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passaggioasudest [ la realtà politica dell'europa sud orientale dai balcani alla turchia ]
 



Questo blog è dedicato ad un'area cruciale per il futuro europeo. Per l'area che va dai Balcani occidentali alla Turchia, infatti, passa il futuro dell'Unione europea come progetto politico così come il futuro di questi Paesi passa dalla scelta dell'integrazione in questo progetto.




"Dobbiamo ricordarci che l’informazione è un veicolo diretto all’utente, non è un soliloquio da parte del giornalista. Bisogna tenere sempre presente che chi è dall’altra parte del microfono deve poter comprendere una realtà in cui non è presente. Questo, penso, è il massimo sforzo che i giornalisti devono compiere".
Antonio Russo



"Il vero referendum sul futuro dell'Unione si terrà nei Balcani"
International Balkan Commission


"E poi, un giorno, è stato costruito un ponte che collegava le due rive del Bosforo. Quando sono salito sul ponte e ho guardato il panorama, ho capito che era ancora meglio, ancora più bello di vedere le due rive assieme. Ho capito che il meglio era essere un ponte fra due rive. Rivolgersi alle due rive senza appartenere".
Orhan Pamuk, Istanbul



Per inviare una email scrivi a pasudest@yahoo.it





19 gennaio 2010


SEMPRE MENO LIBERTA' NEL MONDO: BALCANI IN CONTROTENDENZA

Due miliardi e trecento milioni di persone, più di un terzo dell'umanità. Senza diritti e senza libertà. In Africa, in Medio Oriente, in Asia, nei Paesi ex sovietici cresce la repressione dei diritti civili e umani. E per la quarta volta in quarant'anni si registra un peggioramento della situazione a livello globale. E' questo il preoccupante quadro che emerge da "Freedom in the world", il rapporto di Freedon House, l'osservatorio che dal 1972 registra lo stato di salute delle libertà in tutto il pianeta. In un quadro generale preoccupante spicca la contro tendenza rappresentata da alcuni Paesi balcanici e del sud est europeo che invece hanno aumentato la loro libertà rispetto al passato.

Il panorama è davvero fosco. Jennifer Windsor, direttrice esecutiva di FH, in un articolo di Umberto De Giovannangeli sull'Unità del 15 gennaio, avverte che il 2009 ha segnato "una preoccupante erosione di alcune libertà fondamentali, la libertà di espressione e di associazione" e "innumerevoli attacchi contro gli attivisti in prima linea in questi settori". Brutale repressione a Teheran, arresti di dissidenti in Cina, assassini di giornalisti in Russia: "Abbiamo registrato un ulteriore giro di vite nei confronti di donne e uomini che nel mondo si battono per far valere quei diritti umani riconosciuti dalla Dichiarazione universale delle Nazioni Unite e dalle più importanti Convenzioni internazionali", dice ancora Jennifer Windsor.

Complessivamente, su 194 Paesi considerati da Freedom House, quelli classificati come Free sono 89 (pari al 46% del totale dei Paesi e al 46% della popolazione mondiale). Il numero dei Paesi Partly free è sceso a 58 (30% di tutti quelli presi in esame). Quelli giudicati Not free sono salit a 47 (24% del totale). Tra questi ci sono la Russia, le tre repubbliche baltiche, repubbliche ex sovietiche come Kazakistan e Kirghizistan, il Kenia, Bahrein e Giordania e, in America latina, Honduras, Guatemala, Nicaragua e Venezuela. Presenze costanti, una volta di più, quelle di Birmania, Guinea equatoriale, Eritrea, Libia, Nord Corea, Somalia, Sudan, Turkmenistan, Uzbekistan. E poi, naturalmente, la Cina che da sola rappresenta la metà del mondo in gabbia. Significativo il calo delle democrazie elettive da 119 a 116, il numero più basso dal 1995.

Un quadro realmente preoccupante, un calo globale che, fa notare Arch Puddington, responsabile del settore ricerca di FH, citato anche lui da De Giovannangeli sull'Unità, che "interessa Paesi con il potere militare ed economico, investe Paesi che in precedenza avevano mostrato segni di potenziali riforme e mette in evidenza una maggiore persecuzione dei dissidenti politici e giornalisti indipendenti". Ma non basta, perché a peggiorare le cose, prosegue Puddington, "i più potenti regimi autoritari sono diventati ancora più repressivi, più influenti sulla scena internazionale, più intransigenti.

