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passaggioasudest [ la realtà politica dell'europa sud orientale dai balcani alla turchia ]
 



Questo blog è dedicato ad un'area cruciale per il futuro europeo. Per l'area che va dai Balcani occidentali alla Turchia, infatti, passa il futuro dell'Unione europea come progetto politico così come il futuro di questi Paesi passa dalla scelta dell'integrazione in questo progetto.




"Dobbiamo ricordarci che l’informazione è un veicolo diretto all’utente, non è un soliloquio da parte del giornalista. Bisogna tenere sempre presente che chi è dall’altra parte del microfono deve poter comprendere una realtà in cui non è presente. Questo, penso, è il massimo sforzo che i giornalisti devono compiere".
Antonio Russo



"Il vero referendum sul futuro dell'Unione si terrà nei Balcani"
International Balkan Commission


"E poi, un giorno, è stato costruito un ponte che collegava le due rive del Bosforo. Quando sono salito sul ponte e ho guardato il panorama, ho capito che era ancora meglio, ancora più bello di vedere le due rive assieme. Ho capito che il meglio era essere un ponte fra due rive. Rivolgersi alle due rive senza appartenere".
Orhan Pamuk, Istanbul



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5 luglio 2009


CROAZIA: KOSOR TENTA IL GOVERNO DEL DOPO SANADER

Il presidente croato, Stepan Mesic, dopo le dimissioni a sorpresa del primo ministro Ivo Sanader, come previsto ha affidato l'incarico di formare il nuovo governo alla vicepremier Jadranka Kosor che ora ha trenta giorni di tempo per tentare di formare un governo e ottenere la fiducia dal parlamento. Se dovesse fallire, Mesic dovrà indire le elezioni, anticipando la fine della legislatura che dovrebbe invece chiudersi nel 2011. «Mi aspetto dal nuovo governo una chiara e determinata politica filo-europea. Deve continuare sulla strada delle riforme, della lotta alla corruzione e al crimine organizzato, della piena collaborazione con il tribunale penale dell'Aia e continuare il processo di rimpatrio di tutti i rifugiati», ha detto il presidente Mesic.
Intanto, continuano a far discutere le improvvise e inaspettate dimissioni del premier annunciate mercoledì. Esistono alcuni indizi sui motivi che l’avrebbero portato a questa decisione a metà dal suo secondo mandato. Due giorni fa, riportando la notizia su questo blog, sulla base di informazioni che avevo potuto raccogliere, avanzavo l'ipotesi che le dimissioni fossero state motivate dal blocco del negoziato per l'adesione all'UE, provocato dal veto sloveno a causa dell'irrisolto contenzioso sui confini tra i due Paesi. Uno smacco per la Croazia, ma un vero e proprio fallimento politico per Sanader, che dell'integrazione euro-atlantica ha fatto uno degli assi portanti della sua iniziativa politica e del programma del suo governo.
Questa motivazione è stata in effetti confermata un po' da tutti i commenti alle dimissioni di Sanader, ma, com'era immaginabile, c'è probabilmente anche dell'altro. Prima di tutto le difficili condizioni economiche del paese, molto più serie di quanto l’opinione pubblica croata possa immaginare, insieme al drastico calo del pil nel primo quadrimestre del 2009. Il crollo del pil viene messo in relazione diretta con l’esitazione di Sanader a introdurre misure anti-recessione dure e impopolari ma rese necessarie dalla crisi economica globale. Il rischio di un default non è astratto. Dal bilancio statale mancano circa 2 miliardi di euro e c'è chi dice che non ci siano i soldi per pagare le pensioni e gli stipendi dei dipendenti pubblici. Oltre a ciò c'è un debito estero di circa 40 miliardi di euro, la cui possibilità di estinzione in tempi ragionevoli è assai improbabile.
Poi c'è l'"affaire" dei camion militari che sarebbero stati pagati circa 1 milione e mezzo di euro in più rispetto al loro prezzo, su cui è in corso un'indagine parlamentare e in cui è coinvolto l’ex ministro della Difesa, Berislav Roncevic. La vicenda ha provocato una spaccatura nell'HDZ fra Sanader, che ha cercato di chiarire la situazione, e Andrija Hebrang, potente uomo del partito ed ex ministro della Difesa, contrario ad abbandonare Roncevic al suo destino. Sanader, in questi anni, era riuscito a trasformare l'HDZ in un partito di destra moderata europea abbandonando le posizioni nazionaliste e la deriva autoritaria a cui l'aveva portato il fondatore e padre dell'indipendenza nazionale, Franjo Tudjman. Jadranka Kosor, stretta e fedele collaboratrice di Sanader, rappresenta il volto europeista, democratico e conservatore dell'HDZ. Il rischio è che l'ala più a destra del partito riprenda il sopravvento.
In cima a tutto questo, come ho già scritto, c'è la questione del blocco sloveno ai negoziati di adesione della Croazia all’UE. Dopo mesi di trattative inconcludenti e di inutili tentativi di mediazione, Bruxelles si è chiamata fuori dicendo in pratica ai due contendenti: "Fate voi, se avrete qualcosa di interessante da dirci siamo qui, ma fino ad allora vedetevela da soli". Sanader, secondo voci provenienti dal suo entourage, si sarebbe sentito abbandonato dai tradizionali alleati della Croazia, Germania e Austria innanzi tutto, che non avrebbero fatto nulla per aiutarlo. Senza contare che la nuova presidenza di turno svedese dell’UE non sembra avere l’allargamento a sud est tra le sue priorità. D’altra parte, a Bruxelles non sono certo soddisfatti della lentezza con cui Zagabria procede alle riforme chieste dall'UE soprattutto nel campo della giustizia e della lotta alla corruzione e al crimine organizzato.
In ogni caso, che siano queste le ragioni dell'abbandono di Sanader o che ci sia anche altro, la questione principale riguarda ciò che queste dimissioni rappresentano per la Croazia. Il rischio concreto è quello di un periodo di instabilità, di incertezza e di sostanziale mancanza di guida politica quando invece il Paese, per i problemi indicati più sopra e alla luce della difficilissima situazione economica interna e della recessione globale, avrebbe bisogno di un governo stabile, forte e credibile. Andare ad elezioni politiche anticipate, come hanno subito chiesto i socialdemocratici del SDP non sembra la migliore delle soluzioni. Infatti, il presidente Stjepan Mesic non è stato di questo avviso, ma se la Kosor dovesse fallire non ci sarebbero alternative. Comunque vada, di certo i prossimi mesi non saranno facili per il presidente Mesic, ma soprattutto non lo saranno per i cittadini croati.


