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passaggioasudest [ la realtà politica dell'europa sud orientale dai balcani alla turchia ]
 



Questo blog è dedicato ad un'area cruciale per il futuro europeo. Per l'area che va dai Balcani occidentali alla Turchia, infatti, passa il futuro dell'Unione europea come progetto politico così come il futuro di questi Paesi passa dalla scelta dell'integrazione in questo progetto.




"Dobbiamo ricordarci che l’informazione è un veicolo diretto all’utente, non è un soliloquio da parte del giornalista. Bisogna tenere sempre presente che chi è dall’altra parte del microfono deve poter comprendere una realtà in cui non è presente. Questo, penso, è il massimo sforzo che i giornalisti devono compiere".
Antonio Russo



"Il vero referendum sul futuro dell'Unione si terrà nei Balcani"
International Balkan Commission


"E poi, un giorno, è stato costruito un ponte che collegava le due rive del Bosforo. Quando sono salito sul ponte e ho guardato il panorama, ho capito che era ancora meglio, ancora più bello di vedere le due rive assieme. Ho capito che il meglio era essere un ponte fra due rive. Rivolgersi alle due rive senza appartenere".
Orhan Pamuk, Istanbul



Per inviare una email scrivi a pasudest@yahoo.it





7 febbraio 2010


PASSAGGIO IN ONDA

Passaggio a Sud Est
è il sabato alle 22,30 su Radio Radicale



Il sommario della puntata del 6 febbraio 2010 

L'argomento principale della puntata riguarda l'integrazione europea dei Balcani: secondo gli analisti dei servizi di informazione Usa si tratta della sfida maggiore per l'Ue e mentre il ministro degli Esteri kosovaro a Washington sostiene la necessità dell'integrazione contestuale di tutti Paesi della regione, Usa, Gran Bretagna, Francia, Germania e Italia ammoniscono la Serbia per la sua intransigenza sull'indipendenza del Kosovo e l'ambasciatore russo a Belgrado si pronuncia contro l'adesione della Serbia alla Nato.

Nella trasmissione si parla poi delle relazioni tra Croazia e Serbia - il ministro degli Esteri serbo auspica buone relazioni tra i due Paesi a pochi giorni dall'insediamento del nuovo presidente croato -, delle situazioni politiche interne dell'Albania e della Macedonia e dell'apertura del processo agli assassini del giornalista croato Ivo Pukanic, direttore ed editore del settimanale "Nacional".

La chiusura è dedicata al 10 febbraio, il "Giorno del ricordo" che commemora le tragiche vicende del "confine orientale" tra il '43 e il '45: le foibe e l'esodo forzato degli italiani di Istria e Dalmazia. Un'occasione per riflettere sul concetto di confine con l'intervista al professor Franco Farinelli tratta dal dvd "Aestovest" realizzato da Osservatorio Balcani.


La trasmissione è curata e condotta da Roberto Spagnoli con la collaborazione di Marina Szikora e Artur Nura

Tutte le puntate sono riascoltabili sul sito di Radio Radicale.


31 gennaio 2010


PASSAGGIO ON AIR

Passaggio a Sud Est
è il sabato alle 22,30 su Radio Radicale



Il sommario della puntata del 30 gennaio 2010

- Unione Europea: l'integrazione dei Balcani occidentali
Grande Albania: albanesi e kosovari favorevoli, sondaggio Gallup Balkan Monitor
Serbia e Montenegro: Belgrado rilancia le relazioni
- Albania: in vigore la legge "antimafia"
- Croazia: la nuova presidenza nel giudizio degli analisti
- Moldova: la situazione politica (intervista a Victor Druta)

In apertura: Giornata della Memoria, la Shoah e i crimini nazi-fascisti nei Balcani

La trasmissione è curata e condotta da Roberto Spagnoli con la collaborazione di Marina Szikora e Artur Nura

Tutte le puntate sono riascoltabili sul sito di Radio Radicale.