Ad aggravare la situazione ci sono i tanti conflitti in corso, le violente repressioni di proteste e manifestazioni in vari Paesi, gli attentati terroristici. Da segnalare, per l'Europa occidentale, il rischio rappresentato dalle tensioni sociali e culturali provocate dall'immigrazione che mettono a rischio la tradizione di tolleranza e tutela delle libertà civili. In un panorama che purtroppo registra l'intensificarsi della repressione e il declino delle libertà civili in 47 Paesi in Africa, Medio Oriente, America latina e repubbliche dell'ex Urss (che costituiscono il 20% dei sistemi politici del mondo), solo 16 Paesi mostrano una tendenza positiva e tra questi ci sono alcuni Paesi balcanici e del sud est europeo: Croazia, Kosovo, Moldova, Montenegro e Serbia secondo FH sono più liberi che in passato.

Freedom House: Freedom in the World 2010


9 dicembre 2009


BALCANI: LA VIA PER BRUXELLES PASSA DALL'AJA

Di Marina Szikora
Il testo che segue è la trascrizione di una parte della corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda sabato 5 dicembre su Radio Radicale.

Con il proseguimento del processo di negoziati di adesione della Croazia all'Ue, e' chiaro che per Zagabria la priorita' diventa l'apertura e chiusura del massimo numero di capitoli. Tra i piu' delicati quello che riguarda la giustizia. Ed e' per questo che con particolare attenzione e' stato atteso il rapporto periodico del procuratore generale del Tpi dell'Aja, Serge Brammertz, presentato giovedi' alle Nazioni Unite. Nel suo rapporto, Brammertz ha salutato i nuovi sforzi che il Governo croato sta' intraprendendo per trovare i contestati e scomparsi diari di artigleria dell'operazione Tempesta del 1995. Il procuratore Brammertz si e' appellato alle autorita' croate di intraprendere urgentemente tutte le misure necessarie per concludere l'intera e fondata indagine relativa ai documenti in questione la cui consegna e' stata chiesta dalla Procura dal 2007. La questione che resta peroccupante, ha detto Brammertz alla riunione del Consiglio di Sicurezza, e' la richiesta ancora irrisolta di lacalizzare e consegnare i documenti miliatari chiave connessi all'operazione Tempesta del 1995.

Brammertz ha salutato «l'iniziativa personale della premier Jadranka Kosor» in base alla quale nello scorso ottobre e' stato creato un gruppo di lavoro con l'obiettivo di localizzare i documenti in questione, in particolare perche', come sottolienato, praticamente non ci sono state azioni nelle indagini amministrative dall' ultimo rapporto di Brammertz al Consiglio di Sicurezza presentato lo scorso giugno. La presidente del Governo croato, Jadranka Kosor si e' detta contenta insieme al suo governo perche' il procuratore capo del Tribunale dell'Aja ha saputo riconoscere gli sforzi del governo croato nella ricerca dei documenti. «Anche in questo momento il nostro gruppo di lavoro continua ad essere impegnato e il nostro lavoro non e' terminato ne' con la consegna del rapporto sull'indagine amministrativa ne' con il rapporto di Brammertz al Conisglio di Scurezza. Noi proseguiamo» ha detto la premier Kosor commentando il rapporto di Brammertz.

Molto meno soddisfatto il ministro della giustizia, Ivan Simonovic: «E' raggiunto un progresso rispetto al rapporto scritto, ma e' preoccupante il suo insistere sulle rapide indagini realtive ai diari di artiglieria» ha detto il ministro Simonovic ammettendo che per un certo periodo vi e' stato disordine nelle documentazioni e ha spiegato che una parte dei documenti a causa di negligenza e' andata persa e una parte e' stata sequestrata. Il ministro della giustizia croato ha smentito la tesi che il sostegno degli Stati Uniti al Consiglio di Sicurezza e' condizionato da un maggiore invio di soldati croati in Afghanistan.
Il giornalista croato che segue da piu' vicino la questione della collaborazione di Zagabria con il Tpi, Denis Romac, del quotidiano di Fiume 'Novi list' ritiene che l'insistere sui diari di artiglieria e' un tentativo di Brammertz di salvare una parte dell'atto di accusa contro i generali Gotovina, Cermak e Markac. Romac ha detto che la Procura ha portato una serie di testimoni che non sono riusciti a dimostrare la tesi dell'eccessivo bomabardamento e quindi per dimostrarla adesso ha bisogno dei diari.

