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passaggioasudest [ la realtà politica dell'europa sud orientale dai balcani alla turchia ]
 



Questo blog è dedicato ad un'area cruciale per il futuro europeo. Per l'area che va dai Balcani occidentali alla Turchia, infatti, passa il futuro dell'Unione europea come progetto politico così come il futuro di questi Paesi passa dalla scelta dell'integrazione in questo progetto.




"Dobbiamo ricordarci che l’informazione è un veicolo diretto all’utente, non è un soliloquio da parte del giornalista. Bisogna tenere sempre presente che chi è dall’altra parte del microfono deve poter comprendere una realtà in cui non è presente. Questo, penso, è il massimo sforzo che i giornalisti devono compiere".
Antonio Russo



"Il vero referendum sul futuro dell'Unione si terrà nei Balcani"
International Balkan Commission


"E poi, un giorno, è stato costruito un ponte che collegava le due rive del Bosforo. Quando sono salito sul ponte e ho guardato il panorama, ho capito che era ancora meglio, ancora più bello di vedere le due rive assieme. Ho capito che il meglio era essere un ponte fra due rive. Rivolgersi alle due rive senza appartenere".
Orhan Pamuk, Istanbul



Per inviare una email scrivi a pasudest@yahoo.it





24 gennaio 2010


KOSOVO. AMBASCIATORE GIFFONI: "LA PARTIZIONE NON E' UNA SOLUZIONE, BISOGNA PUNTARE ALL'INTEGRAZIONE ALMENO AMMINISTRATIVA"

Foto tratta da news.bbc.co.ukA proposito del Kosovo e in particolare della situazione nella parte settentrionale del Paese, a nord del fiume Ibar, segnalo quanto afferma l'ambasciatore italiano a Pristina Michael L. Giffoni, recentemente nominato facilitatore per l'Unione Europea nel nord del Kosovo, in un'intervista di Francesco Gradari pubblicata lo scorso 14 gennaio sulsito di Osservatorio Balcani e Caucaso ("Kosovo tra reale e virtuale").

La complessa situazione politico-istituzionale nella zona a nord dell’Ibar, afferma l'ambasciatore, "è dovuta principalmente al fatto che la comunità serba non si riconosce nelle istituzioni della Repubblica del Kosovo, di cui tuttavia geograficamente ed istituzionalmente fa parte. Ma è anche uno degli elementi principali della complessità generale, ed in un certo senso paradossale, del Kosovo attuale, caratterizzato dalla compresenza di più livelli di realtà e virtualità. Da un lato ci sono le istituzioni della Repubblica del Kosovo, riconosciute da parte della comunità internazionale con un processo di consolidamento decisamente avviato che consente loro di esercitare una sovranità sul territorio sostanzialmente piena, anche se incompleta per alcuni aspetti. Tali aspetti di incompletezza sono legati alla Risoluzione 1244, formalmente ancora vigente in Kosovo, ma presente si potrebbe dire in maniera virtuale, perché non più in linea con la situazione reale sul terreno. Allo stesso tempo, parte della comunità serba, in proporzione decisamente schiacciante nel Nord ma non più preponderante nelle enclaves nel resto del paese, non si sente parte di tale contesto istituzionale statale. Sono almeno tre livelli di realtà (e virtualità) che bisogna cercare di rendere sempre più vicini e contigui per poterci avvicinare ad una soluzione senza conflittualità: questo penso sia il compito della comunità internazionale, ed in particolare dell’Unione Europea".

Le recenti elezioni amministrative hanno messo in luce una differenza di atteggiamento tra i serbi kosovari che abitano la regione a nord dell'Ibar, che hanno proseguito nel boicottaggio di istituzioni che non riconoscono, e quelli delle enclaves nel resto del Paese nelle quali, invece, per la prima volta è emersa una disponibilità alla collaborazione con Pristina. A questo proposito l'ambasciatore Giffoni spiega che "esiste una frattura sempre più estesa all’interno della comunità serba tra chi vive a nord e chi a sud dell’Ibar. Quest’ultima componente della popolazione serba sta gradualmente decidendo di prendere parte alla vita civile del paese e fruisce già di diversi servizi, più a livello municipale che statale. La cospicua partecipazione dei serbi alle ultime elezioni amministrative kosovare ne è la prova. I serbi delle “enclaves“ hanno seguito un percorso in parte autonomo in questi anni rispetto a quanto successo al nord. Ovviamente si tratta solo di un inizio di integrazione, ma qualcosa si muove. Per la popolazione serba residente al nord, questo processo risulta più difficile per una serie di aspetti direi di natura strutturale, in primo luogo la contiguità territoriale con la Serbia e la compattezza della loro presenza sul territorio. Ma ciò non significa che a nord non si possa intraprendere un cammino di integrazione almeno a livello amministrativo, se ciò risponde a quelle che sono le esigenze primarie della comunità serba stessa. Del resto, i serbi del nord hanno prestato nell’ultimo periodo una crescente attenzione a quello che sta succedendo nelle comunità serbe residenti a sud di Mitrovica ed alle motivazioni che sottendono alla loro partecipazione alle elezioni".

