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passaggioasudest [ la realtà politica dell'europa sud orientale dai balcani alla turchia ]
 



Questo blog è dedicato ad un'area cruciale per il futuro europeo. Per l'area che va dai Balcani occidentali alla Turchia, infatti, passa il futuro dell'Unione europea come progetto politico così come il futuro di questi Paesi passa dalla scelta dell'integrazione in questo progetto.




"Dobbiamo ricordarci che l’informazione è un veicolo diretto all’utente, non è un soliloquio da parte del giornalista. Bisogna tenere sempre presente che chi è dall’altra parte del microfono deve poter comprendere una realtà in cui non è presente. Questo, penso, è il massimo sforzo che i giornalisti devono compiere".
Antonio Russo



"Il vero referendum sul futuro dell'Unione si terrà nei Balcani"
International Balkan Commission


"E poi, un giorno, è stato costruito un ponte che collegava le due rive del Bosforo. Quando sono salito sul ponte e ho guardato il panorama, ho capito che era ancora meglio, ancora più bello di vedere le due rive assieme. Ho capito che il meglio era essere un ponte fra due rive. Rivolgersi alle due rive senza appartenere".
Orhan Pamuk, Istanbul



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12 dicembre 2009


LA TURCHIA SULL'ORLO DI UNA CRISI

Recep Tayyp ErdoganSi fa di nuovo difficile la situazione politica in Turchia dopo che l'altro ieri la Corte Costituzionale ha deciso la chiusura del DTP (Partito della società democratica, filo curdo), accusato di legami con i guerriglieri indipendentisti del PKK. E' la venticinquesima volta nella storia della Turchia moderna che la suprema corte mette al bando un partito regolarmente eletto dal popolo, che tra l'altro alle ultime consultazioni amministrative, lo scorso marzo, aveva visto aumentare i suoi consensi soprattutto nell'Est del Paese. Il DTP è stato sciolto poichè ritenuto "una fucina di attività che mettono a repentaglio l'indipendenza dello stato e la sua unità indissolubile", come ha dichiarato durante una conferenza stampa il presidente della Corte Costituzionale, Hasim Kilic. Un verdetto sottoscritto da tutti e undici i componenti della corte dopo quattro giorni di camer adi consiglio. Oltre alla chiusura del partito la corte ha ordinato il bando dalla vita politica per cinque anni di ben 37 suoi esponenti tra i quali il presidente Ahmet Turk.

Il timore principale è che la sentenza provochi nell'est del Paese nuovi scontri fra manifestanti pro-DTP e forze dell'ordine, come già avvenuto alla vigilia delle decisioni della corte. In una situazione surriscaldata potrebbe tornare a farsi vivo anche il PKK, che in seguito alla decisione de giudici costituzionali, sta tornando a raccogliere consensi nei territori a maggioranza curda. I risvolti che più preoccupano il premier Recep Tayyip Erdogan sono però di ordine politico. La sentenza, infatti, getta un'ombra su tutto il processo di apertura alla minoranza curda che Erdogan e il suo governo portano avanti da mesi e che dovrebbe pesare positivamente nel complicato processo di adesione all'Unione Europea come una delle maggiori prove sulla progressiva democratizzazione del Paese portata avanti dal governo islamico-moderato. Ma il timore maggiore per Erdogan è quello che la sentenza della Corte Costituzionale porti ad elezioni anticipate.

I deputati del DTP, come avevano annunciato subito dopo la sentenza , hanno deciso di lasciare il parlamento in segno di protesta. Se l'abbandono del parlamento da parte dei rappresentanti curdi sarà seguito da quello di alcuni deputati indipendenti, potrebbe venire meno il numero legale e portare ad una fine prematura della legislatura. Le dimissioni devono essere convalidate dal parlamento prima. Ma, anche se il governo dovesse rimanere in piedi, difficilmente Erdogan potrà contare sui voti curdi per l'approvazione delle prossime leggi. Quindi, nonostante il premier ostenti sicurezza e dichiari che nonostante la sentenza andrà avanti con il suo programma, la decisione della corte appare come un vero e proprio avvertimento a lui e al suo partito, che in caso di elezioni anticipate si presenterebbero al voto con un calo di consensi del 15% secondo gli ultimi sondaggi, dopo il parziale insuccesso registrato alle amministrative dello scorso marzo.

