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passaggioasudest [ la realtà politica dell'europa sud orientale dai balcani alla turchia ]
 



Questo blog è dedicato ad un'area cruciale per il futuro europeo. Per l'area che va dai Balcani occidentali alla Turchia, infatti, passa il futuro dell'Unione europea come progetto politico così come il futuro di questi Paesi passa dalla scelta dell'integrazione in questo progetto.




"Dobbiamo ricordarci che l’informazione è un veicolo diretto all’utente, non è un soliloquio da parte del giornalista. Bisogna tenere sempre presente che chi è dall’altra parte del microfono deve poter comprendere una realtà in cui non è presente. Questo, penso, è il massimo sforzo che i giornalisti devono compiere".
Antonio Russo



"Il vero referendum sul futuro dell'Unione si terrà nei Balcani"
International Balkan Commission


"E poi, un giorno, è stato costruito un ponte che collegava le due rive del Bosforo. Quando sono salito sul ponte e ho guardato il panorama, ho capito che era ancora meglio, ancora più bello di vedere le due rive assieme. Ho capito che il meglio era essere un ponte fra due rive. Rivolgersi alle due rive senza appartenere".
Orhan Pamuk, Istanbul



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5 dicembre 2009


L'INDIPENDENZA DEL KOSOVO DAVANTI ALLA CORTE INTERNAZIONALE DI GIUSTIZIA: PER LA SERBIA E' "IL PIU' GRANDE PROCESSO DELLA STORIA".

I giudici della Corte Internazionale di Giustizia dell'OnuDi Marina Szikora (*)

Il piu’ grande processo nella storia” lo qualifica il capo della diplomazia serba, Vuk Jeremic e “una delle battaglie piu’ importanti nella lotta giuridica e diplomatica per il Kosovo”. Secondo il ministro degli esteri della Serbia, “non e’ stato per niente facile arrivare a questa posizione e non e’ stato facile ottenere la maggioranza all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite e vincere tutte le pressioni prima di ottenere l’inizio del processo all’Aja”. Il ministro Jeremic partecipa in prima persona al dibattito sulla legalita’ della proclamazione unilalterale dell’indipendenza del Kosovo, iniziato il 1 dicembre.

Un processo storico, spiega Jeremic perche’ mai prima un cosi’ grande numero di peasi si sono iscritti a partecipare ed intervenire e mai prima tutti i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Questa battaglia sara’ lunga e difficile – ha sottolineato il ministro degli esteri serbo – ma dalla nostra parte vi e’ la giustizia internazionale. “Credo che se sapremo essere intelligenti, calmi e innanzitutto persistenti, alla fine vinceremo”, ha detto Jeremic. Oltre al ministro Jeremic, le argomentazioni contro l’indipendenza a nome della Serbia sono state presentate anche dall’ambasciatore serbo in Olanda, Dusan Batakovic e da alcuni esperti di diritto internazionale serbi e interanazionali.

Tra i paesi che difenderanno o negheranno la legalita’ dell’atto kosovaro, si trova anche la Croazia i cui rappresentanti il prossimo 7 dicembre difendranno l’indipendenza di Pristina. Il capo della diplomazia serba Jeremic, a tal proposito, ha dichiarato di essere deluso del fatto che la Croazia abbia deciso di inserirsi nel dibattito generale ed ha concluso che Zagabria e’ stata sottoposta a grandi pressioni, ma non ha menzionato quali e da parte di chi. A favore del Kosovo interverranno inoltre gli Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna, Germania, Albania, Olanda, Norvegia, Austria, Bulgaria, Arabia Saudita, Danimarca, Finlanda e Giordania. Contrarie invece saranno le argomentazioni di Cina, Russia, Spagna, Romania, Argentina, Azerbajdzan, Bielorussia, Bolivia, Brasile, Burundi, Cipro, Venezuela e Vietnam.

C’e’ da notara che 8 dei 15 giudici della CIG provengono da stati che finora hanno riconosciuto il Kosovo indipendente: Giappone (il presidente Hisashi Ovada), Stati Uniti, Giordania, Francia, Germania, Nuova Zelanda, Sierra Leone e Gran Bretagna. Gli altri giudici provengono da stati che non hanno riconosciuto Pristina: Russia, Cina, Marocco, Slovacchia, Brasile e Somalia. A fine del dibattito, iniziato martedi’, la Corte dovra’ dare un parere consultativo, vale a dire rispodere alla domanda se l’autoproclamata indipendenza unilaterale del Kosovo sia in conformita’ con il diritto internazionale.