Un altra questione importante toccata da Gradari nell'intervista è quella della possibile partizione del Kosovo. Da tempo si parla della possibilità che Pristina rinunci alla zona a nord dell'Ibar dove i serbi sono maggioranza, e che si così riunirebbero alla Serbia, in cambio dei comuni a maggioranza albanese nel sud est della Serbia. Giffoni spiega, con argomenti a mio parere convincenti, che questa ipotesi non praticabile e, anzi, avrebbe conseguenze molto negative. "In realtà nessun governo occidentale ha mai dichiarato sino ad oggi il suo sostegno all’ipotesi di partizione del territorio della Repubblica del Kosovo. Lei forse si riferisce ad opinioni singole di alcuni diplomatici o esperti di politica internazionale, ma mai delle posizioni ufficiali. Su questo punto sono intervenuto varie volte e non mancherò mai di ripetere la mia profonda convinzione, che mi sembra in linea con quella della maggior parte degli attori coinvolti e dei semplici osservatori delle complesse questioni balcaniche. Se concordiamo sul fatto che l’obiettivo fondamentale sia quello di stabilizzare i Balcani occidentali, anche attraverso il loro avvicinamento a Bruxelles, l’ipotesi di una partizione o di uno scambio di territori tra Kosovo e Serbia non può essere nemmeno presa in considerazione. La partizione non è una soluzione. Mettendo di nuovo mano ai confini, infatti, si creerebbe solamente una escalation di rivendicazioni e potenziali tensioni a livello regionale difficilmente ricomponibile. La partizione non risolverebbe il problema, ma ne genererebbe di nuovi perché verrebbe rimessa nuovamente al centro la questione dei confini, rendendola ancora più acuta e importante invece di marginalizzarla come la logica dell’integrazione vorrebbe. Ritengo, inoltre, che la partizione non soddisfi nemmeno la Serbia, per la quale la soluzione del problema kosovaro non può coincidere con l’annessione di una striscia di terra".

Leggi l'intervista di Francesco Gradari all'ambasciatore Michael L. Giffoni su Osservatorio Balcani e Caucaso


2 novembre 2009


IL PROCESSO A KARADZIC E LA BOSNIA

Enisa BukvicIl 26 ottobre è iniziato il processo a Radovan Karadzic, ex leader dei serbi di Bosnia, accusato di crimini di guerra, contro l'umanità e genocidio per l'assedio di Sarajevo, il massacro di Srebrenica e la pulizia etnica di cui furono vittime i bosgnacchi musulmani durante la guerra di Bosnia tra il 1992 e il 1995.
Per parlare del significato del processo a Radovan Karadzic, ma anche dell'attuale situazione in Bosnia Erzegovina, tra crisi politica e minacce disecessione, ritorno dei nazionalismi e sfiducia nella comunità internazionale, speranze di integrazione europea e possibilità di ricreare il tessuto multietnico del Paese distrutto dalla guerra, ho intervistato Enisa Bukvic, corrodinatrice della comunità della Bosnia Erzegovina in Italia e figura di riferimento della comunità bosniaca nel mondo. 

L'intervista è ascoltabile sul sito di Radio Radicale.

Enisa Bukvic vive in Italia da vent'anni e lavora presso l'Organizzazione internazionale delle migrazioni. E' anche autrice di "Il nostro viaggio. Identità multiculturale in Bosnia Erzegovina" (Infinito Edizioni) che racconta il doppio viaggio sospeso tra la sua vita e il dissolvimento della Jugoslavia, il difficile cammino interiore alla ricerca di una nuova identità e il tragico passaggio del suo Paese dall'unità multiculturale della Jugoslavia alla guerra e al genocidio degli anni Novanta.


