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passaggioasudest [ la realtà politica dell'europa sud orientale dai balcani alla turchia ]
 



Questo blog è dedicato ad un'area cruciale per il futuro europeo. Per l'area che va dai Balcani occidentali alla Turchia, infatti, passa il futuro dell'Unione europea come progetto politico così come il futuro di questi Paesi passa dalla scelta dell'integrazione in questo progetto.




"Dobbiamo ricordarci che l’informazione è un veicolo diretto all’utente, non è un soliloquio da parte del giornalista. Bisogna tenere sempre presente che chi è dall’altra parte del microfono deve poter comprendere una realtà in cui non è presente. Questo, penso, è il massimo sforzo che i giornalisti devono compiere".
Antonio Russo



"Il vero referendum sul futuro dell'Unione si terrà nei Balcani"
International Balkan Commission


"E poi, un giorno, è stato costruito un ponte che collegava le due rive del Bosforo. Quando sono salito sul ponte e ho guardato il panorama, ho capito che era ancora meglio, ancora più bello di vedere le due rive assieme. Ho capito che il meglio era essere un ponte fra due rive. Rivolgersi alle due rive senza appartenere".
Orhan Pamuk, Istanbul



Per inviare una email scrivi a pasudest@yahoo.it





18 settembre 2009


RILETTURE: LA JUGOSLAVIA E IL "NON ALLINEAMENTO"

Venti anni fa, dal 22 al 26 aprile del 1989, il Partito Radicale, che da poco più di un anno era divenuto transnazionale, tenne il suo 35° congresso a Budapest. Fu un evento eccezionale e per molti versi incredibile. Certo, il vento, nell'Europa oltre la "cortina di ferro" stava cominciando a cambiare, a Mosca con Gorbaciov si parlava di "glasnost" e "perestrojka", ma il mondo era ancora saldamente diviso in due blocchi. I capi della DDR giuravano che il muro di Berlino sarebbe durato ancora cento anni, in Polonia Solidarnosc era stata messa fuorilegge e il generale Jaruzelski aveva ristabilito l'ordine, la Cecoslovacchia processava i suoi dissidenti, Ceausescu manteneva il potere inseguendo le sue ossessioni di grandezza e la Bulgaria era sempre il più ortodosso alleato dell'URSS.
E la Jugoslavia?
La Jugoslavia si stava autodistruggendo ma l'Europa preferiva non vedere le nuvole nere che si approssimavano e non voleva rendersi conto che l'esplosione era solo questione di tempo. In pochi, già all'indomani della morte di Tito, quasi dieci anni prima, avevano intuito il pericolo. Tra questi pochi c'era Marco Pannella che da anni, invano, sosteneva l'ingresso della Jugoslavia nella Comunità Europea (non ancora Unione) come unica soluzione per disinnescare il terribile potenziale di odio interetnico che andava accumulandosi nei Balcani. Il leader radicale, però, si rivolgeva anche alla Jugoslavia stessa, ammonendo che il "non allineamento" che era stato il cardine della politica estera titina, non aveva più motivo né possibilità di essere. Le "vie nazionali", secondo i radicali, non erano più percorribili in nessuna parte del mondo, anche perché i governi occidentali, preferendo "Stati cuscinetto" a vere democrazie, finivano per spinge la Jugoslavia verso la catastrofe culturale e civile, prima ancora che politica ed economica. E proprio per questo era urgente che la Jugoslavia entrasse a far parte della Comunità Europea. Ma questo non avvenne e sappiamo tutti come andò a finire nel decennio successivo.
A questo proposito penso sia utile andare a rileggere cosa i radicali scrivevano in un densissimo "numero unico" che fu realizzato e distribuito proprio in vista del congresso di Budapest in inglese, ungherese e serbo-croato, e che si occupava, tra l'altro, anche del futuro della Jugoslavia.

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JUGOSLAVIA: L'EQUIVOCO DEL NON ALLINEAMENTO

Un fatto apparentemente marginale è stato ripreso e trattato dalla stampa di tutte le tendenze in un modo molto sintomatico. L'episodio della repressione di intellettuali in Jugoslavia, tra i quali Milovan Gilas, è stato messo in relazione con le difficoltà economiche e sociali della Repubblica jugoslava, ma senza cogliere la vera sostanza delle sue difficoltà. La Jugoslavia ha un governo che affronta con coraggio una politica di rigore nel tentativo di evitare la bancarotta, di meritare e mantenere crediti e fiducia a livello internazionale. Le indicazioni della Banca Mondiale, ufficiose, e quelle della CEE, sempre discrete, sono praticamente rispettate, o almeno i tentativi per rispettarle sono perseguiti con una ammirabile tenacia. Ma se la bancarotta è per ora evitata, lo si deve ad una politica occidentale di aiuti di grandi dimensioni, a cominciare da quella americana, anche se spesso si presenta sotto altre sembianze, ``svizzere'' per esempio.

L'ossessione jugoslava del non-allineamento - dogma e totem di tutte le generazioni dirigenti senza eccezione dal 1949 - costituisce l'ideologia pienamente favorita e diffusa dai paesi della Nato e della Comunità. Nello stesso tempo le menzogne e l'illusione della ``indipendenza nazionale'', della ``via jugoslava'' intesa come prospettiva e non solo come storia e cronaca passata, ipotecano la cultura, la politica ed ogni prospettiva a medio e lungo termine che non sia prospettiva di insicurezza.

