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passaggioasudest [ la realtà politica dell'europa sud orientale dai balcani alla turchia ]
 



Questo blog è dedicato ad un'area cruciale per il futuro europeo. Per l'area che va dai Balcani occidentali alla Turchia, infatti, passa il futuro dell'Unione europea come progetto politico così come il futuro di questi Paesi passa dalla scelta dell'integrazione in questo progetto.




"Dobbiamo ricordarci che l’informazione è un veicolo diretto all’utente, non è un soliloquio da parte del giornalista. Bisogna tenere sempre presente che chi è dall’altra parte del microfono deve poter comprendere una realtà in cui non è presente. Questo, penso, è il massimo sforzo che i giornalisti devono compiere".
Antonio Russo



"Il vero referendum sul futuro dell'Unione si terrà nei Balcani"
International Balkan Commission


"E poi, un giorno, è stato costruito un ponte che collegava le due rive del Bosforo. Quando sono salito sul ponte e ho guardato il panorama, ho capito che era ancora meglio, ancora più bello di vedere le due rive assieme. Ho capito che il meglio era essere un ponte fra due rive. Rivolgersi alle due rive senza appartenere".
Orhan Pamuk, Istanbul



Per inviare una email scrivi a pasudest@yahoo.it





15 gennaio 2010


UNA COALIZIONE PER LA RICONCILIAZIONE

Lo Speciale di Passaggio a Sud Est del 13 gennaio su Radio Radicale è stato dedicato al caso della "casa gialla", il presunto traffico di organi di priogionieri serbi che sarebbe stato compiuto da guerriglieri dell'Uck durante il conflitto del Kosovo. Rispondendo ad alcuni commenti ho scritto che da tempo mi chiedo se non sarebbe possibile avviare anche per la ex Jugoslavia un processo come quello che ha portato alla pacificazione del Sud Africa dopo la fine dell'apartheid. In effetti c'è qualcuno che ci sta pensando: si tratta della Coalition for Recom.

Leggo dal sito che la Coalition for Recom nasce da un'iniziativa sviluppatasi nella società civile per la creazione di una commissione interstatale e indipendente incaricata di indagare e rivelare pubblicamente i fatti sui crimini di guerra e altre gravi violazioni dei diritti umani, commessi sul territorio della ex Jugoslavia, compresa la verità su i dispersi.

Spiega il documento che illustra il senso e lo scopo dell'iniziativa

Nella società post-jugoslava si parla spesso dei crimini di guerra commessi da chi era dall'altra parte, essi anche più spesso vengono esagerati, mentre le autorità continuano a relativizzare, minimizzare o giustificare i crimini commessi contro i propri avversari durante il conflitto.
L'identificazione e la solidarietà con i membri della propria comunità accusati di crimini di guerra è molto forte, mentre i membri di altre comunità sospettati di aver commesso crimini di guerra sono accusati arbitrariamente.
Le vittime vengono dimenticate e il pubblico sente parlare di loro solo durante le cerimonie ufficiali.
La sorte di 16.252 persone scomparse non è ancora chiara e i luoghi di molte tombe non sono ancora stati trovati.
Non vi è alcun interesse politico ad accertare i fatti sugli eventi del passato, e la necessaria pressione dell'opinione pubblica indipendente è ancora assente.

Perché Recom?
Per prevenire la diffusione di menzogne sul passato o confutare quelle già presentate al pubblico. 
Per aiutare a costruire una tribuna pubblica per le vittime di crimini di guerra, ciò può suscitare la solidarietà verso le vittime anche da coloro che non conoscono
il passato. 
Per costruire una banca dati delle vittime e degli scomparsi per evitare la manipolazione dei dati. 
Per aiutare gli uffici dei pubblici ministeri che indagano sui crimini di guerra, fornendo elementi di prova, incoraggiando i testimoni e le vittime a partecipare ai processi e aiutare ad organizzare ladocumentazione su alcuni casi. 
Per aiutare le commissioni ufficiali sugli scomparsi nelle fosse comuni a scoprire quelle rimaste segrete e contribuire a chiarire la sorte dei dispersi. 
Per creare una maggiore comprensione e tolleranza e ridare dignità alle vittime e alle loro famiglie.

Per saperne di più questo è il sito della Coalition for Recom


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permalink | inviato da robi-spa il 15/1/2010 alle 20:21 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa


6 novembre 2009


RICONCILIAZIONE IN EX JUGOSLAVIA / 2

Il processo a Radovan Karadzic, insieme all'esigenza di dare una risposta di giustizia ai crimini commessi durante le guerre jugoslave degli anni '90, pone l'attenzione anche sulla necessità di trovare una strada per superare quelle tragedie per chiudere le ferite e pensare ad un futuro comune per i popoli dei Balcani. Dopo quello dedicato all'apertura del processo a Karadzic, il 28 ottobre, lo Speciale di Passaggio a Sud Est del 4 novembre su Radio radicale è stato dedicato alle riflessioni e alle iniziative sul tema della riconciliazione. Qui di seguito il testo della corrispondenza di Artur Nura.