14 ottobre 2009


IL RAPPORTO UE SULLA GUERRA IN GEORGIA: L'OPINIONE DI NODAR GABASHVILI

La guerra in Caucaso dell'agosto 2008 fu scatenata dalla Georgia, ma anche la Russia ha pesanti responsabilità per aver provocato l'azione militare georgiana. Sono le conclusioni dell'indagine commissionata dalla Commissione europea sul conflitto russo-georgiano resa pubblica alla fine di settembre. Cessati i combattimenti il conflitto proseguì con reciproci scambi di accuse su chi fosse stato il responsabile dello scontro armato. Il presidente georgiano Mikheil Saakashvili ha sempre sostenuto che il suo esercito aveva risposto ad un tentativo di invasione delle truppe russe sul territorio della Georgia, mentre Mosca ha continuato ad insistere che il suo intervento era stato reso inevitabile per difendere la popolazione delle due regioni ribelli che in gran parte possiede anche il passaporto russo. Per cercare di fare chiarezza, dopo la mediazione che portò alla fine dei combattimenti, l'Unione Europea commissionò nel dicembre 2008 un rapporto ad un gruppo di esperti e diplomatici che hanno lavorato sotto la direzione del diplomatico svizzero Heidi Tagliavini. Il primo risultato dell'inchiesta è che, come sostiene Mosca, fu la Georgia ad attaccare per prima per riprendere il controllo dell'Ossezia del Sud. Secondo gli autori del rapporto al momento dello scoppio delle ostilità, nella notte tra il 7 e l'8 agosto, quando la Georgia iniziò a bombardare l'Ossezia del Sud non era in corso nessuna invasione di truppe russe. Nel contempo però il documento non assolve la Russia che nelle settimane e nei mesi precedenti la guerra aveva preseguito una strategia di escalation della tensione all'interno e intorno alle due province secessioniste dell'Ossezia del Sud e dell'Abkhazia. La Russia è anche accusata di violazioni del diritto internazionale e di aver invaso una parte del territorio georgiano, al di là dei confini dell'Ossezia del Sud.

Sul dossier della commisione incaricata dall'Unione Europea di fare chiarezza sulla responsabilità del conflitto segnalo l'opinione di Nodar Gabashvili raccolta da Ada Pagliarulo.
L'intervista è disponibile sul sito di Radio Radicale.


13 settembre 2009


MINI: NESSUNO NEI BALCANI HA LE CARTE IN REGOLA PER ENTRARE IN EUROPA

Il generale Fabio MiniL’ex comandante Nato in Kosovo scettico sull’intesa Slovenia-Croazia

di Pier Paolo Garofalo
da Il Piccolo
13 settembre 2009 (Pag. 6)


TRIESTE «Di primo acchito faccio i complimenti agli attori diplomatici che hanno reso possibile l’accordo sul metodo per risolvere la disputa confinaria tra Slovenia e Croazia, sbloccando il processo di adesione di questo secondo Paese all’Unione europea ma resto scettico. I passi formali devono essere seguiti da quelli sostanziali, che in genere non arrivano mai. E poi le popolazioni, oltre ai parlamenti, non dimenticano rivalità o attriti in forza a qualche firma su un protocollo». Il generale Fabio Mini, ex comandante della forza multinazionale Nato Kfor in Kosovo e ora saggista dopo avere lasciato il servizio attivo, è schietto nel commentare la recente intesa bilaterale e l’ormai prossimo ingresso di Zagabria nella casa comune europea.

Generale, un giudizio quindi pieno di ombre?
Sì, l’accordo costituisce un nuovo impegno per l’Ue e la sua Commissione, senza garanzie di un’effettiva implementazione. Riguardo una Croazia nell’Ue, ciò si aggiunge alla lunga scia di errori che hanno segnato l’ammissione di Paesi non in accordo tra loro nell’Ue e nella Nato, come nel caso di Grecia e Turchia. Ciò nel lungo periodo indebolirà queste due organizzazioni.

Quindi un errore non solo di metodo, anche occidentale?
Sì, in senso generale. Questa tattica era plausibile quando l’Unione europea aveva bisogno di nuovi Stati membri, non ora che siamo già in 28. A questo punto bisogna concentrarsi sugli standard. Ritengo che nei Balcani, almeno per quanto riguarda la Nato, nessuno dei nuovi aderenti o dei papabili abbia raggiunto un livello adeguato per l’ammissione. E per quanto concerne l’Unione, troppo spesso l’ammissione è stata solo la soluzione per bypassare problemi radicati nei rapporti tra alcune nazioni poi entratevi.

L’intesa porterà vantaggi ai Balcani?
Beh, nei Balcani non c’è nulla di bilaterale. Ogni mossa si ripercuote su tutto lo scacchiere ma è ancora presto per azzardare pronostici. Certo è che se i problemi pratici restano, pur mascherati da accordi formali, il rischio di tensioni esiste. Non si dovrebbero mai consegnare assegni in bianco.

