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passaggioasudest [ la realtà politica dell'europa sud orientale dai balcani alla turchia ]
 



Questo blog è dedicato ad un'area cruciale per il futuro europeo. Per l'area che va dai Balcani occidentali alla Turchia, infatti, passa il futuro dell'Unione europea come progetto politico così come il futuro di questi Paesi passa dalla scelta dell'integrazione in questo progetto.




"Dobbiamo ricordarci che l’informazione è un veicolo diretto all’utente, non è un soliloquio da parte del giornalista. Bisogna tenere sempre presente che chi è dall’altra parte del microfono deve poter comprendere una realtà in cui non è presente. Questo, penso, è il massimo sforzo che i giornalisti devono compiere".
Antonio Russo



"Il vero referendum sul futuro dell'Unione si terrà nei Balcani"
International Balkan Commission


"E poi, un giorno, è stato costruito un ponte che collegava le due rive del Bosforo. Quando sono salito sul ponte e ho guardato il panorama, ho capito che era ancora meglio, ancora più bello di vedere le due rive assieme. Ho capito che il meglio era essere un ponte fra due rive. Rivolgersi alle due rive senza appartenere".
Orhan Pamuk, Istanbul



Per inviare una email scrivi a pasudest@yahoo.it





18 settembre 2009


RILETTURE: LA JUGOSLAVIA E IL "NON ALLINEAMENTO"

Venti anni fa, dal 22 al 26 aprile del 1989, il Partito Radicale, che da poco più di un anno era divenuto transnazionale, tenne il suo 35° congresso a Budapest. Fu un evento eccezionale e per molti versi incredibile. Certo, il vento, nell'Europa oltre la "cortina di ferro" stava cominciando a cambiare, a Mosca con Gorbaciov si parlava di "glasnost" e "perestrojka", ma il mondo era ancora saldamente diviso in due blocchi. I capi della DDR giuravano che il muro di Berlino sarebbe durato ancora cento anni, in Polonia Solidarnosc era stata messa fuorilegge e il generale Jaruzelski aveva ristabilito l'ordine, la Cecoslovacchia processava i suoi dissidenti, Ceausescu manteneva il potere inseguendo le sue ossessioni di grandezza e la Bulgaria era sempre il più ortodosso alleato dell'URSS.
E la Jugoslavia?
La Jugoslavia si stava autodistruggendo ma l'Europa preferiva non vedere le nuvole nere che si approssimavano e non voleva rendersi conto che l'esplosione era solo questione di tempo. In pochi, già all'indomani della morte di Tito, quasi dieci anni prima, avevano intuito il pericolo. Tra questi pochi c'era Marco Pannella che da anni, invano, sosteneva l'ingresso della Jugoslavia nella Comunità Europea (non ancora Unione) come unica soluzione per disinnescare il terribile potenziale di odio interetnico che andava accumulandosi nei Balcani. Il leader radicale, però, si rivolgeva anche alla Jugoslavia stessa, ammonendo che il "non allineamento" che era stato il cardine della politica estera titina, non aveva più motivo né possibilità di essere. Le "vie nazionali", secondo i radicali, non erano più percorribili in nessuna parte del mondo, anche perché i governi occidentali, preferendo "Stati cuscinetto" a vere democrazie, finivano per spinge la Jugoslavia verso la catastrofe culturale e civile, prima ancora che politica ed economica. E proprio per questo era urgente che la Jugoslavia entrasse a far parte della Comunità Europea. Ma questo non avvenne e sappiamo tutti come andò a finire nel decennio successivo.
A questo proposito penso sia utile andare a rileggere cosa i radicali scrivevano in un densissimo "numero unico" che fu realizzato e distribuito proprio in vista del congresso di Budapest in inglese, ungherese e serbo-croato, e che si occupava, tra l'altro, anche del futuro della Jugoslavia.

