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passaggioasudest [ la realtà politica dell'europa sud orientale dai balcani alla turchia ]
 



Questo blog è dedicato ad un'area cruciale per il futuro europeo. Per l'area che va dai Balcani occidentali alla Turchia, infatti, passa il futuro dell'Unione europea come progetto politico così come il futuro di questi Paesi passa dalla scelta dell'integrazione in questo progetto.




"Dobbiamo ricordarci che l’informazione è un veicolo diretto all’utente, non è un soliloquio da parte del giornalista. Bisogna tenere sempre presente che chi è dall’altra parte del microfono deve poter comprendere una realtà in cui non è presente. Questo, penso, è il massimo sforzo che i giornalisti devono compiere".
Antonio Russo



"Il vero referendum sul futuro dell'Unione si terrà nei Balcani"
International Balkan Commission


"E poi, un giorno, è stato costruito un ponte che collegava le due rive del Bosforo. Quando sono salito sul ponte e ho guardato il panorama, ho capito che era ancora meglio, ancora più bello di vedere le due rive assieme. Ho capito che il meglio era essere un ponte fra due rive. Rivolgersi alle due rive senza appartenere".
Orhan Pamuk, Istanbul



Per inviare una email scrivi a pasudest@yahoo.it





15 gennaio 2010


ENERGIA: LA COOPERAZIONE TURCHIA RUSSIA E' ESEMPLARE

La cooperazione energetica della Turchia con la Russia è esemplare. Lo ha detto il premier Recep Tayyip Erdogan due giorni fa dopo aver incontrato a Mosca il presidente Dmitri Medvedev e il premier Vladimir Putin. ''Abbiamo un sacco di possibilita', non solo nel settore gasiero ma anche in quello petrolifero e dei prodotti petroliferi'', ha dichiarato Erdogan, come hanno riferito le agenzie. Anche Medvedev e Putin hanno sottolineato l'ottimo livello delle relazioni tra i due paesi, ''relazioni di partenariato strategico'', ha fatto osservare il presidente russo, mentre Putin ha ricordato che, nonostante gli effetti negativi della crisi, ''la Turchia resta uno dei maggiori partner economici di Mosca, superando Usa e Gran Bretagna''. Nell'agenda degli incontri c'era sia il progetto di gasdotto italo-russo South Stream, diretto concorrente del progetto Nabucco sponsorizzato da Ue e Usa, che vedono entrambi la presenza turca, sia la partecipazione russa alla costruzione dell'oleodotto Samsun-Ceyhan.

Sempre l'altro ieri, Putin ha annunciato che la Turchia ha confermato la sua disponibilita' ad esaminare entro il 10 novembre prossimo tutto il pacchetto di documenti riguardante il progetto italo-russo South Stream e a concedere entro la stessa data l'autorizzazione per la sua costruzione. Putin ha quindi proposto che Russia, Turchia e Italia firmino un accordo trilaterale per la costruzione dell'oleodotto Samsun-Ceyhan, tra la costa turca del Mar Nero e quella turca del Mediterraneo. Il capo del governo russo ha riferito che Erdogan si e' detto d'accordo con la sua proposta. ''Presto cominceremo a studiare la questione con l'Italia'', ha aggiunto. Lo scorso 19 ottobre a Milano era gia' stata firmata una dichiarazione congiunta fra i tre Paesi, un protocollo d'intesa siglato dai ministri dell'energia dei tre paesi coinvolti.
Il quotidiano economico russo Kommersant, ha scritto che Erdogan potrebbe proporre alla Russia di partecipare al Nabucco. La voce gira da tempo e per ora sia da Bruxelles che da Washington non sono venute per ora preclusioni di principio. Secondo il giornale, però, i sostenitori di Nabucco in Turchia, ritengono che South Stream, pensato per aggirare l'Ucraina e le sue turbolenze politiche, potrebbe diventare superfluo dopo le presidenziali di dopodomani che con tutta probabilità, stando ai sondaggi, vedranno la vittoria del filo russo Victor Yanukovic o dell'attuale premier Julia Timoshenko, ex pasionaria della "rivoluzione arancione", intenzionata ad avere buoni rapporti con Mosca.