E per l’Italia?
L’Italia, e specie il Friuli Venezia Giulia, devono stare molto attenti che trucchi diplomatici non incancreniscano i problemi. Se, come si ha la pretesa che sia, l’Unione è considerata un traguardo di maturità socio-statale, allora è necessario pretenderla anche dai nuovi aderenti.

Un futuro quindi in chiaroscuro?
A furia di accordi e compromessi i due organismi internazionali occidentali si stanno indebolendo. Non sono più presidi di nazioni con intenti comuni e una base socioculturale e storica se non comune, condivisa. Vedremo come finirà quando Ue e Nato affronteranno il caso-Ucraina. Sarà il vero banco di prova per il futuro dei rapporti Europa comune-Russia e lì si vedrà chi, tra gli Stati di Ue e Nato, saprà e vorrà fare la sua parte di alleato.


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permalink | inviato da robi-spa il 13/9/2009 alle 10:20 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (23) | Versione per la stampa


8 settembre 2009


LA TURCHIA E LA QUESTIONE CURDA

Si parla ormai da un paio di mesi del piano che dovrebbe portare finalmente alla fine della guerra (e si spera anche alla pace) nel Kurdistan turco-iracheno tatro di un conflitto sanguinoso che dura da vent'anni, ha provocato migliaia di vittime sui due fronti e ha impedito lo sviluppo dell'area sud orientale della Turchia.
Mentre si attende di conoscere le proposte di Abdullah Ocalan, leader dei guerriglieri del Pkk (da dieci anni recluso nel carcere di massima sicurezza dell'isola di Imrali), che sarebbe disposto a rinunciare alla lotta armata e all'indipendenza in cambio del riconoscimento anche costituzionale delle specificità del popolo curdo e al sostegno economico ad una delle zone più povere della Turchia, sono circolate nelle scorse settimane indiscrezioni sul piano elaborato dal governo turco di Erdogan che conterrebbe una serie di misure economiche, sociali e politiche ancora da precisare.
Già al primo annuncio della possibilità di un piano del governo per la soluzione della questione curda è subito scattata l'opposizione sia del partito nazionalista Mhp, sia del partito kemalista Chp. Critiche sono arrivate anche dal capo di Stato maggiore dell'esercito, che riafferma la necessità di preservare l'unità della nazione turca, anche se è improbabile che Erdogan abbia avviato il dialogo a distanza con Ocalan senza una sorta di via libera (per quanto condizionata e limitata) da parte del potente establishment militare, anche formalmente custode della repubblica voluta da Kemal Ataturk.
In attesa che venga definito il piano del governo, e nonostante le resistenze dell'opposizione e i timori per le reazioni dell'esercito, la sola idea che si possa trattare la fine del conflitto con il Pkk segna la fine di un tabù e fa il paio con le aperture all'Armenia per ristabilire normali relazioni tra i due paesi, risolvere la questione del Nagorno-Karabakh con l'Azerbaigian e affrontare finalmente senza pregiudizi la questione del genocidio degli armeni del 1915.
Tutto questo, però, avviene in un momento in cui la situazione politica interna dell Turchia non è facile: oltre che dagli effetti della crisi economica globale, il paese infatti è scosso dall'affaire Ergenekon, il processo che vede imputati generali, giornalisti, alti magistrati, accusati di esser parte di un'organizzazione nazionalista che puntava al rovesciamento del governo dell'Akp che spianasse la strada ad un nuovo colpo di Stato militare.
Poi c'è la questione della collocazione internazionale dellla Turchia: l'arrivo di Barak Obama alla Casa Bianca e la scelta della nuova amministrazione Usa di disimpegnarsi dall' Iraq e di dare priorità al settore Afghanistan-Pakistan, attribuisce un ruolo importante alla Turchia che, intanto, ha sottoscritto sia gli accordi per il nuovo gasdotto South Stream (frutto della joint venture Eni-Gazprom), che per Nabucco (la pipeline sponsorizzata dall'Ue e dagli Usa) e non fa mistero di attribuire molta importanza alle relazioni con l'Iran. E su tutto la questione dell'ingresso della Turchia nell'Ue: Obama torna a chiederlo, l'Ue appare una volta di più esitante (stretta tra il prevalere degli interessi nazionali, l'impasse istituzionale e lo "stress da allargamento"), il presidente francese Nicolas Sarkozy ribadisce il suo netto rifiuto, appoggiato dalla cancelliera tedesca Angela Merkel che affronta una difficile campagna elettorale.

