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passaggioasudest [ la realtà politica dell'europa sud orientale dai balcani alla turchia ]
 



Questo blog è dedicato ad un'area cruciale per il futuro europeo. Per l'area che va dai Balcani occidentali alla Turchia, infatti, passa il futuro dell'Unione europea come progetto politico così come il futuro di questi Paesi passa dalla scelta dell'integrazione in questo progetto.




"Dobbiamo ricordarci che l’informazione è un veicolo diretto all’utente, non è un soliloquio da parte del giornalista. Bisogna tenere sempre presente che chi è dall’altra parte del microfono deve poter comprendere una realtà in cui non è presente. Questo, penso, è il massimo sforzo che i giornalisti devono compiere".
Antonio Russo



"Il vero referendum sul futuro dell'Unione si terrà nei Balcani"
International Balkan Commission


"E poi, un giorno, è stato costruito un ponte che collegava le due rive del Bosforo. Quando sono salito sul ponte e ho guardato il panorama, ho capito che era ancora meglio, ancora più bello di vedere le due rive assieme. Ho capito che il meglio era essere un ponte fra due rive. Rivolgersi alle due rive senza appartenere".
Orhan Pamuk, Istanbul



Per inviare una email scrivi a pasudest@yahoo.it





6 novembre 2009


PROCESSO KARADZIC: GIUSTIZIA INTERNAZIONALE TRA DUBBI E CERTEZZE

Il processo a Radovan Karadzic che si è aperto il 26 ottobre all'Aja pone alcuni interrogativi - sui limiti della giustizia internazionale e sul modo di amministrarla - ma conferma anche alcune certezze.
I primi sono stati riassunti efficacemente, tra gli altri, da Toni Capuozzo sul Foglio il 30 ottobre ("Che cosa fa del diabolico Karadzic un vero Riina dei Balcani", ma il titolo è fuorviante).
Scrive Capuozzo: "Non mi serve ricordare a me stesso quei profughi che vedevo giungere a Tuzla da Srebrenica, quei camion carichi di donne e bambini, e uomini non ce n'erano. Non mi serve ricordare a me stesso i racconti tra l'erba alta del campo d'aviazione, quando il massacro era ancora solo un sussurro, né ricordare l'odore di quel magazzino, anni dopo, in cui venne compiuto il più gigantesco esame del Dna della storia, centinaia di sacchi di morte e centinaia di provette per ricongiungere vivi e morti, non mi serve per dire che era ora, di processarlo. Ma mantengo intatte le mie riserve sul sogno di una giustizia che sia nello stesso tempo puntiva, ammonitrice, e squadra di un mondo ordinato. Si difenderà, Karadzic, raccontando le complicità internazionali? Bastava guardare i caschi blu olandesi per saperlo, o basta guardare come perfino il dittatore di Karthoum, oggi, diventi un interlocutore. Si difenderà raccontando le ingiustizia patite? Basta ricordare che nessuno processerà noi per aver bombardato la televisione o l'ambasciata cinese di Belgrado o il treno nelle gole di Surdulica, o sparso bombe a grappolo a Nis o centrato un convoglio di profughi in Kosovo: siamo dalla parte dei vincitori, nessun processo. Sono i limiti della giustizia, che non è mai fine e principio di tutto, e il vero rischio non sono giudici comunisti o socialdemocratici. Il rischio è questa assunzione di un ruolo palingenetico, questa presunzione di essere riscattatori e ordinatori del mondo, attributori unici del bene e del male, e dunque superiori a ogni zona grigia, a ogni sfumatura, categorici e manichei. Si accontentassero di essere un cerotto o un placebo, una modesta riforma delle cose, uno direbbe più volentieri a Radovan Karadzic di accomodarsi alla sbarra, di fare il suo teatro mediocre, e dare un po' tardiva soddisfazione alle donne in nero di Srebrenica".
Sono interrogativi e dubbi che qualunque persona assennata si pone, tanto più se crede nella necessità di una giurisdizione sovranazionale. E però, proprio accanto a questi dubbi, proprio le vicende processuali legate ai crimini commessi durante le guerre jugoslave confermano alcune importanti certezze.
E' innegabile che la giustizia internazionale, per come l'abbiamo conosciuta fino a d oggi, abbia molti limiti. Non si tratta di contestare la legittimità del tribunale internazionale. Solo Milosevic, Seselj, Karadzic e la gente della loro risma lo fa. Non è la "giustizia dei vincitori", come qualcuno continua a dire. Non lo è per il Tribunale per la ex Jugoslavia come non lo è stato per il tribunale per i crimini contro l'umanità commessi in Rwanda. Non lo era nemmeno a Norimberga o a Tokyo: autorevoli giuristi hanno spiegato che anche quelli non furono "tribunali dei vincitori", ma il primo embrione di una giustizia superiore ai governi, per giudicare i crimini contro l'umanità e punirne i responsabili. Certo, sarebbe preferibile che i criminali di guerra fossero giudicati a livello nazionale, ma non sempre il sistema giudiziario del Paese interessato è adeguato a farlo, come nel caso del Bosnia. E questo è quanto sostiene Mark Ellis, avvocato internazionale e direttore esecutivo dell'International Bar Association (Iba), l'associazione internazionale degli avvocati, in un'intervista di Alvise Armellini, pubblicata su Liberal del 27 ottobre ("Ma l'Aja è una scelta obbligata per dittatori e macellai").
Alle argomentazioni di chi sostiene che sarebbe meglio processare Karadzic di fronte ad una corte internazionale, magari con l'accusa di omicidio plurimo, Ellis risponde: "E' vero che è sempre preferibile, ove possibile, affidarsi ad un tribunale e a una giuria nazionale. Il diritto internazionale e la Corte di giustizia internazionale sono fondati proprio su questo principio. Tuttavia, nei casi in cui è improbabile che un tribunale nazionale possa rispettare gli standard internazionali di giustizia, è importante che una Corte internazionale possa subentrare. E' quanto sta accadendo in questa circostanza: non c'era davvero alcun altro modo per processare Radovan Karadzic. Nel caso di imputati di alto profilo - leader politici e militari - è molto difficile che una singola nazionale possa giudicarli. Le pressioni e la complessità di questi processi, nella migliore delle ipotesi, sarebbero così grandi che sarebbe impossibile processare un personaggio della caratura di Karadzic o Milosevic nell'ex Jugoslavia. Detto questo, la Serbia ha un Tribunale per i crimini di guerra dove nel corso degli ultimi anni sono stati giudicati con successo molti imputati. Bisogna continuare a sostenere lo sviluppo delle giurisdizioni nazionali, ma ci saranno sempre delle occasioni in cui non potranno essere competenti per motivi politici. Per questo è importante avere un Tribunale internazionale, ed è il motivo per cui è stata istituita la Corte di giustizia internazionale".
Dunque, la giustizia internazionale deve continuare la sua funzione. Resta solo un problema, come ha notato Paolo Lepri sul Corriere della Sera del 27 ottobre ("La sedia vuota dell'Aja che il mondo non può accettare"). Scrive Lepri: "La giustizia internazionale deve funzionare. Ma perché ciò avvenga deve essere sostenuta, non tollerata. Il sistema delle Nazioni Unite deve essere rilanciato. Lo diciamo anche a quei 170 Paesi - di cui non fa parte l'Italia - che da anni non sono in regola con i contributi per il bilancio ordinario, il peacekeeping, i tribunali internazionali. Fanno parte di un club di cui non pagano le quote".