Intanto, i ministri dell'energia russo e turco hanno firmato un accordo di cooperazione per la costruzione di una centrale nucleare in Turchia. Il progetto prevede una centrale con quattro reattori della potenza complessiva di circa 5 gigawatt. Inizialmente si prevedeva di avviarne la costruzione nel 2011 e nel settembre 2008 era stata bandita una gara per la costruzione dell'impianto a Mersin, sulla costa mediterranea orientale della Turchia. L'unico partecipante era stato un consorzio russo-turco. Due mesi dopo la gara era stata annullata ma le trattative tra i due Paesi erano proseguite.


20 ottobre 2009


LA SERBIA NELL'UE E' INTERESSE DELLA RUSSIA

Il presidente russo Dmitri Medvedev e quello serbo Boris Tadic (Foto da www.glassrbije.org)"Il carattere particolarmente amichevole, reciprocamente vantaggioso e strategico delle relazioni russo-serbe", naturalmente, e ovviamente il sostegno alla Serbia nella questione del Kosovo. Uno dei punti chiave dell'odierna visita del presidente russo Dmitri Medvedev a Belgrado, per altro chiaramente indicato da Mosca, sono stati però gli scambi commerciali tra i due Paesi. Il pretesto ufficiale della visita di Medvedev, la prima di un presidente russo nella capitale serba, è stato il 65esimo anniversario della liberazione di Belgrado dall'occupazione nazista, ma occorre considerare che se da una parte la Russia è uno dei principali partner commerciali esteri della Serbia, dall'altra la Serbia stessa ha una posizione non secondaria nella definizione del progetto del gasdotto "South Stream", vale a dire uno degli assi portanti a cui la Russia affiderà le proprie forniture di gas all'Europa nel prossimo futuro.

Nel 2008 il volume degli scambi tra i due Paesi era stata pari a oltre 4000 miliardi di dollari, con una crescita superiore al 31% rispetto al 2007. Quest'anno, invece, l'andamento è stato negativo e nel periodo gennaio-agosto l'interscambio ha segnato un calo rispetto allo stesso periodo del 2008 di quasi il 50%. Alla presenza dei due presidenti. Medvedev e Tadic, sono stati firmati accordi di cooperazione "in molti settori chiave di reciproco interesse", come ha detto una fonte che ha sottolineato l'importanza degli accordi nei settori del petrolio e del gas con riferimento al gasdotto South Stream, alla costruzione di un impianto di stoccaggio sotterraneo di gas presso il cantiere Banat e la modernizzazione della raffineria Nis.

Una nota diffusa da Gazprom, informa che l'amministratore delegato del colosso energetico russo, Aleksiei Miller, e il direttore generale di Srbijagas, Dusan Bajatovic, hanno siglato il protocollo relativo alla sezione serba del progetto South Stream in base al quale entro un mese verrà costituita la "joint design venture" South Stream Serbia Ag (51% Gazprom, 49% Srbijagas) che progetterà, costruirà e gestirà la sezione del gasdotto South Stream che passerà sul territorio serbo. Miller e Bajatovic hanno siglato anche l'accordo per la joint venture (sempre con Gazprom al 51% e Srbijagas aò 49)) per lo stoccaggo di gas nel complesso sotterraneo di Banatski Dvor che avrà una capacità operativa di 450 milioni di metri cubi.

