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passaggioasudest [ la realtà politica dell'europa sud orientale dai balcani alla turchia ]
 



Questo blog è dedicato ad un'area cruciale per il futuro europeo. Per l'area che va dai Balcani occidentali alla Turchia, infatti, passa il futuro dell'Unione europea come progetto politico così come il futuro di questi Paesi passa dalla scelta dell'integrazione in questo progetto.




"Dobbiamo ricordarci che l’informazione è un veicolo diretto all’utente, non è un soliloquio da parte del giornalista. Bisogna tenere sempre presente che chi è dall’altra parte del microfono deve poter comprendere una realtà in cui non è presente. Questo, penso, è il massimo sforzo che i giornalisti devono compiere".
Antonio Russo



"Il vero referendum sul futuro dell'Unione si terrà nei Balcani"
International Balkan Commission


"E poi, un giorno, è stato costruito un ponte che collegava le due rive del Bosforo. Quando sono salito sul ponte e ho guardato il panorama, ho capito che era ancora meglio, ancora più bello di vedere le due rive assieme. Ho capito che il meglio era essere un ponte fra due rive. Rivolgersi alle due rive senza appartenere".
Orhan Pamuk, Istanbul



Per inviare una email scrivi a pasudest@yahoo.it





21 gennaio 2010


PASSAGGIO SPECIALE: AL QUAEDA NEI BALCANI

All'inizio di quest'anno il ministro degli esteri israeliano, Avigdor Libermann, in occasione della visita in Israele del premier macedone, Nikola Gruevski, ha lanciato l'allarme sul rischio che i Balcani diventino il prossimo obiettivo di Al Quaeda e di altri gruppi estremisti islamici. Secondo le informazioni di cui dispongono i servizi segreti israeliani, i Balcani sono la prossima destinazione della rete jihadista. Libermann ha citato come prova un trasferimento di fondi da presunte organizzazioni umanitarie islamiche verso i Balcani ricordando le analoghe modalità con cui Hezbollah, grazie ai finanziamenti iraniani, si è infiltrata in America latina e Al Qaeda abbia fatto altrettanto in Africa.

Al fondamentalismo islamico e alla presenza di gruppi terroristici jihadisti è dedicato lo Speciale di Passaggio a Sud Est andato in onda a Radio Radicale mercoledì 20 gennaio

L'Islam balcanico ha caratteri diversi da quello medio-orientale e arabo. La presenza islamica nella regione balcanica risale infatti al periodo in cui la regione faceva parte dell'Impero Ottomano. Dopo la seconda guerra mondiale, nei primi 20 anni della Jugoslavia socialista, l'Islam fu visto come una religione arretrata. Le scuole coraniche furono proibite, i dervisci messi fuori legge, molte moschee distrutte, chiuse o utilizzate per altri scopi, le società culturali musulmane sciolte o abbandonate, mentre i membri musulmani del partito ricevettero la direttiva di non circoncidere i propri figli. Il problema riguardava soprattutto la Bosnia, dove si trovava la maggioranza dei musulmani jugoslavi.

In seguito, il regime concesse una certa apertura a partire dagli anni Sessanta. La posizione rispetto all'Islam cambiò perché Tito, insieme al presidente egiziano Nasser e a quello indiano, Nehru, diede vita proprio allora al Movimento dei Paesi non allineati ed aveva bisogno dei "propri" musulmani per rafforzare la sua posizione all'interno del nuovo movimento politico. Nel 1968, il Comitato centrale del partito comunista della Bosnia Erzegovina concesse ai musulmani lo status di nazionedi. Nel censimento del 1971, per la prima volta, venne inserita la categoria "musulmani" in senso di identità nazionale. I bosniaci che non si sentivano né serbi né croati, potevano dichiararsi "Musulmani" (nel 1993 modificato poi in Bosgnacchi). Attualmente si stima che in Bosnia Erzegovina i bosgnacchi rappresentino circa la metà della popolazione.

Della presenza di mujaheddin in Bosnia si parla dall'epoca della guerra alla metà degli anni Novanta. Ancora due anni e mezzo fa, l'allora rappresentante Usa in BiH, Raffi Gregorian, ritornò a parlare della presenza nel paese di “simpatizzanti di Al Qaeda”, pur precisando che non pensava ai “musulmani locali e ai bosgnacchi”. E però, come scriveva Zlatko Dizdarevic in un articolo del 28 agosto 2007 sul sito di Osservatorio Balcani, notava "lo strano rimandare la cacciata dallo Stato di alcuni mujaheddin giunti in Bosnia durante la guerra, ai quali in seguito è stata tolta la cittadinanza, ridotto il soggiorno e rifiutato l’asilo". Da segnalare anche la dura presa di posizione del settimanale Dani in un articolo di Vildana Selimbegovic del 10 novembre 2006, dopo gli scontri che erano avvenuti in Sangiaccato e altri episodi che avevano coinvolto la locale comunità musulmana presa tra Islam tradizionale e le nuove versioni importate durante e dopo la guerra.

