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passaggioasudest [ la realtà politica dell'europa sud orientale dai balcani alla turchia ]
 



Questo blog è dedicato ad un'area cruciale per il futuro europeo. Per l'area che va dai Balcani occidentali alla Turchia, infatti, passa il futuro dell'Unione europea come progetto politico così come il futuro di questi Paesi passa dalla scelta dell'integrazione in questo progetto.




"Dobbiamo ricordarci che l’informazione è un veicolo diretto all’utente, non è un soliloquio da parte del giornalista. Bisogna tenere sempre presente che chi è dall’altra parte del microfono deve poter comprendere una realtà in cui non è presente. Questo, penso, è il massimo sforzo che i giornalisti devono compiere".
Antonio Russo



"Il vero referendum sul futuro dell'Unione si terrà nei Balcani"
International Balkan Commission


"E poi, un giorno, è stato costruito un ponte che collegava le due rive del Bosforo. Quando sono salito sul ponte e ho guardato il panorama, ho capito che era ancora meglio, ancora più bello di vedere le due rive assieme. Ho capito che il meglio era essere un ponte fra due rive. Rivolgersi alle due rive senza appartenere".
Orhan Pamuk, Istanbul



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12 ottobre 2009


LA SERBIA NELL’INSTANCABILE LOTTA PER IL “SUO” KOSOVO

Di Marina Szikora
pubblicato da Libertiamo.It
08 ottobre 2009

Queste righe vogliono essere un modesto tentativo di illustrare la realtà politica della Serbia relativa alla delicatissima questione del Kosovo, l’ex provincia serba che proclamò unilateralmente la sua indipendenza e secessione dalla Serbia e che Belgrado tutt’ora, con una fermissima iniziativa diplomatica, rilevandone l’aspetto pacifico e giuridico, tenta con tutti i mezzi disponibili di restituire alla propria sovranità ed integrità territoriale.Per motivi di spazio (e per non stancarvi troppo) questo non può essere un riassunto storico della causa kosovara, ma solo una illustrazione del come e del perchè la Serbia continua ad affermare che mai e a nessuna condizione rinuncerà al suo Kosovo i Metohija, culla culturale e religiosa serba.

Il nome in serbo è, appunto, Kosovo i Metohija: si tratta di una provincia autonoma indipendentista della Serbia, amministrata dall’Onu, che ha dichiarato la propria indipendenza, unilateralmente, il 17 febbraio 2008. Nella Costituzione serba il nome ufficiale del neo Stato kosovaro riconosciuto da una sessantina di Stati membri dell’Onu, è Kosovo e Metohija e il secondo termine (internazionalmente poco conosciuto) è il nome tradizionale serbo per la parte occidentale della provincia. Va sottolineato che il Kosovo prende il proprio nome dalla località di Kosovo Polje, che si trova 8 km a sud ovest della capitale Pristina e che fu teatro della mitica battaglia omonima del 1389. Bitka na Kosovu Polju (la battaglia in Kosovo Polje) è simbolo della resistenza serba contro l’avanzata dell’impero ottomano nei Balcani.

Nella Jugoslavia del Maresciallo Tito, a partire dal 1944 e dopo la fine della Seconda guerra mondiale, fu in larga parte vietato ai profughi di guerra serbi il ritorno alle proprie case in Kosovo. Al posto dei cittadini serbi massacrati ed espulsi dal Kosovo da parte dei nazisti, arrivarono i cittadini di etnia albanese, una parte dei quali fu a sua volta espulsa dal Kosovo nel periodo tra le due guerre. Nella Costituzione della Jugoslavia di Tito, il Kosovo e Metohija, come la Vojvodina, aveva lo status di provincia autonoma, non paritario quindi con quello delle sei repubbliche costituenti (Slovenia, Croazia, Bosnia Erzegovina, Serbia, Montenegro e Macedonia), alle quali secondo la Costituzione era riconosciuto il diritto di secessione. Nel 1968 e poi nel 1981 (pochi mesi dopo la morte di Tito), l’etnia albanese aveva manifestato chiedendo invano uno status di repubblica per il Kosovo. Da sottolineare che in quel periodo la popolazione albanese si triplicò, e dal 75 per cento passò ad oltre il 90, mentre i serbi ristagnavano, calando dal 15 all’8 per cento.