30 gennaio 2010


L'UNIONE EUROPEA E LA BOSNIA

Di Marina Szikora (*)

L'immagine si trova all'indirizzo commons.wikimedia.org/wiki/File:Bosnia_EU.svgL' Argomento importante della riunione ministeriale di Bruxelles, come annunciato, e’ stata la delicatissima situazione politica in BiH nonche’ il blocco delle riforme che non ha visto nessun passo in avanti dopo le difficili trattative che hanno prodotto il cosidetto “pacchetto di riforme di Butmir”.
L’Ue, alla riunione di lunedi’ ha espresso prontezza di mantenere la presenza militare in Bosnia Erzegovina anche dopo la fine del mandato dell’operazione ALTHEA ed ha deciso al contempo di inserire una missione consultativa nell’ambito dell’Althea per aiutare la costruzione delle capacita’ nel settore della difesa. Concludendo che non sono state adempiute le condizioni per la chiusura dell’Ufficio dell’Alto rappresentante per la BiH (OHR), l’Ue ha deciso di mantenere ancora la presenza militare.
Va precisato che ancora precedentemente, era stato pianificato che una missione consultativa per l’addestramento e la costruzione delle capacita’ di difesa in BiH, la quale includerebbe circa 200 persone, iniziasse ad operare solo a conclusione della missione militare, ma a causa dell’ostacolamento delle riforme nel Paese, l’Ue ha rinunciato al piano primario e cosi’ ALTHEA, oltre al ruolo militare ha assunto adesso anche il compito consultativo.

Il Consiglio di ministri europei si e’ detto pronto a nome dell’Ue di mantenere il ruolo militare esecutivo per sostenere le esistenti sfide anche dopo il 2010 sotto il mandato dell’ONU. Allo stesso tempo, i ministri degli esteri europei hanno rilevato il loro pieno sostegno all’integrita’ territoriale e sovranita’ della BiH cosi’ come previsto dall’Accordo di pace di Dayton/Parigi. Il Consiglio ha altrettanto dato forte sostegno all’inviato speciale dell’Ue e Alto rappresentante, Valentin Inzko invitando tutte le parti in BiH di accettare tutte le decisioni da lui prese e di non mettere in questione la sua autorevolezza. Cio’ si interpreta come un monito chiaro al premier della Republika Srpska, Milorad Dodik il quale aveva annunciato un referendum sulla decisione di Valentin Inzko relativa al proseguimento della presenza dei giudici internazionali in BiH.
L’alto rappresentante dell’Ue per la politica estera e di sicurezza, lady Catherine Ashton ha confermato che alla riunione del Consiglio di ministri dell’Ue, oltre al discorso sulla missione ALTHEA e la decisione del proseguimento della sua presenza in BiH anche dopo la fine del mandato, si e’ discusso inoltre “generalmente del futuro della BiH”. Lady Ashton ha fatto sapere che questo colloquio ha incluso elementi che non si “riflettono” nel documento conclusivo. “Il colloquio durante il pranzo di lavoro si e’ svolto con la partecipazione di molti ministri europei.

Il capo della diplomazia spagnola, Miguel Angel Moratinos ha dicharato lunedi’ a Bruxelles che bisogna continuare ad attuare il “Pacchetto di Butmir” – la proposta di riforme in BiH. Moratinos, il cui peaese tiene la presidenza di turno all’Ue, ha aggiunto che bisogna anche riesaminare, approfondire, allargare e sviluppare queste proposte e ha avvertito che anche per la situazione in BiH e’ valida l’esperienza che “in diplomazia le situazioni imposte non sono le migliori soluzioni”.
Moratinos ha sottolineato che l’alto rappresentante dell’Ue, Catherine Ashton con il sostegno della presidenza spagnola, nonche’ con la collaborazione con protagonisti e fattori che hanno la responsabilita’ internazionale per il progresso e per la stabilizzazione della BiH, si impegneranno ulteriormente per approfondire e per rielaborare il “Pacchetto di Butmir”. “Il modo di lavorare e’ il dialogo, la collaborazione, con un messaggio chiaro alle autorita’ della BiH che anche loro devono assumersi la propria responsabilita’” ha detto il ministro degli esteri spagnolo.