E mentre generalmente, la Croazia resta negativamente colpita dai toni abbastanza negativi del rapporto di Brammertz, la Serbia riceve un voto, si direbbe, molto piu' positivo. Nel suo rapporto periodico, il procuratore generale dell'Aja ha detto di essere in costante contatto con i servizi che sono impegnati nella caccia ai due super ricercati dell'Aja, Ratko Mladic e Goran Hadzic e ha sottolineato che questi servizi «lavorano con efficacia e in modo coordinato». Pero', Brammertz ha ribadito anche che la Serbia deve continuare queste azioni con un obiettivo chiaro – quello di arrestare i due criminali di guerra latitanti. «L'arresto di Mladic e Hadzic resta la priorita' del mio ufficio» ha detto Brammertz aggiungendo che Belgrado e' stata efficace nella consegna dei documenti.

Il presidente della Serbia, Boris Tadic da parte sua, commentando il rapporto di Brammertz ha dichiarato che la caccia ai latitanti sara' sicuramente compiuta. «Anche se l'Ue non lo porrebbe piu' come condizione del proseguimento del processo di integrazione, la Serbia continuerebbe la caccia a Mladic e Hadzic e l'arresterebbe appena sarebbero localizzati» ha detto Tadic. Secondo Rasim Ljajic, coordinatore del team per la cooperazione della Serbia con il Tpi, ha dichiarato per il quotidiano 'Blic' che «date le attuali condizioni, il rapporto non poteva essere piu' positivo. Il rapporto e' oggettivo e rispecchia la situazione reale della nostra collaborazione con il Tribunale, e questo al momento e' il piu' importante per noi» ha detto Ljajic. Secondo le informazioni dei media serbi, il ministero degli esteri olandese non fa ancora dichiarazioni pubbliche, ma stando a informazioni diplomatiche, afferma il quotidiano di Belgrado 'Blic', si possono attendere buone notizie per la Serbia. Una decina di giorni fa, il capo della diplomazia olandese, Maxim Verheugen, ha ottenuto il segnale verde della maggioranza parlamentare per ammorbidire la posizione verso Belgrado, se il rapporto di Brammertz sara' positivo.

Gli stati membri dell'Ue, attualmente discutono del fatto che oltre alla decisione dello sblocco dell'Accorto temporaneo commerciale con la Serbia, si passi anche al processo della ratifica dell'Asa. Sempre secondo la stampa serba, questo potrebbe avvenire gia' settimana prossima al Consiglio dei ministri Ue che si riunisce lunedi' e martedi'. Gli Stati membri sono divisi per quanto riguarda questa posizione, ma prevalgono quelli che sono a favore di premiare gli sforzi della Serbia anche con la ratifica dell'Asa. Se cio' accadesse veramente, l'arresto degli imputati latitanti rimarrebbe condizione per lo status di candidato della Serbia all'adesione.
Il suo rapporto annuale al Consiglio di Sicurezza ha presentato anche il presidente del Tribunale dell'Aja, Patrick Robinson il quale ha detto che e' in vista la conclusione di tutti i processi in corso al Tribunale. Robinson ha pero' aggiunto che l'insuccesso di portare davanti alla giustizia internazionale Ratko Mladic e Goran Hadzic 'contaminerebbe' il contributo storico del Tpi alla costruzione della pace in ex Jugoslavia. «Spero che il Conisglio di sicurezza e i suoi stati membri lavorino fermamente affinche' questo obiettivo sia realizzato» ha detto il presidente Robinson.