Parlare dei tentativi di convivenza tra serbi ed albanesi kosovari, tra albanesi macedoni e macedoni stessi e’ un po' difficile poiche' le etnie si fanno pregiudicare dal passato violento loro. A questo punto iniziare con il Kosovo dobbiamo dire che per il prossimo 15 novembre i serbi del Kosovo saranno dinanzi ad una scelta, ossia quella di boicottare o di partecipare alle elezioni locali organizzate dalle autorità del Kosovo, le prime elezioni dopo la proclamazione dell'indipendenza del 17 febbraio 2008. Si sa gia che Pristina e la Comunità internazionale hanno invitato albanesi e serbi a costruire insieme un futuro migliore e dimenticare il passato, ma le opinioni tra i vari schieramenti sono ancora divisi e non si conosce la posizione della popolazione serba a riguardo.
Purtroppo come si sa la comunità serba, divisa tra Belgrado e Mitrovica, è ancora molto divisa sulla decisione da prendere in merito allo scenario che offre il piano Ahtisaari quale e’ l’unico piano che potrebbe avvicinare le due Entia del Kosovo. Accanto ad una Pristina gioiosa degli Albanesi vi è il Kosovo dei serbi, che ancora vivono nel limbo del loro riconoscimento di uno status ben definito, sentendosi spesso emarginati da Pristina e abbandonati da Belgrado, pero ancora non pronti ad accettare la situazione.
Negli ultimi dieci anni le autorità serbe hanno deciso generalmente di seguire la posizione ufficiale di Belgrado sulla partecipazione alle elezioni locali, ad eccezione di alcuni piccoli partiti locali. Ora chiedono il decentramento amministrativo con l'autonomia delle entità locali nelle comunità serbe, formatesi sulla base dei risultati delle elezioni nel maggio dell’anno scorso. Le prossime elezioni dovrebbero nominare la leadership dei cinque nuovi comuni in Kosovo a maggioranza serba, nel quadro del decentramento previsto dal piano di Ahtisaari. Dopo l'imminente processo elettorale, il Kosovo dovrà avere 38 comuni, tra i quali 10 saranno a maggioranza serba, uno turco e gli altri albanesi.
La proposta di Ahtisaari è principalmente quella di creare una società multietnica, dove però la comunità albanese ha ricevuto significativi poteri, poiché il 90 per cento della popolazione è di etnia albanese. Le comunità di minoranza serbe, rom, ashkali, egiziane, turche e bosniache avranno un ruolo marginale. Il piano Ahtisaari è stato infatti progettato in maniera asimmetrica, affidando 20 posti in Parlamento alla comunità non-albanese (dieci per la minoranza serba e 10 per le altre) nei primi due mandati elettorali. Tuttavia, l'istituto portante del piano Ahtisaari è il decentramento, questo è potenzialmente il più grande ostacolo per la maggioranza albanese, creando una serie di nuovi comuni per soddisfare le richieste serbe.
Sino ad oggi, comunque, la Serbia ha ribadito che non ci sono le condizioni adatte per consigliare ai serbi di partecipare alle elezioni locali della provincia. Il Governo serbo nella sua recente riunione ha concluso che le prossime elezioni locali in Kosovo non sono conformi con la risoluzione del Consiglio di Sicurezza 1244, né con il quadro costituzionale provvisorio, che non sussiste alcun obbligo per i serbi della provincia di partecipare a queste elezioni. Inoltre, anche il Sinodo della Chiesa Ortodossa Serba (CPS) ha invitano i serbi in Kosovo a non assistere alle elezioni locali, aderendo così alla linea politica di Belgrado. Tuttavia, i rappresentanti politici dei serbi del Kosovo hanno una visione diversa. Vi sono opinioni contrastanti, voci che invitano i serbi a boicottare l'indipendenza del Kosovo, altri che chiedono la partecipazione ad alcune condizioni.
In linea generale, i serbi che lavorano nelle istituzioni del Kosovo hanno annunciato che parteciperanno alle elezioni locali del Kosovo. Il capo del gruppo parlamentare del partito liberale indipendente presso l'Assemblea del Kosovo, Bojan Stojanovic, ha detto che l'impegno per la sopravvivenza e il ritorno dei serbi è motivo principale per la partecipazione al processo politico in Kosovo, e così alle prossime elezioni locali. Inoltre, è già in atto l'organizzazione delle elezioni e la costituzione dei comuni con la formazione di squadre di preparazione. Al concorso di selezione degli esperti hanno risposto anche i serbi, perchè Pristina offre nuovi posti di lavoro e buoni stipendi. Il rappresentante speciale dell'Unione europea in Kosovo, Peter Feith, ha invitato i serbi ad aderire alle elezioni locali, essendo questa un'occasione per la comunità serba di acquistare i diritti di autonomia nei comuni a maggioranza serba.
Nonostante, quindi, i pareri favorevoli, ci sono poche possibilità che Belgrado possa sostenere lo svolgimento delle elezioni previste dal piano Ahtisaari. Se cambierà qualcosa e se queste elezioni porteranno qualcosa di buona, è necessario attendere il 14 novembre, ma la popolazione della provincia o avrà sicuramente bisogno di molto più tempo per cambiare le cose. D`altro canto, i rappresentanti del Consiglio per la Difesa dei Diritti e Libertà dell'Uomo, ammettono che in Kosovo si è creata la situazione politica adatta per il rimpatrio delle persone interessati delle minoranze relative ed i serbi in particolare.

