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passaggioasudest [ la realtà politica dell'europa sud orientale dai balcani alla turchia ]
 



Questo blog è dedicato ad un'area cruciale per il futuro europeo. Per l'area che va dai Balcani occidentali alla Turchia, infatti, passa il futuro dell'Unione europea come progetto politico così come il futuro di questi Paesi passa dalla scelta dell'integrazione in questo progetto.




"Dobbiamo ricordarci che l’informazione è un veicolo diretto all’utente, non è un soliloquio da parte del giornalista. Bisogna tenere sempre presente che chi è dall’altra parte del microfono deve poter comprendere una realtà in cui non è presente. Questo, penso, è il massimo sforzo che i giornalisti devono compiere".
Antonio Russo



"Il vero referendum sul futuro dell'Unione si terrà nei Balcani"
International Balkan Commission


"E poi, un giorno, è stato costruito un ponte che collegava le due rive del Bosforo. Quando sono salito sul ponte e ho guardato il panorama, ho capito che era ancora meglio, ancora più bello di vedere le due rive assieme. Ho capito che il meglio era essere un ponte fra due rive. Rivolgersi alle due rive senza appartenere".
Orhan Pamuk, Istanbul



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22 ottobre 2009


BOSNIA ERZEGOVINA: FALLISCE ANCHE IL BUTMIR 2

Il ponte di Mostardi Marina Szikora (*)

Il secondo round di negoziati di Butmir sulle riforme costituzionali in BiH, in cui hanno preso parte i rappresentanti dei sette partiti politici del Paese con la mediazione dei diplomatici americani e rappresentanti dell’Ue e’ stato interrotto con un nulla di fatto e l’annuncio della ripresa dei colloqui settimana prossima. Carl Bildt, dopo appena un'ora e mezzo di colloqui odierni, ha detto che i negoziati non sono falliti e che proseguiranno. Ottimisticamente ha aggiunto di essere soddisfatto dell' «atmosfera costruttiva» sottolineando che i leader dei partiti della BiH hanno dimostrato prontezza a lavorare congiuntamente sull'integrazione della BiH nell'Ue e nella NATO. «Il processo che abbiamo iniziato a Butmir continuera'. Il team di esperti dell'Ue e degli Stati Uniti tornera' settimana prossima in BiH per continuare i colloqui con i leader dei partiti politici affinche' sia raggiunto un accordo, considerando che la prossima riunione del Consiglio per l'implementazione della pace (PIC) e' prevista per il 18 novembre. Allora, con i nostri partner internazionali valuteremo i risultati raggiunti e prenderemo le necessarie decisioni» hanno annunciato i rappresentanti dell'Ue e degli Stati Uniti. Ma per i leader dei partiti politici della BiH, allo stato attuale, non vi e' stato raggiunto alcun progresso e hanno qualificato i colloqui di Butmir come un fallimento.

Per Haris Silajdzic, membro bosgnacco dell'attuale presidenza tripartita della BiH, oggi non e' stato offerto nessun nuovo documento o dichiarazione sulla proprieta' dello stato e ha rilevato di aver posto l'accento sulla liberalizzazione del regime di visti poiche' e' questo quello che i cittadini della BiH si attendono. Il piu' negativo e' stato, come del resto aspettato, il premier della RS Milorad Dodik il quale ha dichiarato: «I colloqui a Butmir sono finiti e spero di non tornarci mai piu'». Il presidente dell'HDZ BiH, Dragan Covic e' invece dell'opinione che i leader politici sono sempre piu' vicini ad una dichiarazione da firmare. Per Sulejman Tihic, presidente dell'SDA, il suo partito ha fatto di tutto per raggiungere un accordo, ma sono stati gli altri a non volerlo. «A causa della loro politica, sia minimalista che massimalista, non abbiamo nessun accordo» ha detto Tihic.

C'e' da sottolineare che soltanto Sulejman Tihic ha accettato condizionalmente il pacchetto messo sul tavolo da James Steinberg, Carl Bild e Olli Rehn, mentre l’altro partito bosgnacco, il Partito della BiH (SBiH) di Haris Silajdzic, l’HDZ BiH, il maggiore partito croato e SNSD, il Partito dei socialdemocratici indipendenti serbi del premier della Republika Srpska Milorad Dodik hanno rigettato il pacchetto di proposte di Butmir. “Questa proposta ancora una volta non tocca la modalita’ del voto a secondo delle entita’ e come tale va’ a danno dei cittadini democratici della BiH” ha detto Haris Silajdzic e ha aggiunto che per il suo partito continua ad essere accetabile soltanto la richiesta secondo la quale la BiH diventerebbe uno stato composto da regioni su base economica.

