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passaggioasudest [ la realtà politica dell'europa sud orientale dai balcani alla turchia ]
 



Questo blog è dedicato ad un'area cruciale per il futuro europeo. Per l'area che va dai Balcani occidentali alla Turchia, infatti, passa il futuro dell'Unione europea come progetto politico così come il futuro di questi Paesi passa dalla scelta dell'integrazione in questo progetto.




"Dobbiamo ricordarci che l’informazione è un veicolo diretto all’utente, non è un soliloquio da parte del giornalista. Bisogna tenere sempre presente che chi è dall’altra parte del microfono deve poter comprendere una realtà in cui non è presente. Questo, penso, è il massimo sforzo che i giornalisti devono compiere".
Antonio Russo



"Il vero referendum sul futuro dell'Unione si terrà nei Balcani"
International Balkan Commission


"E poi, un giorno, è stato costruito un ponte che collegava le due rive del Bosforo. Quando sono salito sul ponte e ho guardato il panorama, ho capito che era ancora meglio, ancora più bello di vedere le due rive assieme. Ho capito che il meglio era essere un ponte fra due rive. Rivolgersi alle due rive senza appartenere".
Orhan Pamuk, Istanbul



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23 gennaio 2010


KOSOVO: RELAZIONE DI BAN KI MOON AL CONSIGLIO DI SICUREZZA

La situazione del Kosovo di nuovo all'attenzione delle Nazioni Unite. Ieri il Consiglio di Sicurezza ha discusso l’ultima relazione trimestrale del segretario generale Ban Ki-moon che invita le autorità di Belgrado e di Pristina a lasciare da parte la questione dello status del Kosovo per concentrarsi sulla cooperazione regionale. La Serbia ha deciso di essere presente al massimo livello al Palazzo di vetro: la delegazione serba è stata infatti guidata dal presidente Boris Tadic accompagnato dal ministro degli Esteri Vuk Jeremic. Un modo per sottolineare l'importanza che Belgrado attribuisce alla questione del Kosovo e il rifiuto di riconoscere l'indipendenza della provincia che secondo la risoluzione 1244 del Consiglio di sicurezza continua ad essere una provincia serba.

Al centro del dibattito è stata l’annunciata volontà del governo kosovaro di integrare l’area a maggioranza serba di Mitrovica Nord puntando su un piano di decentralizzazione che includerebbe una maggiore presenza di polizia e tribunali dipendenti da Pristina. Un progetto definito “illegale” dal ministro degli Esteri serbo, Vuk Jeremic, che ha accompagnato il presidente Boris Tadic a New York, e che desta preoccupazione per le probabili rimostranze della popolazione di etnia serba fedele a Belgrado, che non ha mai accettato la sovranità di Pristina. La durissima reazione dei serbi di Mitrovica al tentativo degli ufficiali della missione dell’Onu (Unmik), nel marzo 2008, di assumere il controllo dei tribunali della città, fa temere seriamente che la stessa operazione possa essere accettata pacificamente qualora fosse tentata questa dalle autorità di Pristina.

Il problema coinvolge direttamente anche l’Unione europea che lo scorso anno ha dispiegato la propria missione civile Eulex, impegnata in particolare proprio sul fronte giudiziario: La portavoce di Eulex, Karim Limdal, ha infatti ammesso che la missione europea è stata consultata da Pristina su questo tema, ma si è affrettata a precisare che questa "non è la strategia dell’Ue". Il presidente Tadic ha ribadito che la Serbia non riconoscerà mai l’indipendenza proclamata unilateralmente dal Kosovo il 17 febbraio 2008, e ha ricordato che sulla legittimità della secessione kosovara secondo il diritto internazionale pende ancora il giudizio della Corte internazionale di Giustizia dell'Onu. Una sentenza attesa per la metà di quest'anno che pur non avendo un valore cogente, avrà un indubbio peso politico e diplomatico. Un orientamento condiviso dalla Russia il cui ministro degli Esteri ha attribuito proprio alla decisione della Corte la destabilizzazione della regione.

Nei giorni scorsi l'ex rappresentante dell'Unmik nel nord del Kosovo, Gerard Gallucci, ha scritto sul suo blog che l'Ufficio civile internazionale (Ico) avrebbe un "piano segreto" per applicare il Piano Ahtisaari nelle zone a maggioranza serba del nord del Kosovo. Il piano prevederebbe di organizzare elezioni a Mitrovica nord e nei tre comuni di Zvecan, Leposavic e Zubin Potok nella primavera di quest'anno per emarginare le strutture parallele organizzate dai serbi, proseguire il dispiegamento della missione civile europea Eulex in queste zone e chiudere l'ufficio dell'Onu. Il presidente Tadic ha condannato severamente questa "soluzione finale" per il nord del Kosovo dichiarando che il piano rappresenta una pericolosa e inutile provocazione che potrebbe mettere a repentaglio la fragile stabilità del Kosovo. Una soluzione di questo tipo, secondo Tadic, violerebbe drasticamente la risoluzione 1244 e impedirebbe di trovare una via d'uscita dalla crisi, tenendo presente che la Serbia e gli altri attori internazionali che dimostrano responsabilità stanno cercando invece il modo di mantenere la stabilità.

