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passaggioasudest [ la realtà politica dell'europa sud orientale dai balcani alla turchia ]
 



Questo blog è dedicato ad un'area cruciale per il futuro europeo. Per l'area che va dai Balcani occidentali alla Turchia, infatti, passa il futuro dell'Unione europea come progetto politico così come il futuro di questi Paesi passa dalla scelta dell'integrazione in questo progetto.




"Dobbiamo ricordarci che l’informazione è un veicolo diretto all’utente, non è un soliloquio da parte del giornalista. Bisogna tenere sempre presente che chi è dall’altra parte del microfono deve poter comprendere una realtà in cui non è presente. Questo, penso, è il massimo sforzo che i giornalisti devono compiere".
Antonio Russo



"Il vero referendum sul futuro dell'Unione si terrà nei Balcani"
International Balkan Commission


"E poi, un giorno, è stato costruito un ponte che collegava le due rive del Bosforo. Quando sono salito sul ponte e ho guardato il panorama, ho capito che era ancora meglio, ancora più bello di vedere le due rive assieme. Ho capito che il meglio era essere un ponte fra due rive. Rivolgersi alle due rive senza appartenere".
Orhan Pamuk, Istanbul



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26 gennaio 2010


CROAZIA: LE TENSIONI CON LA SERBIA PRIMA PROVA INTERNAZIONALE PER IL PRESIDENTE JOSIPOVIC

Di Marina Szikora
Il testo che segue è la trascrizione della corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda sabato 23 gennaio su Radio Radicale

Il neo presidente croato Ivo JosipovicDal momento in cui il prossimo 18 febbraio sara' insediato come nuovo, terzo presidente della Croazia, Ivo Josipovic avra' tanto lavoro da fare. Una tra le priorita' sara' sicuramente lo sviluppo e il miglioramento delle relazioni della Croazia con la regione per garantire, da parte sua, l'indispensabile stabilita' dell'area che affronta ancora molti problemi, soprattutto nell'ottica del suo tanto desiderato ingresso nella famiglia europea. Non sara' per nulla facile il compito molto impegnativo del neo eletto presidente Josipovic innanzitutto in chiave dei rapporti abbastanza compromessi tra Croazia e Serbia, dovuto alle ultime mosse del presidente uscente Stjepan Mesic nei confronti della Repubblica Srpska ma anche verso Belgrado.

Le tensioni sull'asse Belgrado – Zagabria sono aumentate dal momento in cui il presidente Mesic aveva deciso di recarsi a Pristina, solo un giorno dopo il Natale ortodosso, provocando cosi' l'ira di Belgrado che non si e' placata ancora da quando Zagabria, seguendo l'esempio del maggior numero dei membri dell'Ue, aveva riconosciuto l'indipendenza del Kosovo. La visita di Mesic a Pristina era commentata dai vertici serbi come un atto provocatorio da parte del presidente croato che per di piu' e' stato accolto con molto onore e rispetto in Kosovo ottenendo anche la cittadinanza onoraria di Pristina. Il presidente della Serbia Boris Tadic a tal proposito ha criticato aspramente Mesic per le sue affermazioni nel corso della visita in Kosovo dove il presidente croato ha parlato di una 'nuova realta' nella regione invitando Belgrado a prendere atti di questa nuova situazione e esortando altri paesi a riconoscre l'indipendenza di Pristina.

Il secondo gesto che aveva ulteriormente infuriato Belgrado e' stata la decisione di Mesic di ridurre di un anno (da otto a sette anni) la pena inflitta al criminale di guerra Sinisa Rimac per la responsabilita' nell'uccisione per odio etnico di una intera famiglia serba durante la guerra contro la Croazia nel 1991. Tadic aveva giudicato questo atto come «un gesto anti-europeo e contro la civile convivenza e in nessun modo giustificabile». Alcuni giornali serbi avevano perfino raccomandato il ritiro del proprio ambasciatore da Zagabria e l'espulsione di quello croato in Serbia. Ma Mesic ha giustificato la sua decisione affermando che grazie alla collaborazione di Rimac e' stato possibile rintracciare molti colpevoli e condannarli al carcere. Nessun crimini puo' essere giustificato, ma bisogna tener conto che a Rimac a Vukovar sono stati uccisi il fratello e lo zio, mentre i suoi genitori sono stati portati in Serbia in un campo di concentramento e lui stesso si e' trovato in compagnia con dei criminali, ha detto Mesic.

E mentre la vittoria di Ivo Josipovic lo scorso 11 gennaio promette l'inizio di una nuova Croazia che per quanto riguarda la sua politica estera offre il cammino decisivo in quinta marcia verso l'Europa e al tempo stesso un progresso nei rapporti con tutti i paesi della regione a nome di un forte impegno per garantire stabilita', pace e sviluppo, si indurisce il gelo tra Belgrado e Zagabria. Nel suo ultimo incontro con i giornalisti a fine del suo doppio mandato, Stjepan Mesic ha dichiarato che nel caso di un referendum per la secessione della Repubblica Srpska, l’entita’ a maggioranza serba della BiH, che spesso viene minacciato dal premier della Rs Dodik, lui non esiterebbe a inviare l'esercito croato per garantire l'unita' della Bosnia, essendo la Croazia uno dei garanti dell'accordo di pace di Dayton del 1995.

Vi e’ seguita subito una reazione durissima da parte di Dodik il quale ha qualificato queste dichiarazioni come “un invito guerrafondaio” e come parole drammatiche tanto piu' che Mesic e' tuttora il presidente e comandante supremo delle forze armate della Croazia, paese membro della Nato. Anche il presidente serbo Boris Tadic ha reagito con durezza alle dichairazioni del presidente croato uscente annunciando che informera’ dell’accaduto il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite in occasione della sua presenza al Palazzo di Vetro per la presentazione del rapporto sulla situazione in Kosovo. Tadic ha annunciato che interverra’ alla riunione del Consiglio di Sicurezza per denunciare tali dichiarazioni come minacce alla sicurezza dell’intera regione e dei suoi cittadini.