Sulejman Tihic, leader del Partito dell’azione democratica (SDA) ritiene che le soluzioni offerte dall’Ue e dagli Stati Uniti sono “condizionalmente accettabili” poiche’ significano un miglioramento rispetto alla situazione attuale, ma non sono tuttavia sufficenti. Secondo l’opinione di Tihic, questo non risolve il problema dell’efficacia delle istituzioni della BiH. “Riteniamo indispensabile risolvere la questione dello sblocco del lavoro delle istituzioni, in particolare con riferimento alla possiblita’ del veto delle entita’ e alle competenze dell’Ufficio dell’Alto rappresentante (OHC) che devono essere risolte in modo costituzionale e trasferite alle istituzioni della BiH” ha detto Tihic avvertendo e sottolineando che lui non e’ una persona che richiama ai conflitti, ma teme che, nel caso questo processo non porti dei risultati, potrebbe essere uno stimolo alle forze che sollecitano le divisioni.

Il presidente dell’HDZ BiH, Dragan Covic, ha affermato che in questo momento si puo’ aspettare solo l’accordo sullo status e sulla divisione del patrimonio statale, ma non sulle riforme costituzionali.”Per quanto riguarda i croati, abbiamo chiaramente illustrato la nostra posizione che la BiH non puo’ sopravvivere se non e’ concepita come uno Stato di tre popoli costituenti di pari diritti” ha detto il presidente del maggiore partito croato aggiungendo che e’ inconcepibile che “qualcuno tenti a modificare la costituzione eliminando completamente un popolo”.

Tra i leader dei partiti politici in BiH, vi e’ anche Bozo Ljubic, presidente dell’HDZ 1990, un altro tra i partiti politici croati secondo il quale “il mantenimento della situazione attuale conduce praticamente la BiH in una confederazione di due entita’ unitarie, centralizzate che sarebbe pericoloso per il Paese e completamente inaccettabile per il popolo croato.

Affermando che i secondi colloqui di Butmir sono stati “abbastanza produttivi, il ministro degli esteri svedese, Carl Bildt, a nome della presidenza dell’Ue, ha sottolineato che i mediatori internazionali sono consapevoli delle divergenze fra i leader politici locali, ma che vi sono anche dei passi avanti. “Nessuno ha delle illusioni che tutti i problemi in BiH si possono risolvere in una volta sola” ha detto ottimisticamente il capo della diplomazia svedese.

Secondo le valutazioni dei rappresentanti internazionali, il peggiore scenario per il futuro della BiH potrebbe essere quello del completo fallimento dei negoziati di Butmir. Secondo alcuni opinionisti in BiH il Paese potrebbe precipitare nella piu' grande crisi politica del dopo Dayton, scrive Dragan Maksimovic della 'Deutsche Welle'. In vista del secondo round dei colloqui, tre ex Alti rappresentanti della comunita' internazionale per la BiH, Wolfgang Petritsch, Paddy Ashdown e Chrisian Schwarz-Schilling, hanno salutato il fatto che l'Ue e la comunita' internazionale hanno deciso di dedicare nuovamente seria attenzione alla realta' politica del Paese ma sottolineano che il modo in cui l'iniziativa di Butmir e' stata preparata ha messo in pericolo le competenze e l'integrita' dell'Alto rappresentante della comunita' internazionale e futuro rappresentante speciale dell'Ue.

Tuttavia, le vicende di «Butmir 2» dovrebbero essere un preparativo per prendere decisioni adeguate del Consiglio per l'implementazione della pace (PIC), in programma a novembre. I rappresentanti internazionali non escludono la possibilita' che prima della riunione del PIC vi sia anche un terzo round di negoziati tra i leader della BiH e i rappresentanti americani ed europei. C'e' da sottolineare che il documento in quanto una proposta di misure per la soluzione della questione urgente – le riforme costituzionali – e' stato consegnato lunedi', 19 ottobre ai leader dei piu' influenti partiti politici in BiH.