La situazione rimane dunque estremamente delicata, come ha spiegato il segretario generale Ban Ki-moon nella sua relazione, nella quale questa fase è definita "relativamente pacifica ma fragile". La relazioni del segretario generale dell'Onu è stata seguita da quella del capo dell’Unmik Lamberto Zannier. In questo Belgrado e Pristina restano per il momento su posizioni inconciliabili. Il ministro degli Esteri kosovaro, Skender Hiseni, definito dai serbi "rappresentante delle autorità provvisorie kosovare", ha dichiarato che Pristina non intende più negoziare lo status del Kosovo. Parole che hanno provocato la reazione del presidente serbo Tadic, secondo il quale posizioni del genere rappresentano una minaccia per l’intera regione. Tadic ha rilevato che l’intera regione è stata vittima di quello che è accaduto negli anni Novanta e che è inaccettabile che Hiseni usi questo come argomento per dichiarare che lo status del Kosovo è risolto.


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permalink | inviato da robi-spa il 23/1/2010 alle 17:48 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (12) | Versione per la stampa


9 dicembre 2009


BALCANI: LA VIA PER BRUXELLES PASSA DALL'AJA

Di Marina Szikora
Il testo che segue è la trascrizione di una parte della corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda sabato 5 dicembre su Radio Radicale.

Con il proseguimento del processo di negoziati di adesione della Croazia all'Ue, e' chiaro che per Zagabria la priorita' diventa l'apertura e chiusura del massimo numero di capitoli. Tra i piu' delicati quello che riguarda la giustizia. Ed e' per questo che con particolare attenzione e' stato atteso il rapporto periodico del procuratore generale del Tpi dell'Aja, Serge Brammertz, presentato giovedi' alle Nazioni Unite. Nel suo rapporto, Brammertz ha salutato i nuovi sforzi che il Governo croato sta' intraprendendo per trovare i contestati e scomparsi diari di artigleria dell'operazione Tempesta del 1995. Il procuratore Brammertz si e' appellato alle autorita' croate di intraprendere urgentemente tutte le misure necessarie per concludere l'intera e fondata indagine relativa ai documenti in questione la cui consegna e' stata chiesta dalla Procura dal 2007. La questione che resta peroccupante, ha detto Brammertz alla riunione del Consiglio di Sicurezza, e' la richiesta ancora irrisolta di lacalizzare e consegnare i documenti miliatari chiave connessi all'operazione Tempesta del 1995.

Brammertz ha salutato «l'iniziativa personale della premier Jadranka Kosor» in base alla quale nello scorso ottobre e' stato creato un gruppo di lavoro con l'obiettivo di localizzare i documenti in questione, in particolare perche', come sottolienato, praticamente non ci sono state azioni nelle indagini amministrative dall' ultimo rapporto di Brammertz al Consiglio di Sicurezza presentato lo scorso giugno. La presidente del Governo croato, Jadranka Kosor si e' detta contenta insieme al suo governo perche' il procuratore capo del Tribunale dell'Aja ha saputo riconoscere gli sforzi del governo croato nella ricerca dei documenti. «Anche in questo momento il nostro gruppo di lavoro continua ad essere impegnato e il nostro lavoro non e' terminato ne' con la consegna del rapporto sull'indagine amministrativa ne' con il rapporto di Brammertz al Conisglio di Scurezza. Noi proseguiamo» ha detto la premier Kosor commentando il rapporto di Brammertz.

Molto meno soddisfatto il ministro della giustizia, Ivan Simonovic: «E' raggiunto un progresso rispetto al rapporto scritto, ma e' preoccupante il suo insistere sulle rapide indagini realtive ai diari di artiglieria» ha detto il ministro Simonovic ammettendo che per un certo periodo vi e' stato disordine nelle documentazioni e ha spiegato che una parte dei documenti a causa di negligenza e' andata persa e una parte e' stata sequestrata. Il ministro della giustizia croato ha smentito la tesi che il sostegno degli Stati Uniti al Consiglio di Sicurezza e' condizionato da un maggiore invio di soldati croati in Afghanistan.
Il giornalista croato che segue da piu' vicino la questione della collaborazione di Zagabria con il Tpi, Denis Romac, del quotidiano di Fiume 'Novi list' ritiene che l'insistere sui diari di artiglieria e' un tentativo di Brammertz di salvare una parte dell'atto di accusa contro i generali Gotovina, Cermak e Markac. Romac ha detto che la Procura ha portato una serie di testimoni che non sono riusciti a dimostrare la tesi dell'eccessivo bomabardamento e quindi per dimostrarla adesso ha bisogno dei diari.

E mentre generalmente, la Croazia resta negativamente colpita dai toni abbastanza negativi del rapporto di Brammertz, la Serbia riceve un voto, si direbbe, molto piu' positivo. Nel suo rapporto periodico, il procuratore generale dell'Aja ha detto di essere in costante contatto con i servizi che sono impegnati nella caccia ai due super ricercati dell'Aja, Ratko Mladic e Goran Hadzic e ha sottolineato che questi servizi «lavorano con efficacia e in modo coordinato». Pero', Brammertz ha ribadito anche che la Serbia deve continuare queste azioni con un obiettivo chiaro – quello di arrestare i due criminali di guerra latitanti. «L'arresto di Mladic e Hadzic resta la priorita' del mio ufficio» ha detto Brammertz aggiungendo che Belgrado e' stata efficace nella consegna dei documenti.