L'altro Paese "islamico" della regione è l'Albania. Quello albanese non è mai stato un Islam fondamentalista. Gli aspetti retrogadi della società albanese sono legati alla cultura locale e non all'islam. Quasi mezzo secolo di regime comunista ha fatto il resto ed oggi la società albanese continua ad essere profondamente segnata da ateismo e secolarizzazione e a guardare decisamente all'Occidente. Un anno fa, però, la vicenda di una ragazza espulsa da scuola perché portava il velo, ha sollevato un caso anche perché il pluralismo seguito alla caduta del regime ha portato anche al crescere di una comunità di giovani musulmani, per ora minoritario.

Il giornale serbo Glas Javnosti in un articolo del 2007 intitolato "Uno stato islamico in Europa” scriveva che “la guerra civile in BiH tra il 1992-1995 ha dimostrato che i fondamentalisti islamici avevano organizzato vere unità di guerriglia terroristica che dall’Afghanistan sono arrivate in BiH con l’obbiettivo di combattere con i loro seguaci per il jihad". Inoltre, per ‘Glas javnosti’ la Macedonia sarebbe stato un obiettivo privilegiato dei mujahedin e dei terroristi legati ad Al Quaeda che dall’Albania e dal Kosovo hanno cercato di insediarsi nella maggior parte del Paese con l’aiuto degli albanesi locali. "Il principale obiettivo dei fondamentalisti islamici è la creazione di uno stato musulmano nel cuore dell’Europa”, scriveva ancora Glas javnosti, affermando che “la BiH e i Balcani sono diventati una stazione inevitabile per molti fondamentalisti islamici sulla loro via verso l’Europa” grazie ai soldi e al sostegno ricevuto da paesi islamici come Iran, Siria, Pakistan e Arabia Saudita.

Ascolta lo Speciale di Passaggio a Sud Est del 20 gennaio 2010


24 ottobre 2008


PASSAGGIO SPECIALE: LA SITUAZIONE IN BOSNIA-ERZEGOVINA / 2

La moschea di TiranaLe violenze contro i partecipanti al Queer Festival recentemente svoltosi a Sarajevo hanno portato alla ribalta il fenomeno dell'islamismo wahabita in Bosnia Erzegovina. Tutti si aspettavano contestazioni, dopo la gay parade del 2001 a Belgrado dove i partecipanti furono attaccati da centinaia di hooligans, visto anche che le gay parade di Zagabria si tengono ogni anno blindate da cordoni di polizia. Quella degli estremisti wahabiti è però stata una vera prova di forza. Il wahabismo è stato portato in Bosnia Erzegovina dai combattenti provenienti dai paesi musulmani durante la guerra degli anni '90. Secondo Nada Ler-Sofronic, sociologa e direttrice del centro “Donna e società” di Sarajevo che da tempo studia il fenomeno (intervistata da Cecilia Ferrara e Valentina Pellizzer per l'Osservatorio sui Balcani) la cosa preoccupante è che in questo caso non si è tratta di atti di gruppi di estremisti, di hooligans isolati, di esotici e impazziti wahabiti: "In questo caso non ci troviamo a trattare con un problema che riguarda la fede, ma siamo di fronte alla forza di un fenomeno sociopolitico. Qui stiamo parlando di totalitarismo".
L'Islam è presente da secoli nei Balcani, ma con la progressiva perdita di influenza e il successivo crollo dell'Impero Ottomano, dopo la prima guerra mondiale, esso si è secolarizzato ed "europeizzato". Per questo può essere interessante paragonare la situazione della Bosnia con quella di un altro Paese a maggioranza musulmana come l'Albania.

Quello che segue è il testo della corrispondenza di Artur Nura per lo Speciale di Passaggio a Sud Est di Radio Radicale andato in onda mercoledì 22 ottobre e dedicato alla situazione in Bosnia Erzegovina.