Ad essere il piu' rigido nelle obbiezioni e contestazioni, e' stato indubbiamente il premier della Republika Srpska, Milorad Dodik, leader del Partito dei socialdemocratici indipendenti serbi (SNSD). Dodik ha rigettato completamente il pacchetto affermando che esso sia del tutto inaccettabile per la RS poiche' «modifica in maniera drastica l'Accordo di Dayton e offre soluzioni che non garantiscono l'uguaglianza dei tre popoli che esisteva prima». Secondo Dodik «l'unica soluzione per la BiH e' che i protagonisti politici locali, rappresentanti dei tre popoli, discutano di un modello accettabile per tutti, e non che sempre dietro le proposte che arrivano dalla comunita' internazionale vi sia la protezione degli interessi bosgnacchi». «A noi e' tutto chiaro, abbiamo visto come e' andata per i croati nella Federazione BiH, e adesso questo modello lo si vuole attuare a livello dell'intera BiH, il che significa che i serbi diventerebbero minoranza nazionale. Alcuni dei negoziatori stranieri lo ammettono apertamente affermando che l'Europa ha degli ottimi meccanismi di protezione delle minoranze. Qui il problema e' che i serbi, croati e bosgnacchi sono popoli costituenti e non possono diventare minoranze e a tal fine bisogna adattare tutti i meccanismi dello Stato» ha detto il premier della RS, Milorad Dodik in una intervista esclusiva andata in onda lunedi' sera nel corso del notiziario serale della televisione croata, HTV.

Le piu' importanti riforme proposte dall'Ue e Stati Uniti riguarderebbero il funzionamento degli organi di potere statali. Nel caso dell'accettazione della proposta, la BiH invece dell'attuale presidenza tripartita a rotazione avrebbe un solo presidente e due vicepresidenti. Vi continuirebbe ad esistere il Consiglio dei ministri ma guidato dal premier che verrebbe nominato da parte del presidente dello Stato. Il Consiglio dei ministri e le altre istituzioni statali coordinerebbero con le istituzioni delle entita' tutto quanto relativo alle questioni delle integrazioni europee, ma nel processo di adesione all'Ue sarebbe lo Stato centrale ad essere competente per approvare le leggi e attuare gli obblighi relativi al processo di adesione. L'Assemblea parlamentare continuerebbe ad avere due Camere, ma il potere legislativo verrebbe affidato solo alla Camera dei deputati che invece degli attuali 42 membri avrebbe 87 deputati.

(*) Corrispondente di Radio Radicale
Questa corrispondenza è andata in onda nello Speciale di Passaggio a Sud Est di mercoledì 21 ottobre dedicato alla situazione in Bosnia Erzegovina e ai colloqui di Butmir


20 ottobre 2009


BRUTTE NOTIZIE DALLA BOSNIA

Brutte notizie dalla Bosnia. Secondo quanto ha scritto poco fa il giornale di Sarajevo "Dnevni avaz", il secondo vertice convocato da Usa e Ue a Butmir con i principali partiti politici del Paese per cercare di risolvere l'impasse politico-istituzionale e far ripartire il processo di riforme è finito senza risultati: SBiH, HDZ BiH e SNSD hanno rigettato il pacchetto.
L'SBiH (il Partito per la Bosnia Erzegovina) di Haris Silajdzic, lpHDZ-BiH, il maggior partito croato (il cui leader è Dragan Covic) e l'SNSD (Partito serbo dei socialdemocratici indipendenti) di Milorad Dodik, hanno respinto le riforme costituzionali messe sul tavolo.
Le posizioni iniziali dei leader dei sette partiti politici sono state molto contrastanti e per la maggioranza dei partecipanti il documento proposto dai rappresentanti dell'UE e Stati Uniti è stato giudicato inaccettabile.
(Con la collaborazione di Marina Sikora)


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permalink | inviato da robi-spa il 20/10/2009 alle 16:40 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