Il presidente della Serbia, Boris Tadic da parte sua, commentando il rapporto di Brammertz ha dichiarato che la caccia ai latitanti sara' sicuramente compiuta. «Anche se l'Ue non lo porrebbe piu' come condizione del proseguimento del processo di integrazione, la Serbia continuerebbe la caccia a Mladic e Hadzic e l'arresterebbe appena sarebbero localizzati» ha detto Tadic. Secondo Rasim Ljajic, coordinatore del team per la cooperazione della Serbia con il Tpi, ha dichiarato per il quotidiano 'Blic' che «date le attuali condizioni, il rapporto non poteva essere piu' positivo. Il rapporto e' oggettivo e rispecchia la situazione reale della nostra collaborazione con il Tribunale, e questo al momento e' il piu' importante per noi» ha detto Ljajic. Secondo le informazioni dei media serbi, il ministero degli esteri olandese non fa ancora dichiarazioni pubbliche, ma stando a informazioni diplomatiche, afferma il quotidiano di Belgrado 'Blic', si possono attendere buone notizie per la Serbia. Una decina di giorni fa, il capo della diplomazia olandese, Maxim Verheugen, ha ottenuto il segnale verde della maggioranza parlamentare per ammorbidire la posizione verso Belgrado, se il rapporto di Brammertz sara' positivo.

Gli stati membri dell'Ue, attualmente discutono del fatto che oltre alla decisione dello sblocco dell'Accorto temporaneo commerciale con la Serbia, si passi anche al processo della ratifica dell'Asa. Sempre secondo la stampa serba, questo potrebbe avvenire gia' settimana prossima al Consiglio dei ministri Ue che si riunisce lunedi' e martedi'. Gli Stati membri sono divisi per quanto riguarda questa posizione, ma prevalgono quelli che sono a favore di premiare gli sforzi della Serbia anche con la ratifica dell'Asa. Se cio' accadesse veramente, l'arresto degli imputati latitanti rimarrebbe condizione per lo status di candidato della Serbia all'adesione.
Il suo rapporto annuale al Consiglio di Sicurezza ha presentato anche il presidente del Tribunale dell'Aja, Patrick Robinson il quale ha detto che e' in vista la conclusione di tutti i processi in corso al Tribunale. Robinson ha pero' aggiunto che l'insuccesso di portare davanti alla giustizia internazionale Ratko Mladic e Goran Hadzic 'contaminerebbe' il contributo storico del Tpi alla costruzione della pace in ex Jugoslavia. «Spero che il Conisglio di sicurezza e i suoi stati membri lavorino fermamente affinche' questo obiettivo sia realizzato» ha detto il presidente Robinson.

L'ex coordinatore del Patto di stabilita' per l'Europa sudorientale, Erhard Busek ha valutato positivamente l'impatto che il Trattato di Lisbona avra' sull'allargamento dell'Ue in Europa sudorientale. Con la sua entrata in vigore – ha detto Busek – vengono eliminate le precedenti scuse che l'Ue non puo' allargarsi a causa delle limitazioni istituzionali e quandi adesso si puo' attendere un progresso di tutti i paesi della regione. Queste sono state le osservazioni di Busek in occasione della presentazione della rivista 'European perspectives' a Ljubljana. Si tratta della rivista scientifica del Centro per la prospettiva europea (CEP) fondato qualche anno fa da parte del governo sloveno. L'obiettivo di questa organizzazione e' di aiutare la trasfomrazione dei paesi vicini nel loro cammino verso l'Ue. Anche Busek partecipa in quanto collaboratore della rivista.
E nonostante le riserve sulla collaborazione di Zagabria con il Tpi dell'Aja espresse nel rapporto di Brammertz, la premier croata Jadranka Kosor ha confermato ieri sera alla TV di stato HTV che l'Ue lunedi' iniziera' a lavorare sul Trattato di adesione con la Croazia. Il 2012 e' l'anno sempre piu' probabile dell'ingresso della Croazia all'Ue, ha detto la presidente del governo croato. Jadranka Kosor ha confermato che si aspetta che i ministri degli esteri dell'Unione lunedi' sostengano la proposta della presidenza svedese di iniziare ad elaborare il trattato di adesione con la Croazia. «E' arrivato il tempo di iniziare a lavorare sulla bozza del trattato di adesione della Croazia all'Ue» si sottolinea nella dichiarazione della presidenza svedese che invita il Consiglo dell'Unione di formare il cosidetto gruppo di lavoro ad hoc per l'elaborazione della bozza. Ai ministri, settimana prossima, dovrebbe aggiungersi anche il procuratore capo Serge Brammertz al quale i ministri europei potrebbero porre domande sulla collaborazione croata con la giustizia internazionale poiche' a causa dei contestati diari di artiglieria alcuni paesi, tra cui Olanda e Gran Bretagna si rifiutano di dare il segnale verde all'apertura dell'importantissimo capitolo sulla giustizia e diritti fondamentali.