Aspettata e non sorprendente e’ stata la reazione del premier della Rs Milorad Dodik il quale ritiene che le dichiarazioni dei ministri degli esteri dell’Ue relative al sostegno all’Ufficio dell’Alto rappresentante per la BiH “mirano a difendere l’operato illegale” di quest’ufficio.
Dodik ha sottolineato che tutto quello che entra nell’ambito e nelle competenze del mandato dell’alto rappresentante non e’ discutibile per la Rs, ma e’ discutibile quello che esce da questo mandato nonostante la sua autorevolezza. Secondo Dodik, l’alto rappresentante si nasconde dietro una cosi’ importate istituzione come lo e’ l’Ue. “Se si tratta della minaccia di una potente associazione come l’Ue per proteggere il lavoro illegale dell’alto rappresentante che non ha il diritto di imporre leggi, perche’ nessuno gli ha dato questo diritto, ne’ a Dayton ne’ con le competenze di Bonn, allora e’ una cosa strana” ha affermato il premier della Rs ai giornalisti nel capoluogo dell’entita’ a maggioranza serba, Banja Luka. Ha ricordato inoltre che l’alto rappresentante per la BiH ha il diritto di prendere decisioni relative al lavoro della Presidenza e del Consiglio di ministri della BiH ma non quello che riguarda il lavoro del parlamento.

Alle domande dei giornalisti realtive a quello che intende fare l’Ue per uscire dallo stallo politico in BiH prendendo in considerazione che tra poco in questo paese si svolgeranno elezioni importanti, l’alto rappresentante dell’Ue, Ashton ha detto che “e’ molto chiaro che si tratta di un paese unico, e’ molto chiaro che vi sono diverse comunita’ ed e’ molto chiaro che prossimamente ci saranno le
elezioni”. “Speriamo davvero che nel dibattito preelettorale saranno illustrati i pregi in cui abbiamo sempre creduto, quindi che la BiH alla fine sara’ parte dell’Ue” ha aggiunto lady Ashton.

(*) Corrispondente di Radio Radicale. Il testo è tratto dalla corrispondenza andata in onda nello Speciale di Passaggio a Sud Est del 30 gennaio dedicato all'integrazione europea dei Balcani occidentali.


30 gennaio 2010


PASSAGGIO SPECIALE

Lo Speciale di Passaggio a Sud Est andato in onda mercoledì 27 gennaio su Radio Radicale è stato dedicato all'integrazione europea dei Balcani occidentali. La questione è stata al centro dei lavori del Consiglio dei ministri degli Esteri dell'UE riunitosi lunedì 25 e martedì 26 a Bruxelles. In paricolare, i capi delle diplomazie dei Ventisette, hanno discusso della situazione in Bosnia Erzegovina e della richiesta formale della Serbia di ottenere lo status di Paese candidato che Belgrado ha presentato lo scorso dicembre. Attenzione, inoltre, sulla situazione nel nord del Kosovo, con il piano concordato tra l'Ufficio civile internazionale e le autorità di Pristina per una progressiva integrazione amministrativa dell'area a nord del fiume Ibar (con la progressiva emarginazione delle "strutture parallalele" serbe) sul quale per altro l'UE ha scelto per ora una posizione di neutralità. Da segnalare, inoltre, la notizia che la presidenza spagnola si è espressa a favore dell'apertura di nuovi dossier del negoziato con la Turchia. Da segnalare, inoltre, che la Commissione esteri del Parlamento Europeo negli stessi giorni ha approvato a larga maggioranza un documento in cui invita la Commissione Europea a fissare una data per l'apertura dei negoziati di adesione della Macedonia.

La trasmissione, curata da Roberto Spagnoli, con la consueta collaborazione di Marina Szikora e Artur Nura, è riascoltabile, come tutte le precedenti, sul sito di Radio Radicale nella sezione delle Rubriche.


9 gennaio 2010


TURCHIA/UE: INIZIA BENE L'ANNO PER ANKARA

Sembra cominciare bene l'anno nuovo per la Turchia per quanto riguarda le relazioni con l'Unione Europea e le prospettive del negoziato di adesione. Proprio dell'UE, infatti, sono arrivati due "assist" notevoli alle aspirazioni europee di Ankara. Il primo, per nulla scontato, viene dal governo tedesco della cancelliera Angela Merkel, da sempre favorevole ad una "partnership privilegiata" con la Turchia, ma contraria ad un'adesione formale. Il neo-ministro degli Esteri tedesco Guido Westerwelle, leader dei liberaldemocratici tedeschi, nel corso della sua visita ufficiale in Turchia ha ridato slancio alle relazioni turco-tedesche sul piano dell'adesione del paese anatolico all'Unione europea, ma si è anche detto chiaramente a favore del proseguimento delle trattative per far entrare la Turchia in Europa. Il secondo appoggio alle aspirazioni europee di Ankara viene, invece, dalla Spagna, dal 1 gennaio presidente di turno dell'UE. Madrid, infatti, spera nei prossimi mesi di ridare slancio ai negoziati per l'ingresso della Turchia nell'Unione Europea, oggi assai rallentati: lo ha detto il ministro degli Esteri spagnolo, Miguel Angel Moratinos, aggiungendo che la Spagna conta di aprire nuovi capitoli negoziali con Ankara. Dichiarazioni che mostrano la particolare attenzione della presidenza spagnola dell'UE verso il sud est europeo, come indicano anche le visite ufficiali di questi giorni nei Balcani.