Le decisioni ed i pareri consultativi – scrive il quotidiano di Belgrado ‘Blic’ – verranno presi in base alla maggioranza dei voti, e nel caso di una piuttosto uguale divisione di opinioni, la decisione del presidente del Consiglio della Corte sara’ decisiva. I giudici della Corte vengono eletti dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite ma la scelta deve essere confermata da almeno otto membri del Consiglio di Sicurezza. I giudici sono eletti in base ad un mandato di nove anni e possono essere rieletti. Le elezioni si svolgo ogni terzo anno. Secondo lo statuto, la CIG deve rappresentare “le principali forme di civilizzazione ed i piu’ alti sistemi giuridici del mondo”.
Come scrive il giornale ‘Blic’, entro la meta’ del prossimo anno i 15 giudici della Corte dovrebbero prendere una decisione finale ed esprimere un parere consultativo. Dal giorno dell’inizio del processo, nell’arco dei prossimi dieci giorni le loro opinioni e posizioni illustreranno rappresentanti di 29 paesi e in piu’ il governo di Pristina.

Secondo le osservazioni serbe, il parere della Corte dell’Aja avra’ un peso giuridico e morale incontestabili, ma anche un’influenza rilevante sui prossimi passi politici. Se andra’ a favore della Serbia, sara’ per Belgrado – ritengono – una grande vittoria politica. L’opinione della CIG ha una grande forza poiche’ i paesi che finora hanno riconosciuto il Kosovo come anche quelli che non l’hanno fatto, fanno riferimento alla giustizia internazionale – ha detto Tibor Varadi, eminente professore serbo di diritto internazionale. Gli esperti giuridici concordano che a seguito di dieci giorni di dibattito, la Corte in un periodo non meno di tre mesi e non oltre sei mesi, decidera’ e rendera’ pubblica la posizione sulla legalita’ della dichiarazione delle istituzioni kosovare sull’autoproclamata indipendenza.

Sia l’una che l’altra parte sono convinte che le loro argomentazioni sono quelle giuste, e il presidente della Serbia, Boris Tadic in una intervista alla BBC ha dichiarato che, quale che sara’ la decisione della corte, essa non puo aggravare maggiormente la situazione della Serbia. Tadic ha comunque espresso ottimismo in vista del dibattito davanti alla Corte, sottolineando che le argomentazioni giuridiche sono dalla parte della Serbia.
Nell’intervista al quotidiano “Vecernje novosti”, Tadic ha detto di essere fiducioso che la CIG prendera’ in considerazione il pericolo di futuri tentativi di secessioni etniche nelle relazioni giuridico-internazionali. In questo senso, il parere della Corte sara’ vicino agli interessi della Serbia” ha commentato il presidente serbo.

Per la prima volta in un processo davanti alla CIG partecipera’ la Cina, e per la prima volta dopo oltre 50 anni, il prossimo 8 dicembre posizioni opposte su un problema internazionale presenteranno le delegazioni della Russia e degli Stati Uniti, si legge sul sito della radio e televisione serba B92. Nel dibattito parteciperanno anche i tre altri membri permanenti delle Nazioni Unite, organo internazionale in cui non e’ riuscita a passare la risoluzione sull’indipendenza del Kosovo.

Seppure il Kosovo non e’ membro delle Nazioni Unite, su richiesta della Corte, anche i rappresentanti kosovari parteciperanno nel dibatitto e hanno ottenuto il diritto, come la delegazione serba, di illustrare le loro argomentazioni. Cio nonostante, afferma B92, la delegazione di Pristina guidata da Skender Hiseni e dall’esperto britannico per il diritto internazionale Michael Wood, secondo la corte non e’ considerata come una delegazione di stato bensi’ come “autori della dichiarazione sull’indipendenza approvata unilateralmente”. La loro tesi e’ che dopo anni di violazione di diritti umani degli albanesi, in particolare nel 1999, la Serbia ha perso il diritto sul Kosovo, un fatto confermato anche dal riconoscimento dell’indipendenza di oltre 60 stati.

Successivamente, nel dibattito che durera’ fino all’11 dicembre, le loro posizioni pro e contro l’indipendenza illustreranno, tra gli altri, Romania, Bulgaria, Croazia, Spagna, Arabia Saudita, Venezuela... La decisione della corte che sara’ un “parere consultativo” e’ attesa entro l’estate 2010.
E’ chiaro che questo dibattito storico attira un gran numero di giornalisti ed e’ per questo previsto che circa 80 giornalisti nei prossimi dieci giorni seguiranno le argomentazioni che saranno illustrate alla CIG.

Il collaboratore del Fondo ISAC, Milan Pajevic sottolinea per la “Deutsche Welle” che l’opinione pubblica in Serbia non deve aspettarsi una soluzione facile della corte. Essa non rispondera’ chiaramente alla questione sulla legalita’ dell’indipendenza kosovara, sostiene Pajevic. In questo modo, spiega, sia la parte serba che quella kosovara, interpreteranno la decisione cosi’ come conviene a ciascuna delle parti. “Ma allora gia’ arriviamo sul terreno della politica interna quotidiana in Serbia e in Kosovo...Penso che questo non sia nell’interesse ne’ della Serbia ne’ del Kosovo, ne’ dei Balcani occidentali come nemmeno dell’Ue” ha detto Pajevic.