5 dicembre 2009


KOSOVO: LA SOLUZIONE NON PUO' ESSERE CHE POLITICA

Infografica La StampaMartedì scorso, 1 dicembre, si è aperto davanti alla Corte Internazionale di Giustizia all'Aja il procedimento sulla leggittimità dell'indipendenza unilaterale del Kosovo proclamata il 17 febbraio 2008. Ad interessare della questione la Corte - che è il massimo organo giurisdizionale delle Nazioni Unite - era stata l'Assemblea Generale dell'Onu su richiesta della Serbia che è riuscita a raccogliere il sostegno richiesto in casi di questo genere. E a dimostrare che la questione è tutt'altro che secondaria c'è il fatto significativo che nessun dibattimento davanti alla Corte aveva mai visto una così alta partecipazione: sono infatti 36 i paesi che hanno inviato dichiarazioni scritte e 28 quelli che hanno chiesto di intervenire, metà dei quali hanno già riconosciuto l'indipendenza del Kosovo. Presenti i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, tra cui, per la prima volta, la Cina, mentre le delegazioni russa e americana saranno schierate come da tradizione su fronti opposti con Mosca che difende le ragioni della Serbia, mentre Washington resta il grande sponsor dell'indipendenza dei kosovari albanesi.

Le posizioni delle due parti in campo sono quelle ben note. Per la Serbia la proclamazione di indipendenza dei kosovari albanesi è stato un atto di secessione che non ha precedenti nel diritto internazionale, mentre gli albanesi sostengono che dopo anni di violazioni dei loro diritti umani , in particolare nel 1999, la Serbia ha perso i propri diritti sul Kosovo. Per Belgrado l'indipendenza del Kosovo, culla storica della nazione Serbia esseziale per la sua identità, rappresenta una sfida all'ordine legale internazionale. La delegazione di Belgrado è assistita da diversi esperti di diritto internazionale tra i quali Andreas Zimmermann, docente di diritto internazionale all'Università di Potsdam, per il quale il riconoscimento del diritto alla secessione del Kosovo "costituirebbe un precedente tra i più pericolosi", perché verrebbe a significare che "la creazione di un'amministrazione da parte delle Nazioni unite non era altro che un primo passo d'un processo di secessione".

In effetti, dopo la fine della guerra, nel giugno 1999 e in seguito all'intervento internazionale il Kosovo è stato posto sotto amministrazione Onu sulla base della Risoluzione 1244 del Consiglio di sicurezza dell'Onu che riconosce la sovranità della Serbia sul Kosovo anche se ne affidava l'amministrazione all'Unmik, la missione in Kosovo delle Nazioni Unite. Secondo il capodelegazione della Serbia alla Cig, l'ambasciatore di Belgrado in Francia Dusan Batakovic, la dichiarazione d'indipendenza di Pristina è stato "un tentativo per mettere fine all'amministrazione dell'Onu e alla sovranità della Serbia sulla sua provincia meridionale". Secondo un altro esperto convocato dalla Serbia, Malcom Shaw, anche il fatto che 63 paesi abbiano già riconosciuto il Kosovo non ha rilevanza: "Ciò che è illegale non può essere reso legale da terze parti", ha spiegato Shaw, che inoltre ha messo in guardia sul fatto che il riconoscimento del diritto alla secessione per Pristina sarebbe un precedente pericoloso anche in altre realtà che devono vedersela con movimenti separatisti.

Diamentralmente opposta la posizione dei kosovari albanesi secondo i quali l'indipendenza del Kosovo è ormai irreversibile e lo resterà, come ha dichiarato il ministro degli Esteri del Kosovo Skender Hyseni, capodelegazione di Pristina, "non solo per il Kosovo ma anche per garantire una pace e una sicurezza durevole nella regione, alle quali ha fortemente contribuito". A fianco degli albanesi l'esperto britannico Michael Wood. il presidente Fatmir Sejdiu si è detto certo che gli argomenti di Pristina saranno "imbattibili", perchè la dichiarazione di indipendenza è stato frutto di violenze e "spargimento di sangue" kosovaro ad opera dei serbi.

La conclusione del dibattimento è prevista per il prossimo 11 dicembre, mentre il proprio parere della Corte internazionale sulla legalità della proclamazione di indipendenza non è attesa prima dell'estate 2010. Il verdetto della Corte non è vincolante, ma avrà un grande peso politico e diplomatico. I contrari all'indipendenza kosovara sostengono che il diritto internazionale non permette la modifica unilaterale delle frontiere di un Paese, come avvenuto con la dichiarazione del 17 febbraio 2008, mentre i favorevoli sono inclini a seguire la tesi del "caso eccezionale", ovvero alla situazione di repressione, violenza e pulizia etnica che ha reso inevitabile il distacco di Pristina da Belgrado. Se ottenesse un parere favorevole, Belgrado si dice pronta a tornare al tavolo delle trattative sullo status del Kosovo. "La Serbia respinge l'affermazione secondo la quale tutte le ipotesi alternative nel negoziato sono esaurite", ha affermato l'ambasciatore Batakovic, secondo il quale, se la corte darà ragione ala posizione serba, "si creeranno le condizioni per arrivare a un compromesso sul futuro status del Kosovo". L'ipotesi è nettamente respinta da Pristina: "Noi non possiamo partecipare a negoziati che rimettano in dubbio il nostro status come nazione indipendente e sovrana: non possiamo avere un ritorno al passato", ha detto il ministro Hyseni.