Partiamo dalla Germania. La stampa turca ha dato molto risalto alla visita del ministro degli Esteri tedesco, che si è detto chiaramente a favore del proseguimento delle trattative per far entrare la Turchia in Europa. Ma la cosa, se non clamorosa certo non scontata, è che, stando a quanto scriveva ieri il quotidiano Die Welt, il partito cristianodemocratico della cancelliera Merkel sembra d'accordo con la proposta di Westerwelle: adesso si parla di trattative con l'"obiettivo dell'adesione", sottolinea infatti il quotidiano di Amburgo. Le cose naturalmente non sono così semplici. I mal di pancia vengono prima di tutto dal segretario della CSU (gemello bavarese della CDU), Alexander Dobrindt, che ha messo in guardia Westerwelle "dal fare patti segreti come in Polonia" (in riferimento al presunto ok alla fondazione dei tedeschi espulsi, altro successo del leader del FDP). Dobrindt ha detto che a Westerwelle erano state date indicazioni contro ogni "precipitoso assenso alla Turchia". Westerwelle, da parte sua, ha respinto la critica in modo cortese ma netto, affermando che "bisognerebbe pensare di più alla Germania e meno agli interessi di partito". Del resto l'indipendenza del ministro dalla linea di politica estera della cancelliera Merkel per la CDU non sembra un problema: "Il ministro degli Esteri si è mosso esattamente sulle basi del contratto di coalizione", ha dichiarato Ruprecht Polenz, presidente della commissione esteri, sottolineando che sono trattative aperte, condotte con l'obiettivo dell'adesione e il cui esito non è scontato. La partnership privilegiata, ha chiarito Polenz, resta la posizione della CDU, la linea del governo è altra cosa.

Il secondo assist alla Turchia viene, come dicevo, dalla Spagna. Madrid, infatti, spera di accelerare i negoziati per l'ingresso della Turchia nell'Unione Europea, che oggi procedono a rilento, nel corso del suo semestre di presidenza dell'UE. Lo ha detto il ministro degli Esteri Miguel Angel Moratinos, affermando che la Spagna conta di aprire nuovi capitoli negoziali con Ankara dopo che lo scorso dicembre i Ventisette hanno aperto il dodicesimo capitolo dei 35 su cui si articolano i negoziati, iniziati a ottobre 2005, e per Ankara particolarmente laboriosi e resi ancora più complicati da questioni come quella di Cipro. Proprio la questione della divisione dell'isola indusse l'UE nel 2006 a bloccare otto capitoli perchè Ankara rifiuta di aprire i suoi porti e aeroporti a navi ed aerei greco-ciprioti in risposta all'analogo blocco operato dai greco-ciprioti nei confronti dei vettori turco-ciprioti. E la repubblica di Cipro (dal 2004 membro dell'UE) ha avanzato riserve sull'apertura di altri sei capitoli. Anche se la Spagna è favorevole alla piena adesione di Ankara all'Unione, Moratinos, come presidente di turno dell'UE, ha comunque voluto legatore l'accelerazione dei negoziati con la Turchia ad una svolta sulla questione cipriota. "Sappiamo che è un tema difficile ma spero che i colloqui sul futuro dell'isola producano qualche progresso", ha detto il ministro spagnolo, sottolineando che a Cipro, "tutti i negoziatori sono coscienti del fattore calendario", chiaro riferimento alle elezioni del prossimo aprile nella repubblica turca di Cipro Nord che rischiano di vedere il successo dei nazionalisti. Per questo, tra l'altro, il presidente greco-cipriota Demetris Christofias ed il suo omologo turco-cipriota Mehmet Ali Talat hanno anche di recente ribadito la loro intenzione di accelerare i negoziati per giungere ad un compromesso sulla riunificazione.