La verità è che una via nazionale non è più proponibile senza esporsi al ridicolo, e questo vale anche per società come la tedesca e l'inglese; e che il non-allineamento è l'espressione di una disastrosa sottocultura che è -non a caso- coltivata e alimentata tanto dall'Est quanto dall'Ovest del mondo. La Jugoslavia non ha più i motivi nè la possibilità di un non- allineamento. D'altra parte, come il Burkina Faso o il Mali, l'Italia o la Spagna, la Grecia o la Svezia.

I vertici militari-industriali del sistema ``occidentale'' manifestano l'interesse a lasciare libero corso -o meglio, corso obbligato- a questa ``balla'': la democrazia politica ed un allineamento ideale su di essa, complicherebbe loro l'esistenza. E' meglio, molto meglio, che ad Ouagadougou, o a Bamako, Belgrado o Bagdad, non ci si ``allinei'' sul fronte democratico, all'interno come all'esterno, ma ci si serva di ``cuscinetti'' o di ``terre di nessuno'' e si governi questi popoli senza rispetto ``occidentale'' dei diritti della persona e dei diritti politici.

Durante tutta la legislatura del Parlamento europeo, ci siamo confrontati con la volontà ostinata della CEE e delle forze conservatrici e socialdemocratiche presenti in Parlamento. Volontà di ``rispettare'' l' ``indipendenza'' della Jugoslavia come quella del ``Terzo Mondo''. Volontà di applaudire, generosamente, al suo ``non- allineamento''; volontà di proclamare il disinteresse, l'incredulità e la sostanziale ostilità verso gli sviluppi di democrazia politica e di organizzazione non statuale dell'economia (con l'eccezione dell'iniziativa privata straniera) in questi paesi. E' così che si accompagna e si spinge, molto rapidamente, la Jugoslavia verso la catastrofe, culturale e civile, prima ancora che politica ed economica. Inutilmente chiediamo che la Jugoslavia sia ufficialmente informata del desiderio della Comunità di vederla un giorno parte integrante, e da subito ``associata''.

Inutilmente abbiamo sottolineato che il rispetto dei diritti umani, sociali, etnici, politici, che implica, o dovrebbe implicare, l'adesione alla Comunità, appartiene alla storia e alla cultura, al desiderio e ai profondi convincimenti dei popoli jugoslavi, e anche delle sue classi dirigenti. Inutilmente abbiamo ripetuto che non si doveva, per questo, compiere alcuna violazione della sovranità e dell' ``indipendenza'' di questo paese amico, ma che bisognava rispettarlo almeno quanto rispettiamo noi stessi, e proporgli di dividere con noi l'avventura storica di un'Europa politica, per una politica di giustizia, di libertà e di pace. In questo modo noi avremmo sia alimentato e arricchito il dibattito interno dei gruppi dirigenti, sia consentito a tutte le correnti di pensiero, scientifico e politico, che non possono essere - in Jugoslavia come altrove - nazionaliste, nazionalizzate e ``neutraliste'', di vivere in maniera non clandestina e sminuita. Il dibattito interno sarebbe stato e sarebbe certamente drammatico, ma vivo e vitale.

Al contrario, diviene sempre più drammatico, sicuramente nevrotico, ma anche inconsistente ed inutile. Si continua al contrario a far circolare una ``cultura'' che non vede altro che l'Est e l'Ovest, assunti come uguali nei loro antagonismi, appiattiti l'uno sull'altro, l'uno contro l'altro, nemici potenziali nel nome stesso dell' ``originalità'' e dell' ``indipendenza'' del paese. Insomma, la CEE e il Parlamento europeo come, d'altra parte, ognuno dei nostri Stati, sostengono l'irrilevanza, se non addirittura il pericolo, di una svolta democratica e liberale, all'interno, e antisovietica all'esterno, nella crescita del paese.

E' l'Europa partitocratica, con forti tendenze e tentazioni antidemocratiche, che ha, in definitiva, cattiva coscienza di sè, e degli altri. Al contrario, noi dobbiamo avere e fare fiducia. La Jugoslavia lo merita. Viva, dunque, la Jugoslavia europea, democratica ed ``allineata'' in una politica strutturale di pace, di vita, di alleanza storica Ovest-Sud. Questa utopia è, tra l'altro, la stessa che noi proponiamo all'Europa degli Stati e delle nazioni di oggi. 


18 febbraio 2009


PASSAGGIO IN ONDA

Passaggio a Sud Est
è il sabato alle 22,30 su Radio Radicale

Gli argomenti della puntata del 7 febbraio.

* La prima parte del programma è dedicata alla Turchia: uno stralcio della conversazione settimanale di Massimo Bordin con Marco Pannella del 1° febbraio in cui il leader radicale parla dei ritardi di una UE, sempre più Europa delle patrie e sempre meno patria europea, e un'intervista a Nathalie Tocci dello IAI sul ruolo internazionale di Ankara.

* Nella seconda parte si parla di Kosovo, della disputa sui confini tra Slovenia e Croazia, delle riforme istituzionali in Bosnia-Erzegovina, delle elezioni presidenziali in Macedonia e di iniziative economiche in Albania.

La trasmissione, curata e condotta in studio da Roberto Spagnoli con la collaborazione di Marina Sikora e Artur Nura, è riascoltabile come tutte quelle precedenti
sul sito di Radio Radicale.

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