In effetti resta assai dubbio come ciò potrebbe accadere. Durante i negoziati che precedettero la dichiarazione di indipendenza e che portarono all'elaborazione del cosiddetto Piano Ahtisaari, serbi e albanesi non riuscirono a trovare un compromesso su nessuna questione, nemmeno quelle secondarie. Martti Ahtisaari, inviato del segretario generale dell'Onu, elaborò allora il suo piano di mediazione che secondo i serbi ha spianato la strada alla secessione degli albanesi. Come si potrebbe riaprire la questione dello status, ora che il Kosovo è riconosciuto da oltre 60 Paesi (tra cui i deu terzi di quelli Ue), ha proprie istituzioni, ha aperto ambasciate, è entrato nel Fmi e si è mostrato in grado di organizzare elezioni regolari? Comunque la si pensi appare assai improbabile che tutto questo possa essere azzerato. Certamente ne sono ben consapevoli anche a Belgrado. Il problema è semmai trovare una via d'uscita politico-diplomatica senza perdere la faccia e ottenere garanzie concrete per la tutela degli interessi e dei diritti politici, religiosi e culturali dei serbi kosovari. Anche perché, che lo si consideri un caso eccezionale o meno, la vicenda kosovara costituisce un precedente fondamentale per il diritto fondamentale che avrà di certo conseguenze nei prossimi anni. Bruxelles sul Kosovo ha fatto l'errore di anteporre la questione dello status a quella degli standard, ma ormai è andata così. La dimensione europea, con la prospettiva di integrazione nell'Unione, è l'unica che può dare una soluzione stabile e accettabile. Ora è operativo anche il tratttao di Lisbona. Il tempo degli alibi è finito: è tornato il tempo della politica, non solo per il Kosovo, ma per tutti i Balcani.


All'inizio del dibattimento sulla legittimità dell'indipendenza kosovara davanti alla Corte Internazionale di Giustizia è stato dedicato lo Speciale di Passaggio a Sud Est andanto in onda mercoledì 2 dicembre su Radio Radicale.



27 ottobre 2009


PASSAGGIO IN ONDA

Passaggio a Sud Est
è il sabato alle 22,30 su Radio Radicale



Il sommario della puntata del 24 ottobre 2009 : 

- Serbia: la visita del presidente russo Medvedev a Belgrado, gli accordi per il gasdotto South Stream, l'interesse russo per l'adesione della Serbia all'Ue
- Crimini di guerra: il processo a Radovan Karadzic e la scarcerazione di Biljana Pavsic
- Croazia: la lotta alla corruzione e l'adesione all'Ue
- Albania: la situazione politica interna
- Kosovo: il Consiglio di sicurezza Onu discute di Unmik, le relazioni diplomatiche con gli altri Paesi balcanici
- Turchia: la crisi delle relazioni con Israele nel quadro della politica estera turca (intervista a Carlo Frappi, direttore dell'ICTS) 
- Affare Telekom Serbia: dopo quindici anni a processo per ora solo il radicale Giulio Manfredi

La trasmissione, curata e condotta in studio da Roberto Spagnoli con la collaborazione di Marina Sikora e Artur Nura, è riascoltabile come tutte quelle precedenti
sul sito di Radio Radicale.


19 ottobre 2009


PASSAGGIO IN ONDA

Passaggio a Sud Est
è il sabato alle 22,30 su Radio Radicale




Il sommario della puntata del 17 ottobre 2009 : 

- Unione Europea: il rapporto annuale della Commissione europea sui Paesi candidati all'adesione
- Armenia/Turchia: le reazioni in Turchia all'accordo del 10 ottobre e il giudizio della diaspora armena (intervista a Robert Attarian)
- Bosnia-Erzegovina: la visita di Carl Bildt a Belgrado e il futuro del paese
- Kosovo: la discussione al Consiglio di sicurezza dell'Onu, la non collaborazione tra Pristina e Belgrado, le elezioni amministrative del 15 novembre
- Albania/Grecia: l'accordo sul confine marittimio nel quadro della grande partita delle rotte energetiche

In apertura di trasmissione un ricordo di Antonio Russo a nove anni dal suo assassinio in Georgia nelle parole di Daniele Biacchessi, giornalista e scrittore, autore del libro "Passione Reporter".

La trasmissione, curata e condotta in studio da Roberto Spagnoli con la collaborazione di Marina Sikora e Artur Nura, è riascoltabile come tutte quelle precedenti
sul sito di Radio Radicale.


12 ottobre 2009


LA SERBIA NELL’INSTANCABILE LOTTA PER IL “SUO” KOSOVO

Di Marina Szikora
pubblicato da Libertiamo.It
08 ottobre 2009

Queste righe vogliono essere un modesto tentativo di illustrare la realtà politica della Serbia relativa alla delicatissima questione del Kosovo, l’ex provincia serba che proclamò unilateralmente la sua indipendenza e secessione dalla Serbia e che Belgrado tutt’ora, con una fermissima iniziativa diplomatica, rilevandone l’aspetto pacifico e giuridico, tenta con tutti i mezzi disponibili di restituire alla propria sovranità ed integrità territoriale.Per motivi di spazio (e per non stancarvi troppo) questo non può essere un riassunto storico della causa kosovara, ma solo una illustrazione del come e del perchè la Serbia continua ad affermare che mai e a nessuna condizione rinuncerà al suo Kosovo i Metohija, culla culturale e religiosa serba.