Non molto volentieri il neoeletto presidente Ivo Josipovic ha voluto fare commenti relativi alle dichirazioni di Mesic. Per ‘Voice of America’ Josipovic ha detto che l’accordo in BiH e’ di estrema importanza per la stabilita’. “Se lo chiedete a me, non ci sono soluzioni militari. I disaccordi devono essere risolti sempre attraverso il dialogo, vale a dire con l’accordo di tutti gli interessati” ha spiegato il futuro presidente croato. “L’unica via possibile per la BiH e’ l’accordo tra i tre popoli costituenti. Loro devono, con l’aiuto dei garanti di Dayton, concordare la soluzione definitiva che assicurera’ l’uguaglianza di tutti” ha detto Josipovic. Ha aggiunto di non aver voluto commentare ai media croati le dichiarazioni di Mesic poiche’ l’attuale presidente le aveva rilasciate in un colloquio con i giornalisti informale. Per quanto riguarda le relazioni nella regione, Josipovic ha annunciato che si impegnera’ ad essere piu’ attivo aggiungendo che i problemi devono essere risolti da subito senza essere lasciati alle future generazioni.

Per la radio e televisione serba B92, il neopresidente croato ha commentato invece il rifiuto da parte del presidente della Serbia Boris Tadic di venire all’inaugurazione presidenziale poiche’ vi ha gia’ confermato la sua presenza il presidente del Kosovo Fatmir Sejdiu. Secondo Josipovic “e’ un peccato se Tadic non verra’, ma non lo vede come un atto di ostilita’ nei confronti della Croazia”. Il futuro presidente croato ha aggiunto di non voler dare lezioni alla Serbia e che e’ il diritto del presidente Tadic di guidare la politica serba. “Il fatto che io non lo considero un buon aproccio, e’ un problema mio” ha detto Josipovic e ha rilevato che nel suo mandato vuole entrare “con le mani aperte”. “Penso che sia in Serbia che in Croazia dovremmo dire – bene, la guerra e’ finita, facciamo qualcosa di buono per il benessere dei cittadini” ha sottolineato Josipovic.

Parlando del suo predecessore Stjepan Mesic, Josipovic ha valutato positivamente l’eredita’ che il presidente uscente sta’ per lasciargli e ha osservato che Mesic ha contribuito molto alla democrazia e all’affermazione della Croazia nella comunita’ internazionale.
In un’ altra intervista al settimanale belgradese ‘Vreme’, Josipovic ha sottolineato l’importanza delle buone relazioni economiche nella regione. Oltre allo scambio commerciale, queste relazioni contribuiscono anche ad una migliore possibilita’ di piazzamento ai mercati terzi, ha aggiunto Josipovic.

A proposito delle tensioni che hanno provocato le dichiarazioni di Mesic contro la retorica del premier della Rs Milorad Dodik e succesivamente le controrisposte, il giornale britannico “The Guardian” in un commento ha avvertito che i leader dei paesi dell’ex Jugoslavia negli ultimi due giorni hanno scambiato parole di minaccia che hanno ricordato le guerre degli anni ’90. Il giornale ricorda che la retorica si e’ innasprita proprio nell’anno in cui si dovrebbero svolgere le elezioni in BiH che molto probabilmente i nazionalisti da tutte le parti cercheranno di utilizzare per destabilizzare il Paese. Secondo il commentatore del Guardian, Dodik e’ deciso di mantenere in gran misura una BiH nazionalmente divisa e opporsi agli sforzi internazionali per creare uno Stato funzionante e per l’introduzione dell’autorita’ centrale.

Il presidente croato uscente, Stjepan Mesic – osserva The Guradian – ha accusato Dodik di voler rinnovare la politica serba fallita dieci anni fa il cui obiettivo era quello di creare la Grande Serbia. ‘The Guardian afferma che Dodik sta’ conducendo una guerra politica esauriente contro le forze internazionali che quasi 15 anni, quindi dalla fine della guerra, tengono sotto controllo la BiH. Il giornale conclude con il monito di Mesic secondo il quale Dodik sarebbe convinto che il mondo si stanchera’ della BiH e allora potra’ indire il referendum sulla secessione della Rs dalla BiH per poter finalmente realizzae il sogno della Grande Serbia.

Alla retorica aspra croato-serba hanno reagito anche quasi tutti i politici della BiH. Cosi’ Alija Izetbegovic, figlio del defunto presidente bosniaco Alija Izetbegovic – uno dei tre firmatari dell’Accordo di Dayton insieme ai presidenti Tudjman e Milosevic – ha detto che il suo Paese puo’ ostacolare la secessione senza un intervento croato. E dall’Ufficio del presidente Mesic e’ arrivato un comunicato a seguito di, come si dice, “alcune reazioni nervose e infondate in Croazia e nella regione alle parole del Presidente sulle possibili conseguenze della desintegrazione della vicina BiH”. Il comunicato avverte che il presidente Mesic “oltre a parlare con un gruppo di giornalisti in modo informale, aveva formulato le sue parole usando il condizionale”.

Nel comunicato si sottolinea che le parole del presidente uscente bisogna comprenderle come un monito formulato radicalmente affinche’ il mondo non chiuda gli occhi davanti alla politica del premier della Rs Milorad Dodik e ai possibili impatti di una tale politica. Al tempo stesso, conclude il comunicato dell’ufficio presidenziale, il Presidente ha voluto dire chiaramente che per la Croazia la dissoluzione della vicina ed amichevole Bosnia Erzegovina sarebbe assolutamente inaccettabile.