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JUGOSLAVIA: L'EQUIVOCO DEL NON ALLINEAMENTO

Un fatto apparentemente marginale è stato ripreso e trattato dalla stampa di tutte le tendenze in un modo molto sintomatico. L'episodio della repressione di intellettuali in Jugoslavia, tra i quali Milovan Gilas, è stato messo in relazione con le difficoltà economiche e sociali della Repubblica jugoslava, ma senza cogliere la vera sostanza delle sue difficoltà. La Jugoslavia ha un governo che affronta con coraggio una politica di rigore nel tentativo di evitare la bancarotta, di meritare e mantenere crediti e fiducia a livello internazionale. Le indicazioni della Banca Mondiale, ufficiose, e quelle della CEE, sempre discrete, sono praticamente rispettate, o almeno i tentativi per rispettarle sono perseguiti con una ammirabile tenacia. Ma se la bancarotta è per ora evitata, lo si deve ad una politica occidentale di aiuti di grandi dimensioni, a cominciare da quella americana, anche se spesso si presenta sotto altre sembianze, ``svizzere'' per esempio.

L'ossessione jugoslava del non-allineamento - dogma e totem di tutte le generazioni dirigenti senza eccezione dal 1949 - costituisce l'ideologia pienamente favorita e diffusa dai paesi della Nato e della Comunità. Nello stesso tempo le menzogne e l'illusione della ``indipendenza nazionale'', della ``via jugoslava'' intesa come prospettiva e non solo come storia e cronaca passata, ipotecano la cultura, la politica ed ogni prospettiva a medio e lungo termine che non sia prospettiva di insicurezza.

La verità è che una via nazionale non è più proponibile senza esporsi al ridicolo, e questo vale anche per società come la tedesca e l'inglese; e che il non-allineamento è l'espressione di una disastrosa sottocultura che è -non a caso- coltivata e alimentata tanto dall'Est quanto dall'Ovest del mondo. La Jugoslavia non ha più i motivi nè la possibilità di un non- allineamento. D'altra parte, come il Burkina Faso o il Mali, l'Italia o la Spagna, la Grecia o la Svezia.

I vertici militari-industriali del sistema ``occidentale'' manifestano l'interesse a lasciare libero corso -o meglio, corso obbligato- a questa ``balla'': la democrazia politica ed un allineamento ideale su di essa, complicherebbe loro l'esistenza. E' meglio, molto meglio, che ad Ouagadougou, o a Bamako, Belgrado o Bagdad, non ci si ``allinei'' sul fronte democratico, all'interno come all'esterno, ma ci si serva di ``cuscinetti'' o di ``terre di nessuno'' e si governi questi popoli senza rispetto ``occidentale'' dei diritti della persona e dei diritti politici.

Durante tutta la legislatura del Parlamento europeo, ci siamo confrontati con la volontà ostinata della CEE e delle forze conservatrici e socialdemocratiche presenti in Parlamento. Volontà di ``rispettare'' l' ``indipendenza'' della Jugoslavia come quella del ``Terzo Mondo''. Volontà di applaudire, generosamente, al suo ``non- allineamento''; volontà di proclamare il disinteresse, l'incredulità e la sostanziale ostilità verso gli sviluppi di democrazia politica e di organizzazione non statuale dell'economia (con l'eccezione dell'iniziativa privata straniera) in questi paesi. E' così che si accompagna e si spinge, molto rapidamente, la Jugoslavia verso la catastrofe, culturale e civile, prima ancora che politica ed economica. Inutilmente chiediamo che la Jugoslavia sia ufficialmente informata del desiderio della Comunità di vederla un giorno parte integrante, e da subito ``associata''.

Inutilmente abbiamo sottolineato che il rispetto dei diritti umani, sociali, etnici, politici, che implica, o dovrebbe implicare, l'adesione alla Comunità, appartiene alla storia e alla cultura, al desiderio e ai profondi convincimenti dei popoli jugoslavi, e anche delle sue classi dirigenti. Inutilmente abbiamo ripetuto che non si doveva, per questo, compiere alcuna violazione della sovranità e dell' ``indipendenza'' di questo paese amico, ma che bisognava rispettarlo almeno quanto rispettiamo noi stessi, e proporgli di dividere con noi l'avventura storica di un'Europa politica, per una politica di giustizia, di libertà e di pace. In questo modo noi avremmo sia alimentato e arricchito il dibattito interno dei gruppi dirigenti, sia consentito a tutte le correnti di pensiero, scientifico e politico, che non possono essere - in Jugoslavia come altrove - nazionaliste, nazionalizzate e ``neutraliste'', di vivere in maniera non clandestina e sminuita. Il dibattito interno sarebbe stato e sarebbe certamente drammatico, ma vivo e vitale.