South Stream e Banatski Dvor, ha sottolineato Miller, "sono due progetti di importanza strategica per tutta l'Europa sud-orientale. La costruzione del gasdotto transnazionale permetterà di diversificare i percorsi di esportazione del gas russo e ridurre i rischi legati al transito, mentre la costruzione di impianti di stoccaggio sotterraneo permetterà di ottimizzare le forniture di idrocarburi a seconda delle esigenze stagionali". L'implementazione di questi progetti, ha detto ancora Miller, "aumenterà la sicurezza energetica della Serbia e fornirà una base economica, finanziaria, e tecnologica per il potenziale industriale del paese, che permetterà alla Serbia di diventare un protagonista del mercato del gas nei Balcani".

Nel maggio del 2008, in occasione di elezioni politiche che preannunciavano un esito piuttosto incerto, Mosca si schierò con il premier uscente nazionalista "moderato" Vojslav Kostunica, mentre l'Europa e gli Usa facevano chiaramente il tifo per il fronte europeista raccolto attorno al presidente Tadic. Bruxelles fece anche un vero e proprio "endorsement" nei confronti di Tadic, dando il via libera all'Accordo di stabilizzazione e associazione con l'Ue. Diversi osservatori, e io condivisi quell'analisi, fecero notare che, al di là dello schieramento tradizionale, Mosca avrebbe avuto tutto l'interesse (e neanche tanto sotto sotto sperava) in una vittoria degli europeisti, perchè agli interessi della Russia è molto più utile una Serbia membro dell'Unione Europea piuttosto che un Paese isolato, in mano ai nazionalisti e ai loro fantasmi turboserbi.

Il fronte europeista vinse le elezioni, i socialisti (una volta di Milosevic ma oggi, per fortuna, guidati dal giovane e pragmatico Ivica Dacic) capirono l'antifona e furono lesti a trovare un accordo col Partito Democratico di Tadic entrando così al governo. Per non parlare dei Radicali, che dopo la sconfitta hanno subito la scissione della corrente che fa capo a Tomislav Nikolic (ex numero due dell'imputato di crimini di guerra Vojslav Seselj), approdato ad un'opposizione moderata non pregiudizialmente ostile all'integrazione europea della Serbia. E se qualcuno avesse ancora dei dubbi basti dire che il presidente serbo Tadic, in un'intervista rilasciata alla vigilia dell'arrivo di Medvedev, ha precisato che le aspirazioni di integrazione europea di Belgrado "possono solo essere positive per Mosca" aggiungendo che "nell'Unione europea saremo i migliori amici della Russia". Più chiaro di così...


30 settembre 2009


GEORGIA, RAPPORTO UE: TIBLISI ATTACCÒ PER PRIMA, MA MOSCA PROVOCÒ IL CONFLITTO

La guerra in Caucaso dell'agosto 2008 fu scatenata dalla Georgia, ma anche la Russia ha pesanti responsabilità per aver provocato l'azione militare georgiana. Sono le conclusioni dell'indagine commissionata dalla Commissione europea sul conflitto russo-georgiano resa pubblica oggi. Dopo la sconfitta della Georgia e l''indipendenza de facto delle due regioni separatiste dell'Abkhazia e dell'Ossezia del Sud, il conflitto proseguì sul piano politico con reciproci scambi di accuse su chi fosse stato il responsabile dello scontro armato. Il presidente georgiano Mikheil Saakashvili ha sempre sostenuto che il suo esercito rispose ad un tentativo di invasione delle truppe russe sul territorio della Georgia, mentre Mosca ha continuato ad insistere che il suo intervento era stato reso inevitabile per difendere la popolazione delle due regioni ribelli che in gran parte possiede anche il passaporto russo. Proprio per cercare di fare chiarezza, dopo la mediazione che portò alla fine dei combattimenti, l'Unione Europea commissionò nel dicembre 2008 un rapporto ad un gruppo di esperti e diplomatici che hanno lavorato sotto la direzione di Heidi Tagliavini, diplomatico svizzero.

