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passaggioasudest [ la realtà politica dell'europa sud orientale dai balcani alla turchia ]
 



Questo blog è dedicato ad un'area cruciale per il futuro europeo. Per l'area che va dai Balcani occidentali alla Turchia, infatti, passa il futuro dell'Unione europea come progetto politico così come il futuro di questi Paesi passa dalla scelta dell'integrazione in questo progetto.




"Dobbiamo ricordarci che l’informazione è un veicolo diretto all’utente, non è un soliloquio da parte del giornalista. Bisogna tenere sempre presente che chi è dall’altra parte del microfono deve poter comprendere una realtà in cui non è presente. Questo, penso, è il massimo sforzo che i giornalisti devono compiere".
Antonio Russo



"Il vero referendum sul futuro dell'Unione si terrà nei Balcani"
International Balkan Commission


"E poi, un giorno, è stato costruito un ponte che collegava le due rive del Bosforo. Quando sono salito sul ponte e ho guardato il panorama, ho capito che era ancora meglio, ancora più bello di vedere le due rive assieme. Ho capito che il meglio era essere un ponte fra due rive. Rivolgersi alle due rive senza appartenere".
Orhan Pamuk, Istanbul



Per inviare una email scrivi a pasudest@yahoo.it





19 gennaio 2010


SEMPRE MENO LIBERTA' NEL MONDO: BALCANI IN CONTROTENDENZA

Due miliardi e trecento milioni di persone, più di un terzo dell'umanità. Senza diritti e senza libertà. In Africa, in Medio Oriente, in Asia, nei Paesi ex sovietici cresce la repressione dei diritti civili e umani. E per la quarta volta in quarant'anni si registra un peggioramento della situazione a livello globale. E' questo il preoccupante quadro che emerge da "Freedom in the world", il rapporto di Freedon House, l'osservatorio che dal 1972 registra lo stato di salute delle libertà in tutto il pianeta. In un quadro generale preoccupante spicca la contro tendenza rappresentata da alcuni Paesi balcanici e del sud est europeo che invece hanno aumentato la loro libertà rispetto al passato.

Il panorama è davvero fosco. Jennifer Windsor, direttrice esecutiva di FH, in un articolo di Umberto De Giovannangeli sull'Unità del 15 gennaio, avverte che il 2009 ha segnato "una preoccupante erosione di alcune libertà fondamentali, la libertà di espressione e di associazione" e "innumerevoli attacchi contro gli attivisti in prima linea in questi settori". Brutale repressione a Teheran, arresti di dissidenti in Cina, assassini di giornalisti in Russia: "Abbiamo registrato un ulteriore giro di vite nei confronti di donne e uomini che nel mondo si battono per far valere quei diritti umani riconosciuti dalla Dichiarazione universale delle Nazioni Unite e dalle più importanti Convenzioni internazionali", dice ancora Jennifer Windsor.

Complessivamente, su 194 Paesi considerati da Freedom House, quelli classificati come Free sono 89 (pari al 46% del totale dei Paesi e al 46% della popolazione mondiale). Il numero dei Paesi Partly free è sceso a 58 (30% di tutti quelli presi in esame). Quelli giudicati Not free sono salit a 47 (24% del totale). Tra questi ci sono la Russia, le tre repubbliche baltiche, repubbliche ex sovietiche come Kazakistan e Kirghizistan, il Kenia, Bahrein e Giordania e, in America latina, Honduras, Guatemala, Nicaragua e Venezuela. Presenze costanti, una volta di più, quelle di Birmania, Guinea equatoriale, Eritrea, Libia, Nord Corea, Somalia, Sudan, Turkmenistan, Uzbekistan. E poi, naturalmente, la Cina che da sola rappresenta la metà del mondo in gabbia. Significativo il calo delle democrazie elettive da 119 a 116, il numero più basso dal 1995.