Secondo il professore della Facolta’ di scienze politiche, Predrag Simic “l’Europa non vuole un nuovo Cipro ed e’ per questo che si aspetta la soluzione finale dei problemi etnici.
Gli analitici osservano che la Serbia non ha un chiaro piano per “il giorno dopo” della decisione della CIG. E secondo Ivica Petrovic, giornalista di ‘Deutsche Welle’, “la Serbia non ha nemmeno un piano chiaro nel caso la Corte decidesse che l’indipendenza del Kosovo sia un atto in regola con il diritto internazionale.


(*) Corrispondente di Radio Radicale. Questo testo è la trascrizione della corrispondenza andata in onda nello Speciale di Passaggio a Sud Est del 2 dicembre dedicato all'inzio del dibattimento sulla legittimità della dichiarazione unlaterale di indipendenza del Kosovo davanti alla Corte Internazionale di Giustizia dell'Onu.


5 dicembre 2009


KOSOVO: LA SOLUZIONE NON PUO' ESSERE CHE POLITICA

Infografica La StampaMartedì scorso, 1 dicembre, si è aperto davanti alla Corte Internazionale di Giustizia all'Aja il procedimento sulla leggittimità dell'indipendenza unilaterale del Kosovo proclamata il 17 febbraio 2008. Ad interessare della questione la Corte - che è il massimo organo giurisdizionale delle Nazioni Unite - era stata l'Assemblea Generale dell'Onu su richiesta della Serbia che è riuscita a raccogliere il sostegno richiesto in casi di questo genere. E a dimostrare che la questione è tutt'altro che secondaria c'è il fatto significativo che nessun dibattimento davanti alla Corte aveva mai visto una così alta partecipazione: sono infatti 36 i paesi che hanno inviato dichiarazioni scritte e 28 quelli che hanno chiesto di intervenire, metà dei quali hanno già riconosciuto l'indipendenza del Kosovo. Presenti i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, tra cui, per la prima volta, la Cina, mentre le delegazioni russa e americana saranno schierate come da tradizione su fronti opposti con Mosca che difende le ragioni della Serbia, mentre Washington resta il grande sponsor dell'indipendenza dei kosovari albanesi.

Le posizioni delle due parti in campo sono quelle ben note. Per la Serbia la proclamazione di indipendenza dei kosovari albanesi è stato un atto di secessione che non ha precedenti nel diritto internazionale, mentre gli albanesi sostengono che dopo anni di violazioni dei loro diritti umani , in particolare nel 1999, la Serbia ha perso i propri diritti sul Kosovo. Per Belgrado l'indipendenza del Kosovo, culla storica della nazione Serbia esseziale per la sua identità, rappresenta una sfida all'ordine legale internazionale. La delegazione di Belgrado è assistita da diversi esperti di diritto internazionale tra i quali Andreas Zimmermann, docente di diritto internazionale all'Università di Potsdam, per il quale il riconoscimento del diritto alla secessione del Kosovo "costituirebbe un precedente tra i più pericolosi", perché verrebbe a significare che "la creazione di un'amministrazione da parte delle Nazioni unite non era altro che un primo passo d'un processo di secessione".

In effetti, dopo la fine della guerra, nel giugno 1999 e in seguito all'intervento internazionale il Kosovo è stato posto sotto amministrazione Onu sulla base della Risoluzione 1244 del Consiglio di sicurezza dell'Onu che riconosce la sovranità della Serbia sul Kosovo anche se ne affidava l'amministrazione all'Unmik, la missione in Kosovo delle Nazioni Unite. Secondo il capodelegazione della Serbia alla Cig, l'ambasciatore di Belgrado in Francia Dusan Batakovic, la dichiarazione d'indipendenza di Pristina è stato "un tentativo per mettere fine all'amministrazione dell'Onu e alla sovranità della Serbia sulla sua provincia meridionale". Secondo un altro esperto convocato dalla Serbia, Malcom Shaw, anche il fatto che 63 paesi abbiano già riconosciuto il Kosovo non ha rilevanza: "Ciò che è illegale non può essere reso legale da terze parti", ha spiegato Shaw, che inoltre ha messo in guardia sul fatto che il riconoscimento del diritto alla secessione per Pristina sarebbe un precedente pericoloso anche in altre realtà che devono vedersela con movimenti separatisti.

