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passaggioasudest [ la realtà politica dell'europa sud orientale dai balcani alla turchia ]
 



Questo blog è dedicato ad un'area cruciale per il futuro europeo. Per l'area che va dai Balcani occidentali alla Turchia, infatti, passa il futuro dell'Unione europea come progetto politico così come il futuro di questi Paesi passa dalla scelta dell'integrazione in questo progetto.




"Dobbiamo ricordarci che l’informazione è un veicolo diretto all’utente, non è un soliloquio da parte del giornalista. Bisogna tenere sempre presente che chi è dall’altra parte del microfono deve poter comprendere una realtà in cui non è presente. Questo, penso, è il massimo sforzo che i giornalisti devono compiere".
Antonio Russo



"Il vero referendum sul futuro dell'Unione si terrà nei Balcani"
International Balkan Commission


"E poi, un giorno, è stato costruito un ponte che collegava le due rive del Bosforo. Quando sono salito sul ponte e ho guardato il panorama, ho capito che era ancora meglio, ancora più bello di vedere le due rive assieme. Ho capito che il meglio era essere un ponte fra due rive. Rivolgersi alle due rive senza appartenere".
Orhan Pamuk, Istanbul



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5 ottobre 2009


VIOLENZE IN SERBIA: PROVE GENERALI IN VISTA DELL'ARRESTO DI MLADIC?

Scontri a Belgrado in pieno centro tra Terasije e Knez MihailaShock e tristezza in Serbia per la morte del francese”, “La Serbia piange per Brice”, “Giorno di lutto per la morte del ragazzo francese”: sono solo alcuni dei titoli apparsi sui giornali serbi alla notizia della morte di Brice Taton, il giovane tifoso del Tolosa massacrato a morte da un gruppo di hooligans a Belgrado. Vergogna, incredulità, delusione, rabbia, sono i sentimenti espressi dalla maggior parte dei cittadini serbi. Il fatto è che le violenze degli hooligans o degli estremisti ultranazionalisti (spesso le due cose coincidono) non sono una novità, ma fino all’omicidio del giovane francese non avevano scosso più di tanto l'opinione pubblica serba, né la politica.
Il problema non è di oggi, ma esiste da tempo. Slobodan Radovanovic, facente funzione del procuratore della Repubblica, al quotidiano “Politika”, ha dichiarato che non si tratta solo di tifosi ma di “membri di gruppi criminali organizzati, come evidenziato dai dossier penali sul loro conto in possesso della magistratura”. Danijela Nenadic, sul sito di Osservatorio Balcani, scrive che sono in pochi in Serbia a credere che i leader delle organizzazioni di ultradestra abbiamo agito autonomamente, decidendo di loro spontanea volontà di creare il caos a Belgrado. Cita lo psicologo Zarko Trebjesanin che, in un'intervista al quotidiano “Politika”, sostiene che non si tratti di incidenti isolati, e che le violenze non siano sorte all’improvviso: “Nel sottobosco metafisico della capitale hanno covato odio e aggressività, che molti psicologi e sociologi interpretano alla luce degli accadimenti degli anni Novanta e con l’attuale crisi economica che ha di nuovo riacceso il sentimento di mancanza di speranza, insoddisfazione e rabbia”.
Il professor Zoran Dragisic dell'università di Belgrado, in un'intervista al Courrier des Balkans, è più preciso e si dice convinto, pur non avendone le prove, che dietro ai gruppi estremisti ci sia un'unica regia.
Le ripetute violenze avvenute a Belgrado in questi ultimi mesi, dagli assalti alle ambasciate in occasione della proclamazione dell'indipendenza del Kosovo, alle aggressioni agli stranieri, alle minacce che hanno portato all'annullamento del Gay Pride, inducono poi un ulteriore sospetto, per niente rassicurante: sembrano tutte tappe di un disegno preciso in vista dell'arresto di Ratko Mladic, che molte voci indicano come sempre più vicino, forse alla fine dell'anno o già a novembre.
Proprio di questa iportesi ha parla Marina Sikora in una parte della sua corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda il 3 ottobre su Radio Radicale. Qui di seguito la trascrizione.