Al contrario, diviene sempre più drammatico, sicuramente nevrotico, ma anche inconsistente ed inutile. Si continua al contrario a far circolare una ``cultura'' che non vede altro che l'Est e l'Ovest, assunti come uguali nei loro antagonismi, appiattiti l'uno sull'altro, l'uno contro l'altro, nemici potenziali nel nome stesso dell' ``originalità'' e dell' ``indipendenza'' del paese. Insomma, la CEE e il Parlamento europeo come, d'altra parte, ognuno dei nostri Stati, sostengono l'irrilevanza, se non addirittura il pericolo, di una svolta democratica e liberale, all'interno, e antisovietica all'esterno, nella crescita del paese.

E' l'Europa partitocratica, con forti tendenze e tentazioni antidemocratiche, che ha, in definitiva, cattiva coscienza di sè, e degli altri. Al contrario, noi dobbiamo avere e fare fiducia. La Jugoslavia lo merita. Viva, dunque, la Jugoslavia europea, democratica ed ``allineata'' in una politica strutturale di pace, di vita, di alleanza storica Ovest-Sud. Questa utopia è, tra l'altro, la stessa che noi proponiamo all'Europa degli Stati e delle nazioni di oggi. 


14 gennaio 2009


RADICALI: L'ARRESTO DI MLADIC DEVE ESSERE UNA PRIORITA' DEL GOVERNO SERBO

La polizia serba nei giorni scorsi ha annunciato l'intenzione di offrire una taglia di un milione di euro per chi fornirà la cattura dell'ex generale Ratko Mladic, comandante delle milizie serbo-bosniache all'epoca della guerra in Bosnia e da 13 anni ricercato dal Tribunale penale internazionale per la ex Iugoslavia per genocidio e crimini contro l'umanita' in relazione all'assedio di Sarajevo e al massacro di ottomila civili musulmani a Srebrenica, nel 1995. Insieme a Goran Hadzic, l`ex leader dei serbi in Croazia, Ratko Mladic è l’ultimo ricercato dal Tribunale Internazionale ancora latitante.

Secondo Sergio Stanzani e Gianfranco Dell’Alba, rispettivamente presidente e segretario dell’associazione radicale "Non c’è Pace Senza Giustizia", l'arresto di Ratko Mladic deve essere una priorità del governo di Belgrado.

"Dopo l’arresto di Radovan Karadzic avvenuto a luglio dell’anno scorso - hanno dichiarato i due esponenti radicali - l’annuncio fatto dalle autorità serbe conferma l’impegno di Belgrado di chiudere i conti con il passato e di adempiere ai suoi obblighi internazionali assicurando l’arresto e il trasferimento di tutti i rimanenti accusati e ricercati dal Tribunale dell’Aja. Auspichiamo che Ratko Mladic venga a breve catturato e consegnato ai giudici del TPI e che il suo processo assieme a quello di Radovan Karadzic possano essere esemplari per i tanti criminali ancora in libertà e aprire la strada alla raccolta di nuove testimonianze importanti suscettibili di fare luce sugli ancora molti episodi accaduti in quegli anni, tra cui vi sono le sparizioni di centinaia di persone.
L’arresto di Ratko Mladic, l’esecutore materiale della vera e propria operazione di pulizia etnica concepita da Milosevic e Karadzic, segnerebbe una tappa fondamentale per la giustizia internazionale e per quelle istituzioni create per affermare il principio che non può esservi impunità per chi si è macchiato di crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio. Sarebbe anche una vittoria di Belgrado, che con il governo di Boris Tadic ha finalmente scelto con decisione la via dell’affermazione dello stato di diritto, della giustizia e della assunzione delle responsabilità di fronte alla comunità internazionale e ai suoi stessi cittadini, e il cui processo di ancoraggio all’Unione Europea non sarebbe più tenuto in ostaggio dal passato".

La scheda segnaletica di Ratko Mladic sul sito dell'Interpol


12 dicembre 2008


CASO GRATIAN GRUIA: IL BAMBINO DI NUOVO IN MANO AI SUOI AGUZZINI? RADICALI CHIEDONO CHIARIMENTI AL GOVERNO.