2 luglio 2008


SERBIA: ACCORDO DEMOCRATICI-SOCIALISTI PER IL GOVERNO E PER BELGRADO

Lunedì scorso è iniziato al parlamento serbo il dibattito sulla legge relativa al nuovo governo serbo. L'approvazione è attesa entro la fine di questa settimana, dopodiché si insedierà il nuovo esecutivo che qualcuno ha battezzato della "riconciliazione storica" perché nato dall'accordo tra la coalizione filoeuropeista raccolta intorno al Partito democratico del presidente della Repubblica, Boris Tadic, e il Partito socialista serbo erede del defunto dittatore Slobodan Milosevic, oggi guidato dal quarantenne Ivica Dacic giudicato un politico pragmatico e che molti pensano possa liberare il partito dal suo ingombrante passato (un po' come ha fatto in Croazia Ivo Sanader con l'Hdz del defunto leader autoritario nazionalista Franjo Tdjman).
Tadic ha già incaricato il ministro delle Finanze uscente, Mirko Cvetkovic, di formare il nuovo esecutivo che segna "una nuova era" della politica serba, come ha dichiarato lo stesso presidente serbo. L'atteso patto tra i democratici e i loro nemici giurati, i socialisti eredi di Milosevic, ha messo all'angolo e costretto all'opposizione le forze nazionaliste e conservatrici e segna una pesante sconfitta politica per l'ormai ex premier Vojslav Kostunica, principale responsabile della crisi di governo che ha portato alle elezioni anticipate dell'11 maggio scorso.
L'intesa tra democratici e socialisti si fonda su tre pilastri: il proseguimento del processo di integrazione europea della Serbia, la difesa dell'integrità territoriale e della sovranità serba con il rifiuto di riconoscere l'indipendenza unilaterale dal Kosovo, la centralità della giustizia sociale per quanto riguarda le scelte di politica economica nella delicata fase di transizione che l'economia serba sta attraversando. E proprio questo ultimo punto ha fatto emergere alcune frizioni tra socialisti e liberali. Il socialista, Milutin Mrkonjic, cui dovrebbe andare la guida del ministero delle Infrastrutture ha minacciato di rinunciare all'incarico qualora le competenze del dicastero non comprendano anche il controllo diretto delle grandi aziende di stato come la compagnia aerea Jat, già in fase di privatizzazione, quella ferroviaria e quella delle strade.
Altri nodi sono invece stati risolti. E' sfumata ad esempio l'ipotesi, che aveva suscitato molte proteste, di porre il leader socialista Dacic alla guida dei servizi di intelligence, mentre il ministro per il Kosovo dovrebbe essere "una persona che viene da là", come ha detto Tadic, così come alla guida di dicasteri chiave come Giustizia e Finanza il presidente auspica "figure non di partito". Il presidente serbo ha fatto anche intendere che l'alleanza tra democratici e socialisti raggiunta a livello nazionale porterà con sé anche quella per la guida di Belgrado facendo saltare il patto già siglato tra socialisti e nazionalisti.
In effetti oggi il quotidiano Blic, citava fonti secondo le quali il Partito democratico e il Partito socialista hanno trovato l'accordo per replicare nella capitale l'accordo raggiunto per la formazione del nuovo governo nazionale per cui nuovo sindaco sarà il democratico Dragan Dilas. La giunta avrà al suo interno anche gli alleati minori dei socialisti, il partito Serbia unita (Js) e l'Alleanza dei pensionati (Pups) nelle scorse settimane avevano spinto molto per stringere l'accordo con il fronte filo-europeo sulla base della comune posizione favorevole all'integrazione nell'UE.