29 ottobre 2009


QUALE FUTURO PER LA BOSNIA ERZEGOVINA?

Di Marina Szikora

Quello che segue è un articolo che riguarda la situazione della Bosnia Erzegovina e la crisi politico-istituzionale che il Paese sta attraversando. Marina come sapete è corrispondente di Radio Radicale e collabora fin dall'inizio a Passaggio a Sud Est.
Questo articolo sulla Bosnia è stato pubblicato su Libertiamo.It e ha sviluppato un dibattito... sulla Macedonia!
Cose che capitano on-line.

Con l’Accordo di Dayton, stipulato il 21 novembre 1995 nella base Wright-Patterson Air Force di Dayton, in Ohio, venne posta la fine alla guerra in Bosnia Erzegovina. Ma non solo: l’intesa segnò la fine della brutale guerra in ex Jugoslavia. L’accordo prevedeva anche la restituzione della Slavonia Orientale alla Croazia, regione che fino alla fine della guerra era stata occupata dalla Serbia. Venne riconosciuta ufficialmente la presenza in
Bosnia Erzegovina delle due entità che la compongono tutt’ora: la Federazione BiH a maggioranza croato-musulmana, che detiene il 51 per cento del territorio della Bosnia Erzegovina, e la Republika Srpska, l’entità a maggioranza serba che detiene invece il 49 per cento del territorio.

Ma sin da quel momento, la situazione in Bosnia Erzegovina è stata molto delicata, segnata da una profonda e insuperabile crisi politica, oggi forse più minacciosa che mai, che ha pesantemente ostacolato il cammino della Bosnia Erzegovina e dei suoi cittadini verso le integrazioni euroatlantiche.

La pentola bosniaca sta bollendo o, meglio, non ha mai smesso di bollire. Come il tradizionale piatto della cucina nazionale, la Bosanski lonac (pentola bosniaca), composto da diversi ingredienti e messo a lunga bollitura.
Le speranze per superare l’attuale crisi, che tiene in stato di fermo le riforme costituzionali indispensabili per avviare il Paese verso un desiderato futuro euroatlantico, sono puntate sui negoziati guidati da una squadra composta da Stati Uniti e Unione europea, la cui prima tappa è stata la riunione svoltasi lo scorso 9 ottobre a Butmir, nella base militare dell’EUFOR presso Sarajevo. Si è trattato di una iniziativa molto importante per la Bosnia Erzegovina, l’ennesimo tentativo di trovare una soluzione duratura per il futuro del Paese. Annunciando la riunione di Butimir, i media regionali hanno parlato addirittura di una “Mini Dayton” che potrebbe essere l’inizio di una revisione dell’Accordo che segnò la fine della guerra in BiH.

Proprio sperando di centrare un obiettivo tanto ambizioso, gli Stati Uniti e l’Ue avevano convocato i leader degli otto più importanti partiti politici della BiH. L’assenza di qualcuno di questi ha contribuito al sostanziale fallimento del primo incontro. Il 20 e 21 ottobre sé allora tenuto un second round, di due giorni, sempre a Butmir. I mediatori, Carl Bildt (a nome dell’attuale presidenza dell’Ue), Olli Rehn (eurocommissario per l’Allargamento) ed il vicesegretario di stato americano, James Steinberg, si sono riuniti con sette leader politici della BiH per cercare un accordo sul pacchetto di proposte, anzitutto relative alle riforme costituzionali.
Anche quest’ultimo incontro, a detta di molti osservatori, è stato piuttosto inproduttivo.
Per i rappresentanti internazionali, la serie di colloqui non va considerata come un risultato scoraggiante, bensì come una fase del processo, che proseguirà la prossima settimana con il ritorno a Sarajevo del team di esperti dell’Ue e degli Stati Uniti e con la successiva riunione del Consiglio per l’implementazione della pace in BiH (PIC), prevista per il 18 novembre.
Non volendo tingere di pessimismo l’esito della riunione a Butmir, Carl Bildt ha dichiarato di essere soddisfatto dell’ «atmosfera costruttiva», sottolineando che i leader dei partiti della BiH hanno dimostrato disponibilità a lavorare congiuntamente sull’integrazione della BiH nell’Ue e nella NATO.

Ma i leader politici della BiH hanno qualificato il «Butmir 2» come un fallimento e della stessa opinione sono anche i media locali.
Secondo Haris Silajdzic, membro bosgnacco (bosniaco-musulmano, ndr) dell’attuale presidenza tripartita della BiH e presidente del Partito per la BiH (Stranka za BiH), la riunione conclusasi mercoledì non ha prodotto nessuna novità di rilievo, soprattutto per quanto riguarda l’ipotesi di liberalizzazione del regime di visti, tema considerato focale dallo stesso Silajdzic e da una fetta importante dell’opinione pubblica.
Il più ottimista è stato Sulejman Tihic, presidente del Partito per l’Azione democratica (SDA) secondo il quale le soluzioni offerte da parte dell’Ue e degli Stati Uniti sono “condizionalmente accettabili”, insufficienti ma migliorative rispetto alla situazione attuale. Tihic ha dichiarato che l’SDA ha fatto di tutto per raggiungere un accordo, non voluto dagli altri: «A causa della loro politica, sia minimalista che massimalista, non abbiamo ottenuto nessun accordo», ha commentato l’esponente bosgnacco.
Dragan Covic, presidente dell’HDZ BiH, il maggiore partito croato, ha affermato che in questo momento si può aspettare solo l’accordo sullo status e sulla divisione del patrimonio statale, ma non sulle riforme costituzionali. ”Per quanto riguarda i croati, abbiamo chiaramente illustrato la nostra posizione secondo cui la BiH non può sopravvivere se non è concepita come uno Stato di tre popoli costituenti con uguali diritti”, ha detto Covic aggiungendo che è inconcepibile che “qualcuno tenti a modificare la costituzione eliminando completamente un popolo”.