In seguito alla sentenza emessa dal Tribunale romeno di Caras Severin lo scorso 3 dicembre, domani, 13 dicembre, il piccolo Gratian Gruia sarà affidato nuovamente alla famiglia d'origine responsabile di averlo abbandonato dopo ripetuti maltrattamenti e sevizie.
Sul caso, che riguarda la tutela dei minori stranieri non accompagnati e chiama in causa direttamente il governo italiano, i deputati radicali nel gruppo del Partito Democratico hanno presentato una nuova interrogazione parlamentare ai ministri degli Esteri, Frattini, della Giustizia, Alfano, e degli Interni, Maroni.
Rispondendo ad una prima interrogazione, con la quale i radicali avevano già sollevato il caso del piccolo Gratian, il sottosegretario agli Esteri, Enzo Scotti, aveva fatto sapere che il ministro Frattini aveva già chiesto chiarimenti sulla vicenda e dato istruzioni all'ambasciatore italiano a Bucarest di compiere passi formali presso le autorità romene per avere assicurazioni sulla sorte del bambino.
Alla luce della sentenza del tribunale romeno che ha respinto la richiesta formulata dalla direzione generale di assistenza sociale protezione minori di Caras Severin, disponendo il ritorno del bambino nell'ambito familiare di provenienza, i deputati Elisabetta Zamparutti, Rita Bernardini, Maria Antonietta Farina Coscioni, Marco Beltrandi, Matteo Mecacci e Maurizio Turco si rivolgono ai Ministri Frattini, Alfano e Maroni, per sapere se il Ministro degli Esteri sia a conoscenza della sentenza emessa il 3 dicembre e quali provvedimenti intenda prendere in merito. Si chiede inoltre che venga prevista una clausola, all'interno dell'Accordo bilaterale che Italia e Romania hanno firmato il 9 giugno 2008, in base alla quale sia data la possibilità ad esperti italiani di rendere visita al minore successivamente al rimpatrio, come già previsto nell'accordo bilaterale stipulato da Romania e Spagna sulla cooperazione in materia di tutela dei minori rumeni non accompagnati siglato il 15 dicembre 2005 . Al Ministro della Giustizia i deputati radicali chiedono se abbia disposto una inchiesta sulla sentenza del Tribunale dei minori di Roma che ha disposto senza adeguata motivazione il rimpatrio. Si chiede infine al Ministro degli Interni se non ritenga opportuno affiancare una clausola che preveda figure di esperti in grado di controllare le condizioni del minore successivamente all'espletamento delle pratiche di rimpatrio, nel testo dell'Accordo bilaterale con Bucarest.

Qui di seguito il testo dell'interrogazione

INTERROGAZIONE A RISPOSTA ORALE

Al Ministro degli Affari Esteri, al Ministro della Giustizia e al Ministro degli Interni,

Per sapere - premesso che:

in data lunedì 30 ottobre 2008 gli onorevoli Zamparutti, Beltrandi, Bernardini, Farina Coscioni, Mecacci e Turco hanno presentato un'interrogazione a risposta scritta al Ministro degli Affari Esteri e al Ministro della Giustizia avente come oggetto il caso del bambino di origini romene Gratian Gruia, rimpatriato in Romania a seguito della sentenza del Tribunale dei minori di Roma dell'8 luglio 2008;

la sentenza in oggetto fa riferimento solo alla richiesta del governo rumeno ed agli accordi bilaterali tra i due Stati senza motivare in ordine allo stato di abbandono del minore oggetto del procedimento;

il 25 maggio 2007 Gratian era stato trovato in condizioni terribili dalla squadra mobile di Roma, perché seviziato dal padre e abbandonato dalla madre; la nonna è stata arrestata due volte, nel marzo 2007 ad Ancona ed il 25 maggio 2007 a Roma, per le sevizie inflitte al piccolo per farlo piangere ed impietosire i passanti, mentre chiedeva l'elemosina;

il bambino risulta essere stato affidato ad un assistente maternale nel paese di Sopotul Vechi, nella regione settentrionale di Caras Severin dove risulta aver origine e risiedere la famiglia Gruia;

come si legge nella risposta del Sottosegretario di Stato per gli Affari Esteri Enzo Scotti all'interrogazione del 30 ottobre 2008, "venuto a conoscenza della vicenda, grazie a notizie apparse sugli organi di informazione, il Ministro Frattini ha scritto al Ministro degli Esteri rumeno, Comanescu, per ricevere chiarimenti sulla vicenda e ha dato istruzioni al nostro Ambasciatore a Bucarest di compiere, per parte sua, passi formali presso le autorità rumene per avere assicurazioni sulla sorte del piccolo Gratian. Sulla base di queste istruzioni, il nostro Ambasciatore a Bucarest Mario Cospito ha subito chiesto un incontro con il Ministro degli esteri rumeno Comanescu";