Il nome in serbo è, appunto, Kosovo i Metohija: si tratta di una provincia autonoma indipendentista della Serbia, amministrata dall’Onu, che ha dichiarato la propria indipendenza, unilateralmente, il 17 febbraio 2008. Nella Costituzione serba il nome ufficiale del neo Stato kosovaro riconosciuto da una sessantina di Stati membri dell’Onu, è Kosovo e Metohija e il secondo termine (internazionalmente poco conosciuto) è il nome tradizionale serbo per la parte occidentale della provincia. Va sottolineato che il Kosovo prende il proprio nome dalla località di Kosovo Polje, che si trova 8 km a sud ovest della capitale Pristina e che fu teatro della mitica battaglia omonima del 1389. Bitka na Kosovu Polju (la battaglia in Kosovo Polje) è simbolo della resistenza serba contro l’avanzata dell’impero ottomano nei Balcani.

Nella Jugoslavia del Maresciallo Tito, a partire dal 1944 e dopo la fine della Seconda guerra mondiale, fu in larga parte vietato ai profughi di guerra serbi il ritorno alle proprie case in Kosovo. Al posto dei cittadini serbi massacrati ed espulsi dal Kosovo da parte dei nazisti, arrivarono i cittadini di etnia albanese, una parte dei quali fu a sua volta espulsa dal Kosovo nel periodo tra le due guerre. Nella Costituzione della Jugoslavia di Tito, il Kosovo e Metohija, come la Vojvodina, aveva lo status di provincia autonoma, non paritario quindi con quello delle sei repubbliche costituenti (Slovenia, Croazia, Bosnia Erzegovina, Serbia, Montenegro e Macedonia), alle quali secondo la Costituzione era riconosciuto il diritto di secessione. Nel 1968 e poi nel 1981 (pochi mesi dopo la morte di Tito), l’etnia albanese aveva manifestato chiedendo invano uno status di repubblica per il Kosovo. Da sottolineare che in quel periodo la popolazione albanese si triplicò, e dal 75 per cento passò ad oltre il 90, mentre i serbi ristagnavano, calando dal 15 all’8 per cento.

Il 1987 è l’anno, ricordatissimo, in cui l’allora leader della Lega dei Comunisti di Jugoslavia (Savez Komunista Jugoslavije) Slobodan Milosevic, inviato in Kosovo a fin di pacificazione, si schierò apertamente dalla parte dei serbi e pronunciò il suo famoso intervento in cui prometteva ai serbi entusiasti: “mai più nessuno potrà toccare un serbo”. Da quel momento iniziò il cammino di Slobodan Milosevic in quanto leader nazionalista serbo e nel marzo 1989 revocò gran parte dell’autonomia costituzionale del Kosovo e della Vojvodina. In occasione del seicentesimo anniversario della prima battaglia del Kosovo a Kosovo Polje, il 28 giugno 1989, Milosevic, allora Presidente della Repubblica di Serbia, pronunciò un discorso rigido contro l’etnia albanese. Da un lato, questo discorso fu una delle cause che portò alla disgregazione della Jugoslavia. Dall’altro, rappresentò l’inizio di una politica aggressiva che si manifestò nella chiusura delle scuole autonome di lingua albanese e nella sostituzione di funzionari amministrativi e insegnanti con serbi o persone ritenute fedeli alla Serbia.

La reazione albanese alla perdita dei suoi diritti costituzionali fu all’inizio quella di una resistenza non violenta, guidata dalla Lega democratica del Kosovo (LDK) del defunto leader Ibrahim Rugova. Di seguito, gli albanesi boicottarono le istituzioni ed elezioni ufficiali e stabilirono istituzioni e scuole separate. Il 2 luglio 1990 dichiararono l’indipendenza della Repubblica del Kosovo che fu riconosciuta solo dall’Albania, adottarono una costituzione e tennero un referendum sull’indipendenza nel 1992. Il risultato del referendum fu un 98 per cento di sì di un totale dell’80 per cento dei votanti. La resistenza non violenta si trasformò ben presto, a partire dal 1995 (dopo la fine della guerra in Bosnia Erzegovina) in una lotta armata indipendentista a capo della quale vi fu l’UCK (Ushtria Clirimtare e Kosoves). Seguì il genocidio di Milosevic contro gli albanesi kosovari che si manifestò in massacri sanguinosi, uccisione di molti civili (il cui numero è stimato tra 5.000 da parte dei serbi fino ad un numero maggiore di 10.000 secondo fonti albanesi), in distruzioni di circa 200.000 abitazioni private, scuole, moschee ed altri edifici. Circa 800.000 civili furono costretto a fuggire dal Kosovo verso l’Albania.

Un vero conflitto armato esplose nel 1999 in cui si inserirono anche diverse forze internazionali per proteggere il Kosovo ed i suoi abitanti. La pulizia etnica fu così fermata e le due parti in conflitto furono invitate a trovare una soluzione comune, che ad oggi non ha visto un esito positivo. Con la Risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite 1244, approvata nel 1999 e a cui tutt’oggi i Paesi che non riconoscono l’indipendenza di Pristina (Russia e Cina in prima fila) fanno riferimento, il Kosovo fu provvisto di un Governo e un Parlamento provvisorio e posto sotto il protettorato internazionale UNMIK e NATO. I tentativi di normalizzazione della situazione delicatissima hanno però visto episodi sporadici di violenza, come ad esempio nel marzo 2004, quando gruppi composti principalmente da kosovari di etnia albanese attaccarono oltre trenta chiese e monasteri cristiani in Kosovo, uccidendo almeno venti persone e incendiando decine di abitazioni di serbi, nell’arco di cinque giorni .