Un quadro realmente preoccupante, un calo globale che, fa notare Arch Puddington, responsabile del settore ricerca di FH, citato anche lui da De Giovannangeli sull'Unità, che "interessa Paesi con il potere militare ed economico, investe Paesi che in precedenza avevano mostrato segni di potenziali riforme e mette in evidenza una maggiore persecuzione dei dissidenti politici e giornalisti indipendenti". Ma non basta, perché a peggiorare le cose, prosegue Puddington, "i più potenti regimi autoritari sono diventati ancora più repressivi, più influenti sulla scena internazionale, più intransigenti.

Ad aggravare la situazione ci sono i tanti conflitti in corso, le violente repressioni di proteste e manifestazioni in vari Paesi, gli attentati terroristici. Da segnalare, per l'Europa occidentale, il rischio rappresentato dalle tensioni sociali e culturali provocate dall'immigrazione che mettono a rischio la tradizione di tolleranza e tutela delle libertà civili. In un panorama che purtroppo registra l'intensificarsi della repressione e il declino delle libertà civili in 47 Paesi in Africa, Medio Oriente, America latina e repubbliche dell'ex Urss (che costituiscono il 20% dei sistemi politici del mondo), solo 16 Paesi mostrano una tendenza positiva e tra questi ci sono alcuni Paesi balcanici e del sud est europeo: Croazia, Kosovo, Moldova, Montenegro e Serbia secondo FH sono più liberi che in passato.

Freedom House: Freedom in the World 2010


25 settembre 2009


SERBIA: CHIESTO BANDO PER GRUPPI ULTRANAZIONALISTI

Gayfest Bucharest 2006 - Ph. Stefan Botez (Creative Commons)Il procuratore generale serbo, Slobodan Radovanovic, ha presentato oggi alla Corte costituzionale la richiesta di messa al bando delle organizzazioni estremiste ultranazionaliste "Obraz" e "Movimento nazionale serbo 1389", ritenute responsabili di violenze a sfondo xenofobo e omofobo a Belgrado. Radovanovic ha precisato che le due formazioni sono accusate di diffondere xenofobia e omofobia e di incitare all'odio e alla deportazione delle persone non serbe e non di religione ortodossa. La presidente della Corte, Bosa Nenadic, ha informato che la richiesta sarà esaminata giovedì prossimo, primo ottobre.
Secondo quanto riportano le agenzie di stampa, a indurre la procura a rivolgersi all'Alta Corte sono stati i ripetuti episodi di violenza e intolleranza registratisi di recente a Belgrado, compresa la feroce ostilità e le minacce contro gli omosessuali che hanno portato all'annullamento del Gay Pride in programma domenica scorsa a Belgrado.
Nei giorni scorsi a Belgrado vi erano state anche intimidazioni e aggressioni contro cittadini stranieri e il ferimento di un francese e di un australiano. Il francese in particolare, un tifoso del Tolosa aggredito brutalmente da hooligan del Partizan, è ancora in gravi condizioni dopo aver subito due delicati interventi chirurgici. Radovanovic non ha escluso per questo anche la possibile messa al bando di tifoserie di calcio responsabili anch'esse di violenze e intolleranze.
Ricordo che il Gay Pride di domenica scorsa era il primo dopo quello del 2001, che fu teatro di gravissime aggressioni e violenze contro i partecipanti da parte degli estremisti, sotto gli occhi della polizia rimasta pressoché inerte. Sabato scorso, alla vigilia della marcia, in seguito alle ripetute minacce e alla tensione salita nei giorni precedenti, le autorità avevano gettato la spugna dichiarando di non essere in grado di mantenere l'ordine e di garantire il diritto di manifestare invitando gli organizzatori del Pride a spostare la manifestazione in una zona periferica, cosa che era stata rifiutata e che aveva portato all'inevitabile annullamento. Una sconfitta per tutti e soprattutto per la Serbia che cerca con fatica di riconquistare credibilità e rispetto in Europa.
L'iniziativa del procuratore generale è sicuramente tardiva ma, come si dice, meglio tardi che mai. Qualcosa si muove, o meglio, qualcosa ha cominciato a muoversi da tempo e non può essere fermato, che piaccia o no a quattro imbecilli nerboruti e violenti che continuano a infangare l'immagine e la storia della Serbia in nome di un'ideologia intollerante. Ci vorrà dal tempo, ma la strada è segnata.