Diamentralmente opposta la posizione dei kosovari albanesi secondo i quali l'indipendenza del Kosovo è ormai irreversibile e lo resterà, come ha dichiarato il ministro degli Esteri del Kosovo Skender Hyseni, capodelegazione di Pristina, "non solo per il Kosovo ma anche per garantire una pace e una sicurezza durevole nella regione, alle quali ha fortemente contribuito". A fianco degli albanesi l'esperto britannico Michael Wood. il presidente Fatmir Sejdiu si è detto certo che gli argomenti di Pristina saranno "imbattibili", perchè la dichiarazione di indipendenza è stato frutto di violenze e "spargimento di sangue" kosovaro ad opera dei serbi.

La conclusione del dibattimento è prevista per il prossimo 11 dicembre, mentre il proprio parere della Corte internazionale sulla legalità della proclamazione di indipendenza non è attesa prima dell'estate 2010. Il verdetto della Corte non è vincolante, ma avrà un grande peso politico e diplomatico. I contrari all'indipendenza kosovara sostengono che il diritto internazionale non permette la modifica unilaterale delle frontiere di un Paese, come avvenuto con la dichiarazione del 17 febbraio 2008, mentre i favorevoli sono inclini a seguire la tesi del "caso eccezionale", ovvero alla situazione di repressione, violenza e pulizia etnica che ha reso inevitabile il distacco di Pristina da Belgrado. Se ottenesse un parere favorevole, Belgrado si dice pronta a tornare al tavolo delle trattative sullo status del Kosovo. "La Serbia respinge l'affermazione secondo la quale tutte le ipotesi alternative nel negoziato sono esaurite", ha affermato l'ambasciatore Batakovic, secondo il quale, se la corte darà ragione ala posizione serba, "si creeranno le condizioni per arrivare a un compromesso sul futuro status del Kosovo". L'ipotesi è nettamente respinta da Pristina: "Noi non possiamo partecipare a negoziati che rimettano in dubbio il nostro status come nazione indipendente e sovrana: non possiamo avere un ritorno al passato", ha detto il ministro Hyseni.

In effetti resta assai dubbio come ciò potrebbe accadere. Durante i negoziati che precedettero la dichiarazione di indipendenza e che portarono all'elaborazione del cosiddetto Piano Ahtisaari, serbi e albanesi non riuscirono a trovare un compromesso su nessuna questione, nemmeno quelle secondarie. Martti Ahtisaari, inviato del segretario generale dell'Onu, elaborò allora il suo piano di mediazione che secondo i serbi ha spianato la strada alla secessione degli albanesi. Come si potrebbe riaprire la questione dello status, ora che il Kosovo è riconosciuto da oltre 60 Paesi (tra cui i deu terzi di quelli Ue), ha proprie istituzioni, ha aperto ambasciate, è entrato nel Fmi e si è mostrato in grado di organizzare elezioni regolari? Comunque la si pensi appare assai improbabile che tutto questo possa essere azzerato. Certamente ne sono ben consapevoli anche a Belgrado. Il problema è semmai trovare una via d'uscita politico-diplomatica senza perdere la faccia e ottenere garanzie concrete per la tutela degli interessi e dei diritti politici, religiosi e culturali dei serbi kosovari. Anche perché, che lo si consideri un caso eccezionale o meno, la vicenda kosovara costituisce un precedente fondamentale per il diritto fondamentale che avrà di certo conseguenze nei prossimi anni. Bruxelles sul Kosovo ha fatto l'errore di anteporre la questione dello status a quella degli standard, ma ormai è andata così. La dimensione europea, con la prospettiva di integrazione nell'Unione, è l'unica che può dare una soluzione stabile e accettabile. Ora è operativo anche il tratttao di Lisbona. Il tempo degli alibi è finito: è tornato il tempo della politica, non solo per il Kosovo, ma per tutti i Balcani.


All'inizio del dibattimento sulla legittimità dell'indipendenza kosovara davanti alla Corte Internazionale di Giustizia è stato dedicato lo Speciale di Passaggio a Sud Est andanto in onda mercoledì 2 dicembre su Radio Radicale.



