venuto subito in mente anche ad un piccolo osservatore come il sottoscritto. Un altro do ut des è molto probabilmente quello avvenuto tra Kostunica e il presidente serbo Boris Tadic, che ha dato via libera all'accordo per ottenere l'appoggio del premier al secondo turno delle presidenziali e garantirsi i voti necessari per battere l'ultranazionalista Nikolic al ballottaggio. Pare che Tadic e Kostunica si recheranno a Mosca insieme per la firma dell'accordo con la Russia. Se ciò avverrà sarà la prova che il patto elettorale tra i due è stato raggiunto. In ogni caso bisognerà comunque aspettare poco: il 3 febbraio si vota per il secondo turno delle presidenziali e vedremo cosa avrà deciso di fare Kostunica.


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17 gennaio 2008


ENERGIA: PUTIN A SOFIA, GAZPROM A BELGRADO

Visita ufficiale di Putin in Bulgaria oggi e domani all'insegna delle questioni più pressanti che rguardano l'Europa sud orientale, da quelle energetiche al Kosovo.
Sulle questioni energetiche i negoziati non appaiono facili almeno stando a quanto ha scritto il quotidiano russo Rbk Daily, citato dall'agenzia Apcom, che titolava "Il South Stream può diventare Blue" facendo un gioco di parole riferito a Blue Stream, il gasdotto che parte dal sud della Russia e arriva in Turchia attraverso il Mar Nero e la cui costruzione è stata portata a termine da una joint venture tra Eni e Gazprom. Il South Stream è al centro dei negoziati durante il viaggio di Putin. In base al progetto South Stream doveva passare dal Bosforo verso i Balcani ma, secondo il giornale russo, sarebbe stato ostacolato dagli "intrighi economici e politici" di Istanbul e quindi "i 900 chilometri di tubi dovrebbero andare dritti verso la Bulgaria" non senza "problemi con i partner nel progetto". Sofia vuole in sostanza ottenere più controllo sul gasdotto come ha fatto capire ieri il ministro bulgaro dell'Economia e dell'Energia anche se il presidente bulgaro, Georgi Parvanov ha espresso la speranza che le differenze saranno superate affermando che Sofia ha già preparato una proposta di compromesso sfruttando anche il fatto che Putin preferirebbe evitare di chiudere il suo mandato presidenziale con una mezza sconfitta energetica a Sofia.
Nel frattempo in Serbia, sempre sulle questioni energentiche, è in atto uno scontro tra sostenitori e oppositori dell'alleanza con la Russia. Il South Stream dopo la Bulgaria dovrebbe passare proprio in Serbia per poi proseguire alla volta dell'Europa occidentale. Gazprom è interessata ad acquisire la maggioranza della NIS, la principale compagnia petrolifera serba, e per il 51% delle azioni offre a Belgrado 400 milioni di euro in contanti, 500 milioni in investimenti diretti e con in più l'impegno a rilevare i debiti della società (600 milioni di euro) a cui si aggiungerebbero 100-150 milioni di euro l'anno provenienti dalle quote di transito. Il tentativo è quello di quello di chiudere la partita entro domenica prossima quando si terrà il primo turno delle elezioni presidenziali serbe. Una riunione è in corso proprio in queste ore.


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