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19 settembre 2009


VINCONO I VIOLENTI: PRIDE ANNULLATO A BELGRADO. MA E' VERA VITTORIA?

Le autorità serbe hanno ritirato l'autorizzazione a svolgere la parata del "Pride 2009" prevista per domani mattina a Belgrado dopo le ripetute minacce di violenze da parte dei gruppi ultranazionalisti. Secondo quanto dichiarato dagli stessi organizzatori, il ministero dell'Interno ha dichiarato che l'annullamento è stato deciso per ragioni di sicurezza, data l'impossibilità per le forze dell'ordine di garantire l'incolumità dei partecipanti e impedire il ripetersi delle gravi violenze che 8 anni fa posero fine al primo, e finora unico, tentativo di dar luogo anche a Belgrado ad una manifestazione per i diritti delle persone LGBT.

"Tutti sanno cosa accadrebbe se realizzassero questa parata della vergogna, e la responsabilit
à sarebbe di chi la organizza", aveva dichiarato nei giorni scorsi Mladen Obradovic, esponente del gruppo ultranazionalista Obraz. Un altro gruppo di estrema destra, il "Movimento 1389", aveva non solo annunciato che i suoi membri non avrebbero rinunciato alla propria "contro manifestazione", vietata dalle autorità cittadine, ma aveva anche invitato a redigere una "lista nera" dei partecipanti al Pride da "sottoporre a linciaggio". Anche il capo della Chiesa ortodossa serba, il metropolita Amfilohije, non ha mancato di elevare la sua esecrazione nei confronti di quella che ha definito la "sfilata della vergogna" e la "parata di Sodoma e Gomorra", dichiarazioni che erano state lette dagli estremisti come una sorta di appoggio e di benedizione delle loro bellicose intenzioni.

Numerose dichiarazioni di sostegno alla manifestazione e di netta condanna alle violenze, erano arrivate invece dal mondo istituzionale, politico, delle organizzazioni non governative e internazionali, compresa quella del presidente della Repubblica, Boris Tadic, il quale aveva assicurato che non sarebbero state tollerate violenze da parte degli estremisti. Sostegno al Pride di Belgrado era stato espresso anche dalla presidenza svedese dell'Ue, dalle ambasciate di Gran Bretagna e Germania, dall'Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Osce) che in un comunicato aveva lodato "l'impegno della Serbia a sostenere l'eguaglianza e la libert
àdei suoi cittadini a riunirsi pacificamente".

Per avere un'idea di quello che accadde a Belgrado otto anni fa, tra piazza della Repubblica, Kneza Mihaila e
le vie limitrofe vi consiglio di guardare questo video facilmente reperibile su You Tube. Altri è possibile trovarne usando come chiavi di ricerca "pride, belgrade". Sono immagini piuttosto dure. E' consolante sapere, però che i facinorosi barbuti che indossano berretti cetnici e scandiscono truci slogan, facendo saluti nazisti e sventolando lugubri bandiere nere con teschi e tibie incrociate, sono tutto sommato una minoranza, violenta ma piccola, e che accanto a questa minoranza c'è una società (questa sì "civile") che vuole vivere in pace.