Il più negativo, come previsto,  è stato il premier della Republika Srpska e presidente del Partito dei socialdemocratici indipendenti serbi (SNSD), Milorad Dodik. «I colloqui a Butmir sono finiti» sostiene, sperando «di non tornarci mai più». Secondo Dodik «l’unica soluzione per la BiH è che i protagonisti politici locali, rappresentanti dei tre popoli, discutano di un modello accettabile per tutti, e che dietro le proposte che arrivano dalla comunità internazionale non vi sia sempre la protezione degli interessi bosgnacchi». «A noi è tutto chiaro, abbiamo visto come è andata per i croati nella Federazione BiH, e adesso questo modello lo si vuole attuare a livello dell’intero Paese, il che significa che i serbi diventerebbero minoranza nazionale. Alcuni dei negoziatori stranieri lo ammettono apertamente, affermando che l’Europa ha degli ottimi meccanismi di protezione delle minoranze. Qui il problema è che i serbi, croati e bosgnacchi sono popoli costituenti e non possono diventare minoranze. A tal fine bisogna adattare tutti i meccanismi dello Stato»

Le divergenze delle due entità che costituiscono la Bosnia di Dayton da molto tempo bloccano completamente il processo di riforme, fermando il cammino della BiH verso l’Europa. La Federazione BiH vorrebbe uno Stato centrale più efficiente e meglio funzionante, mentre la Republika Srpska e i suoi leader si oppongono fortemente al rafforzamento delle istituzioni centrali e ad una possibile eliminazione delle entità.
Il vertice di Butmir, almeno per adesso, è finito senza risultati particolari. Tanto per confermare quanto la situazione resta complicata.
Una soluzione potrebbe passare da Belgrado. Secondo il quotidiano di Sarajevo ‘Dnevni avaz’, l’Europa sembra infatti pronta ad offrire alla Serbia l’attuazione dell’Accordo di stabilizzazione e associazione (Asa), oggi bloccato a causa del veto olandese posto per la mancata estradizione dei due super ricercati dell’Aja, Ratko Mladic e Goran Hadzic (accusati di crimini di guerra), se Belgrado riuscirà a convincere la Republika Srpska ed il suo premier Milorad Dodik ad accettare il nuovo pacchetto di riforme costituzionali. Stando al Dnevni avaz, quindi, Bruxelles sarebbe pronta a chiedere all’Olanda un ammorbidimento a condizione che i rappresentanti dei serbi bosniaci accettino il pacchetto di riforme. In caso contrario, il cammino europeo della Serbia rimarrebbe bloccato. Un assaggio di questa disponibilità comunitaria sarebbe stato il Rapporto della Commissione europea sull’avanzamento della Serbia, presentato recentemente a Bruxelles e qualificato dagli stessi vertici serbi come il migliore che la Serbia abbia ottenuto finora.
In tutto questo non c’è da trascurare l’aumento delle violenze nel Paese, che ha raggiunto il suo culmine nelle recenti vicende di Siroki Brijeg in Erzegovina, quando durante una partita di calcio tra una squadra bosgnacca ed una croata, è stato ucciso con un’arma di fuoco il giovane 24enne Vedran Puljic. L’assassino, si dice, sarebbe fuggito grazie all’aiuto della polizia dopo essersi consegnato e ammesso di aver commesso il delitto. “Non ho davvero parole”: questa è stata la reazione a caldo dell’Alto rappresentante della comunità internazionale, il diplomatico austriaco Valentin Inzko, mentre centinaia di forum su internet venivano chiusi dai loro stessi amministratori, sommersi da una marea di messaggi nazionalistici pieni di linguaggio di profondo odio etnico. Non sorprende che più d’uno faccia paragoni tra la vicenda e l’inizio degli anni ’90, quando scontri e violenze intorno ai campi di calcio sono stati il preludio alla guerra.
Quo vadis?, viene da chiedere alla Bosnia Erzegovina uscita da Dayton.


28 giugno 2009


BOSNIA: UNA PARTITA RISCHIOSA PER TUTTI I BALCANI

Se si pensa ai Balcani, al difficile cammino per superare definitivamente il crollo della Jugoslavia, arrivare ad una pacificazione e ad una riconciliazione che garantisca una stabilizzazione duratura della regione, e quindi se si pensa al rischio che possa di nuovo materializzarsi lo spettro dei conflitti degli anni '90, si pensa subito al Kosovo. Ed in effetti il Kosovo è ancora una questione aperta e densa di rischi, ma senza peccare di eccessivo ottimismo, si può affermare che la possibilità di una nuova deflagrazione con un conflitto armato su larga scala tra serbi e albanesi, è al momento abbastanza remota. Alla vigilia della dichiarazione unilaterale di indipendenza molti osservatori disegnarono scenari foschi sul futuro della ex provincia serba. Un anno e mezzo dopo niente di tutto questo è successo. Il rischio di scontri violenti è sempre presente, l'incomunicabilità tra le due comunità è pressoché totale, ma la realtà mostra che serbi e albanesi non vogliono una nuova guerra. Iin questo momento, lo scenario più delicato e, per certi versi, più inquietante, quello che che meriterebbe più attenzione prima di tutto da parte dell'opinione pubblica internazionale, è invece la Bosnia-Erzegovina, dove, anche se a volte sembra lo si dimentichi, fra il 1992 ed il 1995 fu combattuta una guerra di gran lunga più sanguinosa e tragica di quella del Kosovo del 1999. E' sullo scacchiere bosniaco, ben più che in quello kosovaro, che oggi si gioca una partita cruciale sia per il futuro dei Balcani, sia per quello della stessa Europa.
Per capire qualcosa della "partita bosniaca", segnalo l'intervista di Andrea Rossini a Senad Pecanin, direttore del settimanale Dani, pubblicata sul sito di Osservatorio Balcani: si parla dello scontro in corso tra l'Alto Rappresentante internazionale, Valentin Inzko, e le istituzioni della Republika Srpska (una delle due entità che compongono la Bosnia-Erzegovina, della posizione della comunità internazionale e del possibile futuro del Paese.