L'ISLAM DEI BALCANI: DIFFERENZE TRA ALBANIA E BOSNIA
di Artur Nura
Per porlare di quello che l’opinione pubblica albanese percepisce al riguardo della Bosnia dobbiamo affermare che il fatto che i Bosniaci appartengono maggiormente alla religione musulmana, come in principio gli albanesi stessi, sembra che questo fattore fa ritirare una certa attenzione da queste parti. Questo fenomeno succede anche per un altro aspetto importante visto che gli albanesi hanno una tradizione storica piu laica che religiosa, piu tollerante che fanatica e fondamentalista e generalmente l’attenzione nei mass media vanno diritto alle differenze appunto sulla percenzione della realta politica al confronto della religione. Per esempio quanto avvenuto a Sarajevo, cioe’ l'attacco da parte di un gruppo di estremisti islamici nei confronti del Queer Festival, e' stato interpretato come un segnale della differenza fra le due nazioni al riguardo della religione. Tali episodi dalle nostre parti si fanno stigmatizzare e si fanno condannare dalla parte della maggioranza dell’opinione pubblica quale ha concepito questo episodio come un segnale di un possibile ruolo del fondamentalismo islamico in Bosnia Erzegovina.
Di certo che io sto portando una percenzione generale quale potrebbe essere del tutto sbagliato, però per conoscenza degli ascoltatori di Radio Radicale noi dobbiamo informare che in realtà gli aggressori sono stati una minoranza, però piu preoccupante era il fatto che da parte delle principali forze politiche del Paese non si sono visti reazioni di forte condanna - a parte alcune rare eccezioni provenienti da piccoli partiti e da forze tradizionalmente più aperte. Aggiungendo qui che tuttavia gli Ambasciatori dell'Unione Europea, la sera stessa, hanno emesso un durissimo comunicato di condanna di quanto era accaduto noi dobbiamo aggiungere che un altro caso differente arrivato da questi parti ed all’attenzione dell’opinione pubblica Albanese.
Cioe’ sarebbe il caso di un combattente Abu Hamza al-Suri quale secondo le informazioni dei mass media regionali è giunto in Bosnia durante la guerra come mujaheedin al fianco dei fratelli bosniaci-musulmani e contro il popolo serbo. Il vero nome della persona e’ Imad Al Husein quale e’ conosciuto con il suo nome da combattente Abu Hamza al-Suri ora si trova presso il  Centro per Emigranti di Sarajevo e continua a vivere la sua vita quotidiana, nell’attesa che la Corte Europea per i Diritti umani decida se deve essere deportato o meno dalla Bosnia ed Erzegovina. Sembra che la Corte Costituzionale ha respinto la richiesta di appello contro l’espulsione di Imad Al Husein, presentata lo scorso 6 ottobre presso l’Ufficio per gli stranieri e la sentenza ha negato la richiesta di scarcerazione imponendo la libertà vigilata per Al Husein.
In Bosnia Al Hussein si sposato con una donna bosniaca, con cui ha dei figli e si stabilito a Zenica, dove si sono stabiliti altri musulmano combattenti, divenendo così ufficialmente cittadini bosniaci. Data l’esistenza in capo a molti di essi dei mandati di cattura internazionali, si è deciso di negare la cittadinanza e di procedere con l’espulsione e tra i mujaheedin espulsi figura, infatti, anche Abu Hamza per il quale sono state organizzate addirittura delle proteste per evitarne la cacciata dallo Stato bosniaco. In effetti, a sostegno di questi cittadini sono accorse organizzazioni internazionali come Amnesty International, il Comitato di Helsinki per i Diritti Umani della Bosnia Erzegovina e Human Rights Watch, le quali hanno chiesto che sia fatta "giustizia" per Abu Hamza, affermando che qualora si decida per la sua deportazione potrebbe subire delle vere e proprie torture, ragion per cui deve rimanere presso il Centro degli Emigranti a Sarajevo fino a prossima decisione.
Un altro aspetto di cui si parla dalle parti Albanesi di cui si teme per la Bosnia ed Erzegovina anche la comunità internazionale e’ il bisogno assoluto di porre una mano a delle riforme istituzionali. Secondo quanto viene detto da noi, tale caso occorrebbe un alto grado di consenso in un paese di cui l’unita nazionale e’ molto fragile. Cioe’ in parole povere sembra che per far passare delle modifiche in Parlamento di Bosnia ed Erzegovina occorrono i due terzi della maggioranza, ed in tal caso visto la complessita della situazione bisogna aggiungere  che le posizioni di partenza siano divergenti, se non veramente contrapposte. Cioè dobbimo affermare che ci sarebbe la Republika Srpska che tende a guardare con riserva a qualsiasi modifica degli assetti esistenti, perché teme un'erosione di quello status che Miloševic riuscì ad ottenere a Dayton. Poi ci sarebbe inoltre il problema croato, perché i croati si sentono sotto rappresentati o comunque non sufficientemente tutelati nell'ambito della Federazione e vorrebbero una terza entità.
Detto queste e’ del tutto chiaro che con queste posizioni di partenza il lavoro per arrivare a dei compromessi istituzionali è un lavoro delicato e difficile, ma dall’altra parte embra che per quanto arriva l’informazione da noi sembra che loro tutti hanno capito che sarà lo stesso percorso di integrazione europea a facilitare anche questo processo di cambiamenti istituzionali. Sembra che loro sono in grado di capire che l’integrazione Europea del Paese e’ l’unica via certa per godere dei vantaggi, dei benefici, del miglioramento della vita di tutti i giorni, ma non riescono a superare le differenze etniche ed gli interessi dei Paesi rispettivi dietro le loro etnie. Un altra cosa che preoccupa secondo le informazioni da queste parti sarebbe tuttavia la distanza dei cittadini dalle istituzioni e questa distanza secondo diversi opinionisti si fa certificare dalle ultime tornate elettorali in cui la percentuale dei votanti si e’ attestata sempre intorno al 50%.