LE VIOLENZE IN SERBIA: UN TEST PER LE REAZIONI DOPO L'ATTESO ARRESTO DI RATKO MLADIC
di Marina Sikora
L'ondata delle violenze contro gli stranieri che ha colpito Belgrado, secondo il quotidiano serbo 'Blic' ha compromesso l'immagine di un'ambiente amichevole per i turisti, ma nel contempo ha aperto molte questioni relative all'enigma di chi sta' dietro a tali incidenti. Ivan Kuzminovic, direttore esecutivo del Comitato Helsinki per i diritti umani in Serbia, e' convinto che dietro a tutte queste violenze non ci sono soltanto individui bensi' si tratti di una strategia per alcuni prossimi eventi. In questo senso, Kuzminovic dichiara che «secondo tutti i dati disponibili, vi sono grandi possibilita' che e' stata presa la decisione definitiva di arrestare Ratko Mladic e si sente sempre piu' spesso che cio' avverra' entro la fine dell'anno, forse gia' a novembre». «Ritengo che questi gruppi stanno conducendo una simulazione per questo evento, che indubbiamente si realizzera', e penso che loro ci mandano un'immagine, un messaggio, che intendono lottare anche nel futuro per i loro valori di sangue e onore» ha detto il direttore esecutivo del Comitato Helsinki della Serbia.
A differenza di questa opinione, l'avvocato ed ex responsabile della polizia, Bozo Prelevic ha dichiarato per 'Deutsche Welle' che non vi sono prove che possano confermare si tratti di violenze organizzate, vale a dire che dietro le violenze vi possano essere partiti politici, motivi antieuropei o altri centri di potere in ombra.
Sempre secondo il direttore esecutivo del Comitato Helsinki Ivan Kuzminovic, le violenze contro gli stranieri sono assolutamente un tentativo di compromettere il governo serbo, che secono Kuzminovic e' molto facilmente compromettibile poiche' si tratta «di un gruppo di persone collegate soltanto con il potere comune e in nessun modo con valori democratici in generale. «Penso che il bersaglio sono innanzitutto il Partito democratico e il Partito socialista della Serbia in quanto, forse, due partiti chiave. Penso che questo sia parzialemente anche l'inizio di una campagna preelettorale molto lunga e difficile nella quale la Serbia entrera' verso la fine dell'anno oppure l'anno prossimo» afferma l'esperto politico serbo e aggiunge che se si cerca un colpevole concreto, allora lo si dovrebbe cercare negli ultimi venti anni della storia serba. Si tratta della promozione di violenze in quanto modo per risolvere i conflitti e le divergenze. Lo Stato, per questa ragione – e' dell'opinione Kuzminovic – deve promuovere il tasso zero di tolleranza quando si tratta di vicende di questo genere.
In questa luce ha assunto un carattere ancora piu' allarmante la morte del 28-enne cittadino francese Brice Taton, deceduto dopo 12 giorni in seguito alle ferite subite lo scorso 17 settembre nel centro di Belgrado. Il giovane francese e' stato brutalmente picchiato dai teppisti prima della partita di calcio Partizan-Tolosa. Su iniziativa del Ministro dello Sport, Snezana Samardzic Markovic, e del partito G17 Plus, e' stato dichiarato un giorno di lutto nazionale, per i funerali di Taton, per dimostrare che «c'e' un'altra Serbia che detesta la violenza». Migliaia di persone si sono riunite mercoledi' a Belgrado, Novi Sad, Nis e Pancevo a posare le corone e bruciare candele per dare omaggio a Brice Taton. Molti cittadini accanto alle candele hanno lasciato biglietti con scritte come: «Vergognati Serbia perche' uccidi i tuoi ospiti». Un omaggio al giovane tifoso uccisio hanno dato anche molti politici, rappresentanti di Governo e parlamentari nonche' personalita' pubbliche. L'Ombudsman per la protezione dei cittadini della Serbia, Sasa Jankovic ha invitato le istituzioni e la societa' di offrire alternative concrete ai comportamenti di violenza e ha avvertito che la morte di Brice Taton ha affrontato la Serbia nella maniera piu' tragica con il fatto che le violenze da molto tempo fanno parte della quotidianita' serba.