Pecanin nota prima di tutto che è cambiato l'atteggiamento di uno degli attori principali delle politiche della comunità internazionale in Bosnia Erzegovina: "L'amministrazione Obama ha un approccio molto diverso da quello dell'amministrazione precedente. Nel periodo Bush, specie durante il secondo mandato, la Bosnia non poteva contare su nessun sostegno da parte statunitense. Ora le cose sono cambiate, anche se si tratta di un processo ancora in corso e gli americani non hanno ancora definito chiaramente le proprie strategie".
Per Pecanin, tuttavia, il problema principale è che c'è un conflitto in atto tra l'approccio dell'amministrazione Obama e quello europeo: "Ci sono forti resistenze all'interno dell'Unione Europea rispetto ad un maggiore coinvolgimento in Bosnia. Ci sono sforzi da parte di alcuni Paesi, come la Francia, per arrivare ad una rapida chiusura dell'Ufficio dell'Alto Rappresentante (OHR)", e ci sarà un nuovo impulso a queste posizioni durante la prossima presidenza di turno svedese dell'Unione, anche perché per il ministro degli Esteri di Stoccolma, Carl Bildt, uno degli obiettivi principali del suo mandato è proprio la chiusura dell'OHR, un passo che Pecanin teme possa aprire una fase molto rischiosa per la stabilità e l'unità della Bosnia Erzegovina. "Negli ultimi due anni - sottolinea il direttore di Dani - la politica del leader serbo bosniaco Milorad Dodik sta mettendo in discussione in maniera sempre più aperta l'esistenza del Paese, parlando apertamente di un referendum e della secessione della Republika Srpska (RS)" e su questa questione le istituzioni internazionali non hanno saputo dare finora una risposta chiara lasciando che questa idea acquisitasse sempre maggiore legittimità.

Secondo Senad Pecanin, il problema è che la posizione della comunità internazionale non è chiara: "L'amministrazione americana stava considerando molto seriamente la possibilità di nominare un proprio rappresentante speciale per i Balcani, ma c'è stata una resistenza enorme da parte dell'Unione Europea. Potrei capire questa posizione se gli europei avessero una chiara posizione comune sulla Bosnia, ma sfortunatamente non ce l'hanno. Se manterranno l'idea di chiudere l'OHR entreremo in un periodo di grande instabilità. Ci sarà una situazione di blocco nel funzionamento delle istituzioni statali, nella pratica la dissoluzione dello Stato dal punto di vista istituzionale, e poi si aprirebbero tutti gli scenari possibili incluso il ritorno ad una situazione di aperto conflitto". D'altra parte Pecanin giudica negativamente anche il cosiddetto "processo di Prud", ovvero il tentativo di arrivare a delle riforme tramite l'accordo dei tre maggiori partiti delle principali etnie che costituiscono la Bosnia-Erzegovina: l'SDA (bosgnacco), l'HDZ (croato bosniaco) e l'SNSD (serbo bosniaco): "I tre principali attori, Tihic, Dodik e Covic, avevano obiettivi e ragioni personali per essere parte di quel percorso, non c'è un reale intento riformatore. A Dodik in particolare quell'accordo serviva per mostrare alla comunità internazionale che i leader bosniaci potevano trovare un consenso tra di loro senza la necessità della presenza dell'OHR. Il suo obiettivo principale in questo momento è la chiusura dell'OHR, su questo non ci sono dubbi. Tihic è entrato a far parte di questo percorso per affermarsi come rappresentante unico dei bosgnacchi e squalificare il proprio principale competitore, Haris Silajdžic. Ora peraltro sembra essersi chiamato fuori". Senza il pieno coinvolgimento della comunità internazionale, secondo Pecanin, sarà impossibile modificare la Costituzione. Da questo punto di vista l'impulso impresso dalla nuova amministrazione americana verso un più forte impegno nei Balcani rappresenta sicuramente una buona notizia, ma il problema restano le divisioni in seno alla comunità internazionale e il pieno sostegno garantito alle posizioni del premier della RS, Dodik, da parte della Russia e di alcuni importanti Stati membri dell'UE come Francia, Svezia, Spagna e Grecia.

A questo punto l'intervistatore propone il recente articolo di William Montgomery pubblicato sul New York Times ("
The Balkan Mess Redux") in cui l'ex ambasciatore USA in diversi Paesi della regione ha sostenuto l'inevitabilità ma anche la necessità della divisione del Kosovo sulla linea del fiume Ibar e della indipendenza della RS dalla Bosnia-Erzegovina, sostenendo che “è inutile pensare che i balcanici ragionino come noi, questo non accadrà”. Il giudizio di Pecanin è netto: "Credo che Montgomery abbia dato una prova eccellente di razzismo rispetto ai Balcani. Anche se devo dire che lui, in un certo senso, basandosi sull'analisi della politica serba in Bosnia Erzegovina negli ultimi due anni, trae la corretta conclusione che la direzione verso cui si sta andando è quella della disintegrazione del Paese. Solo che il problema ora sembra essere non tanto il fatto che stiamo andando in quella direzione, ma che qualcuno si sia reso conto che quello è l'esito finale del processo in corso". Invece la Bosnia Erzegovina dovrebbe restare unita in primo luogo perche la divisione del Paese rappresenterebbe la ricompensa per la pulizia etnica e il genocidio e non avverrebbe in modo pacifico, non potrebbe essere ottenuta senza una nuova guerra. Inoltre, la secessione dell'entità serba provocherebbe un'analoga decisione della parte della Bosnia Erzegovina a maggioranza croata che dovrebbe avere lo stesso diritto di quella serba a staccarsi a sua volta ed eventualmente unirsi alla Croazia. Infine verrebbe creata una specie di Gaza europea per i musulmani bosniaci. Questo per Pecanin sarebbe un messaggio chiaro per i radicali musulmani, "una conferma per quanti affermano che la comunità internazionale non ha fatto niente in tre anni e mezzo per fermare la guerra, gli assassinii di massa, le espulsioni e deportazioni di centinaia di migliaia di persone perché in realtà era tutto un'unica grande cospirazione dei cristiani contro i musulmani. Il risultato ultimo sarebbe la creazione di una Repubblica islamica, uno Stato islamico radicale guidato dal clero, che sarebbe lo scenario peggiore per i bosgnacchi.