nel testo della suddetta risposta si legge inoltre che: "l'Ambasciatore Cospito aveva sottolineato al Ministro la grande attenzione con cui in Italia si segue il caso, per i suoi risvolti umani e per il suo carattere di «test case» dei meccanismi di collaborazione bilaterale istituiti con l'accordo dello scorso luglio";

la sentenza del tribunale di Caras Severin del 3 dicembre 2008 ha respinto la richiesta formulata dalla direzione generale di assistenza sociale protezione minori di Caras Severin ed è disposto il ritorno di Gratian Gruia nell'ambito familiare di provenienza riaffidandolo alle cure della madre previo ricorso che scade entro 10 giorni dalla pronuncia della sentenza, in questo caso in data 13 dicembre;

il bambino verrà riconsegnato alla madre che, a suo tempo, lo aveva abbandonato e quindi nel contesto familiare dove vivono la nonna e il padre, già condannati per sevizie e maltrattamenti nei confronti del minore Gratian Gruia dai tribunali italiani.

- si chiede se il Ministro degli Esteri sia a conoscenza della sentenza emessa il 3 dicembre scorso dal tribunale romeno di Caras Severin e quali provvedimenti intenda prendere in merito e si chiede inoltre di prevedere una clausola all'interno dell'Accordo bilaterale che Italia e Romania hanno firmato il 9 giugno 2008, in base alla quale sia data la possibilità ad esperti italiani, di rendere visita al minore successivamente al rimpatrio, come peraltro già previsto nell'accordo bilaterale stipulato da Romania e Spagna sulla cooperazione in materia di tutela dei minori rumeni non accompagnati siglato il 15 dicembre 2005.

- si chiede al Ministro della Giustizia, a seguito del tragico epilogo che assume oggi ai nostri occhi la sentenza romena, se ha già disposto una inchiesta sulla sentenza del Tribunale dei minori di Roma che ha disposto il rimpatrio;

-si chiede al Ministro degli Interni se non ritenga opportuno affiancare una clausola che preveda figure di esperti in grado di controllare le condizioni del minore successivamente all'espletamento delle pratiche di rimpatrio, nel testo dell'Accordo su citato.


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18 novembre 2008


TURCHIA, CAUCASO: RADICALI, BENE GLI AFFARI MA I DIRITTI UMANI?

La scorsa settimana, tra le tante dichiarazioni del Presidente del Consiglio sulla politica estera italiana - dichiarazioni che in alcuni casi, come quelle sulla Russia) hanno suscitato sconcerto per la loro divergenza rispetto alla linea seguita dal nostro Paese (salvo poi essere smentite con reiterati rimproveri alla stampa di non aver ben capito - ve ne è stata una, molto importante, che ha confermato l'appoggio italiano ad una (rapida) inclusione della Turchia nell'Ue.
Maurizio Turco e Marco Perduca, parlamentari radicali eletti nelle liste del PD, auspicando che alle parole seguano presto i fatti, ricordano opportunamente che, con buona pace della Lega Nord, sul suolo europeo già vivono oltre 250mila turchi nella parte settentrionale dell'isola di Cipro. Per questo, in attesa che Ankara possa sedere a Bruxelles con diritti di cittadinanza europea, i due esponenti radicali ricordano che "occorre sostenere il processo di riunificazione dell'isola mediterranea, unico esempio in controtendenza rispetto al fiorire di rivendicazioni secessionistiche, partendo dall'isolamento economico che i turco-ciprioti soffrono dal oltre 30 anni". Turco e Perduca, che dal settembre 2005 sono anche cittadini della Repubblica turca di Cipro del Nord, chiedono quindi che l'Italia "avvii iniziative a livello europeo per porre fine all'embargo economico e sostenga quegli imprenditori italiani che si mostrano desiderosi di investire nel nord dell'isola".