Il 1987 è l’anno, ricordatissimo, in cui l’allora leader della Lega dei Comunisti di Jugoslavia (Savez Komunista Jugoslavije) Slobodan Milosevic, inviato in Kosovo a fin di pacificazione, si schierò apertamente dalla parte dei serbi e pronunciò il suo famoso intervento in cui prometteva ai serbi entusiasti: “mai più nessuno potrà toccare un serbo”. Da quel momento iniziò il cammino di Slobodan Milosevic in quanto leader nazionalista serbo e nel marzo 1989 revocò gran parte dell’autonomia costituzionale del Kosovo e della Vojvodina. In occasione del seicentesimo anniversario della prima battaglia del Kosovo a Kosovo Polje, il 28 giugno 1989, Milosevic, allora Presidente della Repubblica di Serbia, pronunciò un discorso rigido contro l’etnia albanese. Da un lato, questo discorso fu una delle cause che portò alla disgregazione della Jugoslavia. Dall’altro, rappresentò l’inizio di una politica aggressiva che si manifestò nella chiusura delle scuole autonome di lingua albanese e nella sostituzione di funzionari amministrativi e insegnanti con serbi o persone ritenute fedeli alla Serbia.

La reazione albanese alla perdita dei suoi diritti costituzionali fu all’inizio quella di una resistenza non violenta, guidata dalla Lega democratica del Kosovo (LDK) del defunto leader Ibrahim Rugova. Di seguito, gli albanesi boicottarono le istituzioni ed elezioni ufficiali e stabilirono istituzioni e scuole separate. Il 2 luglio 1990 dichiararono l’indipendenza della Repubblica del Kosovo che fu riconosciuta solo dall’Albania, adottarono una costituzione e tennero un referendum sull’indipendenza nel 1992. Il risultato del referendum fu un 98 per cento di sì di un totale dell’80 per cento dei votanti. La resistenza non violenta si trasformò ben presto, a partire dal 1995 (dopo la fine della guerra in Bosnia Erzegovina) in una lotta armata indipendentista a capo della quale vi fu l’UCK (Ushtria Clirimtare e Kosoves). Seguì il genocidio di Milosevic contro gli albanesi kosovari che si manifestò in massacri sanguinosi, uccisione di molti civili (il cui numero è stimato tra 5.000 da parte dei serbi fino ad un numero maggiore di 10.000 secondo fonti albanesi), in distruzioni di circa 200.000 abitazioni private, scuole, moschee ed altri edifici. Circa 800.000 civili furono costretto a fuggire dal Kosovo verso l’Albania.

Un vero conflitto armato esplose nel 1999 in cui si inserirono anche diverse forze internazionali per proteggere il Kosovo ed i suoi abitanti. La pulizia etnica fu così fermata e le due parti in conflitto furono invitate a trovare una soluzione comune, che ad oggi non ha visto un esito positivo. Con la Risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite 1244, approvata nel 1999 e a cui tutt’oggi i Paesi che non riconoscono l’indipendenza di Pristina (Russia e Cina in prima fila) fanno riferimento, il Kosovo fu provvisto di un Governo e un Parlamento provvisorio e posto sotto il protettorato internazionale UNMIK e NATO. I tentativi di normalizzazione della situazione delicatissima hanno però visto episodi sporadici di violenza, come ad esempio nel marzo 2004, quando gruppi composti principalmente da kosovari di etnia albanese attaccarono oltre trenta chiese e monasteri cristiani in Kosovo, uccidendo almeno venti persone e incendiando decine di abitazioni di serbi, nell’arco di cinque giorni .

Dopo la morte del presidente Ibrahim Rugova nel 2006 furono avviati i negoziati serbo–kosovari sotto la guida del mediatore ONU Martti Ahtisaari per definire lo status della provincia serba. Nonostante numerosissimi incontri tra le due parti, il piano per lo status finale del Kosovo preparato da Ahtisaari non fu mai condiviso ne’ dai serbi, che non volevano perdere la sovranita’ sulla provincia, ne’ dai kosovari, che miravano alla piena indipendenza. Il 16 febbraio 2008, un giorno prima dell’annunciata proclamazione d’indipendenza, l’Ue ha approvato l’invio di una missione civile internazionale in Kosovo, chiamata Eulex in sostituzione della missione UNMIK e per condurre il Paese nel periodo di transizione. La missione Eulex, composta da 2000 uomini, tra cui più di 200 italiani, ha l’obiettivo di sostenere le autorità kosovare nel mantenimento della sicurezza e dell’ordine pubblico, nel settore doganale e nell’amministrazione della giustizia. Lo stesso giorno dell’autoproclamata indipendenza da parte di Pristina, il 17 febbraio 2008, il Costa Rica è stato il primo Paese a riconoscere il Kosovo indipendente. Il giorno dopo, il 18 febbraio seguirono importanti riconoscimenti da parte degli Stati Uniti e dell’Albania. L’Ue non è riuscita a raggiungere un accordo unitario sul riconoscimento del nuovo Stato albanese e vi restano fortemente contrari Spagna, Grecia, Cipro, Romania e Slovacchia che nel riconoscimento ufficiale vedono un gravissimo pericolo di instabilità interna per le autonomie che chiedono più spazi e riconoscimenti. Il Governo italiano, ricordiamolo, ha riconosciuto ufficialmente l’indipendenza del Kosovo il 21 febbraio 2008.