La maggioranza della capitale serba potrà contare poi sull'appoggio esterno del Partito liberal democratico di Cedomir Jovanovic, fortemente filoeuropeista e unica forza politica serba dichiaratamente a favore dell'indipendenza del Kosovo, di certo a disagio per l'alleanza con i socialisti ma evidentemente non al punto da rischiare di consegnare la capitale ed il governo al fronte nazionalista-conservatore.
Insomma, buon notizie per l'Europa, ammesso che a Bruxelles ci siano orecchie disposte a non lasciarle cadere nel vuoto.


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permalink | inviato da robi-spa il 2/7/2008 alle 19:34 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


15 aprile 2008


ITALIA: LA POLITICA ESTERA PROSSIMA VENTURA

Palazzo ChigiPassate le elezioni politiche italiane, registrata la vittoria a mani basse del centro-destra, è bene cercare di capire la politica che farà il nuovo governo Berlusconi-Bossi che potrà contare su una solidissima maggioranza parlamentare e quindi governerà per cinque anni. Uno dei temi fondamentali su cui il nuovo esecutivo dovrà misurarsi sarà la politica estera e di difesa. Un tema pressoché assente in campagna elettorale. Non è un eccezione per l'Italia e l'Italia non è nemmeno troppo un'eccezione da questo punto di vista. Però ha ragione Enzo Bettiza quando sulla Stampa dell'11 aprile ha parlato di una competizione elettorale che si è quasi del tutto "avvitata su sé stessa in una sorta di vuoto pneumatico scevro di proposte robuste e idee alte" per poi domandare: "Di quanta politica estera si è mai discusso in questa provincialissima caccia elettorale ai fedeli e agli infedeli?". Anche se interventi degni di nota ci sono stati - conviene l'editorialista della Stampa - questi sono però rimasti lontani dal tema cruciale per l'Italia: l'Unione Europea.
Spiega Bettiza: "E' qui, nell'agone europeo, che le politiche degli Stati membri cessano di essere estere ed è qui, come si è visto al vertice Nato di Bucarest, che da qualche tempo si va stagliando con crescente nettezza la svolta postgollista della Francia", con il presidente Sarkozy "deciso, così sembra, a voler dare a Parigi un ruolo guida nella costruzione europea" il cui perno dovrebbe essere quella Comunità di difesa europea che fu bocciata proprio dalla Francia nel 1954. Se questo progetto francese dovesse prendere corpo "ciascuno degli Stati membri peserà per quello che vale e che apporterà in termini di negoziato, di spesa, di risorse umane" mentre "coloro che non saranno disposti o capaci di investire denari e soldati su questo fronte transnazionale resteranno esclusi dalla cerchia degli Stati più influenti". E qui c'è il nocciolo della questione.
"Parlare di difesa segnifica parlare anzitutto di spesa", ma nei programmi sia del Pd che del Pdl mancano impegni chiari in questo senso. Quindi "se il sistema difensivo europeo diventerà politicamente decisivo nei prossimi anni, il valore e l'utilità di ogni Stato dell'Unione verranno commisurati in parte anche alla forza e alla credibilità della loro organizzazione militare". Si tratta di un tema impegnativo e scottante e Bettiza comprende che i partiti a caccia di elettori abbiano preferito sorvolare, ma chi governerà l'Italia - e ora sappiamo che saranno Berlusconi e Bossi - se lo ritroverà davanti ad ogni vertice europeo. Ciò significa, conclude Bettiza, che non ci saranno sconti per nessuno: anche gli Stati fondatori dell'UE "dovranno rimboccarsi le maniche e tenere svelto il passo in un ambiente europeo mutato: più concorrenziale, più combattivo e assai più esigente di una volta".

