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passaggioasudest [ la realtà politica dell'europa sud orientale dai balcani alla turchia ]
 



Questo blog è dedicato ad un'area cruciale per il futuro europeo. Per l'area che va dai Balcani occidentali alla Turchia, infatti, passa il futuro dell'Unione europea come progetto politico così come il futuro di questi Paesi passa dalla scelta dell'integrazione in questo progetto.




"Dobbiamo ricordarci che l’informazione è un veicolo diretto all’utente, non è un soliloquio da parte del giornalista. Bisogna tenere sempre presente che chi è dall’altra parte del microfono deve poter comprendere una realtà in cui non è presente. Questo, penso, è il massimo sforzo che i giornalisti devono compiere".
Antonio Russo



"Il vero referendum sul futuro dell'Unione si terrà nei Balcani"
International Balkan Commission


"E poi, un giorno, è stato costruito un ponte che collegava le due rive del Bosforo. Quando sono salito sul ponte e ho guardato il panorama, ho capito che era ancora meglio, ancora più bello di vedere le due rive assieme. Ho capito che il meglio era essere un ponte fra due rive. Rivolgersi alle due rive senza appartenere".
Orhan Pamuk, Istanbul



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5 dicembre 2009


KOSOVO: LA SOLUZIONE NON PUO' ESSERE CHE POLITICA

Infografica La StampaMartedì scorso, 1 dicembre, si è aperto davanti alla Corte Internazionale di Giustizia all'Aja il procedimento sulla leggittimità dell'indipendenza unilaterale del Kosovo proclamata il 17 febbraio 2008. Ad interessare della questione la Corte - che è il massimo organo giurisdizionale delle Nazioni Unite - era stata l'Assemblea Generale dell'Onu su richiesta della Serbia che è riuscita a raccogliere il sostegno richiesto in casi di questo genere. E a dimostrare che la questione è tutt'altro che secondaria c'è il fatto significativo che nessun dibattimento davanti alla Corte aveva mai visto una così alta partecipazione: sono infatti 36 i paesi che hanno inviato dichiarazioni scritte e 28 quelli che hanno chiesto di intervenire, metà dei quali hanno già riconosciuto l'indipendenza del Kosovo. Presenti i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, tra cui, per la prima volta, la Cina, mentre le delegazioni russa e americana saranno schierate come da tradizione su fronti opposti con Mosca che difende le ragioni della Serbia, mentre Washington resta il grande sponsor dell'indipendenza dei kosovari albanesi.

Le posizioni delle due parti in campo sono quelle ben note. Per la Serbia la proclamazione di indipendenza dei kosovari albanesi è stato un atto di secessione che non ha precedenti nel diritto internazionale, mentre gli albanesi sostengono che dopo anni di violazioni dei loro diritti umani , in particolare nel 1999, la Serbia ha perso i propri diritti sul Kosovo. Per Belgrado l'indipendenza del Kosovo, culla storica della nazione Serbia esseziale per la sua identità, rappresenta una sfida all'ordine legale internazionale. La delegazione di Belgrado è assistita da diversi esperti di diritto internazionale tra i quali Andreas Zimmermann, docente di diritto internazionale all'Università di Potsdam, per il quale il riconoscimento del diritto alla secessione del Kosovo "costituirebbe un precedente tra i più pericolosi", perché verrebbe a significare che "la creazione di un'amministrazione da parte delle Nazioni unite non era altro che un primo passo d'un processo di secessione".