Ed ora tornando al caso macedonia con le stessa tema dobbiamo dire che la convivenza risulta difficile anche tra i macedoni ed gli Albanesi nella ex Repubblica Jugoslava della Macedonia. Alcune settimane fa il segretario generale del Partito Democratico Albanese Menduh Thaci, aveva tenuto un incontro con un gruppo di esperti chiamati per la realizzazione di un documento relativo ad nuovo accordo tra albanesi e macedoni. Secondo i leader del partito, la sottoscrizione di questo accordo comporterebbe, secondo le previsioni, alcune modifiche nel sistema politico del Paese, in quanto equivale ad un nuovo contratto tra gli albanesi e i macedoni.
Thaci ha annunciato, al termine dell'incontro che sarà messo all'ordine del giorno della dirigenza del partito, per poi passare in Parlamento. In effeti numerose sono le questioni che fanno parte dell’accordo, che si scandisce in quindici punti, tra cui:
- l’apertura di tutte le questioni tra i macedoni e gli albanesi;
- un governo di partenariato tra i partiti albanesi e macedoni, con meccanismi che garantiscono un unico e comune programma governativo;
- l'equa distribuzione dei fondi del budget e dei fondi della Comunità Europea;
- la soluzione della questione inerente l’utilizzo della lingua albanese e dei simboli nazionali;
- la proposta per l’eliminazione dei tratti etnici dei simboli statali;
- la realizzazione di una vera e propria decentralizzazione, consistente nella riorganizzazione territoriale del potere locale in maniera tale da rispettare i parametri demografici e geografici;
- l’intensificazione del processo delle integrazioni euro-atlantiche.
Durante l’incontro con gli esperti, Thaci aveva dichiarato che l’accordo è stato elaborato allo scopo di evitare la frantumazione della Macedonia ed ha aggiunto che se esso verrà ignorato, allora la capacità e le energie degli albanesi in Macedonia si orienteranno verso la creazione di uno stato albanese all’interno del Paese, ed ogno altra questione riguardante l’unione della Macedonia con l’Albania cadrà. "Il principale obiettivo di questo documento è la prevenzione della frantumazione della Macedonia. Vi sono molte persone che iniziano a pensare che la Macedonia debba funzionare con due Governi. Un Governo opera solo per una parte dei cittadini e l’altra parte lo discrimina. L’unico modo per non arrivare a questo e garantire la sopravvivenza della Macedonia, è che essa venga riorganizzata dal punto di vista dell’aspetto multietnico", ha dichiarato allro Thaci.
Alla domanda relativa alla possibilità del documento di portare verso un federalismo oppure se esso insista sulla multi-etnicità, il leader della PDSH ha dichiarato che l’accordo da lui proposto non porterà verso un federalismo, bensì insiste sulla multietnicità. "Lo so che vi saranno persone che cercheranno di etichettarci in questa direzione. Io accetto pubblicamente, dinnanzi agli albanesi, di fare un compromesso, al solo scopo del rispetto del paradigma europeo per una Macedonia multietnica", ha sottolineato Thaci, aggiungendo che non verrà ammesso il trattamento offensivo della congiutura politica macedone verso gli albanesi in Macedonia.
Il leader della PDA ha dichiarato che l’accordo avviene in condizioni pacifiche e che si tratta di una proposta per il presente e per il futuro, offrendo partenariato tra i macedoni e gli albanesi senza uscire dalla base della democrazia multietnica. L’accordo è stato pensato da Thaci, dopo che sono stati superati i termini per la realizzazione pacifica dell’Accordo di Ohrid. Thaci ha fatto sapere che dopo l’ufficializzazione del documento, i circa 15 punti del programma verranno elaborati e saranno costituiti da documenti speciali preparati dagli esperti; inoltre esso diventerà parte delle discussioni e terra conto dei cittadini dei partiti politici e di numerosi altri fattori.