Il primo risultato dell'inchiesta è che, come sostiene Mosca, fu la Georgia ad attaccare per riprendere il controllo dell'Ossezia del Sud. Gli autori del rapporto sono arrivati alla conclusione che non era in corso nessuna invasione di truppe russe in Ossezia al momento dello scoppio delle ostilità nella notte tra il 7 e l'8 agosto, quando la Georgia iniziò a bombardare l'Ossezia del Sud. Nel contempo però la ricerca non assolve la Russia che nelle settimane e nei mesi precedenti la guerra aveva preseguito una strategia di escalation della tensione all'interno e intorno alle due province secessioniste. La Russia è anche accusata di violazioni del diritto internazionale e di aver invaso una parte del territorio georgiano, al di là dei confini dell'Ossezia del Sud.

"Il bombardamento di Tskhinvali da parte delle forze armate georgiane durante la notte tra il 7 e l'8 agosto 2008 ha segnato l'inizio di un conflitto di grande entità in Georgia", si legge nella relazione pubblicata sul sito web della commissione che smentisce così l'argomento principale, sostenuto dal presidente georgiano Mikheil Saakashvili per giustificare il suo attacco. "La commissione non è in grado di considerare adeguatamente sostenuta la pretesa georgiana di una offensiva militare russa diffusa in Ossezia del Sud prima dell'8 agosto 2008" afferma il rapporto. La Georgia non accetta questa lettura del rapporto dell'UE e sostiene che il documento diffuso oggi da Bruxelles non l'accusa di avere scatenato la guerra. "Voi non troverete una sola parola in questo rapporto che dica che la Georgia ha scatenato la guerra", ha dichiarato Temur Iakobashvili, ministro georgiano per la Reintegrazione delle regioni secessioniste". Ma la presidente della commissione di inchiesta ha dichiarato che "nessuna delle spiegazioni fornite dalle autorità georgiane per avanzare una forma di giustificazione giuridica per il loro attacco è stata convalidata".

Da parte russa le prime reazioni al rapporto sono state ovviamente molto positive: l'ambasciatore russo a Bruxelles ha definito "eccellente" il lavoro europeo e il Cremlino, da parte sua, "accoglie con favore" la conclusione dell'indagine dalla Commissione europea sul conflitto russo-georgiano, stando a quanto ha detto il portavoce del Presidente russo, Natalia Timakova. Più cauto il ministero degli Esteri che sottolinea una certa "ambiguità" nel rapporto UE, pur apprezzando che il documento individui Tbilisi come autore dell'attacco che provocò lo scoppio del conflitto. "E' importante che la comunità internazionale non si lasci sfuggire di nuovo la possibilità di guardare in modo approfondito le conclusioni a cui è giunta la commissione dell'Unione Europea", si legge in una nota secondo la quale l'utilizzo di certe parole e frasi "confuse e ambigue" mostra come in Europa riguardo agli eventi del 2008 permanga "un approccio politicizzato".

Evidentemente a Mosca non gradiscono che la relazione indichi anche chiaramente che lo scoppio delle ostilità sia stato "solo il culmine di un lungo periodo di tensione crescente, di provocazioni e incidenti" e punta il dito contro la responsabilità della Russia. Sempre la presidente, HeidiTagliavini, ha spiegato infatti che "la parte russa merita di essere criticata per un numero significativo di violazioni del diritto internazionale", prima e durante il conflitto, sottolineando che esistono "seri interrogativi circa l'atteggiamento delle forze russe che si sono mostrate riluttanti o incapaci di porre fine alle atrocità commesse dai gruppi armati combattenti in l'Ossezia meridionale contro la popolazione civile nei territori sotto il controllo russo".