Lo stesso giorno in cui Berlusconi faceva le sue famose dichiarazioni a Smirne, a margine del primo vertice intergovernativo italo-turco, si svolgeva a Roma, presso il Ministero degli Esteri, la Conferenza Italia-Causaso meridionale. Gki organi di stampa hanno riferito le dichiarazioni del sottosegretario Adolfo Urso tutte volte a sottolineare l’importanza delle relazioni commerciali e della partnership economica, con particolare riferimento all’energia, del nostro paese con Azerbaigian, Armenia e Georgia. A questo proposito Bruno Mellano, presidente ri Radicali Italiani, pone una domanda: il Governo italiano non ha proprio nulla da dichiarare sulla situazione geo-politica dell’area caucasica? Nulla da dire sulla situazione attuale della Georgia? Nulla sul contesto generale del Caucaso e delle irrisolte situazioni di illegalità e di violazione dei diritti?
Mellano ricorda che sulle preoccupazioni caucasiche il Partito Radicale Nonviolento ha, tempo fa, organizzato una conferenza per documentare, con un nutrito dossier, i vari focolai di tensione e di crisi. "Noi radicali - ha dichiarato Mellano - continuiamo a credere che occorra occuparsi di diritti umani e del rispetto della legalità, anche internazionale, non solo perché è giusto ma anche perché è utile. Non c’è rispetto delle vite umane laddove non c’è rispetto delle legge: dunque non si può parlare di Caucaso senza parlare del tumore ceceno e del ruolo dell’”amico” Putin nell’area tanto meno senza parlare di quello che è successo quest’estate in Georgia. Già dimenticate l’Abkazia e l’Ossezia del Sud? Pare di si, in attesa magari di doverci occupare della Crimea. Certo ci preme ribadire che anche i migliori e più convenienti contratti economici e commerciali hanno bisogno di basarsi su solide istituzioni che ne garantiscano l’affidabilità, interna ed esterna. E le relazione nuove e approfondite con l’aera caucasica posso anche essere volte a consolidare una rete di tutela per quei paesi, ma poi non bisogna tacere difronte alla disinvoltura con cui la Russia spadroneggia indisturbata da quelle parti. Ed anche di questo credo debba occuparsi il nostro Ministero degli Esteri".


1 novembre 2008


BAMBINO RUMENO RIMPATRIATO SENZA GARANZIE

una immagine del piccolo Gratian GruiaI deputati Radicali, prima firmataria Elisabetta Zamparutti, mercoledì scorso hanno presentato un'interrogazione urgente al ministro degli Esteri Frattini e al ministro della Giustizia Alfano sul caso di Gratian Gruia, il bambino di tre anni di origini rumene trovato dalla Squadra Mobile di Roma il 25 maggio 2007 in condizioni terribili perché seviziato dal padre ed abbandonato dalla madre. Affidato subito alla casa famiglia "La Valle dei fiori", il 28 maggio di quest'anno, l'allora Pubblico Ministero del Tribunale dei Minori di Roma, Simonetta Matone, chiese ed ottenne la decadenza dalla potestà genitoriale del padre per i gravi maltrattamenti commessi. La Romania, che si era costituita in giudizio, ha chiesto la riconsegna del piccolo che ha ottenuto l'8 luglio.
Secondo i Radicali la sentenza con cui il Tribunale dei Minori ha disposto la consegna del minore alle autorità rumene non era adeguatamente motivata. "Il 27 ottobre scorso – rendono noto i deputati Radicali - il piccolo Gratian, che non sa una parola di rumeno, è stato prelevato e consegnato a dei funzionari dell'ambasciata rumena che lo hanno trasferito in Romania, accompagnato da un'operatrice italiana della casa famiglia nella quale il piccolo era cresciuto". Nell'interrogazione i Radicali segnalano che, "arrivato a Bucarest, il piccolo Gratian sarebbe stato portato via da una persona di sesso maschile che non parlava italiano, nonostante piangesse a dirotto e si attaccasse con tutte le sue forze alla donna italiana, la quale è stata lasciata sola in aeroporto, non le è stata fornita alcuna assistenza e dopo la notte trascorsa lì ha fatto rientro in Italia."
Nessuno sa dove sia finito Gratian fanno sapere ancora i Radicali i quali nell'interrogazione chiedono al ministro Frattini di sapere "se il rimpatrio di Gratian Gruia sia avvenuto nel rispetto di tutte le Convenzioni Internazionali a difesa dei minori e dei diritti umani e se sia legittimo, in un provvedimento giudiziario emesso da un Tribunale per i minorenni, disporre la consegna di un bambino di soli tre anni e mezzo, senza in alcun modo esplicitamente prevedere quali siano le procedure più idonee da adottare al fine di evitare gravissimi e irreversibili traumi".
"Come accade in tutti i paesi civili del mondo – ha dichiarato Elisabetta Zamparutti - quando si procede ad una adozione internazionale, non si strappa mai un bambino dal suo ambiente, ma si procede per gradi e favorendo, attraverso il soggiorno delle coppie adottive nel paese di residenza, la conoscenza da parte del bambino del nuovo ambiente in cui si troverà a vivere."