25 agosto 2009


LA QUESTIONE SERBA

Quando si parla dei Balcani non si può non parlare della Serbia. Non c’è questione che riguardi il presente ed il futuro della regione che non passi per Belgrado. È questa la tesi che sta alla base del volume pubblicato recentemente dall’editore tedesco Nomos a cura del Center for European Integration Strategies (CEIS) di Ginevra, un think-tank che da tempo studia e approfondisce le questioni che riguardano l’universo balcanico. Il titolo scelto è significativo: Srbija je vazna, ovvero "la Serbia è importante" o anche "la Serbia conta".
Il lavoro è stato coordinato dall’ex Alto rappresentante in Bosnia Erzegovina e inviato speciale dell’Ue in Kosovo Wolfgang Petritsch, dal segretario generale del CEIS, Christophe Solioz, e da Goran Svilanovic, ex ministro degli Esteri serbo, che ha chiamato a raccolta un gruppo di analisti, esperti ed osservatori per tracciare una radiografia della “questione serba”, dal punto di vista politico, diplomatico ed economico. 26 i contributi di cui si compone il volume che è diviso in tre sezioni (Serbia in Europe, Nation and State: Past and Present e Serbia and its Economic Challenges Today). I destinatari sono chiari: Bruxelles e Belgrado. E altrettanto chiaro è il messaggio: entrambe devono fare di più.
Bruxelles ha rallentato da tempo sull’integrazione dei Balcani nell’Unione con la conseguenza che i processi di riforma nei paesi dei Balcani occidentali si sono pressoché bloccati. Anche questi paesi, del resto, hanno le loro responsabilità: sebbene aspirino a un futuro nell'Unione e le rispettive leadership politiche insistano su questo scenario, ognuno di loro ha problemi che non riesce a risolvere nel percorso di integrazione europea. Quelli della Serbia sono diversi: c’è il Kosovo, innanzitutto, c'è la spinosa vicenda della cooperazione con il Tribunale internazionale per l'ex Jugoslavia, c'è l'altrettanto grave questione della sua collocazione internazionale, c'è il problema delle minoranze e infine, la necessità di affrontare la crisi economica.
Tutte queste questioni rimandano alle responsabilità europee e così come a quelle della Serbia. All'UE che non sa o non vuole più impegnarsi per e nei Balcani, ma anche a Belgrado che sembra sempre in mezzo al guado, non imbocca con decisione e una volta per tutte la strada delle riforme e degli standard europei e continua a barcamenarsi tra Bruxelles e Mosca. Sia l'Unione Europea che la Serbia sono però tenute ad abbandonare incertezze, ritrosie e diffidenze, perché, come scrive Matteo Tacconi nella presentazione del volume sul sito di Osservatorio Balcani, "l’Europa senza i Balcani è un corpo mutilato e i Balcani senza la Serbia lo stesso".

Srbija je vazna: unutrasnje reforme i evropske integracije
edited by Wolfgang Petritsch | Goran Svilanovic | Christophe Solioz
(Belgrade: Samizdat B92, 2009), 256 pp.


6 maggio 2008


TURCHIA, ARTICOLO 301: VERA RIFORMA O SEMPLICE MAQUILLAGE?

La scorsa settimana il Parlamento turco ha approvato la riforma dell'articolo 301 del codice penale in base al quale in questi anni intellettuali, giornalisti, scrittori e docenti universitari sono stati incriminati per aver offeso l'"identità turca" e che ha consentito alla magistratura di tenere sotto tutela la libertà di espressione e di parola. Una norma nel mirino della Commissione europea che da tempo chiedeva di rimuovere questo grave ostacolo al già difficile processo negoziale che dovrebbe portare la Turchia all'adesione all'UE. Dopo mesi e mesi di polemiche e una seduta parlamentare protrattasi fino a notte l'articolo è stato quindi emendato. Il nuovo testo sostituisce l'espressione "identità turca" con "nazione turca", stabilisce che ogni procedimento penale debba essere autorizzato dal ministro della Giustizia e riduce la pena prevista da tre a due anni. Un po' pochino, a ben guardare. Bruxelles, infatti, resta cauta: l'iniziativa è stata giudicata positivamente ma solo un primo passo, anche se nella giusta direzione. La Commissione auspica che le autorità turche mettano mano ad altre riforme che garantiscano la piena libertà di espressione di tutti i cittadini.
La modifica dell'articolo 301 è certamente un risultato importante per il premier islamico-moderato Recep Tayyp Erdogan che è riuscito ad ottenere il voto parlamentare dopo una lunga mediazione, anche all'interno del suo stesso partito, l'Akp. In Turchia molti l'hanno però subito giudicata un'operazione di facciata, dato che la libertà di parola è vincolata anche ad altre leggi tutt'ora in vigore: dalle norme anti terrorismo a quelle che puniscono le offese contro il padre della patria Kemal Ataturk. Sono tante, infatti, le disposizioni di legge che limitano la libertà di espressione, a partire dalla Costituzione promulgata dopo il colpo di Stato militare del 1980. Pur avendo un grande valore simbolico, e pur ponendo gli eventuali procedimenti penali sotto il controllo del Governo, la riforma dell'articolo appare per ora solo un' "maquillage" con il quale Erdogan può dire di aver mantenuto uno dei suoi impegni con l'Europa senza irrigidire troppo il confronto con l'opposizione, i militari e la magistratura. Insomma, tenere l'articolo intatto non era possibile, abolirlo completamente neppure e quindi lo si è modificato. Ma non troppo.

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