L'intento della relazione non è comunque quello di "servire come base per un'ulteriore azione legale" tra gli ex belligeranti, ha detto una fonte rimasta anonima all'agenzia Apcom. "Siamo arrivati a una conclusione responsabile, onesta e chiara", ha aggiunto, "se siamo in grado di contribuire alla presa di coscienza, avremo fatto un buon lavoro". Resta di vedere quali saranno le ricadute politiche del documento. Il risultato dell'inchiesta potrebbe per esempio indebolire ancora di più la posizione del presidente georgiano Mikheil Saakashvili, già contestato nel suo paese, e potrebbe finire per complicare i già difficili negoziati diplomatici a Ginevra per cercare di riavvicinare Mosca e Tbilisi. L'Unione Europea continua a chiedere il rispetto per la sovranità territoriale della Georgia, ma è chiaro che la perdita di Ossezia del Sud e Abkhazia è ormai un dato di fatto difficilmente recuperabile, sicuramente non nel breve periodo. "Saakashvili ha agito pensando di poter contare sul sostegno americano, e invece si è schiantato. Questa è la storia", ha detto senza mezzi termini l'altro ieri il segretario di Stato francese per gli affari europei, Pierre Lellouche parlando con i giornalisti a Bruxelles, pur ammettendo che i russi non hanno certo aiutato a risolvere la questione per lo meno "a causa delle loro provocazioni". D'altra parte, ha dichiarato sempre Lellouche, se nell'UE vi è un sostegno per la Georgia", per quanto riguarda il presidente Saakashvili, "questa è un'altra storia".

Il rapporto sulla guerra tra Russia e Georgia è disponibile sul sito www.ceiig.ch


22 settembre 2009


PASSAGGIO IN ONDA

Passaggio a Sud Est
è il sabato alle 22,30 su Radio Radicale



Gli argomenti della puntata del 19 settembre 2009:

- la riapertura dei negoziati sui confini tra Croazia e Slovenia;
- le prospettive europee della Serbia;
- la situazione politica interna in Albania;
- la probabile vittoria dei socialisti alle elezioni politiche del 4 ottobre in Grecia;
- il Pride 2009 a Belgrado annullato in seguito alle minacce degli estremisti nazionalisti.
In apertura il"nuovo inizio" delle relazioni Nato-Russia annunciato dal segretario generale dell'Alleanza atlantica, Anders Fogh Rasmussen.

La trasmissione, curata e condotta in studio da Roberto Spagnoli con la collaborazione di Marina Sikora e Artur Nura, è riascoltabile come tutte quelle precedenti
sul sito di Radio Radicale.