3 novembre 2009


KARADZIC VUOLE ALTRO TEMPO PER PREPARARE LA DIFESA

Vignetta di Joep Bertrams per il giornale olandese Het Parool

Radovan Karadzic è comparso per la prima volta in aula oggi all'Aja per ribadire la richiesta di un nuovo rinvio del processo che lo vede imputato per crimini di guerra, crimini contro l'umanità e genicidio. "Non voglio boicottare questo processo, ma non posso partecipare a qualcosa che è stato negativo fin dall'inizio e in cui i miei diritti fondamentali sono stati violati", ha affermato l'ex presidente della Republika Srpska.
"Sarei davvero un criminale se accettassi" di farmi processare senza un'adeguata preparazione, ha aggiunto facendo presente ai giudici la necessità di dover visionare un milione e 300mila pagine di atti. "Non può essere nell'interesse della giuria, dell'Onu che questo processo non si svolga regolarmente".
Volendo buttarla in polemica si potrebbe obiettare che le vittime dei massacri compiuti dalle formazioni militari e paramilitari serbe non hanno avuto molto tempo per preparare la loro difesa o che agli abitanti di Sarajevo non è stato chiesto cosa pensassero di 44 mesi di assedio, sotto il tiro dei mortai e dei cecchini. Dei loro diritti Karadzic si èmai interessato? Se non ci fossero di mezzo migliaia di morti e una guerra insensata ci sarebbe quasi da sorridere.
Karadzic, che si difende da solo come prima di lui aveva fatto Slobodan Milosevic, oggi ha respinto nuovamente tutte le accuse e ha sostenuto di avere bisogno di altri 10 mesi per prepararsi alla difesa. Il collegio giudicante ha aggiornato l'udienza annunciando che deciderà in settimana sul da farsi. Bel frattempo, è stata cancellata l'udienza in cui avrebbe dovuto essere ascoltato un teste dell'accusa. Karadzic bisogno di altro tempo per preparare la sua difesa? Non gli sono bastati tredici anni di latitanza? In realtà questi non sono altro che trucchi, ben sapendo che il Tribunale internazionale per l'ex Jugoslavia ha solo più due anni di vita davanti a sé. Guadagnare altro tempo giocando sui cavilli legali, sfruttando fino in fondo tutte quelle garanzie che alle vittime dei crimini commessi durante la guerra di Bosnia non sono state concesse.
Se insisterà a volersi difendere da solo e a non presentarsi in dibattimento, potrebbe essergli imposto un difensore d’ufficio per rappresentarlo in aula. Che poi tutto solo Karadzic non è, visto che viene assistito da una ventina di legali. D'altra parte, nei giorni scorsi, il presidente della corte, O-Gon Kwon, aveva detto chiaramente che «l’udienza può proseguire anche in sua assenza», sottolineando che Karadzic ha deciso «volontariamente e senza equivoci» di non essere presente «accettandone quindi le conseguenze».


21 ottobre 2009


AFFAIRE TELEKOM SERBIA: PER ORA A PROCESSO SOLO UN RADICALE

L'avvocato Giovanni di StefanoLunedì mattina, al Tribunale di Roma, si è svolta la quinta udienza del processo per diffamazione intentato dall’avvocato Giovanni Di Stefano contro l’esponente radicale Giulio Manfredi. L'avvocato Di Stefano, già consigliere del defunto dittatore serbo Slobodan Milosevic e difensore di Saddam Hussein, conosciuto anche come uomo d'affari dalle frequentazioni piuttosto discutibili, non esclusa l'amicizia con il famigerato Comandante Arkan, capo delle "Tigri", una delle più feroci formazioni paramilitari serbe durante le guerre jugoslave degli anni '90, si è sentito diffamato da alcune affermazioni di Giulio Manfredi, autore del libro Telekom Serbia. Presidente Ciampi, nulla da dichiarare?.

L’udienza del 19 ottobre prevedeva l’interrogatorio dei testi dell’accusa, in particolare dello stesso avvocato Di Stefano e di un certo Mihai Romanovic. Di Stefano però non si è presentato, nonostante avesse ricevuto regolare notifica il 3 agosto scorso, senza presentare alcuna giustificazione: per tale assenza ingiustificata, il giudice gli ha inflitto una multa di 200 euro che confluirà nella Cassa delle Ammende.

Rispetto, invece, al Romanovic, il pm ha comunicato che la polizia giudiziaria non era riuscita a rintracciarlo. L’avvocato difensore di Manfredi, Giuseppe Rossodivita, ha fatto presente alla corte che vi era un errore di trascrizione: il nome giusto, infatti, è Romanciuc Mihai, webmaster del Partito Radicale Transnazionale, pienamente a disposizione degli inquirenti se fosse regolarmente citato.


Al termine dell’udienza, Giulio Manfredi ha rilasciato la seguente dichiarazione:

Sono stato sempre presente a tutte le udienze del processo (iniziato nel 2005 a Campobasso e poi trasferito a Roma), sobbarcandomi le spese di viaggio e sacrificando giorni di ferie; l’ho fatto per rispetto sia alla giustizia italiana sia al mio accusatore. Rilevo che il signor Di Stefano non nutre lo stesso rispetto; l’unica nota positiva della giornata sono i 200 euro che andranno a rimpinguare la Cassa delle Ammende (già peraltro ricca di suo, 180 milioni di euro), con la speranza che tali fondi siano utilizzati, come prevede la legge, per il reinserimento dei detenuti e non, come è nelle intenzioni del governo, per costruire nuove carceri. Per il resto, io attendo ancora di sapere quali sono i capi di imputazione.