Dopo la morte del presidente Ibrahim Rugova nel 2006 furono avviati i negoziati serbo–kosovari sotto la guida del mediatore ONU Martti Ahtisaari per definire lo status della provincia serba. Nonostante numerosissimi incontri tra le due parti, il piano per lo status finale del Kosovo preparato da Ahtisaari non fu mai condiviso ne’ dai serbi, che non volevano perdere la sovranita’ sulla provincia, ne’ dai kosovari, che miravano alla piena indipendenza. Il 16 febbraio 2008, un giorno prima dell’annunciata proclamazione d’indipendenza, l’Ue ha approvato l’invio di una missione civile internazionale in Kosovo, chiamata Eulex in sostituzione della missione UNMIK e per condurre il Paese nel periodo di transizione. La missione Eulex, composta da 2000 uomini, tra cui più di 200 italiani, ha l’obiettivo di sostenere le autorità kosovare nel mantenimento della sicurezza e dell’ordine pubblico, nel settore doganale e nell’amministrazione della giustizia. Lo stesso giorno dell’autoproclamata indipendenza da parte di Pristina, il 17 febbraio 2008, il Costa Rica è stato il primo Paese a riconoscere il Kosovo indipendente. Il giorno dopo, il 18 febbraio seguirono importanti riconoscimenti da parte degli Stati Uniti e dell’Albania. L’Ue non è riuscita a raggiungere un accordo unitario sul riconoscimento del nuovo Stato albanese e vi restano fortemente contrari Spagna, Grecia, Cipro, Romania e Slovacchia che nel riconoscimento ufficiale vedono un gravissimo pericolo di instabilità interna per le autonomie che chiedono più spazi e riconoscimenti. Il Governo italiano, ricordiamolo, ha riconosciuto ufficialmente l’indipendenza del Kosovo il 21 febbraio 2008.

Per quanto riguarda le forti contrarietà al riconoscimento da parte di paesi extraeuropei, vi sono in primo luogo Russia e Cina, entrambe con potere di veto al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, che non si è pronunciato a favore dell’indipendenza, ribadendo la propria Risoluzione n. 1244, che definisce il territorio kosovaro sotto sovranità serba. Le Nazioni Unite hanno accolto la richiesta della Serbia, rivendicata da Belgrado come una grande vittoria diplomatica, e hanno incaricato la Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja a pronunciarsi sulla legalità dell’autoproclamata indipendenza unilaterale del Kosovo. Il prossimo primo dicembre sarà cosi avviato il processo davanti a questo organo giuridico internazionale la cui decisione, anche se non vincolante, avrà un valore sicuramente rilevante, sia per il Kosovo indipendente che per i valori del diritto internazionale.

La Settimana scorsa, alla sessantaquattresima Assemblea Generale delle Nazioni Unite, che si caratterizza, come ormai di consueto, con gli interventi dei Capi di Stato e di Governo dei 192 Paesi membri dell’Onu, il presidente della Serbia Boris Tadic ha messo in primo piano, come annunciato, l’impegno della Serbia contro ulteriori riconoscimenti del Kosovo indipendente. Il presidente serbo si e’ appellato agli Stati che non hanno ancora riconosciuto la secessione di Pristina di non cambiare questa decisione e di impedire così una delle più grandi minacce al sistema internazionale che fu stabilito con l’istituzione delle Nazioni Unite. Rivolgendosi ai partecipanti dell’AG, il presidente Tadic ha sottolineato che i paesi che continueranno a sostenere l’integrità territoriale della Serbia contro la secessione di Pristina, contribuiranno alla decisione della Corte Internazionale di Giustizia chiamata a pronunciarsi sulla legalità dell’indipendenza kosovara in un’atmosfera libera di pressioni politiche. «Non c’è dubbio che il parere di questa corte sarà un forte precedente giuridico che si rispecchierà sull’intero sistema delle Nazioni Unite. L’esito finale ostacolerà gli altri momenti separatisti dal tentativo di realizzare le loro intenzioni oppure sarà un incoraggiamento ad intraprendere una via simile. In parole povere, se non verrà contestata questa indipendenza proclamata unilateralmente, saranno aperte le porte per negare l’integrità territoriale a qualsiasi membro delle Nazioni Unite» ha avvertito Boris Tadic. Come ribadito dal Capo dello Stato serbo, il principale obiettivo strategico della Seria è l’adesione all’Ue. Inoltre, «oltre ai quattro pilastri della nostra politica estera – Bruxelles, Mosca, Washington e Pechino – vogliamo approfondire i contatti con i paesi del movimento dei Nonallineati» ha detto Tadic al Palazzo di Vetro.