9 giugno 2008


"BALKAN EXPRESS": ULTIME NOTIZIE DALLA EX JUGOSLAVIA

Il testo che segue è quello della corrispondenza di Marina Sikora per Radio Radicale andata in onda nella puntata di "Passaggio a Sud Est" del 7 giugno in cui si parla della formazione del nuovo governo in Serbia, del rapporto del procuratore capo del tribunale internazionale per la ex Jugoslavia, delle tensioni diplomamtiche tra Croazia e Republika Srpska e della mobilitazione dei giornalisti croati contro la criminalità e la corruzione.

Serbia: da che parte stanno i Socialisti?
In Serbia prosegue l’incertezza sulla composizione del suo futuro esecutivo. L’Accordo di stabilizzazione ed associazione che l’Ue ha firmato lo scorso 29 aprile con la Serbia e’ di nuovo argomento di divergenze tra i potenziali partner per la formazione di un futuro governo nazional-conservatore serbo. Ad approfondire le divergenze nelle trattave per un governo formato da ultranazionalisti radicali (SRS), Partito democratico della Serbia – Nuova Serbia (DSS-NS) e la coalizione guidata dal Partito socialista serbo (SPS) e’ la bocciatura dell’Asa da parte dei legali del Partito democratico della Serbia di Vojislav Kostunica i quali ritengono l’Accordo con l’Ue illegale e anticostituzionale poiche’, come affermano, nega la sovranita’ della Serbia sul Kosovo e quindi la sua integrita’ territoriale. In altre parole, il Partito democratico della Serbia e Nuova Serbia ritengono l’Asa non valida, perche’ uno degli articoli dell’accordo garantisce che le parti rispettino l’integrita’ territoriale della Serbia, mentre 20 Paesi dei 27 membri dell’Ue hanno riconosciuto lo stato indipendente del Kosovo. Sempre secono questa analisi degli esperti legali del DSS, se la Serbia accettasse l’Accordo di preadesione dell’Ue in una situazione in cui 20 stati membri dell’Unione riconoscono il Kosovo indipenedente, cio’ significa che anche la Serbia, nel caso dell’applicazione dell’Accordo, deve collaborare con il Kosovo come stato sovrano. In questa forma, l’Accordo con l’Ue, ritengono nel DSS, non puo’ essere ratificato dal Parlamento serbo.
Secondo il vicepresidente dei radicali ultranazionalisti serbi, Tomislav Nikolic, l’analisi degli esperti del DSS riguardante l’Accordo di stabilizzazione ed associazione sara’ “un punto di convergenza o di divergenza” tra radicali, popolari e la coalizione riunita intorno ai socialisti. A questo proposito, afferma Nikolic, i socialisti devono finalmente decidere da che parte stanno, valutando inaccettabili i segnali che si sono manifestati negli ultimi giorni di una certa apertura dei socialisti verso il Partito democratico del presidente Tadic, che guida le forze filoeuropee serbe.
Ivica Dacic, presidente dei socialisti serbi, da parte sua ha dichiarato che la coalizione guidata dal suo partito, di cui fanno parte la Serbia Unita e il Partito dei pensionati uniti deve prendere una comune posizione in merito alla valutazione legale dell’Asa da parte del DSS e solo allora decidere se sara’ possibile continuare il dialogo con il partito di Kostunica ed i radicali di Nikolic.
Il sostenitore piu’ convinto dell’Accordo con l’Ue nella coalizione socialista, Dragan Markovic Palma, leader di Jedinstvena Srbija (Serbia Unita) a piu’ riprese ha proposto ai suoi partner di coalizone di interrompere i negoziati con il DSS e il Partito radicale serbo per la loro posizione ostile nei confronti dell’Ue. Ora il leader della Serbia Unita dichiara che per lui le trattative con i radicali ed i popolari sono finite se il DSS si opporra’ alla ratifica in Parlamento dell’Accordo di stabilizzazione e associazione che l’Ue ha firmato con la Serbia.
E’ chiaro che per le forze filoeuropee serbe, capeggiate dal Partito democratico, la posizione del DSS di Kostunica rappresenta, come hanno dichiarato, la conferma definitiva “del loro orientamento antieuropeo e la loro prontezza di annullare l’Asa ad ogni costo, perfino a costo dell’isolamento e del fallimento economico della Serbia”. Il Partito democratico sottolinea che le affermazioni da parte del Partito democratico della Serbia di essere disposto a trovare una soluzione per continurare il processo di avvicinamento della Serbia all’Ue nonostante la valutazione che ritiene nullo l’Accordo di stabilizzazione ed associazione con l’Ue “e’ un tentativo gravissimo di mentire all’opinione pubblica che maggiormente ha sostenuto le integrazioni europee” e che un governo di Seselj e Kostunica “significherebbe la sospensione delle integrazioni, blocco degli investimenti, alta inflazione, instabilita’ finanziaria, ovvero portare la Serbia in una totale incertezza economica”. In mezzo a questa lotta da un esito alquanto imprevedibile per quanto riguarda la guida del Paese a quasi un mese dalle elezioni, gli obblighi della Serbia nei confronti del Tribunale Penale Internazionale che giudica i crimini di guerra in ex Jugoslavia, sono un tema praticamente assente dall’ordine del giorno che pero’ viene ricordato in questi giorni in occasione della presentazione del rapporto sul lavoro della Procura del Tpi.