Per quanto riguarda le forti contrarietà al riconoscimento da parte di paesi extraeuropei, vi sono in primo luogo Russia e Cina, entrambe con potere di veto al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, che non si è pronunciato a favore dell’indipendenza, ribadendo la propria Risoluzione n. 1244, che definisce il territorio kosovaro sotto sovranità serba. Le Nazioni Unite hanno accolto la richiesta della Serbia, rivendicata da Belgrado come una grande vittoria diplomatica, e hanno incaricato la Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja a pronunciarsi sulla legalità dell’autoproclamata indipendenza unilaterale del Kosovo. Il prossimo primo dicembre sarà cosi avviato il processo davanti a questo organo giuridico internazionale la cui decisione, anche se non vincolante, avrà un valore sicuramente rilevante, sia per il Kosovo indipendente che per i valori del diritto internazionale.

La Settimana scorsa, alla sessantaquattresima Assemblea Generale delle Nazioni Unite, che si caratterizza, come ormai di consueto, con gli interventi dei Capi di Stato e di Governo dei 192 Paesi membri dell’Onu, il presidente della Serbia Boris Tadic ha messo in primo piano, come annunciato, l’impegno della Serbia contro ulteriori riconoscimenti del Kosovo indipendente. Il presidente serbo si e’ appellato agli Stati che non hanno ancora riconosciuto la secessione di Pristina di non cambiare questa decisione e di impedire così una delle più grandi minacce al sistema internazionale che fu stabilito con l’istituzione delle Nazioni Unite. Rivolgendosi ai partecipanti dell’AG, il presidente Tadic ha sottolineato che i paesi che continueranno a sostenere l’integrità territoriale della Serbia contro la secessione di Pristina, contribuiranno alla decisione della Corte Internazionale di Giustizia chiamata a pronunciarsi sulla legalità dell’indipendenza kosovara in un’atmosfera libera di pressioni politiche. «Non c’è dubbio che il parere di questa corte sarà un forte precedente giuridico che si rispecchierà sull’intero sistema delle Nazioni Unite. L’esito finale ostacolerà gli altri momenti separatisti dal tentativo di realizzare le loro intenzioni oppure sarà un incoraggiamento ad intraprendere una via simile. In parole povere, se non verrà contestata questa indipendenza proclamata unilateralmente, saranno aperte le porte per negare l’integrità territoriale a qualsiasi membro delle Nazioni Unite» ha avvertito Boris Tadic. Come ribadito dal Capo dello Stato serbo, il principale obiettivo strategico della Seria è l’adesione all’Ue. Inoltre, «oltre ai quattro pilastri della nostra politica estera – Bruxelles, Mosca, Washington e Pechino – vogliamo approfondire i contatti con i paesi del movimento dei Nonallineati» ha detto Tadic al Palazzo di Vetro.

Il dibattito generale sulla legalità dell’indipendenza proclamata dal Kosovo, che si terrà in seno alla Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja, avrà quindi inizio il prossimo primo dicembre e avranno diritto ad intervenire, con dichiarazioni e commenti, tutti gli Stati membri delle Nazioni Unite, anche quelli che non hanno presentato precedentemente i loro rapporti con le argomentazioni e repliche. Il capo della diplomazia serba, Vuk Jeremic ha espresso soddisfazione che soltanto 61 Paesi, quindi meno di un terzo del totale di 192 Stati membri dell’Onu, hanno riconosciuto l’indipendenza kosovara, valutando che questo e’ dovuto al successo dell’impegno della diplomazia serba. Il Ministro degli Esteri serbo ha sottolineato anche l’importanza che tutti i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’Onu (Stati Uniti, Cina, Russia, Gran Bretagna e Francia) hanno accettato di presentare le loro posizioni sulla questione davanti alla Corte Internazionale di Giustizia. Belgrado si dice convinta che la Corte con sede all’Aja proclamerà l’indipendenza del Kosovo come un atto illegale e questo, secondo le valutazioni serbe, aiuterà la Serbia e l’intera regione a progredire nel cammino verso l’adesione all’Ue.