3 gennaio 2010


BUON ANNO EUROPA

E' cominciato il nuovo anno. Di solito in questo periodo si fanno previsioni per i mesi che verranno e certo è più facile indovinare cosa non accadrà piuttosto che immaginare cosa invece potrebbe succederà nei giorni che abbiamo davanti. Per quanto mi riguarda preferisco evitare entrambi gli esercizi e limitarmi a segnalare cosa c'è in agenda per l'anno che abbiamo appena inaugurato. Per l'Europa sud orientale il 2010 ha in programma alcune importanti scadenze elettorali. La più vicina è il ballottaggio per le presidenziali in Croazia previsto per domenica prossima. Poi ci sono le presidenziali in Grecia, fissate in marzo interessanti come test per i primi mesi di governo socialista in un paese che attraversa una grave crisi economica e sociale. In aprile ci sonole elezioni presidenziali a Cipro Nord e, infine, in ottobre le elezioni presidenziali e politiche in Bosnia Erzegovina.

Le elezioni presidenziali a Cipro Nord sono molto importanti perché se fosse confermato l'attuale presidente Mehmet Ali Talat, il negoziato in corso per risolvere la divisione dell'isola avrebbe diverse chance di proseguire positivamente. Se invece, come sembrano indicare al momento i sondaggi, Talat non fosse rieletto - dopo la sconfitta alle politiche delo scorso anno - e magari prevalesse l'attuale primo ministro Eroglu, la possibilità di arrivare ad un compromesso con i greco-ciprioti, magari entro la fine dell'anno, potrebbe farsi assai più difficile. La recente elezione del socialista Papandreou in Grecia unita alla necessità per il premier turco Erdogan di appianare gli ostacoli sul processo di integrazione europea (e quello di Cipro è grande come una montagna) potrebbero creare la cornice internazionale favorevole alla soluzione della questione, ma il prevalere dei nazionalisti a Cipro Nord non faciliterebbe certo le cose.

Di enorme importanza sono poi le elezioni presidenziali e politiche di ottobre in Bosnia Erzegovina. Il paese attraversa una profonda crisi istituzionale provocata dalla rissosità e dal gioco di veti incrociati delle classi politiche locali, ma anche dalla incapacità mostrata finora dalla comunità internazionale e dall'UE per prima di prendere in mano seriamente la questione. La Bosnia, ben più del Kosovo, rappresenta al momento lo scenario più instabile e delicato di tutta la regione balcanica. A mio giudizio il ritorno ad un conflitto armato su vasta scala è improponibile, non fosse altro perché nessuno lo vuole, così come mi sembra tutto sommato difficile immaginare uno smembramento del paese, magari per mezzo di referendum secessionisti come quello più volte minacciato dal leader serbo-bsoniaco Milorad Dodik. Il rischio più concreto mi pare quello di un'impasse che si trascini indefinitamente, bloccando il rinnovamente politico e istituzionale del paese con ricadute negative su tutta la regione. Anche se, va detto, la Bosnia non è quel paese fallito che diversi commentatori tendono a dipingere nelle loro analisi.

Un'altra scadenza elettorale, vicinissima, è quella delle elezioni presidenziali in Croazia. Il ballottaggio è previsto per domenica prossima 10 gennaio. Sulla carta e nei sondaggi il favorito è il vincitore del primo turno, il candidato socialdemocratico Ivo Josipovic che fra una settimana dovrà misurarsi con l'attuale sindaco di Zagabria, Milan Bandic, presentatosi come indipendente in polemica con il Partito socialdemocratico che non lo ha indicato come candidato ufficiale e che per questo lo ha poi espulso. Chiunque dei due vinca (io personalmente spero in Josipovic) avrà davanti a sé un compito non facile: sul piano interno dovrà rispondere ad un'opinione pubblica che chiede il rinnovamente di una classe politica travolta dagli scandali e dare una svolta efficace alla lotta alla corruzione e alla criminalità organizzata, come richiesto anche dall'adesione all'UE che sarà il grande traguardo internazionale che il nuovo presidente croato dovrà raggiungere durante il suo mandato.