Non credo che configuri il reato di diffamazione l’aver inserito nel mio libro anche uno stralcio de Falcone Borsellino Mistero di Stato di Enrico Bellavia e Salvo Palazzolo (Edizioni della Battaglia, Palermo), in cui sono citate dichiarazioni rilasciate ai PM palermitani dal pentito calabrese Pasquale Nucera su un un summit delle mafie meridionali tenutosi il 28 settembre 1991 al santuario di Polsi, in Calabria; a tale summit, secondo il Nucera, che era presente, partecipo’ anche il signor Giovanni Di Stefano. Oggetto del summit: la costituzione di un movimento politico di “cosa nostra” definito “partito degli amici”.

Testualmente:
“Nel corso della stessa riunione, secondo il racconto di Nucera, il boss calabrese Francesco Nirta avrebbe poi spiegato che si trattava di conquistare il potere politico, abbandonando i vecchi politici collusi che non garantivano più gli interessi mafiosi, e facendo ricorso ad uomini nuovi per formare un partito che fosse espressione diretta della criminalità mafiosa da portare al successo elettorale attraverso una campagna terroristica. Tale “campagna” si sarebbe realizzata in due fasi: nella prima sarebbero stati eliminati alcuni esponenti dello Stato molto importanti perché impedivano alla mafia di incrementare il proprio potere; nella seconda si sarebbe passato a destabilizzare, mediante la strategia del terrore, “il vecchio potere esistente”, allo scopo di raggiungere il fine politico prefissato … (Richiesta di archiviazione del proc. Pen. N. 2566/98 R.G.N.R. nei confronti di Gelli Licio + 13, pag. 64).

Considerate le polemiche di questi giorni sull’esistenza o meno di una “trattativa” fra istituzioni dello Stato e mafia siciliana, nei primi anni ’90, volta ad impedire il compimento da parte della seconda di omicidi, stragi e attentati terroristici, non mi pare inutile recuperare quanto scritto dieci anni fa dai PM palermitani.


Dal sito di Radio Radicale l'intervista a Giulio Manfredi dopo l'udienza del 19 ottobre

Le 15 domande sull'affaire Telekom Srbija sollevate da Giulio Manfredi e rimaste per ora senza risposta

Sull'"affaire Telekom Srbija" segnalo la documentazione disponibile sul sito di Radio Radicale (per la ricerca digitare come parola chiave "Telekom Serbia"), comprendente anche le sedute della commissione parlamentare d'inchiesta compresa la trasferta compiuta nel settembre 2003 a Belgrado e una mia intervista all'avvocato Giovanni di Stefano

Sulla vicenda segnalo inoltre il dossier disponibile sul sito della Associazione radicale "Adelaide Aglietta" di Torino


Giulio Manfredi

Telekom Serbia
Presidente Ciampi, nulla da dichiarare?
Diario ragionato del caso, dal 1994 al 2003

Stampa Alternativa/Nuovi Equilibri


12 settembre 2009


CRIMINI DI GUERRA: KARADZIC A PROCESSO DAL 19 OTTOBRE

La sede del Tribunale internazionale per l'ex JugoslaviaIl processo a Radovan Karadzic comincerà il 19 ottobre. Lo hanno deciso martedì scorso i giudici del Tribunale internazionale per l'ex Jugoslavia che hanno respinto la richiesta avanzata da Karadzic di avere dieci mesi di tempo in più per preparare la propria difesa. "Il 19 ottobre è una data appropriata'', ha detto il giudice O-Gon Kwon, il quale ha reso noto inoltre che per risolvere tutte le questioni ancora pendenti è stata fissata anche una nuova udienza preliminare il 6 ottobre.
L'ex leader serbo bosniaco è accusato di crimini di guerra e contro l'umanità commessi durante la guerra di Bosnia tra il 1992 e il 1995. Da quando è in carcere, Karadzic ha inoltrato più di 400 richieste al Tribunale, quasi tutte respinte perché ritenute infondate, ma la sua strategia ha ottenuto qualche successo visto che l’inizio del processo è stato più volte rimandato. Ora però sembra la volta buona.