L'ex coordinatore del Patto di stabilita' per l'Europa sudorientale, Erhard Busek ha valutato positivamente l'impatto che il Trattato di Lisbona avra' sull'allargamento dell'Ue in Europa sudorientale. Con la sua entrata in vigore – ha detto Busek – vengono eliminate le precedenti scuse che l'Ue non puo' allargarsi a causa delle limitazioni istituzionali e quandi adesso si puo' attendere un progresso di tutti i paesi della regione. Queste sono state le osservazioni di Busek in occasione della presentazione della rivista 'European perspectives' a Ljubljana. Si tratta della rivista scientifica del Centro per la prospettiva europea (CEP) fondato qualche anno fa da parte del governo sloveno. L'obiettivo di questa organizzazione e' di aiutare la trasfomrazione dei paesi vicini nel loro cammino verso l'Ue. Anche Busek partecipa in quanto collaboratore della rivista.
E nonostante le riserve sulla collaborazione di Zagabria con il Tpi dell'Aja espresse nel rapporto di Brammertz, la premier croata Jadranka Kosor ha confermato ieri sera alla TV di stato HTV che l'Ue lunedi' iniziera' a lavorare sul Trattato di adesione con la Croazia. Il 2012 e' l'anno sempre piu' probabile dell'ingresso della Croazia all'Ue, ha detto la presidente del governo croato. Jadranka Kosor ha confermato che si aspetta che i ministri degli esteri dell'Unione lunedi' sostengano la proposta della presidenza svedese di iniziare ad elaborare il trattato di adesione con la Croazia. «E' arrivato il tempo di iniziare a lavorare sulla bozza del trattato di adesione della Croazia all'Ue» si sottolinea nella dichiarazione della presidenza svedese che invita il Consiglo dell'Unione di formare il cosidetto gruppo di lavoro ad hoc per l'elaborazione della bozza. Ai ministri, settimana prossima, dovrebbe aggiungersi anche il procuratore capo Serge Brammertz al quale i ministri europei potrebbero porre domande sulla collaborazione croata con la giustizia internazionale poiche' a causa dei contestati diari di artiglieria alcuni paesi, tra cui Olanda e Gran Bretagna si rifiutano di dare il segnale verde all'apertura dell'importantissimo capitolo sulla giustizia e diritti fondamentali.


28 ottobre 2009


LA LOTTA CONTRO LA CORRUZIONE IN CROAZIA

Un'immagine della campagna contro la corruzione lanciata in Croazia

di Marina Sikora (*)

Il rapporto annuale sul progresso della Croazia verso gli standard europei recentemente pubblicato ha messo in primo piano il capitolo negoziale piu’ importante, quello della giustizia, con particolare accento sul problema della lotta alla corruzione poiche’ questo resta il maggior problema della societa’ croata. Ormai e’ l’opinione pubblica a chiedere di fare luce su molti casi per anni irrisolti: a causa di influenze o pressioni che arrivano dal mondo della politica, diverse indagini relative alla corruzione sono state fermate.

"La corruzione e' ancora diffusa in molte sfere della societa' e sebbene il numero complessivo di casi indagati sia in costante crescita, il numero di condanne definitive e' molto ridotto", si e’ potuto leggere nel rapporto della Commissione europea. A Bruxelles non hanno voluto fare commenti sulle recenti indagini ed arresti dell’USKOK, l’Ufficio per la sopressione della corruzione e criminalita’ organizzata, come nemmeno sulle richieste per la destituzione dei singoli ministri croati. I costanti ammonimente indirizzati a Zagabria da parte della Commissione europea pare che abbiano in qualche modo spinto le autorita’ croate a un passo in avanti verso azioni concrete e riforme necessarie.

Senza risultati concreti, vale a dire processi giusti e sentenze, la Croazia non potra’ dimostrare di essere pronta veramente ad aderire all’Ue. Il commissario europeo all’Allargamento, Olli Rehn afferma che “che le sollecitazioni relative al processo di allargamento, che arrivano dall’Ue, possono influenzare e promuovere le riforme in Croazia”. “Non posso commentare i singoli casi e indagini” ha detto Ollire Rehn, “ma so che una seria lotta contro la corruzione, sia ad un livello piu’ basso, che quello alto, nonche’ la sopressione della criminalita’ organizzata, e’ quello che richiedono anche gli stessi cittadini croati.

L’Unione condivide le preoccupazioni dei cittadini a causa della corruzione. Sicuramente salutero’ il progresso relativo a queste attivita’” ha sottolineato l’eruocommissario aggiungendo che “la Croazia si sta’ avvicinando al suo obbiettivo, ma gli sforzi delle riforme devono essere rafforzati, e a tal proposito le riforme nella giustizia e la lotta contro la corruzione e criminalita’ organizzata sono le piu’ importanti”.

E tra i diversi casi di acceso dibattito politico in paese, vi sono le vicende in questi giorni collegate agli arresti del presidente di una delle maggiori societa’ agroalimentari croate, la Podravka di Koprivnica, del suo predecessore nonche’ altri quattro manager della stessa azienda. I dirigenti della Podravka sono stati arrestati qualche giorno fa per il sospetto di malversazione riguardo alle azioni della societa’, piu’ precisamente, sono sospettati di aver tentato, con i fondi della societa’ e tramite conti prestanome o di favore, di acquistare a proprio titolo il pacchetto di controllo delle azioni della Podravka.