6 ottobre 2009


IL CAMMINO DELLA CROAZIA VERSO L’UE PASSA DA UN CONFINE IMPRECISO CON LA SLOVENIA

di Marina Szikora
da Libertiamo.it (articolo pubblicato il 30 settembre 2009)

La scena politica croata, che vista dall’ester(n)o appare forse incomprensibile, e’ scossa e divisa dopo quello che si e’ voluto definire un evento storico: l’accordo Kosor-Pahor sul delicatissimo contenzioso confinario tra Croazia e Slovenia, che dura ormai da lunghi 18 anni. L’accordo raggiunto lo scorso 11 settembre a Ljubljana ha comportato la revoca del veto sloveno sui negoziati di adesione della Croazia all’Ue.
L’accordo tra i due premier, dopo soli due incontri e a soli due mesi dall’insediamento della neo premier Jadranka Kosor ai ‘Banski dvori’ (sede del Governo croato) e’ senza dubbio un evento storico nella realtà politica della Croazia indipendente e un sucesso diplomatico in una situazione assai complicata, sia nei rapporti politici internazionali sia in quelle nazionali.

C’e’ da ricordare che la disputa confinaria fra Croazia e Slovenia va avanti da quando il 25 luglio 1991 Zagabria e Ljubljana dichiararono l’indipendenza. Nel 1954, l’ex Territorio Libero di Trieste (T.L.T) venne diviso tra Italia e Jugoslavia e a quest’ultima venne attribuita l’Istria nordoccidentale. L’area fu divisa fra le allora due Repubbliche di Slovenia e Croazia ma non fu mai stabilita una precisa linea di confine, poiché le due repubbliche facevano parte della stessa federazione jugoslava. Con l’indipendenza di Croazia e Slovenia, le acque del Golfo di Pirano e alcuni brevi tratti di confine terrestre sono diventati oggetto di disputa tra i due Paesi. Negli anni novanta la Croazia a piu’ riprese propose di ripartire in parti uguale il controllo delle acque del Golfo o di risolvere il problema davanti ad un tribunale internazionale, ma la Slovenia ha sempre rifiutato ogni tipo di soluzione che le precludesse l’accesso diretto alle acque internazionali nel nord Adriatico. E va parimenti ricordato che la Croazia non ha mai rinunciato al contatto diretto con le acque territoriali italiane nel Golfo di Trieste, presupposto legale di numerosi accordi tra Zagabria e Roma. Poiché il primo maggio 2004 la Slovenia ha aderito all’Ue, la disputa sul confine ha assunto un peso rilevante anche sui negoziati di adesione della Croazia all’Unione, iniziati il 3 ottobre 2005, e nel dicembre scorso Ljubljana ha posto il suo veto al proseguimento del processo negoziale europeo della Croazia, affermando che nei documenti inviati da Zagabria a Bruxelles risultava irrisolta la questione del confine tra i due paesi e veniva contraddetto l’interesse della Slovenia.

Nei mesi scorsi il commissario all’allargamento Olli Rehn ha tentato una mediazione che alla fine non ha portato a nessun esito e i negoziati sono stati sospesi. Dopo le inaspettate ed inspiegabili dimissioni del premier croato Ivo Sanader a fine giugno, sono bastati soltanto due incontri tra i capi di governo dei due paesi per portare all’accordo raggiunto finalmente lo scorso 11 settembre a Ljubljana.

All’inizio la valutazione dell’accordo Kosor-Pahor sembrava essere positivamente unanime sia da parte slovena che croata. Poi però le dichiarazioni con cui il primo ministro sloveno Pahor ha giustificato l’accordo e il segnale verde di Ljubljana al proseguimento dei negoziati di adesione croati hanno provocato una vera spaccatura tra le posizioni del governo croato di Jaranka Kosor e quelle dell’intera opposizione.

Le critiche principali arrivano dal maggior partito dell’opposizione croata – il Partito socialdemocratico (SDP) di Zoran Milanovic (successore del defunto ex premier Ivica Racan), al quale si aggiungono i liberali democratici del Partito popolare croato (HNS) di Radimir Cacic e Vesna Pusic, vicepresidente di ELDR nonche’ la Dieta democratica istriana (IDS) di Ivan Jakovcic. Le accuse che ormai piovono quotidianamente addosso alla premier e al suo governo gridano alla menzogna e all’inganno e denunciano una sorta di accordo segreto e concessioni a danno del territorio marittimo croato.

La premier Jadranka Kosor continua ad affermare che prima dell’accordo raggiunto a Ljubljana con l’omologo sloveno Borut Pahor, l’opposizione è stata informata su quella che sarebbe stata la base negoziale del governo croato.