19 febbraio 2008


KOSOVO: IL NUOVO STATO BALCANICO E LE INDECISIONI DELL'EUROPA

Trascrivo qui di seguito l'articolo di Enzo Bettiza pubblicato ieri sul quotidiano La Stampa. Mi sembra che l'autore - che conosce bene, come persona e come giornalista, la realtà balcanica e l'Est europeo in generale - individui alcune importanti questioni di fondo e risponda efficacemente ad alcune delle domande che chiunque si pone in queste ore dopo la proclamazione unilaterale di indipendenza da parte degli albanesi del Kosovo.


L'EUROPA INDECISA
di Enzo Bettiza
«Sarà dura ma dobbiamo sostenerli», dice Richard Pipes, americano d’origine polacca, massimo esperto di storia dell’Est europeo. Così la penso anch’io e dirò subito quello che nessuno, per pigrizia mentale o semplice ignoranza dei fatti, in questi giorni dice.
La notizia non è la dichiarazione d’indipendenza e del definitivo distacco kosovaro dalla Serbia. Come si prevedeva, essi scattano puntuali, a giro di posta, dopo le elezioni presidenziali di Belgrado. La vera notizia è la nascita di un altro Stato balcanico a maggioranza musulmana, che si aggiunge all’Albania islamica, alla Bosnia di fatto autonoma anch’essa islamica e alla Macedonia per un terzo islamica e albanofona. Credo che nell’esortazione di Pipes, già consigliere speciale dei governi Usa, secondo il quale l’Occidente non potrà sottrarsi all’obbligo di sostenere il nuovo Stato, sia implicito il fatto che il sostegno, se verrà dato, andrà a consolidare l’estensione delle aree statali a forte connotazione maomettana nei Balcani.
C’è un elemento positivo che di per sé spiega, al di là dell'ignoranza, il «silenzio stampa» sul carattere prevalentemente non cristiano del Kosovo che ieri si è separato formalmente dalla Serbia cristiano-ortodossa. Il silenzio deriva dal fatto che l’islamismo balcanico, di cui fanno parte più di due terzi degli schipetari, non ha destato mai particolari preoccupazioni giacché, anche nei momenti peggiori della dissoluzione jugoslava, non si è lasciato inquinare dal fondamentalismo dei volontari arabi e iraniani accorsi a difenderlo. Basta rileggere qualche pagina del Nobel bosniaco Ivo Andric per accorgersi che quello balcanico è stato da sempre, nella sua essenza, un islamismo europeo autoctono e moderato: tale è rimasto anche dopo l’assedio di Sarajevo, dopo l’olocausto di Srebrenica, dopo l’inaudita pulizia etnica di massa tentata nel 1999 da Miloševic nel Kosovo e interrotta dall’intervento militare della Nato.
L’antico radicamento europeo dell’islamismo balcanico, abituato da secoli a convivere civilmente con gente della medesima etnia slava ma non della medesima confessione, non ha mai presentato tratti di ghettizzazione rancorosa, rivendicativa, simile a quella che si può notare per esempio fra i depressi immigrati maghrebini della banlieue parigina. Si hanno molte e talora eccessive notizie di bande di contrabbandieri e di mafiosi operanti a Pristina, a Durazzo, a Sarajevo, a Skopje. Ma nessuna di santuari o gruppi terroristi legati ad Al Qaeda. L’Islam ancestrale dei Balcani, ancorché offeso nell’ultimo decennio del Novecento dai cattolici croati in Erzegovina e in particolare dai serbi ortodossi in Bosnia e nel Kosovo, costituisce insomma una rarità pregiata, un emblema di civiltà, che in un’epoca di tensioni e antipatie interconfessionali l’Europa avrebbe tutto l'interesse di curare e valorizzare al massimo.
