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passaggioasudest [ la realtà politica dell'europa sud orientale dai balcani alla turchia ]
 



Questo blog è dedicato ad un'area cruciale per il futuro europeo. Per l'area che va dai Balcani occidentali alla Turchia, infatti, passa il futuro dell'Unione europea come progetto politico così come il futuro di questi Paesi passa dalla scelta dell'integrazione in questo progetto.




"Dobbiamo ricordarci che l’informazione è un veicolo diretto all’utente, non è un soliloquio da parte del giornalista. Bisogna tenere sempre presente che chi è dall’altra parte del microfono deve poter comprendere una realtà in cui non è presente. Questo, penso, è il massimo sforzo che i giornalisti devono compiere".
Antonio Russo



"Il vero referendum sul futuro dell'Unione si terrà nei Balcani"
International Balkan Commission


"E poi, un giorno, è stato costruito un ponte che collegava le due rive del Bosforo. Quando sono salito sul ponte e ho guardato il panorama, ho capito che era ancora meglio, ancora più bello di vedere le due rive assieme. Ho capito che il meglio era essere un ponte fra due rive. Rivolgersi alle due rive senza appartenere".
Orhan Pamuk, Istanbul



Per inviare una email scrivi a pasudest@yahoo.it





8 settembre 2009


LA TURCHIA E LA QUESTIONE CURDA

Si parla ormai da un paio di mesi del piano che dovrebbe portare finalmente alla fine della guerra (e si spera anche alla pace) nel Kurdistan turco-iracheno tatro di un conflitto sanguinoso che dura da vent'anni, ha provocato migliaia di vittime sui due fronti e ha impedito lo sviluppo dell'area sud orientale della Turchia.
Mentre si attende di conoscere le proposte di Abdullah Ocalan, leader dei guerriglieri del Pkk (da dieci anni recluso nel carcere di massima sicurezza dell'isola di Imrali), che sarebbe disposto a rinunciare alla lotta armata e all'indipendenza in cambio del riconoscimento anche costituzionale delle specificità del popolo curdo e al sostegno economico ad una delle zone più povere della Turchia, sono circolate nelle scorse settimane indiscrezioni sul piano elaborato dal governo turco di Erdogan che conterrebbe una serie di misure economiche, sociali e politiche ancora da precisare.
Già al primo annuncio della possibilità di un piano del governo per la soluzione della questione curda è subito scattata l'opposizione sia del partito nazionalista Mhp, sia del partito kemalista Chp. Critiche sono arrivate anche dal capo di Stato maggiore dell'esercito, che riafferma la necessità di preservare l'unità della nazione turca, anche se è improbabile che Erdogan abbia avviato il dialogo a distanza con Ocalan senza una sorta di via libera (per quanto condizionata e limitata) da parte del potente establishment militare, anche formalmente custode della repubblica voluta da Kemal Ataturk.
In attesa che venga definito il piano del governo, e nonostante le resistenze dell'opposizione e i timori per le reazioni dell'esercito, la sola idea che si possa trattare la fine del conflitto con il Pkk segna la fine di un tabù e fa il paio con le aperture all'Armenia per ristabilire normali relazioni tra i due paesi, risolvere la questione del Nagorno-Karabakh con l'Azerbaigian e affrontare finalmente senza pregiudizi la questione del genocidio degli armeni del 1915.
Tutto questo, però, avviene in un momento in cui la situazione politica interna dell Turchia non è facile: oltre che dagli effetti della crisi economica globale, il paese infatti è scosso dall'affaire Ergenekon, il processo che vede imputati generali, giornalisti, alti magistrati, accusati di esser parte di un'organizzazione nazionalista che puntava al rovesciamento del governo dell'Akp che spianasse la strada ad un nuovo colpo di Stato militare.
Poi c'è la questione della collocazione internazionale dellla Turchia: l'arrivo di Barak Obama alla Casa Bianca e la scelta della nuova amministrazione Usa di disimpegnarsi dall' Iraq e di dare priorità al settore Afghanistan-Pakistan, attribuisce un ruolo importante alla Turchia che, intanto, ha sottoscritto sia gli accordi per il nuovo gasdotto South Stream (frutto della joint venture Eni-Gazprom), che per Nabucco (la pipeline sponsorizzata dall'Ue e dagli Usa) e non fa mistero di attribuire molta importanza alle relazioni con l'Iran. E su tutto la questione dell'ingresso della Turchia nell'Ue: Obama torna a chiederlo, l'Ue appare una volta di più esitante (stretta tra il prevalere degli interessi nazionali, l'impasse istituzionale e lo "stress da allargamento"), il presidente francese Nicolas Sarkozy ribadisce il suo netto rifiuto, appoggiato dalla cancelliera tedesca Angela Merkel che affronta una difficile campagna elettorale.