Lo svolgimento pacifico del Pride 2009 a Belgrado era considerato una sorta di "test di democrazia" per la Serbia che di recente ha adottato una nuova legge anti-discriminazione, in linea con gli standard UE. Evidentemente, per
à la Serbia, nel suo lungo e non facile cammino verso l'integrazione europea, oltre alle riforme di carattere politico, economico e sociale, dovrà affrontare anche il mutamento dei suoi costumi come avviene in qualunque Paese civile. E la Serbia è un Paese civile. Questa sarà forse la sfida più difficile e importante per il suo futuro. E d'altra parte la Serbia non è la sola a dover affrontare questa sfida che riguarda tutti i Paesi e tutte le popolazioni dei Balcani. E chiunque voglia bene ai Balcani e ai suoi popoli non può che augurarsi che questa sfida venga vinta.


23 aprile 2008


TURCHIA: IN PARLAMENTO LA NORMA CONTRO LA LIBERTA' DI STAMPA

Lentamente e con difficoltà la scorsa settimana il Parlamento turco ha finalmente preso in esame la riforma dell'articolo 301 del codice penale, la norma famigerata in base alla quale molti intellettuali e giornalisti in questi anni sono finiti davanti al giudice con l'accusa di aver offeso l'identità turca. Fra i tanti ricordo il Premio Nobel per la letteratura Orhan Pamuk, la scrittice Elif Shafak e il giornalista armeno Hrant Dink, poi assassinato a Istanbul il 19 gennaio 2007 apparentemente per mano di un fanatico ma dietro il cui omicidio sono emerse le trame di quella che da noi è stata definita la "Gladio turca", il cosiddetto "stato profondo" in cui agiscono servizi segreti deviati, elementi ultranazionalisti, esponenti delle forze armate.
I punti principali della bozza di riforma presentata dall'attuale ministro della Giustizia, Mehmet Ali Sahin, sono la sostituzione dell'espressione "identità turca" con "nazione turca" e la modifica dell'iter procedurale secondo cui prima di finire davanti all'autorità giudiziaria le denunce saranno esaminate dal Presidente della Repubblica che deciderà se rinviare i singoli procedimenti alla magistratura. Ad opporsi alla riforma sono sia i nazionalisti "di destra" del Mhp, secondo i quali il termine "identità turca" è incluso anche nella Costituzione e non può quindi essere cambiato, sia quelli "di sinistra" del Chp, il partito erede del padre della patria Mustafa Kemal Ataturk. Una settimana fa, non senza difficoltà e momenti di tensione, la bozza è passata dalla Commissione parlamentare per i criteri di armonizzazione con l'Unione Europea. Quindi la bozza è arrivata alla Commissione Giustizia del Parlamento.
Qui, dopo oltre 12 ore di dibattito (e due risse fra i parlamentari membri della commissione), le opposizioni sono riuscite ad ottenere che la decisione preliminare sui processi passi dal capo dello Stato al ministro della Giustizia. Sulla pena detentiva però i deputati dell'Akp, il partito islamico-moderato di maggioranza del premier Erdogan sono stati irremovibili riuscendo a fissare la pena massima a due anni di reclusione. Da registrare l'opposizione anche del Dtp, ovvero il partito curdo, di sinistra, per il quale la norma andrebbe abolita e non semplicemente emendata. Nonostante le polemiche e gli scontri sembra comunque che l'articolo 301 questa volta possa finalmente essere modificato, forse entro questa settimana, anche se oggi il Parlamento è chiuso per la festa nazionale dei Bambini e per la celebrazione della sua prima seduta che fu inaugurata da Ataturk il 23 aprile di ottantotto anni fa.
L'Unione Europea sta seguendo con grande interesse l'evolversi della situazione. La modifica dell'articolo 301 è infatti una delle riforme che Bruxelles ha chiesto ad Ankara. Il premier Recep Tayyip Erdogan ha promesso che questa volta sarà portata a termine e se ciò avvenisse cadrebbe uno dei maggiori ostacoli sull'accidentato percorso di adesione della Turchia all'UE. Numerose Ong turche e molti avvocati fanno però notare che l'emendamento non cambierebbe la sostanza delle cose e hanno fatto quindi appello al governo perché l'articolo 301 venga abolito completamente.


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permalink | inviato da robi-spa il 23/4/2008 alle 13:28 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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