Karadzic deve rispondere di una mole impressionante di accuse. E’ incriminato per il genocidio di Srebrenica, pulizia etnica, persecuzione e deportazione di civili, per la campagna di terrore su Sarajevo assediata, per la presa in ostaggio di militari internazionali. Il tutto contenuto in più di un milione di pagine di materiale probatorio e affidato alle dichiarazioni di 530 testimoni. Le prove a suo carico sono talmente numerose che la procura, già due volte, ha ridotto i capi di accusa rinunciando a un certo numero di testimoni per cercare di mettere in piedi un dibattimento di dimensioni praticabili.
Karadzic si è sempre difeso sostenendo che la guerra civile in Bosnia è stata voluta e orchestrata dalle grandi potenze occidentali. Alla prima udienza dopo la cattura si dichiarò non colpevole. Poi accusò le grandi potenze, la comunità internazionale, gli americani, le stesse vittime, i paesi musulmani, i comunisti, i diplomatici, la storia, tutto e tutti per “il bagno di sangue in Bosnia che sarebbe stato peggiore di quello in Libano”, come lui stesso aveva promesso a Ginevra, nel 1992, dopo il fallimento delle trattative per fermare la guerra. Karadzic sostiene che gli Usa non abbiano rispettato il patto fatto con l'allora inviato speciale statunitense, Richard Holbrooke, secondo il quale in cambio della sua sparizione dalla scena politica l'ex leader serbo-bosniaco avrebbe ottenuto l'immunità.

L’ex presidente dei serbo bosniaci ha deciso di difendersi da solo e questo avrà almeno due conseguenze certe: il processo andrà per le lunghe e questa strategia permetterà all'imputato di sfruttare il dibattimento come ribalta per inscenare uno show politico. L'ex procuratore capo del Tribunale, Carla Del Ponte, aveva già messo in guardia contro i rischi legati al consentire il ricorso all'autodifesa: “Il principio della difesa svolta personalmente dall’imputato offre un’opportunità troppo vasta di trasformare il banco degli accusati in un pulpito per comizi, e il processo in un circo politico”. Esattamente ciò che fece l'ex uomo forte di Belgrado Slobodan Milosevic (deceduto in carcere prima della fine del processo) e ciò che sta facendo il leader degli ultranazionalisti serbi Vojislav Seselj. Il processo a Radovan Karadzic potrebbe durare molti anni, ma il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha deciso che il Tribunale dovrà chiudere entro il 2012. Inoltre, le incertezze sul suo futuro stanno avendo conseguenze sul personale che ci lavora. La fuga degli specialisti è stato definito dal segretario generale dell'Onu, Ban Ki Moon, un “potenziale esodo”.
Questo potrebbe essere la vittoria finale di Karadzic e, ancora di più, degli ultimi due latitanti, Ratko Mladic e Goran Hadzic, che potrebbero finire i loro giorni senza mai essere chiamati a rispondere dei crimini contro l'umanità di cui sono accusati.


29 agosto 2009


COSE TURCHE

Prosegue in Turchia l'inchiesta su Ergenekon, l'organizzazione eversiva accusata di aver organizzato attentati e omicidi per destabilizzare il governo islamico-moderato di Recep Tayyp Erdogan per spianare la strada ad un colpo di stato e sovvertire il sistema democratico. Molti i nomi eccellenti finiti nell'inchiesta che ha colpito il cosiddetto "stato profondo", quella sorta di sistema parallelo costituito da servizi segreti deviati, esponenti delle forze armate, attivisti nazionalisti, ecc., ma di fatto ha toccato l'establishment.
Diversi osservatori pensano che il processo a Ergenekon aprirà una fase nuova della storia della Turchia moderna ma non mancano gli aspetti contraddittori e poco chiari dell'istruttoria che attirato anche le critiche dell'Unione Europea. Un'inchiesta che quasi ogni giorno riserva sorprese e che i media e l'opinione pubblica turca seguono a fasi alterne.
E mentre l'affare Ergenekon va avanti (e si stenta a vederne la fine) altre cose interessanti, per vari motivi, accadono a cavallo del Bosforo: la possibile road map per la soluzione della questione curda, i contatti con l'Armenia, i colloqui per Cipro, l'attenzione del premier Erdogan per le condizioni delle minoranze religiose, solo per dirne alcuni, mentre è interessante vedere l'atteggiamento delle forze armate.
Sullo sfondo le relazioni con l'Europa e l'accidentato percorso dell'integrazione nell'Ue. A dicembre presenterà il suo rapporto annuale sui negoziati con Ankara. Potrebbe non essere completamente negativo, ma ben difficilmente sarà del tutto positivo.

Su tutto questo, per una fotografia della situazione politica interna della Turchia, alla vigilia della ripresa dell'attività politica dopo la pausa estiva, segnalo una mia intervista a Marta Ottaviani (corrispondente dell'agenzia Apcom e collaboratrice della Stampa e del Foglio) disponibile sul sito di Radio Radicale.