6 novembre 2009


RICONCILIAZIONE IN EX JUGOSLAVIA / 1

Lo storico e simbolico ponte di Mostar, distrutto durante la guerra di Bosnia, durante la ricostruzione nel 2003.Il processo a Radovan Karadzic, insieme all'esigenza di dare una risposta di giustizia ai crimini commessi durante le guerre jugoslave degli anni '90, pone l'attenzione anche sulla necessità di trovare una strada per superare quelle tragedie per chiudere le ferite e pensare ad un futuro comune per i popoli dei Balcani. Dopo quello dedicato all'apertura del processo a Karadzic, il 28 ottobre, lo Speciale di Passaggio a Sud Est del 4 novembre su Radio Radicale è stato dedicato alle riflessioni e alle iniziative sul tema della riconciliazione. Qui di seguito il testo della corrispondenza di Marina Szikora.

Il processo ad uno dei principali responsabili dell’atroce guerra in ex Jugoslavia, Radovan Karadzic, accusato dei piu’ gravi crimini di guerra e genocidio in Bosnia Erzegovina, iniziato in maniera difficile, e il contemporaneo rilascio di Biljana Plavsic, ex presidente della Republika Srpska dopo il ritiro di Karadzic, e prima ancora vice presidente dell’autoproclamata entita’ a maggiornaza serba, dopo aver scontato due terzi della pena per crimini contro l’umanita’ in un carcere svedese, indubbiamente risollevano il tema del funzionamento della giustizia internazionale ma niente meno della riconcialiazione, un tema inevitabile per il futuro di pace e stabilita’ nella regione che ancora oggi soffre a causa delle consegunze della guerra degli anni novanta. Considerando i progetti della societa’ civile in BiH, ma tenendo presente anche il fatto di chi e’ maggiormente impegnato in questi progetti, si puo’ dire che sono le donne ad essere molto piu’ attive nel processo per stabilire la verita’ e portare la riconciliazione in BiH. E’ chiaro altrettanto che un ruolo importante ha il comprendimento a vicenda tra i popoli, in questo senso, come sempre ribadito, il ruolo centrale e’ quello del compromesso politico nel consolidamento della democrazia. Un compromesso, che come lo dimostrano le attuali vicende nel Paese e’ lontano dall’essere raggiungibile.

Il processo a Karadzic, che i primi tre giorni dal suo inizio non si e’ presentato in aula motivando il boiccotto del processo con l’insufficienza del tempo a disposizione per preparare la propria difesa, secondo molti rischia di essere una farsa nei confronti della giustizia internazionale. Il procuratore dell’Aja, Alain Tieger ha illustrato nelle sue parole introduttive fatti molto convincenti sui crimini commessi contro gli abitanti di Sarajevo durante i 44 mesi di assedio della capitale bosniaca. Come scrive il quotidiano di Sarajevo ‘Dnevni avaz’ "si e’ congelato il sangue nelle vene di tutti che hanno ascoltato le ragioni per le quali Karadzic deve presentare i conti per i crimini di genocidio contro i prigionieri di Srebrenica. Tieger ha ricordato gli orrori dei patiboli dove furono fucilati i bambini di Srebrenica, scene di fosse comuni, immagini di ragazzini strappati via dalle mani delle loro madri...Ha ricordato la tragedia le cui dimensioni nessuno potra’ mai stabilire con precisione".

In un articolo molto critico pubblicato su ‘Dnevni avaz’ in questi giorni, Elma Aliefendic scrive che l’Europa rinuncia alla Bosnia, se mai abbia voluto aiutarla". "Il Paese che fu vittima dei piu’ grandi trami politici in Europa degli anni novanta e il Paese verso il quale l’intero mondo si trova in debito, degradisce rispetto alla vicina Croazia e Serbia che entreranno nell’Ue" osserva Elma Aliefendic e aggiunge "che sul territorio della BiH per quattro anni furono commessi genocidio, stupri, devastazioni e al contempo l’intero mondo aveva svolto il ruolo di un osservatore muto". Con profonda amarezza la giornalista bosniaca sottolinea, e va detto che non e’ un esempio per niente isolato, bensi’ rappresenta un ragionamento molto comune nel Paese, che "l’Europa aveva mandato in aiuto le forze militari che per anni avevano guardato lo spargersi del sangue e una parte di questi aiuti europei parteciparono nelle sofferenze che dimostrano l’olocausto a Srebrenica da parte dei militari olandesi. Le forze militari decisero di reagire solo nel momento in cui l’Armata della BiH sconfiggeva l’esercito serbo, ma queste cose non vanno esposte in pubblico anche se tutti quelli che si trovavano in Bosnia durante la guerra sapevano e sanno che l’Accordo di pace di Dayton ha maggiormente salvato proprio i serbi in BiH, afferma la Aliefendic.