19 settembre 2009


IL NUOVO INIZIO DELLE RELAZIONI NATO-RUSSIA

Il segretario generale della Nato, Anders Fogh Rasmussen (Foto NATO)Non sarà un sognatore, come ha detto ieri, ma il segretario generale della Nato, Anders Fogh Rasmussen, a Bruxelles ha lanciato alla Russia una proposta che sembrava invece appartenere proprio al mondo dei sogni: dopo la rinuncia allo scudo antimissile in Europa annunciato dal presidente Usa, Barak Obama, la Nato ora propone a Mosca di lavorare insieme ad un sistema di difesa comune. E Mosca ha accolto positivamente l'idea.
Per questo "nuovo inizio nelle relazioni Nato-Russia" il capo dell'Alleanza atlantica non a caso ha scelto la sua prima vera apparizione pubblica: "Sono convinto che, dopo anni di incomprensioni, sia giunto il tempo di voltare pagina e rafforzare la cooperazione in tutte le aree di comune interesse", ha detto Rasmussen, indicando poi i diversi obiettivi che possono diventare comuni primo fra tutti quello della difesa dagli attacchi missilistici. Studiare i modi per contrastare la proliferazione di missili balistici
è un interesse strategico per entrambi", ha spiegato Rasmussen, e dal momento che "sia la Nato che la Russia hanno una solida esperienza in fatto di difesa missilistica dobbiamo esplorare la possibilità di legare i sistemi di difesa di Usa, Nato e Russia".
Mosca ha mostrato di gradire l'idea: "Proposte molto positive quelle della Nato", ha detto l'ambasciatore russo presso l'Alleanza, Dmitri Rogozin, metre il presidente Dmitri Medvedev e il premier Vladimir Putin avevano gi
à
accolto con soddisfazione l'annuncio con cui Obama ha bloccato lo scudo missilistico, definito "giusto, responsabile e coraggioso". E per dare una risposta concret Mosca ha annunciato il congelamento delle misure già programmate in risposta allo scudo, tra cui il dispiegamento di missili nell'enclave baltica di Kaliningrad.
Il nuovo inizio deli rapporti Russia-Nato si arricchir
à
anche della cooperazione sul fronte della lotta al terrorismo e alla minaccia nucleare. In particolare quella dell'Iran: "Ci aspettiamo che la Russia eserciti la massima pressione politica possibile affinché Teheran rinunci alle sue ambizioni nucleari", ha detto Rasmussen, secondo cui occorre muoversi per evitare che, dopo Corea del Nord e Iran, altri Paesi pensino al riarmo nucleare. Poi ci sarà il rafforzamento della cooperazione in Afghanistan.
E proprio guardando all'Afghanistan si capisce forse meglio il senso della mossa di Obama e dell'apertura di Rasmussen. Nessun piano per l'Afghanistan e nessuna soluzione per il Medio Oriente hanno possibilit
à
di successo senza il coinvolgimento di Teheran. C'é però il problema del programma militare iraniano e delle minacce contro Israele. Obama cambia strada rispetto a Bush, ma per premere efficacemente sull'Iran ci vuole la Russia. E anche la Turchia può avere un ruolo importante.
Ankara
é
oltre modo interessata alla pacificazione del Caucaso, un'altro scenario dove oltre a quello di Mosca e fondamentale il ruolo di Teheran. Un Caucaso stabile e condizione per garantire la sicurezza delle grandi rotte energetiche a cui sono interessat tutti i Paesi della regione, la Russia, l'Iran, la Turchia e l'Europa. E ci siamo da capo: Bruxelles sarà in grado di esprimere una posizione comune e di lavorare per l'interesse comune, o ancora una volta sarà scavalcata dagli interessi nazionali e dal prevalere delle opzioni bilaterali?

''NATO and Russia: A New Beginning''
Speech by NATO Secretary General Anders Fogh Rasmussen at the Carnegie Endowment, Brussels

 


27 agosto 2009


LA SERBIA CONTA. MOSCA, PECHINO E WASHINGTON LO SANNO. E BRUXELLES?