La procura nazionale croata li ritiene responsabili di un danno causato alla Podravka di circa 34 milioni di euro, di abuso d'ufficio, falso in bilancio e di associazione a fini criminali. I dirigenti sospettati affermano che le operazioni finanziarie per le quali sono stati arrestati erano legali. In tutto questo spicca anche il fatto che alcuni anni fa ai vertici dell'azienda vi era anche l'attuale vicepremier e ministro dell'economia Damir Polancec. Secondo le accuse che arrivano innanzitutto da parte dell’opposizione croata e la stampa e' difficile pensare che il ministro fosse stato all'oscuro delle operazioni sotto inchiesta.

L’altro caso di discussione in primo piano nel Paese, oggetto anche di dibattito in Parlamento e’ il caso dell’ex ministro della Difesa croato, esponente anche lui del partito governativo, ‘HDZ, Berislav Roncevic. Per come si stanno sviluppando le cose, potrebbe capitare che dopo cinque anni di indagini da parte della procura per la lotta al crimine organizzato, Roncevic diventi il primo politico di cosi’ alto rango in Croazia ad essere formalmente accusato di corruzione. La procura croata ha inviato infatti al Sabor la richiesta per revocare l'immunita parlamentare per poter procedere contro il deputato Bersilav Roncevic che dal 2004 al 2007 ha svolto l’incarico di ministro della Difesa nel governo dell’ex premier Ivo Sanader. L'ex ministro e' sospettato di aver cancellato nel 2004 un bando per l'acquisto di camion per l'esercito croato e di aver dato l'appalto direttamente a un offerente il cui prezzo era di 1,5 milioni di euro maggiore rispetto a quelli offerti da altri nell'ambito del bando di concorso. C’e’ anche da sottolineare che la notizia sulle accuse contro Roncevic e' arrivata a poche ore dalla diffusione del rapporto della Commissione europea sulla Croazia.

Il sito della campagna contro la corruzione in Croazia

Il video della campagna contro la corruzione


(*) Corrispondente di Radio Radicale. Il testo è tratto dalla puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda il 24 ottobre scorso a Radio Radicale e riascoltabile su www.radioradicale.it


14 ottobre 2009


PASSAGGIO SPECIALE

Questa sera lo Speciale di Passaggio a Sud Est in onda alle 23,30 su Radio Radicale è dedicato al rapporto annuale della Commissione Europea che analizza lo stato di avanzamento del processo di riforma nei paesi a vario titolo candidati all'adesione all'Unione Europea. Il rapporto, presentato oggi a Bruxelles, si occupa di Turchia e Croazia (paesi che hanno in corso i negoziati di adesione), Macedonia (paese candidato che attende la fissazione della data di apertura dei negoziati) e di Albania, Bosnia Erzegovina, Montenegro e Serbia, ovvero i paesi che hanno sottoscritto l'Accordo di stabilizzazione e associazione, primo passo verso la candidatura all'adesione. Il rapporto si occupa anche del Kosovo.
La trasmissione è ascoltabile in streaming sul sito di Radio Radicale oppure è riascoltabile  e scaricabile dalla sezione delle Rubriche cliccando su Passaggio a Sud Est.


30 settembre 2009


GEORGIA, RAPPORTO UE: TIBLISI ATTACCÒ PER PRIMA, MA MOSCA PROVOCÒ IL CONFLITTO

La guerra in Caucaso dell'agosto 2008 fu scatenata dalla Georgia, ma anche la Russia ha pesanti responsabilità per aver provocato l'azione militare georgiana. Sono le conclusioni dell'indagine commissionata dalla Commissione europea sul conflitto russo-georgiano resa pubblica oggi. Dopo la sconfitta della Georgia e l''indipendenza de facto delle due regioni separatiste dell'Abkhazia e dell'Ossezia del Sud, il conflitto proseguì sul piano politico con reciproci scambi di accuse su chi fosse stato il responsabile dello scontro armato. Il presidente georgiano Mikheil Saakashvili ha sempre sostenuto che il suo esercito rispose ad un tentativo di invasione delle truppe russe sul territorio della Georgia, mentre Mosca ha continuato ad insistere che il suo intervento era stato reso inevitabile per difendere la popolazione delle due regioni ribelli che in gran parte possiede anche il passaporto russo. Proprio per cercare di fare chiarezza, dopo la mediazione che portò alla fine dei combattimenti, l'Unione Europea commissionò nel dicembre 2008 un rapporto ad un gruppo di esperti e diplomatici che hanno lavorato sotto la direzione di Heidi Tagliavini, diplomatico svizzero.