La politica della Serbia, secondo la giornalista di ‘Dnevni avaz’ "ha reso possibile le vicende tremende in Bosnia Erzegovina e oggi un tale sostegno a Milorad Dodik rende la sua politica cosi’ audace e forzamente nazionalista". "Come lo fece nel periodo in cui abbiamo sofferto maggiormente, mandandoci i miliatri che parteciparono nel piu’ grande massacro sul Vecchio continente dopo la Seconda guerra mondiale, adesso l’Europa ci manda Carl Bildt, l’uomo che non nasconde di stare dalla parte dei crimini serbi in BiH e Croazia. E infine un altro grande schiaffo, Carl Bildt ha riso in faccia a tutti i bosniaci ed erzegovinesi rilasciando la criminale di guerra Biljana Plavsic. Questo uomo, rappresentante dell’Ue con il quale la BiH negozia l’inserimento sulla Lista bianca di Schengen che sembra piuttosto un’esca la quale, se abboccheremo, ci distruggera’ il paese. Signor Bildt, non ci riuscira’ perche’ questa e’ Bosnia Erzegovina e nonostante il fatto che qui c’e’ di tutto, ci sono anche maggiormente quelli che amano sinceramente il loro paese e sono pronti a difenderlo da numerosi "beneffattori", conclude con amarezza questa giornalista bosniaca. Una prova evidente di quanto sia ancora lontano il sentimento e la necessita’ di riconciliazione in quest’area cosi’ sconvolta e sofferente.

L’esempio in tutt’alta direzione e’ quello di Sandor Egeresi, presidente dell’Assemblea della Vojvodina, la regione multietnica serba che all’epoca jugoslava, fu una delle due regioni autonome (come il Kosovo). Sandor Egeresi, esponente della minoranza ungherese in Vojvodina, ha dichiarato che il suo parlamento regionale ha promosso una iniziativa intitolata "Consenso sulla sicurezza e stabilizzazione" il cui obiettivo storico e’ la riconciliazione nella regione. Ad un covegno scientifico intitolato "Nazioni, stati e diaspora sul territorio dell’ex Jugoslavia", Egeresi ha detto che questa iniziativa mira a stabilire il consenso sul partenariato regionale europeo nonche’ l’approvazione di una dichiarazione sulla riconciliazione. Secondo il presidente dell’Assemblea vojvodinese, la dichiarazione sulla riconciliazione porta un forte messaggio simbolico che le comunita’ politiche dell’ex Jugoslavia devono abbandonare il passato, pieno di sfiducia e conflitti e che devono congiutamente rafforzare la politica di fiducia e rispetto dell’identita’ di tutte le comunita’ nazionali che vivono in quest’area in quanto un valore europeo fondamentale. Egeresi ha precisato che sono in corso le consultazioni relative a questa iniziativa promossa da parte dell’Assemblea di Vojvodina sotto il patroncinio del Parlamento della Serbia.

Secondo le sue parole, non si puo’ dimenticare nemmeno la necessita’ di affrontare il passato. "La posizione dello Stato nei confronti del passato e’ di importanza fondamentale per il suo presente e futuro. Le politiche del ricordo ci servono ad imparare dagli errori commessi nel passato", ha sottolineato Egeresi puntando sulle giovani generazioni che – come ha detto – "sono nati troppo tardi per essere partecipanti diretti, ma abbastanza presto per essere educati sul modello di etnonazionalismo e autoinganno. Le generazioni dei padri taciono mentre di crimini dei genitori parlano i loro figli". Per questo, e’ dell’opinione il presidente dell’Assemblea vojvodinese, bisogna accettare il fatto che affrontre il passato e’ un processo lungo, doloroso e che appartiente a diverse generazioni. Ha ricordato che l’Assemblea della Vojvodina ha approvato nel 2003 una Risoluzione sul non riconoscimento della colpevolezza colettiva e ha spiegato che in tal modo e’ stato mandato un messaggio che l’individualizzazione della colpevolezza rappresenta un ostacolo alle manipolazioni per scopi politici giornalieri. "Abbiamo ribadito l’impegno per la piena riabilitazione di tutti i profughi, degli accusati innocenti e delle vittime innocenti nel corso e subito dopo la Seconda guerra mondiale. Perche’ le vittime hanno il diritto alla dignita’, alla verita’ e alla giustizia" ha detto Egeresi. Qesto convegno e’ stato organizzato dal Centro pe la storia della democrazia e riconciliazione di Novi Sad, con il sostegno dell’Istituto per la giustizia storica e riconciliazione dell’Aja. I partecipanti sono storici, esperti di politica e sociologi dalla Serbia, Croazia, BiH e Olanda.