Il dibattito generale sulla legalità dell’indipendenza proclamata dal Kosovo, che si terrà in seno alla Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja, avrà quindi inizio il prossimo primo dicembre e avranno diritto ad intervenire, con dichiarazioni e commenti, tutti gli Stati membri delle Nazioni Unite, anche quelli che non hanno presentato precedentemente i loro rapporti con le argomentazioni e repliche. Il capo della diplomazia serba, Vuk Jeremic ha espresso soddisfazione che soltanto 61 Paesi, quindi meno di un terzo del totale di 192 Stati membri dell’Onu, hanno riconosciuto l’indipendenza kosovara, valutando che questo e’ dovuto al successo dell’impegno della diplomazia serba. Il Ministro degli Esteri serbo ha sottolineato anche l’importanza che tutti i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’Onu (Stati Uniti, Cina, Russia, Gran Bretagna e Francia) hanno accettato di presentare le loro posizioni sulla questione davanti alla Corte Internazionale di Giustizia. Belgrado si dice convinta che la Corte con sede all’Aja proclamerà l’indipendenza del Kosovo come un atto illegale e questo, secondo le valutazioni serbe, aiuterà la Serbia e l’intera regione a progredire nel cammino verso l’adesione all’Ue.


2 ottobre 2009


PASSAGGIO SPECIALE: I BALCANI ALLE NAZIONI UNITE

Alla 64a sessione dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite, in corso a New York, com'è consuetudine, hanno preso parte i capi di Stato e di governo dei Paesi rappresentati al Palazzo di vetro. Non fanno eccezione i Paesi balcanici e proprio di questo si è occupato lo Speciale di Passaggio a Sud Est andato in onda mercoledì 30 settembre a Radio Radicale. La puntata ha offerto una panoramica delle principali questioni sollevate dai rappresentanti balcanici nei loro interventi all'Assemblea generale, al Consiglio di sicurezza o nei loro incontri a margine dei lavori.

In primo piano la Bosnia. Pochi giorni fa, l'Alto rappresentante internazionale Valentin Inzko aveva denunciato un deterioramento del clima politico del Paese negli ultimi mesi. La maggior parte delle riforme ristagnano
, l'assenza di dialogo e di fiducia tra i vari leader politici condiziona negativamente l'attività delle istituzioni e le autorità bosniache non hanno fatto registrare alcun progresso da mesi nell'attuazione degli obiettivi previsti dall'Ufficio dell'Alto rappresentante internazionale, aveva affermato Inzko la scorsa settimana a Bruxelles davanti alla commissione dell'Ue per le questioni di politica e sicurezza. Al Palazzo di vetro, l'attuale presidente della presidenza tripartita, il rappresentante croato Zeljko Komsic, ha rivolto un appello alla comunità internazionale perché
la crisi interna della Bosnia sia risolta prima che esploda.
Per quanto riguarda la Serbia, a poche settimane dell'inizio del procedimento con cui la Corte internazionale di Giustizia (massimo organismo giurisdizionale dell'Onu) dovrà pronunciarsi sulla leggittimità dell'indipendenza del Kosovo secondo il diritto internazionale, il presidente Boris Tadic, nel suo intervento all'Assemblea generale dell'Onu, come annunciato ha messo in primo piano l'impegno della Serbia contro ulteriori riconoscimenti dell'indipendenza kosovara.
Tadic ha invitato tutti gli Stati membri dell'Onu a rispettare il fatto che la Corte Internazionale di Giustizia dell'Aja si sta occupando della questione. Il ministro degli Esteri, Vuk Jeremic, da parte sua ha espresso soddisfazione che meno di un terzo dei membri dell'Onu hanno riconosciuto l'indipendenza kosovara e che tutti i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza abbiano accettato di presentare le loro posizioni sulla questione davanti alla Corte internazionale di Giustizia.
Il Kosovo, invece, non ha ancora un seggio all'Onu, ma il presidente Fatmir Sejdiu e il ministro degli Esteri Skender Hyseni, hanno presenziato ai lavori dell'Assemblea generale nell'ambito della delegazione albanese nella quale erano stati invitati dal premier Sali Berisha che, da parte sua, ha fatto appello ai Paesi membri delle Nazioni Unite perché proseguano nei riconoscimenti dell'indipendenza del Kosovo quale contributo importante alla stabilizzazione dell'area balcanica.
L'azione di lobbying per il Kosovo è stata portata avanti da Berisha anche nei suoi diversi incontri bilaterali, tra cui quelli con i rappresentanti di Stati Uniti e Cina, nei quali ha parlato anche delle questioni che riguardano più direttamente l'Albania.
La Croazia è stata rappresentata al Palazzo di vetro dal presidente Stjepan Mesic
che dopo aver partecipato alla riunione del Consiglio di Sicurezza e al summit sul clima, è intervenuto all'Assemblea generale esprimendo forte sostegno all'inziativa del presidente americano Barack Obama contro la proliferazione delle armi nucleari. Alla fine del suo secondo e ultimo mandato presidenziale, Mesic ha rivolto a tutti i Paesi membri delle Nazioni Unite un appello per un impegno comune verso un nuovo ordinamento mondiale come risposta alla crisi che genera l'attuale modello economico ormai sorpassato, a favore del multiculturalismo, del dialogo e del disarmo in nome della pace, della sicurezza e dello sviluppo.

Lo Speciale di Passaggio a Sud Est, curato da Roberto Spagnoli con la collaborazione di Marina Sikora e Artur Nura è disponibile sul sito di Radio Radicale.

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