Tribunale internazionale: il rapporto di Brammertz al consiglio di sicurezza Onu
Nel suo primo intervento davanti al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, il neo procuratore generale del Tpi, Serge Brammertz si e’ detto fermamente convinto che i quattro imputati latitanti, Ratko Mladic, Radovan Karadzic, Stojan Zupljanin e Goran Hadzic sono a protata di mano delle autorita’ serbe e che Belgrado puo’ fare di piu’ per localizzarli ed arrestarli. Nel suo rapporto semestrale sul lavoro della Procura dell’Aja, Brammertz osserva che “tranne un reale ma fallito tentativo di arrestare Zupljanin” negli ultimi sei mesi “non ci sono stati visibili progressi” nella ricerca degli imputati latitanti che rappresenta l’elemento cruciale della collaborazione della Serbia con il Tribunale. Una delle ragioni che le autorita’ serbe pongono come giustificazione dell’inadeguata collaborazione con la giustizia internazionale e’ l’incertezza politica in cui la Serbia si trova dall’inizio dell’anno. Il procuratore capo del Tpi ha osservato inoltre che la Serbia ha “risposto adeguatamente” a diverse richieste sulla consegna dei documenti ma ha avvertito che “continuano ad esserci ostacoli significativi riguardante l’accesso agli archivi e documenti di importanza cruciale per i processi in corso e quelli che dovrebbero iniziare nel vicino futuro”.
Nel suo rapporto sul lavoro del Tpi, Brammertz si e’ appellato anche alle autorita’ della Bosnia Erzegovina di essere piu’ attive nei confronti delle persone che aiutano la fuga dei ricercati. Una valutazione anche sulla Croazia che secondo la Procura non ha risposto alle richieste di consegnare documenti importanti per i processi in corso. Chiedendo sostegno al Consiglio di Sicurezza, Brammertz ha assicurato il proprio impegno ad adempiere il suo mandato e ha sottolineato che “non si puo’ immaginare una situazione in cui il Tribunale, istituito per giudicare i principali responsabili di gravi crimini, possa chiudere prima di portare dinanzi alla giustizia tutti gli imputati ancora latitanti”.
Chiamato a commentare il rapporto negativo del capo procuratore dell’Aja, Rasim Ljajic, presidente del Consiglio nazionale serbo per la collaborazione con il Tpi, ha detto di non aspettarsi conseguenze politicihe negative per la Serbia. Ljajic ha annunciato che le attivita’ sull’arresto dei ricercati saranno intensificate dopo la formazione del nuovo governo. Ha aggiunto che non esistono dati operativi che possano indicare eventualmente dove si trovano gli imputati dell’Aja. “Sarebbe nel nostro interesse che loro si trovassero gia’ all’Aja. Purtroppo, non sono localizzati e noi non abbiamo nessuna traccia dove si possano trovare” ha precisato Ljajic e ha negato che gli imputati latitanti siano a portata di mano delle autorita’ serbe e che la loro estradizione dipende dalla volonta’ politica di Belgrado.