Invece l’Europa, nel suo complesso, non si sta mostrando all’altezza del compito politico che la delicata quanto importante novità richiederebbe. Certamente è significativo che quattro grandi Paesi europei, Francia, Italia, Germania, Inghilterra, si dichiarino pronte a riconoscere e a soccorrere simbolicamente, oltreché tecnicamente, il consolidamento della nuova entità statale di Pristina con l’invio di una commissione speciale di giuristi e di esperti dell’ordine pubblico. È altresì significativo che l’Italia, dirimpettaia adriatica di slavi e albanesi, già presente con i suoi militari nel Kosovo, abbia deciso di esserlo anche con speciali reparti antisommossa in una regione dove la violenza rientra nel calcolo delle probabilità. Ma non meno significativa, in senso negativo, è la contestazione del carattere «unilaterale» dell’indipendenza da parte di spagnoli, romeni, bulgari, slovacchi, ai quali i ciprioti greci, sostenuti da Atene, aggiungono il loro no durissimo e dicono irremovibile. L’Europa dei 27 che, in quanto tale, si limita a «prendere atto» della dichiarazione kosovara, dà così l’impressione di marciare in ordine sparso e confuso al cospetto di un problema che è e resta essenzialmente europeo. Una volta di più gli oscillanti europei sembrano muoversi al rimorchio della locomotiva americana.
Nel 1999 avevano aspettato la spinta di Clinton, al cui nome è dedicata una delle strade principali di Pristina, per imbarcarsi nella spedizione antiserba della Nato. Dopo nove anni sembrano seguire indecisi, sparpagliati, di malavoglia, la risoluta decisione di Bush di appoggiare contro i veti di Mosca e di Belgrado la statualità di diritto oltreché di fatto del Kosovo.
Comunque, tutto ciò che è accaduto ieri pomeriggio era prevedibile: l’emersione di un sesto Stato dallo smembramento dell’ex Jugoslavia, il forte augurio della Casa Bianca, il travolgente giubilo delle piazze dominate dagli albanesi, i torbidi nell’enclave minoritaria di Mitrovica, il grido di dolore e di minaccia del primo ministro serbo, il ricorso della Russia per il veto al Consiglio di sicurezza, infine i mezzi sì e i mezzi no di Solana che si finge ministro degli Esteri di un’Europa che non c’è. Con ogni probabilità le invettive serbe contro l’Europa, le parole dure dei russi contro l’America, gli allarmi per un effetto domino di esplosioni irredentistiche dai Paesi baschi al Caucaso, la pioggia di euro da Bruxelles per placare l’ira della Serbia e ridare ordine e legalità all’equivoco microcosmo del Kosovo, continueranno a infiammare le cronache per alcuni mesi. Ma non si andrà più in là.
Sarà lo stesso Putin ad evitare accuratamente il rischio di uno scontro senza ritorno con l’Occidente perché, nella sua ambiziosa agenda politica, il Kosovo resta un’arma tattica e secondaria. Resterà invece prioritaria, per lui, l’arma a lunga gittata strategica con cui dovrà camuffare e prolungare, dopo le elezioni presidenziali del 2 marzo, il suo potere personale per molti anni a venire. Gli stessi serbi europeizzanti, come il rieletto presidente Tadic, sanno benissimo che le cose stanno così e che il panslavismo di Putin sarà di durata provvisoria e quindi breve.


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13 febbraio 2008


LA TURCHIA ED IL VELO ISLAMICO

La modifica costituzionale che consente di indossare il "turban" nelle università divide la Turchia: da una parte chi lancia l'allarme sul rischio di islamizzazione e invoca la difesa delle radici secolari della repubblica voluta da Kemal Ataturk. Dall'altra parte chi avanza le ragioni della libertà di comportamento e di parità di trattamento per tutti i cittadini. In mezzo la Turchia da anni ormai alle prese con grandi trasformazioni economiche, sociali e politiche. E proprio qui sta il nocciolo della questione. Il rischio è quello di leggere la polemica in maniera semplificata e schematica perdendone di vista i reali contorni e le implicazioni. Più che uno scontro tra "laici" e "islamici" la questione del velo va infatti vista come parte del processo di ridefinizione dei rapporti tra Stato e società.
A questo proposito vi segnalo una mia intervista a Fabio Salomoni, corrispondente da Istanbul dell'Osservatorio sui Balcani, che trovate sul sito di Radio Radicale.


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