Il primo risultato dell'inchiesta è che, come sostiene Mosca, fu la Georgia ad attaccare per riprendere il controllo dell'Ossezia del Sud. Gli autori del rapporto sono arrivati alla conclusione che non era in corso nessuna invasione di truppe russe in Ossezia al momento dello scoppio delle ostilità nella notte tra il 7 e l'8 agosto, quando la Georgia iniziò a bombardare l'Ossezia del Sud. Nel contempo però la ricerca non assolve la Russia che nelle settimane e nei mesi precedenti la guerra aveva preseguito una strategia di escalation della tensione all'interno e intorno alle due province secessioniste. La Russia è anche accusata di violazioni del diritto internazionale e di aver invaso una parte del territorio georgiano, al di là dei confini dell'Ossezia del Sud.

"Il bombardamento di Tskhinvali da parte delle forze armate georgiane durante la notte tra il 7 e l'8 agosto 2008 ha segnato l'inizio di un conflitto di grande entità in Georgia", si legge nella relazione pubblicata sul sito web della commissione che smentisce così l'argomento principale, sostenuto dal presidente georgiano Mikheil Saakashvili per giustificare il suo attacco. "La commissione non è in grado di considerare adeguatamente sostenuta la pretesa georgiana di una offensiva militare russa diffusa in Ossezia del Sud prima dell'8 agosto 2008" afferma il rapporto. La Georgia non accetta questa lettura del rapporto dell'UE e sostiene che il documento diffuso oggi da Bruxelles non l'accusa di avere scatenato la guerra. "Voi non troverete una sola parola in questo rapporto che dica che la Georgia ha scatenato la guerra", ha dichiarato Temur Iakobashvili, ministro georgiano per la Reintegrazione delle regioni secessioniste". Ma la presidente della commissione di inchiesta ha dichiarato che "nessuna delle spiegazioni fornite dalle autorità georgiane per avanzare una forma di giustificazione giuridica per il loro attacco è stata convalidata".

Da parte russa le prime reazioni al rapporto sono state ovviamente molto positive: l'ambasciatore russo a Bruxelles ha definito "eccellente" il lavoro europeo e il Cremlino, da parte sua, "accoglie con favore" la conclusione dell'indagine dalla Commissione europea sul conflitto russo-georgiano, stando a quanto ha detto il portavoce del Presidente russo, Natalia Timakova. Più cauto il ministero degli Esteri che sottolinea una certa "ambiguità" nel rapporto UE, pur apprezzando che il documento individui Tbilisi come autore dell'attacco che provocò lo scoppio del conflitto. "E' importante che la comunità internazionale non si lasci sfuggire di nuovo la possibilità di guardare in modo approfondito le conclusioni a cui è giunta la commissione dell'Unione Europea", si legge in una nota secondo la quale l'utilizzo di certe parole e frasi "confuse e ambigue" mostra come in Europa riguardo agli eventi del 2008 permanga "un approccio politicizzato".

Evidentemente a Mosca non gradiscono che la relazione indichi anche chiaramente che lo scoppio delle ostilità sia stato "solo il culmine di un lungo periodo di tensione crescente, di provocazioni e incidenti" e punta il dito contro la responsabilità della Russia. Sempre la presidente, HeidiTagliavini, ha spiegato infatti che "la parte russa merita di essere criticata per un numero significativo di violazioni del diritto internazionale", prima e durante il conflitto, sottolineando che esistono "seri interrogativi circa l'atteggiamento delle forze russe che si sono mostrate riluttanti o incapaci di porre fine alle atrocità commesse dai gruppi armati combattenti in l'Ossezia meridionale contro la popolazione civile nei territori sotto il controllo russo".