Insomma, la faccenda appare l'ennesima puntata dello scontro tra l'establishment "kemalista" e la nuova classe dirigente islamico-moderata affacciatasi al potere al seguito di Erdogan e del suo AKP. Certo è che proprio in questo momento - con una crisi economica seria e un quadro di relazioni internazionali in via di ridefinizione (con conseguenti attriti con gli alleati occidentali), un negoziato di adesione all'Ue che si trascina tra enormi difficoltà e il quadro interno scosso dalla scoperta di tentativi di golpe e dai sospetti di corruzione sollevati dai giornali del gruppo Dogan (colpiti, chi dice proprio per questo, da una pesantissima multa) - di tutto aveva bisogno la Turchia di un quadro politica instabile e di un governo indebolito. L'Europa dovrebbe forse riflettere sui suoi comportamenti, ma forse al di qua del Bosforo non sono pochi coloro che si augurano un indebolimento di Erdogan e magari una sua sconfitta elettorale. Resta da vedere se uno scenario del genere sia quello migliore per l'Europa.


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25 agosto 2009


TURCHIA: INDISCREZIONI SUL PIANO DI PACE CON I CURDI

Guerriglieri curdi del PkkIndiscrezioni sul piano di pace che dovrebbe mettere fine al conflitto tra la Turchia e la guerriglia separatista curda. Nel mese di luglio si erano diffuse voci circa una "road map" elaborata dal leader storico del PKK, Abdullah Ocalan (da dieci anni detenuto nel carcere di massima sicurezza sull'isola di Imrali, in mezzo al mar di Marmara) che sarebbe pronto a deporre le armi e a rinunciare all'indipendenza del Kurdistan in cambio di una nuova costituzione che, rifacendosi alle origini della moderna repubblica turca riconosca i diritti del popolo curdo e la sua specificità culturale. L'ufficializzazione sembrava potesse avvenire attorno al 15 luglio, poi ci sono stati una serie di rinvii anche se niente di ufficiale è circolato. E mentre cresce l'attesa per una svolta che potrebbe porre fine ad una guerra sanguinosa che dura da venti anni si moltiplicano voci e indiscrezioni.

Oggi il quotidiano Zaman, vicino al partito del premier, l'Akp, ha pubblicato quelle che potrebbero essere le linee generali del documento a cui starebbe lavorando il governo per risolvere il problema curdo. Non si sa nulla invece del piano elaborato da Ocalan: il giorno di Ferragosto i legali del leader del PKK non sono stati in grado di visitarlo in carcere a causa di un guasto all'imbarcazione che avrebbe dovuto condurli al carcere e da quel da Imrali tutto tace. Stando a Zaman il piano governativo si articolerebbe in dieci punti che darebbero maggiori garanzie alla minoranza curda salvaguardando allo stesso tempo l'unità dello stato turco. Le modifiche alla Costituzione sarebbero affrontate invece in un secondo tempo data la complessità delle modifiche alla carta.

Vediamo i punti in cui sarebbe articolata la proposta del governo secondo quanto pubblicato da Zaman.
Il primo punto riguarda l'unità della nazione turca che non deve essere messa in discussione per nessun motivo. Il secondo punto riguarderebbe la possibilità di fare campagne elettorali in curdo con una modifica dell'articolo 81 della legge sui partiti politici. Il terzo punto prevederebbe la possibilità per i curdi di studiare la loro lingua madre a scuola: resta da chiarire se la materia rientrerebbe nei programmi ministeriali o se si tratterebbe di corsi falcotativi da frequentare liberamente. Al quarto punto concederebbe ai detenuti curdi di esprimersi nella loro lingua con i familiari. Il quinto punto riguarderebbe invece il ripristino dei nomi curdi originali nei villaggi curdi nell'est e nel sud-est che sono stati turchizzati. Il sesto punto riguarda la nascita di istituti di lingua curda nelle università di Mardin-Artuklu e Diyarbakir-Dicle. Il settimo punto toccherebbe invece la delicata questione dei minori, soprattutto di quelli che in carcere perché hanno tirato sassi alla polizia e che sono trattati alla stregua di terroristi. A questo proposito dovrebbe essere cambiato l'articolo 9 della legge antiterrorismo. L'ottavo punto è quello che prevederebbe un'amnistia parziale e la non punibilità per coloro che non hanno mai preso parte ad azioni armate. E' molto importante notare che su questo ci sarebbe il via libera delle forze armate. Il nono capitolo riguarderebbe l'ampliamento della libertà di espressione a patto che non venga usata per istigare alla violenza. Il decimo punto infine riguarderebbe la restituzione della cittadinanza e della libertà agli intellettuali curdi che non hanno mai partecipato ad azioni armate.