Nei prossimi mesi ci sarà poi sempre in primo piano la questione dell'integrazione dei Balcani occidentali nell'UE. La recente liberalizzazione dei visti Schengen per Macedonia, Montenegro e Serbia è stato un segnale importante. E proprio la Serbia negli ultimi mesi del 2009 ha incassato significativi successi che hanno rilanciato il suo processo di integrazione europea chiudendo definitivamente l'epoca dell'isolamento seguito alle guerre jugoslave degli anni '90. Parlare di Serbia, inoltre, significa parlare del Kosovo, un'altra questione che l'Europa non potrà eludere indefinitamente. In lista d'attesa per entrare nella "lista bianca" di Schengen, ma con buon prospettive, restano Albania e Bosnia. E la Turchia, forse. Per il momento Ankara non ha gradito che i cittadini di paesi che nemmeno sono ufficialmente candidati all'adesione all'UE abbiano ottenuto la liberalizzazione dei visti, mentre quelli turchi ne siano rimasti esclusi. La Turchia, in ogni caso, resterà la grande questione aperta per l'UE anche nel 2010, mentre vedremo se per la Macedonia, dopo anni di limbo, verrà finalmente fissata una data certa per l'inizio dei negoziati di adesione.

Infine c'è l'Europa, intesa come Unione Europea. Il tempo degli alibi è finito: dopo mesi di impasse, il Trattato di Lisbona è finalmente in vigore e l'UE ora ha un "presidente" e un "ministro degli Esteri". Resta da capire se ora riuscirà ad elaborare anche una politica comune, o almeno una direzione unitaria da seguire e di conseguenza una prospettiva politica da offire ai paesi europei che ancora non sono nell'Unione. Insomma che l'UE torni ad essere un progetto politico e non solo una sommatoria di interessi nazionali, per quanto legittimi ed importanti. Insomma, la cosa migliore che potrebbe darci il 2010, da questo punto di vista è che l'UE torni ad assumere le sembianze di una patria europea, invece che quella di una Europa delle patrie a cui troppo spesso ci ha abituato negli ultimi anni.

Buon anno Europa!


23 dicembre 2009


SERBIA, BALCANI, EUROPA

Belgrado: supporter europeistiLa Serbia ha ufficialmente depositato la richiesta di candidatura all'adesione all'Ue. Nove anni dopo la caduta di Slobodan Milosevic, la Serbia chiede dunque ufficialmente di entrare a far parte della famiglia europea. Il presidente serbo Boris Tadic ha infatti consegnato ieri a Stoccolma la documentazione necessaria al premier svedese Fredrik Reinfeldt, presidente di turno dell'Ue fino al 31 dicembre. "Confermiamo per la prima volta ufficialmente di essere pronti ad accettare tutti i valori e gli obblighi che necessitano la trasformazione di una società decisa a far parte dell'Ue", ha dichiarato al quotidiano Blic Milica Delevic, responsabile dell'Ufficio serbo per l'Integrazione europea. La richiesta è un ulteriore conferma della svolta politica avvenuta in Serbia nel 2008 prima con la conferma dell'europeista Boris Tadic alla presidenza, poi con la vittoria del fronte europeista guidato dal Partito Democratico alle elezioni politiche e infine con la nascita del governo di cui fanno parte anche i socialisti che furono di Milosevic ma che sotto la guida di Ivica Dacic hanno preso una posizione pragmatica e filo-occcidentale, pur senza rinnegare i tradizionali legami sorici e culturali della Serbia. La domanda di candidatura all'adesione all'Ue è ora un passo ulteriore in avanti per Belgrado per lasciarsi definitivamente alle spalle l'epoca delle violenze e dei conflitti etnici che hanno insanguinato i Balcani negli anni '90. Un passo che servirà a far progredire il processo di integrazione europea di tutti i Balcani occidentali, sia a livello economico che politico.