Il ministro degli Esteri, da parte sua, in una lettera pubblicata sul quotidiano ha espresso rammarico per l'accaduto al Ministro degli Esteri rumeno. Elisabetta Zamparutti ha prontamente commentato rilevando che ha ragione Frattini: le responsabilità dell'accaduto vanno cercate innanzitutto nel nostro Paese dato che il Tribunale dei minori di Roma ha disposto il rimpatrio di Gratian con una sentenza immotivata che peraltro ha disatteso il parere contrario espresso sia dal Pubblico Ministero sia dall'associazione per la tutela dei minori Tetto Azzurro.
"Quello che va verificato – continua la deputatavradicale - è se il nostro Paese ha rispettato l'articolo 3 della Convenzione Onu sui Diritti del Fanciullo, che stabilisce che 'In tutte le decisioni relative ai fanciulli, di competenza sia delle istituzioni pubbliche o private di assistenza sociale, dei tribunali, delle autorità amministrative o degli organi legislativi, l'interesse superiore del fanciullo deve essere una considerazione preminente'".
Secondo Zamparutti "serve una risposta urgente sulla legittimità del provvedimento giudiziario emesso dal Tribunale di Roma, che ha disposto la consegna di un bambino di soli tre anni e mezzo, senza in alcun modo esplicitamente prevedere le procedure più idonee da adottare in fase di esecuzione dell'espatrio del minore al fine di evitare gravissimi e irreversibili traumi."
"Occorrono spiegazioni – continua - sul motivo per cui non è stato, ad esempio, consentito agli operatori della casa famiglia che aveva avuto in custodia Gratian Gruia di accompagnarlo in Romania e di aiutarlo ad 'acclimatarsi' nel nuovo ambiente, come accade in tutti i paesi civili del mondo quando si procede ad una adozione internazionale, cioè non strappando mai un bambino dal suo ambiente, ma procedendo per gradi e favorendo, attraverso il soggiorno delle coppie adottive nel paese di residenza, la conoscenza da parte del bambino del nuovo ambiente in cui si troverà a vivere."
“Di questo è il mio, il nostro Paese che doveva essere garante, non la Romania," conclude Elisabetta Zamparutti.