Boris Tadic e Hu Jintao durante un precedente incontro nel 2005 (Foto tratta dal sito www.paople.com.cn)Chi pensa che i Balcani siano una regione marginale rispetto alle grandi partite geo-strategiche in corso, un'area complicata, incomprensibile, tutto sommato poco significativa nel ridisegno dei rapporti di forza a livello globale, farebbe bene a ricredersi e a tenere d'occhio le manovre dei grandi attori mondiali nella regione e il ruolo della Serbia, che di questa è regione è la chiave di volta.
Lo scorso maggio Belgrado ha ospitato il vice-presidente americano Joe Biden in una delle sue prime missioni internazionali da quando è arrivato alla Casa Bianca. In autunno, invece, sarà la volta del presidente russo Medvedev. Il presidente serbo Boris Tadic, intanto, è appena rientrato da un’importante visita ufficiale a Pechino, dove si è recato dal 20 al 24 agosto insieme al ministro degli Esteri Jeremic, al ministro dell’Economia Dinkic e ad una folta delegazione di imprenditori.
L’obiettivo era quello di portare in Serbia gli investimenti di una delle potenze economiche e politiche più importanti al mondo attraverso un programma fitto di incontri con diverse realtà economico-finanziare. Obiettivo raggiunto, visto che la missione serba è tornata in patria con una serie di accordi significativi sul piano politico e soprattutto economico, tali da far dichiarare a Tadic, già alla vigilia della partenza, che la Cina è la “quarta colonna” della politica estera serba, insieme a Washington, Mosca e Bruxelles.
Del resto gli ottimi rapporti tra i due paesi affondano le loro radici fin dagli anni ‘70, quando l’ostilità che aveva caratterizzato i rapporti tra la Cina di Mao e la Jugoslavia titoista lasciò via via il posto ad un riavvicinamento che Slobodan Miloševic strinse ulterirmente anche per rispondere all’isolamento internazionale. Non a caso durante la guerra del 1999, i caccia americani colpirono l'ambasciata cinese in Serbia, anche se la versione ufficiale di Washington parlò di errore. Il bombardamento fece stringere ulteriormente i rapporti tra i due paesi, che non mutarono nemmeno dopo la caduta di Slobo e il cambio di regime a Belgrado. La vicenda dell'indipendenza del Kosovo ha ribadito la comunanza di vedute rispetto ai problemi di sovranità. Questa convergenza è alla base dell'accordo di collaborazione strategica firmato in questi giorni da Tadic e dal suo omologo cinese Hu Jintao.
Le questioni strettamente politiche sono però il quadro entro il quale dare vita ad una proficua collaborazione economica e commerciale. E questo è stato il risultato più concreto della visita di Tadic a Pechino, la terza negli ultimi quattro anni. Dati i limiti del mercato serbo in termini di assorbimento delle esportazioni cinesi saranno le infrastrutture il settore più significativo di una collaborazione fondata su ottime relazioni politiche: Tadic ha infatti sottolineato che la Serbia è destinata a somigliare sempre più ad un grande cantiere nei prossimi anni.
Belgrado sembra insomma avviata a diventare un’importante testa di ponte per la Cina interessata ad ampliare la propria presenza in Europa attraverso i paesi economicamente emergenti impegnati nel processo di integrazione nell’UE. Si noti che la Serbia ha ottenuto una partnership strategica che la Cina al momento ha accordato a non molti altri paesi al mondo.
In un articolo pubblicato oggi sul sito di Osservatorio Balcani, che ho qui riassunto e in cui analizza il senso della missione serba in Cina, Marco Abram fa opportunamente notare che "l’idea [del governo serbo] sembra quella di far valere la propria posizione strategica e - in un momento di ridefinizione degli assetti geopolitici globali – di maturare l’eterogenea rete di relazioni che il paese ha sul piano economico e politico. Non poteva mancare quindi uno dei poli più importanti nel quadro delle relazioni internazionali odierno come la Cina che, attraverso gli accordi economici e i ricorso a strumenti di soft power, sta cercando di contendere l’influenza agli Stati Uniti in realtà emergenti e in via di sviluppo". In altre parole, "Belgrado, pur mantenendo prioritario l’obiettivo dell’integrazione europea, sembra quindi intensificare gli sforzi verso il consolidamento di una articolata politica estera autonoma. Non a caso, prima della partenza per la Cina, è stato sottolineato più volte come l’ingresso nell’UE non muterà il carattere dei rapporti diplomatici che si stanno perfezionando in questo periodo".
Bruxelles, Washington, Pechino e Mosca quindi. Washington si è mossa a maggio, a Pechino è andato (di nuovo) Tadic, da Mosca fra poco arriverà Medvedev. E Bruxelles? L'Unione Europea ha rallentato da tempo il processo di integrazione dei Balcani e sembra non sapere o non volere più impegnarsi per e nella regione: sarà capace di abbandonare incertezze, ritrosie e diffidenze, o si comporterà ancora una volta da nano politico? La Serbia conta, come recita il titolo del saggio da poco pubblicato e di cui ho parlato in un post qualche giorno fa: Mosca e Pechino lo sanno, la Washington di Obama se ne è accorta. E Bruxelles?