In effetti, dopo la fine della guerra, nel giugno 1999 e in seguito all'intervento internazionale il Kosovo è stato posto sotto amministrazione Onu sulla base della Risoluzione 1244 del Consiglio di sicurezza dell'Onu che riconosce la sovranità della Serbia sul Kosovo anche se ne affidava l'amministrazione all'Unmik, la missione in Kosovo delle Nazioni Unite. Secondo il capodelegazione della Serbia alla Cig, l'ambasciatore di Belgrado in Francia Dusan Batakovic, la dichiarazione d'indipendenza di Pristina è stato "un tentativo per mettere fine all'amministrazione dell'Onu e alla sovranità della Serbia sulla sua provincia meridionale". Secondo un altro esperto convocato dalla Serbia, Malcom Shaw, anche il fatto che 63 paesi abbiano già riconosciuto il Kosovo non ha rilevanza: "Ciò che è illegale non può essere reso legale da terze parti", ha spiegato Shaw, che inoltre ha messo in guardia sul fatto che il riconoscimento del diritto alla secessione per Pristina sarebbe un precedente pericoloso anche in altre realtà che devono vedersela con movimenti separatisti.

Diamentralmente opposta la posizione dei kosovari albanesi secondo i quali l'indipendenza del Kosovo è ormai irreversibile e lo resterà, come ha dichiarato il ministro degli Esteri del Kosovo Skender Hyseni, capodelegazione di Pristina, "non solo per il Kosovo ma anche per garantire una pace e una sicurezza durevole nella regione, alle quali ha fortemente contribuito". A fianco degli albanesi l'esperto britannico Michael Wood. il presidente Fatmir Sejdiu si è detto certo che gli argomenti di Pristina saranno "imbattibili", perchè la dichiarazione di indipendenza è stato frutto di violenze e "spargimento di sangue" kosovaro ad opera dei serbi.

La conclusione del dibattimento è prevista per il prossimo 11 dicembre, mentre il proprio parere della Corte internazionale sulla legalità della proclamazione di indipendenza non è attesa prima dell'estate 2010. Il verdetto della Corte non è vincolante, ma avrà un grande peso politico e diplomatico. I contrari all'indipendenza kosovara sostengono che il diritto internazionale non permette la modifica unilaterale delle frontiere di un Paese, come avvenuto con la dichiarazione del 17 febbraio 2008, mentre i favorevoli sono inclini a seguire la tesi del "caso eccezionale", ovvero alla situazione di repressione, violenza e pulizia etnica che ha reso inevitabile il distacco di Pristina da Belgrado. Se ottenesse un parere favorevole, Belgrado si dice pronta a tornare al tavolo delle trattative sullo status del Kosovo. "La Serbia respinge l'affermazione secondo la quale tutte le ipotesi alternative nel negoziato sono esaurite", ha affermato l'ambasciatore Batakovic, secondo il quale, se la corte darà ragione ala posizione serba, "si creeranno le condizioni per arrivare a un compromesso sul futuro status del Kosovo". L'ipotesi è nettamente respinta da Pristina: "Noi non possiamo partecipare a negoziati che rimettano in dubbio il nostro status come nazione indipendente e sovrana: non possiamo avere un ritorno al passato", ha detto il ministro Hyseni.

In effetti resta assai dubbio come ciò potrebbe accadere. Durante i negoziati che precedettero la dichiarazione di indipendenza e che portarono all'elaborazione del cosiddetto Piano Ahtisaari, serbi e albanesi non riuscirono a trovare un compromesso su nessuna questione, nemmeno quelle secondarie. Martti Ahtisaari, inviato del segretario generale dell'Onu, elaborò allora il suo piano di mediazione che secondo i serbi ha spianato la strada alla secessione degli albanesi. Come si potrebbe riaprire la questione dello status, ora che il Kosovo è riconosciuto da oltre 60 Paesi (tra cui i deu terzi di quelli Ue), ha proprie istituzioni, ha aperto ambasciate, è entrato nel Fmi e si è mostrato in grado di organizzare elezioni regolari? Comunque la si pensi appare assai improbabile che tutto questo possa essere azzerato. Certamente ne sono ben consapevoli anche a Belgrado. Il problema è semmai trovare una via d'uscita politico-diplomatica senza perdere la faccia e ottenere garanzie concrete per la tutela degli interessi e dei diritti politici, religiosi e culturali dei serbi kosovari. Anche perché, che lo si consideri un caso eccezionale o meno, la vicenda kosovara costituisce un precedente fondamentale per il diritto fondamentale che avrà di certo conseguenze nei prossimi anni. Bruxelles sul Kosovo ha fatto l'errore di anteporre la questione dello status a quella degli standard, ma ormai è andata così. La dimensione europea, con la prospettiva di integrazione nell'Unione, è l'unica che può dare una soluzione stabile e accettabile. Ora è operativo anche il tratttao di Lisbona. Il tempo degli alibi è finito: è tornato il tempo della politica, non solo per il Kosovo, ma per tutti i Balcani.