La retorica del premier della Republika Srpska offende la Croazia
Sabato scorso abbiamo parlato dell'inasprimento delle relazioni tra Croazia e Serbia di seguito alle dichiarazioni del capo della diplomazia serba Vuk Jeremic, nel corso della conferenza ministeriale dell'Iniziativa Adriatico Ionica svoltasi a Zagabria, in cui il capo della diplomazia serba ha riaccusato la Croazia di pulizia etnica a danno della popolazione serba dopo l'operazione di liberazione 'Tempesta'. Dichiarazioni che in un certo senso sono state anche da reazione al procedimento dinanzi alla Corte Internazionale di Giustizia in cui la Croazia accusa la Serbia di genocidio commesso durante la guerra di agressione contro la Croazia dal 1991-1995.
Come se si tratasse di una specie di azione coordinata, a pochi giorni di distanza da questa vicenda, Milorad Dodik, il premier della Republika Srpska, l'entita' a maggioranza serba della Bosnia Erzegovina, si fa promotore di tensioni nelle relazioni politiche tra Zagabria e Banja Luka, accusando la Croazia per la piu' grande pulizia etnica dopo la Seconda Guerra Mondiale. Queste accuse Dodik ha pronunciato a Zagabria partecipando alla riunione del Consiglio nazionale serbo in Croazia promovendo inoltre la Republika Srpska come uno stato sovrano. Durissime sono state le reazioni dei vertici croati. Il presidente Stjepan Mesic ha qualificato l'intervento di Dodik come «estremamente impertinente» aggiungendovi che «Dodik sa molto bene che la Republika Srpska e' nata sulla pulizia etnica, ma arriva in Croazia per dare lezioni e invitare i serbi di venire nella Republika Srpska se si trovano a disagio in Croazia».
Il portavoce del governo croato, Zlatko Mehun, a nome del governo ha condannato duramente le affermazioni del premier della Rs sottolineando che «purtroppo non e' per la prima volta che Dodik usa una tale retorica, tipica dell'epoca Milosevic» mentre si sa bene «dove una tale retorica e politica hanno portato innanzitutto i serbi come popolo ma anche tutti gli altri popoli sul territorio dell'ex Jugoslavia».
«Ritengo che stiamo dando troppa attenzione a Dodik, ma le sue dichiarazioni meritano commenti» ha detto il premier croato Ivo Sanader. Ha aggiunto che Dodik sta tornando alla politica di Milosevic degli anni 90 quando chiama i serbi della Croazia a venire nella Rs. Il capo del governo croato concorda con quanto affermato dal presidente Mesic che il premier della Rs dovrebbe rispettare il paese da cui viene, cioe' la Bosnia Erzegovina come anche il paese in cui si reca come ospite.
Nessun ammorbidimento delle posizione da parte del primo ministro della Rs Milorad Dodik, il quale di ritorno a Banja Luka ha ripetuto accuse sul conto della Croazia per lo scacciamento dei serbi. Dodik ha sottolineato di riconfermare ogni parola pronunciata criticando inoltre la Croazia per il riconoscimento del Kosovo. Ha aggiunto che non si puo' richiedere un suo impegno per la Bosnia Erzegovina poiche' «non ama questo Stato ma la Republika Srpska che considera il suo Paese» .
E' chiaro che le dichiarazioni del premier della Rs interpretate anche come un tentativo di promuovere l'entita' serba in quanto stato indipendente hanno suscitato aspre accuse da parte dei leader politici bosniaci. Il tema si e' trovato subito sulle prime pagine di quasi tutti i quotidiani della Bosnia Erzegovina. L'attuale presidente della Presidenza tripartita Haris Silajdzic in un comunicato ha avvertito che le posizioni di Dodik espresse a Zagabria rappresentano la continuaziuone delle sempre piu' evidenti minaccie da parte della leadership della Rs contro la costituzione della Bosnia Erzegovina. Il vicepresidente del Partito dell'azione democratica (SDA), Bakir Izetbegovic ha valutato pero' che gli interventi di Dodik non hanno portato nulla di nuovo e rappresentano soltanto una sua consueta retorica.
Il maggior partito dell'opposizione, il Partito socialdemocratico oltre a condannare le dichiarazioni del premier della Rs, ritiene che una parte della responsabilita' va anche sul conto dell'ufficio dell'Alto rappresentante per la Bosnia Erzegovina Miroslav Lajcak che da mesi tollera questa situazione. Nel suo comunicato, il Partito socialdemocratico «accusa duramente la passivita' e il silenzio dell'Alto rappresentante Miroslav Lajcak» invitandolo a reagire in conformita' con il suo mandato e sanzionare i comportamenti di Dodik che contrastano l'Accordo di Dayton.

Giornalisti croati in piazza contro la criminalita’ organizzata. Il caso Miljus.
C’e’ un’altra vicenda che in questi giorni e’ al centro dell’attenzione pubblica e mediatica in Croazia. Ieri, venerdi’, la piazza di San Marco, piazza storica di Zagabria dove hanno sede il Parlamento e il Governo croato e che dal 2005 e’ una zona vietata alle manifestazioni dei cittadini, e’ stata invece una zona libera in cui hanno manifestato circa trecento giornalisti che chiedono alle autorita’ croate un impegno efficace e decisivo nella lotta alla violenza, criminalita’ e corruzione. I manifestanti, guidati dall’Associazione di giornalisti croati sono scesi in piazza chiedendo che siano trovati i colpevoli del brutale assalto contro Dusan Miljus, caporedattore della rubrica di cronaca nera di uno dei principali quotidiani croati, ‘Jutarnji list’. All’inizio di questo mese, il giornalista croato che da anni scrive di crimine organizzato e di corruzione e’ stato aggredito davanti alla sua abitazione con mazze da baseball da due uomini dai volti coperti, subendo gravi ferite alla testa e al braccio. Miljus sostiene che nell’ultimo periodo ha ricevuto minacce di morte, tutte denunciate alla polizia. Alla manifestazione dei giornalisti hanno preso parte anche membri di diverse organizzazioni non-governative. Davanti alla sede del Governo, i rappresentanti dell’Associazione di giornalisti croati hanno letto una lettera indirizzata alle istituzioni dello Stato in cui chiedono che l’agressione contro Miljus sia qualificata come tentato omicidio e avvertono che questo e’ il terzo attacco contro un giornalista negli ultimi 15 giorni mentre una trentina di giornalisti sono stati aggrediti dagli anni ’90 ad oggi. Nessuno di questi attacchi e’ stato punito, non si sa ancora nessun nome di colpevoli e sono ormai 18 anni che l’unica informazione data e’ quella delle “indagini in corso”, si legge nella lettera di protesta dei giornalisti croati che verra’ consegnata anche al capo della Commissione Europea in Croazia, Vincent Degert. Gli organizzatori sostengono che gli ordinatori dell’attacco contro Miljus appartengono alla criminalita’ organizzata e chiedono alla polizia e alla Procura di Stato, oltre ad una veloce ed efficace indagine, di scoprire definitivamente i gruppi di crimine organizzato difuso quasi nell’intera societa’. Manifestazioni di solidarieta’ si sono svolte anche a Varazdin e nelle citta’ dalmane: Sibenik (Sibenico), Zadar (Zara) e Dubrovnik nel corso delle quali sono stati condannati gli aggredimenti contro i colleghi in tutta la Croazia. I giornalisti di Zara si sono detti scioccati per le violenze contro il loro collega Miljus e hanno rilevato che “lo Stato non puo’ chiudere gli occhi davanti al fatto che i criminali sono disposti ad uccidere i giornalisti per proteggere i loro interessi”. C’e’ da sottolineare che proprio la lotta alla corruzione e alla criminalita’ organizzato e la loro riduzione sono tra i requisiti piu’ importanti che la Croazia deve soddisfare per poter aderire all’Ue.

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