La Turchia ha quindi la possibilità finalmente di mettere fine ad un conflitto che si protrae da troppo tempo e che ha pregiudicato lo sviluppo sociale ed economico del sud est del paese. Ma, come scrivevo il 3 agosto, la road map dovrà fare i conti con alcuni notevoli rischi. Da parte curda l'autorità di Ocalan potrebbe non essere più quella di un tempo e quindi una parte del suo movimento potrebbe non seguirlo e continuare la lotta armata facendo fallire ogni progetto di pacificazione e di soluzione della questione curda. Grossi ostacoli potrebbero però venire anche da parte turca. Dai militari, prima di tutto, anche se è improbabile che il governo abbia elaborato le sue proposte senza un accordo preventivo e una "supervisione" dei vertici delle forze armate (come dimostrerebbe l'ok ai progetti di amnistia). Il rischio più concreto viene probabilmente dai settori nazionalisti (sia quelli di tradizione kemalista, sia quelli di destra). Il Mhp, il partito nazionalista a cui fanno riferimento i "lupi grigi", ha fatto sapere che boccerà il piano che il governo sta mettendo a punto qualsiasi cosa esso contenga. Il Mhp sostiene che tutti gli sforzi portati avanti dal governo fino a questo momento sono contrari all'articolo 3 della Costituzione attuale, quella in vigore dal 1982 e figlia del golpe militare del 1980. Inoltre, per mettere in difficiltà il governo, il segretario del Mhp, Devlet Bahceli, ha dato ordine al suo partito di preparare un report che chiarisca quali siano le condizioni in cui vivono oggi in Turchia gli aleviti, la minoranza musulmana di derivazione sciita che abita nel paese fin dai tempi dell'Impero ottomano ed è stata molte volte vittima di persecuzioni.


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27 dicembre 2007


LA SITUAZIONE POLITICA IN TURCHIA

Sulla attuale situazione politica in Turchia, tra operazioni militari nel nord Iraq, questione curda, revisione costituzionale e raffreddamento del processo di integrazione nell'Unione Europea, vi segnalo due interviste che ho realizzato recentemente per Radio Radicale.
La
prima intervista è con Fabio Salomoni, collaboratore dell'Osservatorio sui Balcani, la seconda intervista è con Marta Ottaviani, corrispondente dell'agenzia Apcom e collaboratrice dei quotidiani Il Foglio ed Il Giornale.