26 agosto 2009


KOSOVO: TENSIONI E PROCESSI, MANIFESTAZIONI E PROTESTE

La missione civile dell'Unione Europea in Kosovo (Eulex) vuole arrivare a un accordo con la Serbia per definire la questione dogane. Lo scrive il quotidiano Koha Ditore, secondo il quale Eulex avrebbe chiesto alle autorità kosovare il via libera per intavolare i colloqui con Belgrado. Il vicepremier kosovaro, Hajredin Kuci, ha assicurato che la richiesta verrà esaminata.
La questione va avanti da quando il Kosovo ha dichiarato unilateralmente l'indipendenza. Serbia e Bosnia-Erzegovina non importano e non fanno nemmeno transitare sul proprio territorio le merci "made in Kosovo", violando così l'accordo centroeuropeo di libero scambio (Cefta).
La questione dogane si aggiunge a quella del protocollo di cooperazione tra la polizia serba ed Eulex in materia di lotta alla criminalità organizzata, accordo a cui Pristina si oppone perché, come ha detto il premier kosovaro Hashim Thaci, non si tratta di "una questione tecnica" in risposta a quanto affermato dal capo di Eulex, Yves De Kermabon. Anche sette ong kosovare chiedono al parlamento di definire in maniera chiara i rapporti tra Eulex e le istituzioni kosovare sottolineando che alla parole dovranno seguire "azioni concrete".
Un accordo simile a quello in procinto di essere sottoscritto con la Serbia, è stato già siglato dalla missione Ue con l'Albania, la Macedonia e il Montenegro. Stando alle parole di Oliver Ivanovic, segretario al ministero serbo per il Kosovo e Metohia, la reazione di Pristina è solo dettata "da questioni di politica interna, perché il governo è nel bersaglio dell'opposizione e della critica per molti motivi".

Intanto l'ex premier kosovaro Ramush Haradinaj, e attuale leader dell'opposizione, dovrà comparire il prossimo 28 ottobre di fronte al Tribunale internazionale per l'ex Jugoslavia all'Aia a seguito del ricorso in appello presentato contro la sentenza di primo grado che lo aveva assolto dall'accusa di crimini di guerra. Al fianco di Haradinaj compariranno gli altri due ex membri dell'Esercito di liberazione del Kosovo (Uck), Idriz Balaj e Lah Brahimaj. Quest'ultimo era stato condannato a sei anni per trattamento crudele e tortura di prigionieri mentre gli altri due erano stati assolti da tutte le accuse di crimini compiuti a danno di serbi, rom e albanesi "collaborazionisti".
L'assoluzione di Haradinaj alimentò forti critiche nei confronti del Tribunale, accusato di essere 'anti-serbo', soprattutto alla luce del fatto che diversi potenziali testimoni, morirono in circostanze oscure, mentre il processo era in corso, e altri rinunciarono a comparire in aula per deporre. Per questo, la procura del Tpi ha presentato appello, chiedendo che siano raccolte le testimonianze di coloro che non sono stati ascoltati nel corso del processo in primo grado. L'udienza si svolgerà a un paio di settimane dalle prossime elezioni kosovare previste per il 14 novembre.

Ieri è inoltre di nuovo esplosa la tensione interetnica a Mitrovica, la città divisa lungo il fiume Ibar che rappresenta il "confine" tra la zona nord, dove i serbi sono maggioranza, e la parte nord del Kosovo dove invece predominano gli albanesi. Sette persone sono rimaste ferite negli scontri tra gruppi di appartenenti alle due etnie nei pressi di un cantiere dove un centinaio di serbi si erano riuniti per contestare la ricostruzione di case da parte degli albanesi.
Le unita' speciali di polizia di EULEX sono intervenute usando gas lacrimogeni per far cessare le sassaiole e disperdere i dimostranti. Secondo la polizia inoltre nella stessa zona e' stato fatto scoppiare un ordigno e sono stati esplosi diversi colpi di arma da fuoco.

Infine da segnalare l'iniziativa dell' Associazione della stampa serba e della sua sezione in Kosovo che sono scese oggi in piazza, a Pristina, reclamando giustizia per i giornalisti scomparsi durante la guerra del 1998-99. Il corteo era composto da serbi e da albanesi e ha sfilato pacificamente per le vie della capitale kosovara per poi sostare davanti alla sede della missione dell'UE a cui si chiede di fare finalmente luce sugli omicidi e i rapimenti di giornalisti, verificatisi durante il conflitto. Il capo missione Eulex, Yves de Kermabon, ha ricevuto una delegazione dei manifestanti.
In particolare, risultano ancora oggi scomparsi Slavko Perenic e Djuro Slavuj, di Radio Pristina (dal 1998), Ljubomir Knezevic, del quotidiano Jedinstvo (L'Unità) e corrispondente di Politika (dal 1999), Marijan Melonasi, di Radio Kosovo (dal 2000). Inoltre Non è mai stata fatta luce sul caso del giornalista serbo, Alaksandar Simovic, scomparso nel 1999 e del fotoreporter, Momir Stokuca, assassinato nello stesso anno. "Tornate da noi colleghi nostri" era la scritta, sia in lingua serba sia albanese, sul grande striscione dietro cui hanno sfilato i manifestanti.

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