17 agosto 2009


UNO STATO FANTASMA IN EUROPA

Transnistria (Foto di Marco Pighin da www.osservatoriobalcani.org)Nel cuore dell'Europa, in una striscia ti terra lungo il fiume Dnestr, stretta tra la Moldova a ovest e l'Ucraina a est, c'è uno Stato che ufficialmente non esiste, dato che non ha alcun riconoscimento internazionale. Ufficialmente, in romeno, si chiama Republika Moldoveneasca Nistreana, oppure, in russo, Pridnestrovskaja Moldovskaja Republika, o ancora, più semplicemente, "Pridnestrovie", che letteralmente vuol dire "nei pressi del fiume Dnestr". La Repubblica di Transnistria nacque il 2 settembre 1990 e venne ufficialmente ratificata il 25 agosto del 1991 con la Dichiarazione d'indipendenza da parte del Soviet supremo di Tiraspol. Due giorni dopo il parlamento moldavo votò a sua volta l'indipendenza della Repubblica di Moldova che includeva anche il territorio della Transnistria. Nei mesi seguenti scoppiò una guerra che provocò più di mille morti, ma la potente 14ª armata russa del generale Lebed, schierata a difesa dei secessionisti (e che in Transnistria aveva basi di importanza strategica), non venne fatta sloggiare dalle rive orientali del Dnestr.
Sono passati diciotto anni da quegli avvenimenti e la Transnistria è uno Stato a tutti gli effetti, anche se nessuno lo ha riconosciuto ufficialmente, nemmeno la Russia. Il territorio, i cui confini sono presidiati dalle milizie statali, si estende per 3567 km². Ha una capitale (Tiraspol, 160 mila abitanti su una popolazione complessiva di circa 550 mila), istituzioni autonome (è una repubblica presidenziale), un governo, un presidente padre-padrone (Igor Smirnov), batte una sua moneta (il rublo della Transnistria) e coltiva relazioni politiche e commerciali a tutto campo, mentre un'armata del potente esercito russo, ufficialmente in missione di peacekeeping, fa da angelo custode.

La Transnistria, "forse il più grande porto franco d'Europa", un "paese fantasma al centro dei moderni processi di finanziarizzazione dell'economia", è "considerata da tempo uno snodo cruciale dei traffici internazionali di armi, esseri umani e droga, uno stato gangster nelle mani della mafia russa e di vecchi agenti del Kgb che usano questo territorio come un porto franco per le proprie operazioni criminali". Lo scrive Michele Nardelli in articolo pubblicato nell'"Atlante delle guerre e dei conflitti nel mondo" a cura dell'Associazione "46° Parallelo" (presentato lo scorso 20 giugno a Riccione nell'ambito del Premio dedicato ad Ilaria Alpi).
"Dietro ai simboli di un tempo, dietro le statue di Lenin nelle piazze di Tiraspol, dietro ai richiami nazionalistici, prosperano gli affari", nota Nardelli, secondo il quale la Transnistria è un luogo che più di altri descrive con efficacia la moderna tendenza al costituirsi di stati offshore. Tendenza, questa, "che si regge sotto il profilo del consenso politico grazie a regimi mafiosi e paternalistici, nei quali i richiami nazionalistici (in questo caso alla grande Russia) e all'unità contro l'aggressione esterna, funzionano da anestetico di massa. Così vecchi personaggi dell'apparato burocratico già avvezzi alla corruzione sono diventati 'signori della guerra' per poi indossare i panni degli uomini d'affari. Mentre nei casermoni del vecchio regime le condizioni di vita della popolazione sono pessime, lo stato sociale completamente saltato, aumenta la disoccupazione e peggiorano gli indici relativi alle esportazioni, i fuoristrada lussuosi sfrecciano attraverso i confini come altrettanti simboli dello status dei nuovi ricchi, le cui ricchezze vengono riciclate in ogni dove, Italia compresa".
Lo scenario è quello già visto nel dopoguerra ex jugoslavo, dove i signori della guerra hanno in fretta e facilmente smesso la divisa per indossare l'abito degli uomini d'affari.

"Un fantasma nel cuore dell'Europa", l'articolo di Michele Nardelli sul sito di Osservatorio Balcani e Caucaso

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