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11 luglio 2007


NESSUN INTERVENTO TURCO IN IRAQ PRIMA DELLE ELEZIONI

Guerriglieri curdi del PkkIl primo ministro turco Erdogan ha respinto l'ipotesi di un'azione armata oltre il confine con il Nord Iraq contro le basi dei guerriglieri curdi del Pkk. In un'intervista al quotidiano Zaman, ha precisato che l'intervento militare non è sull'agenda di questo governo e quindi fino alle elezioni del 22 luglio l'attacco non è in discussione. Parole che suonano come una risposta alle dichiarazioni del Capo di Stato Maggiore turco, il generale Yasar Buyukanit, che dieci giorni fa era tornato a ribadire la necessità di un'invadsione temporanea del territorio iracheno. Parole però rivolte anche agli Usa in risposta al segretario di Stato americano, Condoleezza Rice, che avrebbe chiesto al ministro degli Esteri turco, Abdullah Gul, di prendere tempo e di aspettare le azioni che governo americano e iracheno decideranno di prendere contro il terrorismo di matrice curda. Azioni che però Ankara sta aspettando da tempo senza vedere fatti concreti. Erdogan ha ricordato che la Turchia continua a confidare nell'azione di Washington e di Baghdad contro i guerriglieri del Pkk ma il tempo stringe ed Ankara è costretta “a constatare con tristezza quanto silenzio provenga dall'America nell'aiutarci a combattere un simile tipo di terrore”. “Anche gli Stati Uniti sanno cosa sia il terrorismo e la Turchia ha fatto quello che ha potuto quando gli è stato chiesto aiuto”, ha aggiunto Erdogan. Quindi, “se loro non ci aiuteranno allor decideremo di prenderci cura di noi stessi con le nostre sole forze". La questione dell'attacco nel Kurdistan iracheno, dunque, è rinviata a dopo le elezioni o tutt'al più giocata nella campagna elettorale. Dopo il 22 luglio arriverà il momento delle decisioni. Gli Usa sono avvisati.


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29 giugno 2007


INTERVENTO ARMATO TURCO CONTRO LA GUERRIGLIA CURDA?

Il capo di stato maggiore generale turco Yasar BuyukanitTorna a profilarsi la possibilità di un intervento armato turco nel nord dell'Iraq. Il governo sta infatti valutando assieme ai vertici militari l'ipotesi di uno sconfinamento nel Kurdistan iracheno per colpire le basi della guerriglia indipendentista del Pkk. E' stato lo stesso ministro degli Esteri, Abdullah Gul, intervistato dalla tv satellitare Cnn-Turk, ad affermare che Ankara è pronta ad ogni evenienza e sta valutando i diversi scenari possibili, sottolineando che a differenza di un'operazione su vasta scala un'offensiva aerea limitata non dovrebbe necessariamente passare all'esame del Parlamento (dove per altro il partito di Gul e del premier Erdogan, l'Akp, ha la maggioranza assoluta dei seggi). Una ventina di giorni fa alcuni reparti avevano sconfinato per qualche ora in territorio iracheno, mentre nei giorni seguenti le agenzie avevano dato notizia di colpi d'artiglieria sparati dal territorio turco verso le località dove si sospetta si trovino le basi dei guerriglieri curdi.
Ora le ripercussioni politiche di una iniziativa militare consistente sarebbero molto serie e potrebbero avere effetti destabilizzanti in Iraq e in una zona relativamente tranquilla come è appunto il Kurdistan. La Turchia, Paese membro della Nato, si troverebbe in un grave contrasto sia con Washington che con l'Unione Europea, ma l'offensiva turca metterebbe in discussione anche l'appoggio dei curdi iracheni agli Usa e alle stesse autorità centrali di Baghdad. Per tutto questo forse Erdogan si è sempre mostrato molto prudente. Fino ai recenti attenati, però, dopo i quali (guardando anche anche alle elezioni del 22 luglio) è parso più incline ad un'azione militare autonoma visto anche che i suoi appelli per un'intervento da parte delle forze irachene e statunitensi nel nord dell'Iraq sembrano essere rimasti senza risposta.
Le precedenti operazioni armate turche in territorio iracheno non hanno però mai prodotto risultati significativi e non hanno mai realmente scalfito l'operatività della guerriglia curda. In questo caso l'obiettivo delle forze armate sarebbe quella di creare una sorta di "zona cuscinetto" per impedire l'infiltrazione di guerriglieri. Per una tale soluzione occorrerebbe però l'assenso sia degli Stati Uniti che dell'Iraq che al momento non pare possibile. Tra l'altro, l'opposizione di Ankara ad uno stato curdo indipendente vanifica anche il piano Usa di un Iraq federale, che ha come condizione la legge per la condivisione di tutte le risorse naturali del Paese in discussione in Parlamento. Sullo sfondo c'è appunto la questione delle ingenti risorse petrolifere della regione cui è interessata anche Ankara. Insomma, un'iniziativa militare turca in Kurdistan richia di generare un rischioso effetto domino dagli esiti quanto mai incerti e pericolosi.


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