A completamento di quanto scritto da Enzo Bettiza mi pare interessante l'articolo di Emanuele Ottolenghi pubblicato sul Riformista di ieri. Rivolgendosi sia a Berlusconi che a Veltroni Ottolenghi individua "Sette punti cardine per una politica estera bipartisan" perché l'Italia è un paese con importanti ruoli e responsabilità internazionali e ha un ruolo chiave in molte missioni militari mentre la Nato rimane un'asse portante della politica europea. Inoltre, la nostra collocazione geografica fa del Mediterraneo un punto nevralgico dei nostri interessi nel momento in cui quest'area diventa un punto di scambio o di scontro cruciale per l'Europa e gli Usa da una parte e i loro partners o avversari dall'altra. Senza contare che il nostro bisogno di energia, al pari degli altri paesi europei, ci obbliga a compiere scelte precise in Medio Oriente o nel Caucaso.
Premesso questo, Ottolenghi indica e approfondisce i sette cardini di una politica estera italiana sulla quale Berlusconi e Veltroni dovrebbero trovare un'intesa bipartisan utile per il nostro paese. Io mi limito qui ad elencarli:
1. La vocazione transatlantica della nostra politica estera non deve essere sostituita da un progetto europeo in competizione con gli Usa
2. Il nostro contributo a missioni militari vicine e lontane deve crescere e in misura corrispondente devono crescere le nostre capacità
3. Dobbiamo accettare che per essere leader ed essere riconosciuti come tali dobbiamo assumerci costi e responsabilità conseguenti
4. La minaccia principale ai nostri interessi deriva dal terrorismo internazionale e dalla proliferazione nucleare
5. La difesa dei diritti umani non è uno slogan privo di significato anche se intralcia i nostri interessi economici
6. Bisogna mettere ordine nella nostra politica energetica
7. In Medio Oriente bisogna mantenere l'alleanza con gli Usa perseguendo alcuni obiettivi - la pace tra Israele e palestinesi, la tutela dell'integrità del Libano, la promozione di riforme sociali ed economiche, la garanzia dell'accesso alle risorse energetiche a prezzi ragionevoli, eccetera - che richiedono un riconoscimento delle nostre responsabilità e dei sacrifici che dobbiamo fare per raggiungerli.

Ora che abbiamo un panorama parlamentare più semplice, con praticamente solo due grandi forze che a parole dicono di voler collaborare sulle grandi questioni vitali per il paese, e che il governo potrà governare per tutto il mandato senza grandi rischi di immboscate parlamentari, avremo anche una classe politica all'altezza della grandi sfide geo-politiche che ci attendono? Ovviamente lo scopriremo solo vivendo ma intanto registro un piccolo fatto. Il primo atto di "politica estera" del presidente del Consiglio in pectore Silvio Berlusconi è quello di ospitare nei prossimi giorni "l'amico Vladimir" a Villa Certosa. Una piccola cosa, senza un valore formale, ma....

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