In realtà, Ljubljana e Zagabria devono ancora accordarsi sulla modalita’ in cui verrà risolta la questione del confine. La Slovenia ritiene di avere diritto allo sbocco nel mare internazionale, la Croazia mantiene invece una posizione diversa, quindi la questione chiave dovra’ essere risolta attraverso un arbitrato internazionale. Il che apre questioni altrettanto importanti come il carattere, il mandato e la composizione della corte arbitrale, che senza dubbio dovrà essere composta anche da esperti di diritto internazionale.

I negoziati interrotti a causa del veto sloveno riprenderanno, come stabilito dalla presidenza svedese, il prossimo due ottobre e in contemporanea dovrebbero proseguire anche i colloqui sulla soluzione della disputa confinaria.

Ma anche il punto di partenza della discussione suscita feroci polemiche.

Lo stesso Ministero degli esteri e delle integrazioni europee croato (MVPEI) ha confermato che l’accordo Kosor-Pahor prevede che il punto iniziale dei negoziati sul confine con la Slovenia sarà la seconda proposta dell’eurocommissario all’allargamento Olli Rehn, già messa sul tavolo lo scorso giugno e in effetti rigettata da Zagabria. A seguito di quest’ultimo rifiuto la mediazione di Olli Rehn è stata interrotta per decisione dello stesso eurocommissario. La conferma che proprio da questa seconda proposta dovrebbero ripartire i colloqui tra Zagabria e Ljubljana ha provocato aspre reazioni da parte dell’opposizione croata.

C’è però da precisare che Zagabria lo scorso 8 maggio aveva accettato la prima proposta di Olli Rehn. Questa proposta separava la questione del confine sloveno-croato dall’accesso della Slovenia al mare internazionale. Il confine, sempre secondo questa proposta, si sarebbe dovuto stabilire davanti ad una corte internazionale, mentre la questione dell’utilizzo delle zone marittime e del contatto sloveno con il mare internazionale si sarebbe dovuto disciplinare secondo il diritto internazionale, in base al principio di giustizia e nello spirito delle relazioni di buon vicinato. Ljubljana non aveva rigettato direttamente questa proposta, ma l’aveva subordinato a cinque modifiche che riconoscevano l’accesso territoriale al mare internazionale. Anche se l’eurocommissario Rehn a piu’ riprese aveva dichiarato che la sua proposta, accettata dalla Croazia, era definitiva, lo scorso 15 giugno, Olli Rehn ha presentato tuttavia una seconda proposta, una versione modificata in cui parzialmente venivano accolte le richieste slovene. Il contenuto di questa proposta non e’ mai stato reso pubblico, tranne alcuni particolari. Nella nuova versione del testo, il commissario Ue all’allargamento ha cambiato la parola ‘contatto’ (in riferimento al contatto delle acque slovene con il mare internazionale) con quella ‘collegamento’, ma, in assenza di accordo, ha dichiarato di aver esaurito le capacità creative, i negoziati sono stati sospesi ed e’ stato affidato a Zagabria e Ljubljana il compito di risolvere il problema bilaterlamente.

Le cose pero’ non si complicano solo da una parte. Anche in Slovenia l’opposizione appare più che infuriata. Nel momento del voto alla Commissione esteri del Parlamento di Ljubljana sull’accordo Kosor-Pahor, i democratici si sono astenuti mentre i Popolari ed il Partito nazionale hanno già annunciato l’intenzione di promuovere un referendum. Del referendum si parla anche nella maggioranza, ma non sul protocollo di adesione della Croazia, bensì sull’arbitrato che dovrà essere raggiunto in concomitanza con la fine del processo negoziale con Bruxelles per l’ingresso di Zagabria nell’Ue.

Il Partito popolare sloveno ha quindi fatto sapere di avere già iniziato la raccolta firme per convocare il referendum sull’accordo arbitrale tra Slovenia e Croazia (sono necessarie 40.000 firme). I popolari sloveni insistono perché la questione del confine sia risolta prima dell’ingresso della Croazia nell’Ue, ma la cosa sorprendente è che si vuole indire un referendum sull’esito di negoziati che non sono nemmeno iniziati e di cui non si conosce né si può immaginare la soluzione.

Quale che sia l’ulteriore sviluppo della situazione, il processo negoziale croato riprendera’ il prossimo 2 ottobre.

Secondo le valutazioni questo consentirà a Zagabria di concludere i negoziati nella prima metà del 2010 e secondo previsioni e calcoli ottimistici, se non ci saranno nuovi ostacoli, la Croazia potrebbe aderire all’Ue verso la fine del 2011 o al massimo all’inizio del 2012 e portare così a compimento il principale obiettivo strategico della sua politica estera, la piena integrazione euroatlantica.

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