4 novembre 2009


PASSAGGIO SPECIALE

"Riconciliazione", olio su tela di Olindo MalvisiQuesta sera la puntata dello Speciale di Passaggio a Sud Est in onda alle 23,30 su Radio Radicale è dedicata al tema della riconciliazione nei Paesi dell'ex Jugoslavia dopo le tragedie delle guerre degli anni '90.
Nonostante le ferite profonde lasciate dai conflitti, nonostante il sangue, le distruzioni, gli odi, nonostante le strumentalizzazioni politiche che ancora oggi sfuttano i risentimenti, nonostante tutto questo c'è che prova ad andare oltre, alla ricerca di un futuro possibile, insieme. Ci sono persone, associazioni, organizzazioni non governative che intraprendono iniziative comuni, in Serbia, in Kosovo, in Bosnia, serbi e albanesi insieme, bosniaci e serbi, croati e serbi, albanesi e macedoni.
L'esperienza dell'Irlanda del Nord e del Sudafrica dimostrano che superare gli odi è possibile: a patto che ognuno faccia la sua parte, che ciascuno si assume le proprie responsabilità.

Lo Speciale è curato e condotto da Roberto Spagnoli con la collaborazione di Marina Szikora e Artur Nura ed è disponibile sul sito di Radio Radicale nella sezione delle Rubriche.


7 dicembre 2008


PASSAGGIO ON AIR

Passaggio a Sud Est
è il sabato alle 22,30 su Radio Radicale

Nella prima parte della puntata di sabato 6 dicembre si parla dell'ormai prossimo dispiegamento della missione civile europea Eulex in Kosovo e delle proteste a Pristina, della caccia all'ex generale serbo-bosniaco Ratko Mladic e della visita in Albania del presidente del Consiglio italiano, Silvio Berlusconi.
La seconda parte è dedicata invece al tema della riconciliazione nei Balcani con una intervista a Cristophe Solioz, segretario generale del Center for European Integration Strategies.
Gli altri argomenti riguardano le recenti elezioni politiche in Romania, la presidenza di turno della Croazia del Consiglio di sicurezza dell'Onu e il cordoglio della Serbia per la morte del patriarca ortodosso di Mosca, Alessio II.

La trasmissione, curata e condotta in studio da Roberto Spagnoli con la collaborazione di Marina Sikora e Artur Nura, è riascoltabile come tutte quelle precedenti sul sito di Radio Radicale.


6 dicembre 2008


ELABORAZIONE DEL PASSATO E RICONCILIAZIONE NEI BALCANI

Cristophe SoliozElaborazione del passato e riconciliazione sono le due questioni da affrontare e risolvere perché qualunque ipotesi di stabilizzazione e di pacificazione giusta e duratura nei Balcani sia credibile. Due questioni al centro del dibattito e della riflessione del convegno annuale dell'Osservatorio sui Balcani svoltosi a Vienna il 10 e 11 novembre scorsi intitolato appunto "Attraverso il passato: i processi di riconciliazione nei Balcani occidentali".

Sul tono del confronto, sulle riflessioni emerse dal dibattito e sulle questioni che restano tutt'ora aperte segnalo la mia intervista a Cristophe Solioz, segretario generale del Center for European Integrations Strategies di Ginevra che ha organizzato il convegno con l'Osservatorio sui Balcani e l'Istituto per l'Europa centrale e danubiana e che ha riunito nella capitale austriaca storici, esponenti della società civile, politici, organizzazioni non governative e operatori dell'informazione provenienti da diversi Paesi europei.

La riconciliazione nei Balcani, sostiene Solioz nell'intervista è un processo lungo e complesso per cui sono necessarie tre condizioni: tempo, volontà politica e stabilità degli stati nati dal crollo della Jugoslavia. Inoltre si tratta di un processo che va visto nel contesto europeo. Il progetto politico dell'Unione Europea, infatti, è la sola prospettiva che può permettere di ricostruire una possibilità duratura di pace e di convivenza nella regione. Questa cammino è però ritardato dai riflessi nazionalisti delle classi politiche balcaniche, così come dai ritardi dei governi europei.