Sulla vicenda del "piano di pace" per i curdi alla luce della situazione interna in Turchia e nella regione nel suo complesso segnalo due interviste della mia collega Ada Pagliarulo di Radio Radicale:

Intervista all'inviato di Repubblica Marco Ansaldo sul piano del governo Erdogan per la soluzione della questione curda

Intervista al giornalista curdo-iracheno Shorsh Surme sul governo Erdogan e la questione curda



11 luglio 2007


NESSUN INTERVENTO TURCO IN IRAQ PRIMA DELLE ELEZIONI

Guerriglieri curdi del PkkIl primo ministro turco Erdogan ha respinto l'ipotesi di un'azione armata oltre il confine con il Nord Iraq contro le basi dei guerriglieri curdi del Pkk. In un'intervista al quotidiano Zaman, ha precisato che l'intervento militare non è sull'agenda di questo governo e quindi fino alle elezioni del 22 luglio l'attacco non è in discussione. Parole che suonano come una risposta alle dichiarazioni del Capo di Stato Maggiore turco, il generale Yasar Buyukanit, che dieci giorni fa era tornato a ribadire la necessità di un'invadsione temporanea del territorio iracheno. Parole però rivolte anche agli Usa in risposta al segretario di Stato americano, Condoleezza Rice, che avrebbe chiesto al ministro degli Esteri turco, Abdullah Gul, di prendere tempo e di aspettare le azioni che governo americano e iracheno decideranno di prendere contro il terrorismo di matrice curda. Azioni che però Ankara sta aspettando da tempo senza vedere fatti concreti. Erdogan ha ricordato che la Turchia continua a confidare nell'azione di Washington e di Baghdad contro i guerriglieri del Pkk ma il tempo stringe ed Ankara è costretta “a constatare con tristezza quanto silenzio provenga dall'America nell'aiutarci a combattere un simile tipo di terrore”. “Anche gli Stati Uniti sanno cosa sia il terrorismo e la Turchia ha fatto quello che ha potuto quando gli è stato chiesto aiuto”, ha aggiunto Erdogan. Quindi, “se loro non ci aiuteranno allor decideremo di prenderci cura di noi stessi con le nostre sole forze". La questione dell'attacco nel Kurdistan iracheno, dunque, è rinviata a dopo le elezioni o tutt'al più giocata nella campagna elettorale. Dopo il 22 luglio arriverà il momento delle decisioni. Gli Usa sono avvisati.


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29 giugno 2007


INTERVENTO ARMATO TURCO CONTRO LA GUERRIGLIA CURDA?

Il capo di stato maggiore generale turco Yasar BuyukanitTorna a profilarsi la possibilità di un intervento armato turco nel nord dell'Iraq. Il governo sta infatti valutando assieme ai vertici militari l'ipotesi di uno sconfinamento nel Kurdistan iracheno per colpire le basi della guerriglia indipendentista del Pkk. E' stato lo stesso ministro degli Esteri, Abdullah Gul, intervistato dalla tv satellitare Cnn-Turk, ad affermare che Ankara è pronta ad ogni evenienza e sta valutando i diversi scenari possibili, sottolineando che a differenza di un'operazione su vasta scala un'offensiva aerea limitata non dovrebbe necessariamente passare all'esame del Parlamento (dove per altro il partito di Gul e del premier Erdogan, l'Akp, ha la maggioranza assoluta dei seggi). Una ventina di giorni fa alcuni reparti avevano sconfinato per qualche ora in territorio iracheno, mentre nei giorni seguenti le agenzie avevano dato notizia di colpi d'artiglieria sparati dal territorio turco verso le località dove si sospetta si trovino le basi dei guerriglieri curdi.
Ora le ripercussioni politiche di una iniziativa militare consistente sarebbero molto serie e potrebbero avere effetti destabilizzanti in Iraq e in una zona relativamente tranquilla come è appunto il Kurdistan. La Turchia, Paese membro della Nato, si troverebbe in un grave contrasto sia con Washington che con l'Unione Europea, ma l'offensiva turca metterebbe in discussione anche l'appoggio dei curdi iracheni agli Usa e alle stesse autorità centrali di Baghdad. Per tutto questo forse Erdogan si è sempre mostrato molto prudente. Fino ai recenti attenati, però, dopo i quali (guardando anche anche alle elezioni del 22 luglio) è parso più incline ad un'azione militare autonoma visto anche che i suoi appelli per un'intervento da parte delle forze irachene e statunitensi nel nord dell'Iraq sembrano essere rimasti senza risposta.
Le precedenti operazioni armate turche in territorio iracheno non hanno però mai prodotto risultati significativi e non hanno mai realmente scalfito l'operatività della guerriglia curda. In questo caso l'obiettivo delle forze armate sarebbe quella di creare una sorta di "zona cuscinetto" per impedire l'infiltrazione di guerriglieri. Per una tale soluzione occorrerebbe però l'assenso sia degli Stati Uniti che dell'Iraq che al momento non pare possibile. Tra l'altro, l'opposizione di Ankara ad uno stato curdo indipendente vanifica anche il piano Usa di un Iraq federale, che ha come condizione la legge per la condivisione di tutte le risorse naturali del Paese in discussione in Parlamento. Sullo sfondo c'è appunto la questione delle ingenti risorse petrolifere della regione cui è interessata anche Ankara. Insomma, un'iniziativa militare turca in Kurdistan richia di generare un rischioso effetto domino dagli esiti quanto mai incerti e pericolosi.


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