14 ottobre 2008


CASO KADIJEVIC: I RADICALI ITALIANI CHIEDONO SOSTEGNO PER LA CROAZIA

Veljko KadijevicLa Russia, nei giorni scorsi, ha concesso la cittadinanza a Veljko Kadijevic, ex generale dell'esercito jugoslavo, ricercato dalla Croazia per crimini di guerra compiuti durante le guerre degli anni '90 a cui Mosca aveva già concesso lo status di rifugiato nel 2005. Dato che la costituzione russa non consente l'estradizione dei suoi cittadini la richiesta della Croazia per Kadijevic non avrà più alcun effetto.
Zagabria aveva incriminato Kadijevic, ex ministro della Difesa della Jugoslavia, per i crimini commessi dall'esercito federale nel 1991 e 1992, all'inizio del conflitto in Croazia. Nel 2003, un tribunale di Vukovar, nella Croazia orientale, aveva incriminato Kadijevic e altri nove ufficiali jugoslavi per i crimini di guerra commessi durante l'assedio della città nel 1991.
L'assedio di Vukovar da parte dell'esercito federale jugoslavo e dei paramilitari serbi è stata una delle maggiori tragedie della guerra in Croazia. Migliaia di civili furono uccisi e la città, praticamente rasa al suolo, divenne uno dei simboli della tragedia delle guerre jugoslave degli anni '90.Le autorità giudiziarie croate hanno incriminato Kadijevic anche per altri crimini di guerra compiuti a Bjelovar e a Osijek.
La Croazia aveva esortato la Russia ad arrestare Kadijevic nel novembre dello scorso anno, dopo la sua apparizione alla televisione serba in un'intervista nella quale egli aveva dichiarato di vivere a Mosca.
La Russia ospita attualmente anche Mirjana Markovic e Marko Milosevic, rispettivamente vedova e figlio dell'ex dittatore serbo Slobodan Milosevic, entrambi ricercati dalle autorità di Belgrado.
I senatori radicali/PD Donatella Poretti e Marco Perduca hanno presentato un'interrogazione al ministro degli Esteri, Franco Frattini, e a quello della Giustizia, Angelino Alfano, perché il governo italiano sostenga le autorità croate nell'ottenere l'estradizione di Kadijevic.
"La nostra interrogazione - hanno dichiarato i parlamentari radicali - si inserisce nel solco dell'iniziativa politica portata avanti dal Partito Radicale Nonviolento transnazionale (e da "Non c'è Pace senza Giustizia"), dall'inizio degli anni '90 ad oggi: iniziativa tendente a contrastare fin dal suo nascere i disegni egemonici di Slobodan Milosevic e poi a creare gli strumenti giuridici (il Tribunale Penale Internazionale dell'Aja, ICTY) per punire i responsabili dei crimini compiuti nell'ex-Jugoslavia. I crimini di guerra sono per loro natura imprescrittibili: le autorità croate, che continuano a fornire piena collaborazione al Tribunale dell'Aja, hanno tutto il diritto di vedere soddisfatta dalle autorità russe la loro richiesta di estradizione.
Inoltre, il generale Kadijevic potrebbe fornire una testimonianza preziosa all'ICTY per comprendere la genesi delle guerre d'aggressione della Serbia di Slobodan Milosevic prima alla Slovenia (giugno 1991) e poi alla Croazia (luglio 1991); in particolare, Kadijevic ebbe un ruolo fondamentale nel rinforzare le forze dell'esercito federale (JNA), decimato dalle diserzioni, con gruppi paramilitari che si resero protagonisti di efferate violenze contro la popolazione civile, prima in Croazia e poi in Bosnia.
Infine, Kadijevic era ancora ministro della Difesa il 7 gennaio 1992, quando due MIG 21 dell'esercito federale abbatterono nei cieli di Varazdin (Croazia) un elicottero della Comunità europea, uccidendo il pilota di nazionalità francese e quattro osservatori italiani; il giorno dopo Kadijevic si dimise da ministro della Difesa 'per ragioni di salute'. I piloti serbi sono stati condannati ma non è stata fatta luce su eventuali responsabilità dei vertici della catena di comando".
Altri due esponenti di Radicali Italiani, Giulio Manfredi e Igor Boni, hanno sottolineato che il “caso Kadijevic” non è l’unica testimonianza di come la Russia interpreti la giustizia internazionale: "Mosca continua ad opporsi all’estradizione dell'ex agente dei servizi russi e uomo d'affari Andrej Lugovoj, incriminato dalla magistratura inglese per l’omicidio, nel novembre 2006, dell’ex-spia russa Aleksandr Litvinenko".


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27 agosto 2008


PREOCCUPAZIONI CAUCASICHE

Foto di Alessandro Franzetti da www.osservatoriocaucaso.orgIeri i parlamentari Radicali eletti nelle liste del PD hanno tenuto una conferenza stampa per presentare il documento "Preoccupazioni Caucasiche" preparato dall’UNPO (Unrepresented Nations and Peoples Organization), in cui si documentano le situazioni relative alle popolazioni che vivono nella regione trans-caucasica e i possibili ulteriori focolai di tensione nella regione. Il documento era stato presentato alcuni giorni fa al Parlamento Europeo in occasione della seduta straordinaria della Commissione Esteri convocata per discutere della crisi in Georgia.
Nel corso della conferenza stampa di ieri è stato presentato anche un memorandum messo a punto dall'associazione Non c'e' Pace senza Giustizia relativo alle varie giurisdizioni competenti sulle violazioni dei diritti umani e del diritto umanitario internazionale occorse nei giorni scorsi in Georgia.

Sul sito di Radio Radicale è disponibile l'audiovideo della conferenza stampa

Il dossier "Preoccupazioni Caucasiche" è disponibile in inglese sul sito dell'UNPO oppure nella traduzione italiana sul sito di Radio Radicale

Il memorandum di Non c'è Pace senza Giustizia è disponibile in inglese sul sito dell'associazione


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permalink | inviato da robi-spa il 27/8/2008 alle 18:52 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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