All'inizio del dibattimento sulla legittimità dell'indipendenza kosovara davanti alla Corte Internazionale di Giustizia è stato dedicato lo Speciale di Passaggio a Sud Est andanto in onda mercoledì 2 dicembre su Radio Radicale.



26 agosto 2008


OSSEZIA: IL RICONOSCIMENTO RUSSO METTE LA SERBIA IN IMBARAZZO

Serbia in evidente difficoltà di fronte al riconoscimento russo della secessione di Ossezia del Sud e Abkhazia. Belgrado non può certo esprimere giudizi positivi sull'indipendenza delle due regioni separatiste georgiane, che sarebbe in clamorosa contraddizione con la strenua difesa della propria sovranità sul Kosovo. Nello stesso tempo non può prendere una posizione contro la Russia che della Serbia, sulla vicenda del Kosovo è stata la grande protettrice e con la quale, tra l'altro, ha in ballo operazioni finanziarie di notevole importanza in ambito energetico (il gasdotto "South Stream") ma non solo.
Così oggi il ministero degli Esteri serbo, nella prima reazione ufficiale al riconoscimento russo della secessione di Ossezia del Sud e Abkhazia, ha manifestato ''preoccupazione'' per lo svilupparsi degli eventi nel Caucaso, ma senza esprimere condanne di sorta. La Serbia da una parte ribadisce la propria fedeltà al principio del ''rispetto dalla sovranità e integrità territoriale'' del Paesi membri dell'Onu, facendo tuttavia riferimentol Kosovo quale esempio recente di violazione (da parte dell'Occidente) di tale principio e stando molto attenta ad evitare qualsiasi critica diretta nei confronti di Mosca.
Il nuovo governo serbo filo-europeo ricorda di aver ripetuto molte volte nei mesi scorsi che ''la secessione illegale del Kosovo'' - proclamata unilateralmente da Pristina il 17 febbraio di quest'anno e riconosciuta dagli Usa e dalla maggioranza dei Paesi dell'Ue - avrebbe rappresentato ''un precedente pericoloso'' per la stabilita' dei Balcani e di altre regioni. In seguito gli avvenimenti caucasici Belgrado riconferma quindi la sua piena adesione al principio del ''rispetto della sovranità e integrità territoriali degli Stati riconosciuti dall'Onu'', ma ''a cominciare dalla Serbia'' ed evitando di citare esplicitamente la Georgia.


20 febbraio 2008


CASSESE: I KOSOVARI HANNO ESERCITATO UNA LIBERTA' DI FATTO

Il professor Antonio Cassese"La secessione di un territorio da uno Stato non è vietata dal diritto internazionale se è il risultato di un processo politico e storico". Lo afferma il professor Antonio Cassese in un'intervista che ho realizzato nella giornata di ieri.
Secondo il giurista, grande esperto di diritto internazionale, la proclamazione unilaterale di indipendenza pronunciata dai kosovari albanesi non è legittima né illegittima: può essere contraria allo spirito del diritto internazionale, che ritiene inviolabili i confini riconosciuti di uno Stato, ma non è espressamente vietata. Una secessione può avvenire per ragioni storiche, in seguito ad un conflitto o per esempio per reagire ad una repressione. Dunque i kosovari albanesi hanno esercitato una libertà di fatto.
Il professor Cassese, docente all'Università di Firenze, è stato fra l'altro il primo presidente del Tribunale internazionale per la Ex Jugoslavia.
L'intervista è disponibile sul sito di Radio Radicale.

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