Sulla vicenda del "piano di pace" per i curdi alla luce della situazione interna in Turchia e nella regione nel suo complesso segnalo due interviste della mia collega Ada Pagliarulo di Radio Radicale:

Intervista all'inviato di Repubblica Marco Ansaldo sul piano del governo Erdogan per la soluzione della questione curda

Intervista al giornalista curdo-iracheno Shorsh Surme sul governo Erdogan e la questione curda



29 agosto 2009


LA SERBIA E' IMPORTANTE

Quando si parla dei Balcani non si può non parlare della Serbia. Non c’è questione che riguardi il presente ed il futuro della regione che non passi per Belgrado. È la tesi che sta alla base di un lavoro pubblicato recentemente a cura del Center for European Integration Strategies (CEIS) di Ginevra. Il titolo scelto è significativo: Srbija je vazna, ovvero "la Serbia è importante" o anche "la Serbia conta".


Ne ho parlato pochi giorni fa in questo blog.

Il lavoro è stato coordinato dall’ex Alto rappresentante in Bosnia Erzegovina e inviato speciale dell’Ue in Kosovo Wolfgang Petritsch, dal segretario generale del CEIS, Christophe Solioz, e da Goran Svilanovic, ex ministro degli Esteri serbo, e raccoglie le analisi un gruppo di analisti, esperti ed osservatori chiamati a tracciare una radiografia della “questione serba”, dal punto di vista politico, diplomatico ed economico. Destinatari Bruxelles e Belgrado chiamate a fare di più sull’integrazione dei Balcani nell’Unione e per risolvere i problemi che i paesi della regione non riescono a risolvere da soli. L'Ue, dunque, che non sa o non vuole più impegnarsi per e nei Balcani, ma anche a Belgrado che non imbocca con decisione la strada delle riforme e continua a barcamenarsi tra Bruxelles e Mosca.

Tuttavia, anche se la situazione è difficile - è questa la convinzione dei curatori del lavoro - la Serbia è pronta, al suo interno si stanno compiendo evoluzioni importanti degli orientamenti politici, anche in quelle forze che si rifanno in qualche modo al periodo di Milosevic. Dunque, nonostante le difficoltà, ci sono tutte le possibilità che il processo di riforma e di integrazione europea dei Balcani occidentali continui e sia portato a compimento, e di questo processo la Serbia non può non essere il motore e l'attore principale.

Se volete saperne di più potete ascoltare la mia intervista a Christophe Solioz sul sito di Radio Radicale.


29 agosto 2009


COSE TURCHE

Prosegue in Turchia l'inchiesta su Ergenekon, l'organizzazione eversiva accusata di aver organizzato attentati e omicidi per destabilizzare il governo islamico-moderato di Recep Tayyp Erdogan per spianare la strada ad un colpo di stato e sovvertire il sistema democratico. Molti i nomi eccellenti finiti nell'inchiesta che ha colpito il cosiddetto "stato profondo", quella sorta di sistema parallelo costituito da servizi segreti deviati, esponenti delle forze armate, attivisti nazionalisti, ecc., ma di fatto ha toccato l'establishment.
Diversi osservatori pensano che il processo a Ergenekon aprirà una fase nuova della storia della Turchia moderna ma non mancano gli aspetti contraddittori e poco chiari dell'istruttoria che attirato anche le critiche dell'Unione Europea. Un'inchiesta che quasi ogni giorno riserva sorprese e che i media e l'opinione pubblica turca seguono a fasi alterne.
E mentre l'affare Ergenekon va avanti (e si stenta a vederne la fine) altre cose interessanti, per vari motivi, accadono a cavallo del Bosforo: la possibile road map per la soluzione della questione curda, i contatti con l'Armenia, i colloqui per Cipro, l'attenzione del premier Erdogan per le condizioni delle minoranze religiose, solo per dirne alcuni, mentre è interessante vedere l'atteggiamento delle forze armate.
Sullo sfondo le relazioni con l'Europa e l'accidentato percorso dell'integrazione nell'Ue. A dicembre presenterà il suo rapporto annuale sui negoziati con Ankara. Potrebbe non essere completamente negativo, ma ben difficilmente sarà del tutto positivo.

Su tutto questo, per una fotografia della situazione politica interna della Turchia, alla vigilia della ripresa dell'attività politica dopo la pausa estiva, segnalo una mia intervista a Marta Ottaviani (corrispondente dell'agenzia Apcom e collaboratrice della Stampa e del Foglio) disponibile sul sito di Radio Radicale.

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