Sul medesimo tema e sul convegno di Vienna ricordo anche la mia precedente intervista a Luisa Chiodi, direttrice scientifica dell'Osservatorio sui Balcani.

Tutti i materiali sul convegno di Vienna sono reperibili sul sito di Osservatorio sui Balcani.


27 novembre 2008


RICONCILIAZIONE E CONVIVENZA: UNA NUOVA CONFERENZA PER I BALCANI OCCIDENTALI

Il ponte di Mostar simbolo della convivenza nei Balcani, distrutto nel 1993 durante la guerra e poi ricostruito.Il testo che segue si riferisce alla corrispondenza di Marina Sikora per lo Speciale di Passaggio a Sud Est andato in onda a Radio Radicale mercoledì 26 novembre e dedicato alla questione dell'elaborazione del passato e ai processi di riconciliazione nei Balcani.

Come a piu’ riprese ribadito dai vertici dell’Ue, il 2009 dovrebbe essere un anno dedicato ai Balcani e al processo di avvicinamento dei paesi di questa regione all’Ue. La necessita’ di un vertice sui Balcani che tratterebbe la questione di un comune futuro europeo dei paesi dell’area e’ stata invocata alla recente riunione delle organizzazioni non governative dell’ Iniziativa Igman, svoltasi lo scorso 8 novembre a Zagabria. I rappesentanti di questo movimento di organizzazioni non governative croate, serbe, bosniache e montenegrine ritengono che un tale vertice dovrebbe valutare il progresso dei paesi della regione nel processo dell’integrazione europea nonche’ stabilire che la via europea per molti aspetti e’ comune a tutti, fermo restando che ogni singolo paese ha pero’ le sue particolarita’ e che quindi la loro adesione e’ individuale. Da precisare che l’Iniziativa Igman e’ stata istituita nel novembre 2000 ed e’ un movimento che include otre 140 organizzazioni non governative dei paesi dell’ex Jugoslavia. Avendo come base il dialogo della societa’ civile, l’iniziativa si impegna nella normalizzazione delle relazioni e della riconciliazione nel cosidetto „triangolo di Dayton“. Un impegno quindi a promuovere e sollecitare il dialogo a livello locale e regionale, a svolgere anche una specie di monitoraggio con l’obiettivo di contribuire alla piu’ rapida normalizzazione delle relazioni che sono state profondamente compromesse a causa della guerra e le cui conseguenze, purtroppo, pesano ancora notevolmente sulla realta’ politica dell’area.

Diversi sono stati gli argomenti di discussione alla riunione di Zagabria che riguardano le difficili sfide a cui bisogna far fronte nel lungo processo di avvicinamento all’Europa: corruzione e criminalita’ in quanto probemi regionali, nazionalismo ed estremismo politico, erosione del morale nonche’ mancanza della volonta’ politica nella costruzione delle istituzioni. "
L’Unione europea e’ il nostro destino e il nostro desiderio e dalla velocita’ e dalla qualita’ di realizzare questo desiderio dipenderanno la nostra vita, la democrazia e il benessere materiale“ ha detto il presidente croato Stjepan Mesic partecipando alla conferenza di Zagabria dedicata ai problemi dei paesi della regione sulla via verso l’Ue. Il presidente croato ha dato pieno sostegno alla proposta di organizzare presto un summit dei Balcani occidentali e ha ribadito che la verita’ e’ decisiva per costruire i buoni rapporti tra i paesi della regione, soprattutto adesso quando, come ha valutato, il clima generale nell’area sta’ peggiorando e per certi aspetti fa ricordare all’inizio degli anni novanta. „Non sono pessimista e non voglio esagerare, ma non posso chiudere gli occhi di fronte a quello che accade nel vicinato. Quello che vedo e sento non va bene ne’ per la Bosnia Erzegovina ne’ per l’intera regione. Tacere su una tale situazione sarebbe come ripetere l’errore che e’ stato fatto non cosi’ tanto tempo fa, e questo ne’ noi ne’ la comunta’ internazionale possiamo permettere“ ha detto Stjepan Mesic alludendo alla Repubblica Srpska e alla politica dei suoi leader, in particolare quella del premier Milorad Dodik. Recentemente il presidente croato aveva avvertito che la comunita’ internazionale non deve piu’ tollerare le minacce di Dodik sulla secessione che mette in questione l’esistenza stessa della BiH e ha parlato della Repubblica Srpska come di „una polveriera che potrebbe esplodere da un momento all’altro“. Quanto alle relazioni tra Croazia e Serbia, Mesic ha espresso preoccupazioni per l’attuale „situazione ristagnante“ in cui, come ha detto, nonostante siano stati stabiliti dei canali di comunicazione, questa comunicazione e’ inesistente.