L'intento della relazione non è comunque quello di "servire come base per un'ulteriore azione legale" tra gli ex belligeranti, ha detto una fonte rimasta anonima all'agenzia Apcom. "Siamo arrivati a una conclusione responsabile, onesta e chiara", ha aggiunto, "se siamo in grado di contribuire alla presa di coscienza, avremo fatto un buon lavoro". Resta di vedere quali saranno le ricadute politiche del documento. Il risultato dell'inchiesta potrebbe per esempio indebolire ancora di più la posizione del presidente georgiano Mikheil Saakashvili, già contestato nel suo paese, e potrebbe finire per complicare i già difficili negoziati diplomatici a Ginevra per cercare di riavvicinare Mosca e Tbilisi. L'Unione Europea continua a chiedere il rispetto per la sovranità territoriale della Georgia, ma è chiaro che la perdita di Ossezia del Sud e Abkhazia è ormai un dato di fatto difficilmente recuperabile, sicuramente non nel breve periodo. "Saakashvili ha agito pensando di poter contare sul sostegno americano, e invece si è schiantato. Questa è la storia", ha detto senza mezzi termini l'altro ieri il segretario di Stato francese per gli affari europei, Pierre Lellouche parlando con i giornalisti a Bruxelles, pur ammettendo che i russi non hanno certo aiutato a risolvere la questione per lo meno "a causa delle loro provocazioni". D'altra parte, ha dichiarato sempre Lellouche, se nell'UE vi è un sostegno per la Georgia", per quanto riguarda il presidente Saakashvili, "questa è un'altra storia".

Il rapporto sulla guerra tra Russia e Georgia è disponibile sul sito www.ceiig.ch


27 maggio 2009


KOSOVO, RAPPORTO ONG: MINORANZE NON SERBE SENZA PROTEZIONE

Cerimonia di matrimonio tra i Gorani del Kosovo (Foto di Tanya Mangalakova da www.osservatoriobalcani.org)Persone appertenenti a minoranze non serbe del Kosovo serebbero costrette ad abbandonare il Paese perché si sentono discriminate poiché dopo la dichiarazione di indipendenza dalla Serbia (proclamata il 17 febbraio 2008) è diminuita la protezione dei diritti dei gruppi etnici non-serbi. Lo sostiene l'organizzazione Minority Rights Group International, con base a Londra, in un rapporto pubblicato oggi che attribuisce l'esodo alla mancanza di volontà delle autorità kosovare di garantire i diritti di tutti gli abitanti del Paese. Secondo MRGI, la discriminazione nasce dall'impressione che le minoranze in Kosovo siano state alleate o abbiano fatto poco per opporsi al regime serbo di Slobodan Milosevic nel 1990.

Su una popolazione totale di due milioni di abitanti (il 92% dei quali è di etnia albanese), le minoranze non serbe sono circa il 5%, mentre i serbi sono circa 120 mila. Secondo il rapporto, ''nella maggioranza albanese vi e' una mancanza di volonta' politica e di investimenti sostanziali a favore dei diritti delle minoranze. Se si aggiunge il cattivo stato dell' economia, significa che molti membri delle comunita' devono ora lasciare il nuovo stato del Kosovo''. A soffrirne, secondo l'Mgi, sono le minoranze bosniaca, turca, Rom, Ashkali (etnia di origine egiziana residente nel sud dei Balcani da secoli) e Gorani (etnia slava di religione musulmana). Molti membri di questi gruppi, dice il rapporto, hanno lasciato il Kosovo da tempo.

Il rapporto critica anche la comunita' internazionale, accusandola di aver dedicato eccessiva attenzione ai rapporti fra serbi e albanesi, ignorando gli altri gruppi. ''Prioritario per la comunita' internazionale dovrebbe essere garantire che vi sia un qualche tipo di meccanismo internazionale a favore dei diritti umani delle minoranze in Kosovo'', ha detto in un'intervista Marc Lattimer, direttore di MRGI. Secondo Lattimer, una politica di tutela delle minoranze faciliterebbe il cammino del Kosovo verso l'Unione europea. Inoltre, "l'assenza di certezza circa lo status internazionale del
Kosovo dovuta all'opposizione della Serbia ha limitato la concreta applicazione del diritto internazionale in materia di diritti umani".

Lattimer, sottolinea che gli ashkali egiziani e turchi, i bosgnacchi, i croati, i gorani e i rom del Kosovo "soffrono dell'assenza di accesso all'informazione o all'educazione terziaria nella loro lingua. Questa circostanza combinata a dure condizioni economiche, ha fatto sì che molti di questi gruppi abbiano iniziato a lasciare definitivamente il Kosovo". Il rapporto evidenzia inoltre che "a dieci anni dal conflitto [tra Serbia e Kosovo] i membri delle comunità delle minoranze languono ancora in pessime condizioni nei campi profughi vicino Mitrovica (nord)". La preoccupazione è maggiore per ashkali egiziani e rom "che non hanno un altro Paese dove rifugiarsi".