La Serbia potrebbe entrare nell'Ue tra il 2014 e il 2018 anche se il percorso sarà complesso e pieno di ostacoli. Lotta alla corruzione diffusa e alla criminalità organizzata, rendere l'economia più competitiva, riformare il potere giudiziario sono solo alcune delle delle riforme necessarie per avviare i negoziati. Poi c'è lo scoglio del Kosovo: l'auto-proclamata indipendenza è stata riconosciuta da 22 Paesi membri dell'Ue sui 27, mentre Belgrado continua a considerare la (ex) provincia parte integrante del territorio nazionale e si è rivolta anche alla Corte internazionale di giustizia dell'Onu per denunciare la violazione del diritto internazionale. Infine c'è la questione della cattura di Ratko Mladic, l'ex-capo dei serbi di Bosnia accusato dal Tribunale internazionale per l'ex Jugoslavia di genocidio e crimini di guerra, e di Goran Hadzic. La collaborazione con il Tpi non è considerata ancora pienamente soddisfacente dall'Aia, alla luce soprattutto della considerazione di cui Mladic gode ancora in Serbia, anche se nel suo recente rapporto all'Onu il procuratore capo Serge Brammertz ha dato un giudizio complessivamente positivo della collaborazione offerta dalle autorità di Belgrado. Per ottenere lo status di Paese candidato all'adesione occorrerà ora il via libera da parte di tutti i 27 membri dell'Ue. Sabato scorso, dunque, il governo serbo ha adottato un memorandum che conferma "l'obiettivo strategico" dell'ingresso nell'Unione, assicurando un "forte impulso per ulteriori riforme politiche ed economiche".

La richieste di adesione all'Unione europea della Serbia, paese chiave dell'area balcanica, rappresenta una tappa fondamentale per l'integrazione europea di tutta la regione. Quasi un decennio dopo la fine delle guerre seguite alla dissoluzione della Jugoslavia i paesi dei Balcani occidentali, con 25 milioni di abitanti, sembrano ormai aver voltato le spalle a un passato di violenza e sono ben avviati verso l'Europa. anche se i problemi non mancano (soprattutto in Bosnia e Kosovo, ma anche in Macedonia) e lo stato di avanzamento del processo di integrazione è molto diverso nei vari paesi. Croazia e Macedonia, hanno lo status di candidati, ma mentre la Croazia, candidata da giugno 2004, ha in corso i negoziati, con 28 capitoli aperti su 35, e punta a entrare nella Ue entro al massimo il 2012, la Macedonia ha lo status di candidato dal dicembre 2005, ma la disputa con la Grecia sul suo nome continua a bloccare la fisssazione della data di apertura dei negoziati: di recente i Ventisette hanno per l'ennesima volta rinviato la decisione, che richiede l'unanimità, al primo semestre del 2010. Il Montenegro e l'Albania hanno depositato le loro candidature alla Ue rispettivamente a dicembre 2008 e ad aprile 2009 e la documentazione è stata trasmessa alla Commissione Ue per un parere. La Bosnia-Erzegovina invece per ora resta al palo, paralizzata dallo stallo istituzionale frutto dei veti incrociati tra i diversi partiti etnici che impediscono di procedere alle riforme chieste da Bruxelles. Anche il Kosovo punta tutto sull'integrazione euro-atlantica, ma per ora è solo alle premesse della preparazione della domanda di adesione e l'obiettivo è ancora assai molto lontano.

Secondo diversi analisti proprio l'avvicinamento alla Ue di Serbia e Croazia potrà stimolare positivamente l'integrazione in Europa degli altri paesi della regione. Al vertice di Salonicco nel 2003 i paesi europei affermarono la vocazione europea dei paesi balcanici, ma il cammino verso l'Unione si è rivelato più lento e caotico del previsto, anche per responsabilità di Bruxelles, con la sola eccezione della Slovenia, che è entrata nella Ue nel 2004. Ora, da qualche tempo, circola un'idea suggestiva, rilanciata di recente anche dal nostro ministro degli Esteri Frattini: fare del 2014 l'anno dell'igresso dei Balcani nell'Unione europea. Un secolo dopo l'attentato che proprio a Sarajevo costò la vita dell'arciduca Francesco Ferdinando d'Austria e scatenò l'inferno della prima guerra mondiale, si chiuderebbe il cerchio: dopo il crollo del Muro e l'ingresso nell'Ue dei Paesi dell'ex blocco sovietico, l'integrazione dei Balcani chiuderebbe definitivamente quel Ventesimo secolo che ha prodotto ideologie totalitarie, guerre, e stermini di massa, ma anche l'idea rivoluzionaria dell'unità dei popoli europei. Forse l'idea è solo una suggestione e il 2014 passerà senza vedere ancora tutti i balcani nell'Ue, ma il cammino sembra comunque segnato. Forse riuscire a condividere la memoria del passato nei Balcani è difficile, anche se non impossibile. Molto più a portata di mano sembra ora la possibilità di condividere il futuro.


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permalink | inviato da robi-spa il 23/12/2009 alle 19:25 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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