8 ottobre 2008


BOSNIA: VITTORIA NAZIONALISTA ALLE AMMINISTRATIVE

Domenica scorsa si è votato in Bosnia Erzegovina per le elezioni amministrative: era la quarta volta dalla fine della guerra. Quasi tre milioni i cittadini chiamati alle urne per scegliere tra 29 mila candidati distribuiti in 80 partiti politici, 41 coalizioni e 239 candidati indipendenti. La novità rispetto alle precedenti elezioni locali, tenutesi nel 2004, era che per la prima volta hanno potuto presentarsi autonomamente anche i rappresentanti delle minoranze nazionali per le quali si sono presentati 34 candidati. Il voto del 5 ottobre conferma che il panorama politico della Bosnia Erzegovina non ha subito particolari variazioni: la maggioranza dei seggi dei consigli comunali e dei sindaci, nei 142 comuni del Paese, sono infatti andati ai partiti nazionalisti, serbi, croati e musulmani.
I risultati preliminari diffusi in questi giorni indicano un trionfo per l'Unione dei socialdemocratici indipendenti del premier della Republika Srpska (l'entità a maggioranza serba), Milorad Dodik, che dovrebbe avere 41 sindaci, 26 in più rispetto alle elezioni del 2004. L'Snsd riconferma così la vittoria delle politiche di due anni fa. Esce ridimensionato, invece, il Partito democratico serbo che fu al governo durante e dopo la guerra del 1992-95 che è riuscito a mantenere la maggioranza in due centri importanti, Bijeljina e Doboj, ma ha visto il numero dei suoi sindaci ridotto da 31 a 15.
Nelle zone a maggioranza musulmana della Federazione croato-musulmana (l'altra entità in cui è diviso il Paese) si è registrata la vittoria del Partito d'azione democratica di Sulejman Tihic che avrà di sicuro 36 sindaci (forse 38). Il maggiore partito musulmano sembra dunque aver riconquistato quella parte dell'elettorato che nelle precedenti elezioni, sia amministrative che politiche, aveva preferito votare il Partito per la Bosnia Erzegovina (SBiH) dell'esponente musulmano della presidenza tripartita, Haris Silajdzic. I croati da parte loro hanno votato in maggioranza per l'Unione Croata Democratica (HDZ) che ha ottenuto 15 municipalità.
La Bosnia Herzegovina si dimostra dunque ancora frammentata su base etnica e le elezioni amministrative di domenica non hanno fornito nessun elemento che lasci pensare al superamento dei partiti fondati sull'etnia rispetto a movimenti politici interetnici che pure esistono. Il secondo aspetto di queste elezioni locali - per altro strettamente legato al primo - è che sono state assai poco locali, nel senso che nella campagna elettorale hanno prevalso nettamente i temi nazionali. I politici - compresi quelli che fanno parte delle assemblee locali - si sono rivolti agli elettori parlando principalmente di temi che non sono di competenza delle autorità locali. Si è parlato di cambiamenti costituzionali e, in generale, di questioni che sono di competenza delle entità o dello Stato centrale e quasi nulla di scuole, infrastrutture, servizi per i cittadini.
Diversi osservatori hanno constatato sconsolati che negli ultimi 10 anni in Bosnia Erzegovina non è cambiato nulla nel modo di rivolgersi ai cittadini, con i partiti anche in questa occasione hanno fatto ricorso di retorica spiccia su temi generali che sono stati già proposti agli elettori nelle precedenti elezioni.
Un dato positivo, che ha smentito le previsioni della vigilia, è stato l'aumento della partecipazione al voto rispetto alle passate elezioni e l'inversione di tendenza che aveva visto l'astensione sempre in aumento nella varie tornate elettorali. Domenica scorsa ha votato il 55% degli aventi diritto. Alle elezioni locali del 2004 in Bosnia Erzegovina aveva votato invece il 42,5% dei cittadini con diritto di voto. Alle elezioni generali del 2006 si è recato alle urne il 44% degli elettori.

Alle elezioni amministrative del 5 ottobre in Bosnia è dedicato lo Speciale di Passaggio a Sud Est, l'approfondimento settimanale sulla situazione politica in Europa sud orientale
in onda questa sera su Radio Radicale.


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permalink | inviato da robi-spa il 8/10/2008 alle 21:27 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


26 maggio 2008


I NAZIONALISTI DAL GOVERNO DI BELGRADO A QUELLO DELLA SERBIA?