Il rapporto di Minority Right Group International sulle minoranze non serbe in Kosovo (in inglese)


13 novembre 2008


PASSAGGIO SPECIALE: L'INTEGRAZIONE EUROPEA DI BALCANI E TURCHIA

Lo Speciale di Passaggio a Sud Est andato in onda ieri sera a Radio Radicale è dedicato allo stato del processo di integrazione europea dei Paesi delll'Europa sud orientale. Mercoledì 5 novembre la Commissione europea ha presentato il rapporto annuale sullo stato del processo di integrazione dei Paesi del sud est Europa. Il commissario europeo all'Allargamento, Olli Rehn, presentando il documento si è spinto a dichiarare che "tutti i Paesi del sud-est Europa dovrebbero fare un passo in avanti verso l'Ue". Dichiarazioni forse un po' che contengono anche alcune verità.

Per quanto riguarda i Balcani occidentali il 2009 sarà il loro anno, ma le situazioni sono molto diverse da Paese a Paese. Entro la fine del prossimo anno la Croazia dovrebbe concludere i negoziati di adesione, mentre la Serbia dovrebbe ottenere lo status di Paese candidato all'adesione. Anche per Montenegro e Albania il 2009 dovrebbe essere l'anno buono per presentare la loro candidatura. Brutte notizie, invece per la Macedonia, candidata all'adesione da quasi tre anni ma che si è vista nuovamente rinviare al prossimo rapporto la fissazione della data di inizio dei negoziati. Al Kosovo è stato promesso per l'autunno 2009 uno "studio di fattibilità" del percorso di integrazione visto anche il permanere del rifiuto del riconoscimento dell'indipendenza da parte di cinque Stati membri (Cipro, Grecia, Spagna, Romania e Slovacchia). Resta il nodo della Bosnia-Erzegovina: l'Ue è allarmata per il conseguente stallo delle riforme istituzionali a causa delle divisioni nazionaliste tra serbi, musulmani e croati che continuano a mettere in discussione l'unità statale come disegnata dagli accordi di pace di Dayton del 1995.

Per quanto riguarda la Turchia, Bruxelles non chiude la porta ma invita Ankara ad intensificare il processo delle riforme se vorrà davvero aderire all'Unione Europea. Ad Ankara Bruxelles chiede maggiore impegno "per rafforzare la democrazia e i diritti dell'uomo, per modernizzare e sviluppare il Paese e avvicinarlo all'Ue". La Commissione europea non nasconde i progressi compiuti dalla Turchia e alcuni elementi positivi come, per esempio, la cooperazione di Ankara in cruciali questioni geo-politiche come l'Iraq, l'Iran e la situazione del Caucaso, e mette in rilievo l'importanza della Turchia come paese di transito per il gas naturale. Resta però il fatto, ha detto Rehn durante la presentazione del rapporto, che la Turchia farebbe meglio a riprendere le riforme piuttosto che lamentarsi del mancato impegno da parte dell'Ue sulla fine dei negoziati nel momento in cui è stata fissato un obiettivo per la Croazia.

Al di là dei problemi specifici e delle diverse situazioni dei singoli Paesi c'è però il problema più generale delle resistenze a nuovi allargamenti emerse tra i Ventisette e rafforzate dal blocco del Trattato di Lisbona bocciato dal referendum irlandese nel giugno scorso. La Francia, sostenuta dalla Germania, è contraria a nuovi allargamenti prima che venga risolta la questione del Trattato. L'Olanda, appoggiata dalla Danimerca e in certa misura dalla Gran Bretagna, teme una ripetizione dei casi di Bulgaria e Romania, entrate nell'Ue il 1° gennaio del 2007 nonostante i gravi ritardi dei due Paesi. L'Italia sostiene le ambizioni europee della Turchia e il processo di integrazione dei Balcani a partire dalla Serbia, ma non può agire autonomamente dagli altri partner o in contrasto con Bruxelles. Soprattutto si dovrà vedere quale modello di Europa prevarrà nei prossimi anni, quale idea di Unione sopravviverà alle grandi trasformazioni in atto. Questo sarà il nodo attorno al quale ruoterà qualsiasi ipotesti di allargamento dell'Unione Europea e di integrazione dei Paesi dell'Europa sud orientale.

Lo Speciale di Passaggio a Sud Est è curato da Roberto Spagnoli con la collaborazione di Marina Sikora e Artur Nura. E' possibile ascoltare la trasmissione del 12 novembre sul sito internet di Radio Radicale.

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