Nessuno chiede a Bruxelles di chiudere un occhio per quanto riguarda le condizioni precedentemente stabilite, ma abbiamo il diritto di aspettarci che anche l’Ue si dimostri interessata e che questa regione abbia una chiara prospettiva in termini di tempo per l’adesione” ha detto Zivorad Kovacevic, membro del Consiglio dell’Iniziativa Igman e presidente del Movimento europeo in Serbia. Secondo Kovacevic, la stabilita’ politica della Serbia potrebbe essere minacciata se la Serbia il prossimo anno non otterra’ “il Schengen bianco” e lo status di candidato all’adesione. La presidente del Consiglio nazionale per i negoziati di adesione della Croazia all’Ue e vicepresidente del Parlamento croato, Vesna Pusic ha detto che non e’ nessun segreto che alcuni dei paesi membri dell’Ue non dovevano passare il processo di negoziazioni per la loro adesione all’Unione, altri invece dovevano farlo soltanto formalmente. Dopo l’adesione della Romania e Bulgaria, la Croazia ha ricevuto dei criteri molto rigidi e per gli altri paesi della regione che devono ancora iniziare i negoziati, molto probabilmente verranno stabiliti criteri ancora piu’ severi, ha detto Vesna Pusic ma ha aggiunto anche che “per il nostro interesse i criteri dovrebbero essere anche maggiori”. Ha sottolineato che la questione chiave per la Croazia rimane la riforma del sistema giudiziario a proposito del quale, fino agli eventi tragici a Zagabria e le sostituzioni dei ministri, non si e’ fatto nulla.
Di simili esperienze hanno parlato anche altri partecipanti della conferenza dalla BiH, Serbia e Montenegro.

Per la pace e stabilita’ nella regione senza dubbio cruciali sono la normalizzazione dei rapporti e la riconciliazione. La grave situazione politica in Bosnia Erzegovina come anche le relazioni della Serbia con i paesi vicini riguardante il riconoscimento dell’indipedenza del Kosovo da parte dei singoli paesi dell’area e i ricorsi alla Corte Internazionale di Giustizia, sono le sfide che dovranno essere superate a nome di un equilibrio durevole garantito dall’integrazione europea di questi paesi.
Sulla questione del ricorso per genocidio presentato dalla Croazia contro la Serbia alla Corte Internazionale di Giustizia la quale si e’ pronunciata competente in merito alla questione e su una possibile controquerela della Serbia contro la Croazia per i fatti avvenuti durante l’operazione ‘Tempesta’ nel 1995 si e’ pronunciato anche il Commissario all’allargamento dell’Ue, Olli Rehn. Secondo la sua opinione le reciproche accuse dei paesi dei Balcani occidentali non dovrebbero ostacolare il loro avvicinamento all’Ue. Questo riguarda il contenzioso tra Croazia e Slovenia nonche’ le cause che Croazia, Bosnia Erzegovina e Serbia hanno sollevato dinanzi alla CIG per i fatti avvenuti durante la guerra degli anni novanta come anche la richiesta della Serbia alla stessa corte di pronunciarsi sulla legalita’ dell’autoproclamata indipendenza del Kosovo. Olli Rehn ha sottolineato che i paesi hanno il diritto di rovolgersi alla CIG ma ha aggiunto anche che “il processo di riconciliazione e’ necessario in queste societa’ e tra le societa’ della regione che richiede un ripensamento molto piu’ coscienzioso e la prontezza di voltare le pagine del passato”. Rehn ha rilevato la posizione della Commissione europea anche riguardante il contenzioso sui confini tra Slovenia e Croazia che dura 17 anni e che deve essere risolto in modo bilaterale “senza appesantire i negoziati della Croazia per l’adesione all’Ue”. I negoziati di adesione, ha concluso Rehn, “devono terminare a secondo dei meriti in ogni singolo caso, nello spirito dei rapporti di buon vicinato e l’Ue non deve essere coinvolta in ciascuno dei contenziosi bilaterali nella regione”.

A proposito delle relazioni tra Croazia e Serbia, Milorad Pupovac, presidente del Consiglio popolare serbo in Croazia, in una intervista all’emittente serba B92 ha proposto l’istituzione di un Consiglio di fiducia tra la Serbia e la Croazia di cui farebbero parte parlamentari, personalita’ pubbliche e rappresentanti della chiesa cattolica croata e quella ortodossa serba. Secondo Pupovac, l’istituzione di un tale organo servirebbe a migliorare i rapporti tra i due paesi che si sono raffreddati dopo l’accusa croata contro la Serbia alla CIG e che con l’annuncio di una controaccusa da parte della Serbia potrebbero raffredarsi ulteriormente.


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