Il municipio di BelgradoIn Serbia si prepara un governo nazional-conservatore? Se ci si dovesse basare sui precedenti si direbbe di sì. Le scelte politiche della capitale di solito rispecchiano e anticipano quelle nazionali. E così sembra essere anche questa volta. La lista liberal-europeista "Per una Belgrado europea" - specchio della lista nazionale "Per una Serbia europea" che si è raggruppata attorno al Partito democratico del presidente della repubblica Boris Tadic - ha vinto le elezioni per il consiglio comunale ma da sola non ha la maggioranza. Come non ce l'avrebbe una eventuale coalizione formata dagli ultranazionalisti del Partito radicale serbo e dai conservatori guidati dal premier uscente Vojislav Kostunica. Esattamente come avvenuto nelle elezioni politiche. E anche a Belgrado, come a livello nazionale, ago della bilancia sono i socialisti di Ivica Dacic.
Oggi è stato annunciato il raggiungimento dell'accordo per il municipio della capitale: i socialisti daranno il loro appoggio esterno alla giunta comunale che sarà formata dal Partito radicale serbo e dal Partito democratico serbo alleato con la piccola formazione Nuova Serbia. Dunque se anche questa volta Belgrado farà da battistrada si preannuncia un accordo analogo a livello nazionale. In questa occasione però non è detto che sarà così. Una decisione per il governo nazionale è attesa non prima della fine del mese di giugno e non è escluso che in questo caso i socialisti di Dadic decidano di appoggiare il Partito democratico del presidente Tadic, cioè il partito che, sotto la guida di Zoran Djindjic (il premier poi assassinato nel 2003), fu il protagonista della caduta di Milosevic e della sua successiva consegna al tribunale internazionale dell'Aja (dove morì, detenuto, nel 2006).
Kostunica ora preme perché l'accordo raggiunto nella capitale sia replicato quanto prima per il governo nazionale. Il leader conservatore attraverso l'agenzia Tanjug ha fatto appello a che si prenda la decisione di formare un governo nazionalista che si occupi degli interessi statali e nazionali della Serbia "in maniera indipendente, senza nessun condizionamento esterno". Un'alleanza nazionalista fondata sul rifiuto dell'indipendenza del Kosovo e quindi sull'ingresso nell'UE solo con la ex provincia che ha dichiarato unilateralmente la secessione lo scorso 17 febbraio. Insomma, Europa sì ma solo ripristinando la sovranità serba sul Kosovo, altrimenti Belgrado si rivolgerà a est, alla grande madre Russia in nome della fratellanza slava e ortodossa.
Di Serbia al bivio tra est e ovest avevamo del resto parlato un po' tutti alla vigilia delle elezioni dell'11 maggio. Da una parte gli europeisti, convinti della necessità di tenere separata la questione del Kosovo da quella dell'integrazione europea. Dall'altra i nazional-conservatori disposti a rischiare l'isolamento internazionale pur di non rinunciare al Kosovo e che chiedono protezione alla Russia. O Mosca o Bruxelles. In realtà le due cose non sono antitetiche perché a prescindere da chi formerà il nuovo governo la Serbia non potrà fare a meno dell'Europa. Ne è convinto Goran Svilanovic, ex ministro degli Esteri e già funzionario del Patto di stabilità per il sud est Europa, che spiega perchè in un'intervista a Luka Zanoni per l'Osservatorio sui Balcani.
"La Serbia non può costruire il suo avvicinamento alla Russia senza progredire nelle relazioni con l’UE e la NATO, proprio come non può puntare a diventare membro dell’Unione europea ed eventualmente della NATO, senza che questo processo non sia seguito da un progresso significativo nelle relazioni sia economiche che politiche con la Russia", afferma Svilanovic che prosegue: "Per la nostra opinione pubblica, l’immagine semplificata è che siano due strade diverse, e che addirittura siano due strade opposte. La Serbia ha solo una strada e questa porta verso la membership nell’UE. E, io credo, anche verso la NATO. Ciò vale per chiunque governi la Serbia. Dal governo dipende solo la velocità, ma non la direzione del movimento. Purtroppo i nostri politici, almeno in campagna elettorale, presentano l’Europa e la Russia come alternative opposte. È un errore. [...] Con l’ingresso della Serbia nell’UE, le relazioni con la Russia diventeranno parte della politica comune europea rispetto alla Russia. In queste relazioni c’è posto sia per l’accordo sul gas sia per altri progetti comuni".

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