5 ottobre 2009


PASSAGGIO IN ONDA

Passaggio a Sud Est
è il sabato alle 22,30 su Radio Radicale



Nella puntata del 3 ottobre 2009 si parla di

Grecia, una fotografia della situazione nel paese alla vigilia delle elezioni politiche anticipate del 4 ottobre;
Croazia, sembra finalmente in dirittura d'arrivo il negoziato per l'adesione all'UE;
Serbia, le violenze degli ultimi tempi sono la prova generale di quanto accadrà con l'arresto di Mladic?
Tribunale internazionale, la priorità resta l'arresto di Mladic e Hadzic.
Nel programma si parla inoltre di Macedonia e dei territori albanesi dei Balcani.

La trasmissione, curata e condotta in studio da Roberto Spagnoli con la collaborazione di Marina Sikora e Artur Nura, è riascoltabile come tutte quelle precedenti
sul sito di Radio Radicale.


12 settembre 2009


CRIMINI DI GUERRA: KARADZIC A PROCESSO DAL 19 OTTOBRE

La sede del Tribunale internazionale per l'ex JugoslaviaIl processo a Radovan Karadzic comincerà il 19 ottobre. Lo hanno deciso martedì scorso i giudici del Tribunale internazionale per l'ex Jugoslavia che hanno respinto la richiesta avanzata da Karadzic di avere dieci mesi di tempo in più per preparare la propria difesa. "Il 19 ottobre è una data appropriata'', ha detto il giudice O-Gon Kwon, il quale ha reso noto inoltre che per risolvere tutte le questioni ancora pendenti è stata fissata anche una nuova udienza preliminare il 6 ottobre.
L'ex leader serbo bosniaco è accusato di crimini di guerra e contro l'umanità commessi durante la guerra di Bosnia tra il 1992 e il 1995. Da quando è in carcere, Karadzic ha inoltrato più di 400 richieste al Tribunale, quasi tutte respinte perché ritenute infondate, ma la sua strategia ha ottenuto qualche successo visto che l’inizio del processo è stato più volte rimandato. Ora però sembra la volta buona.

Karadzic deve rispondere di una mole impressionante di accuse. E’ incriminato per il genocidio di Srebrenica, pulizia etnica, persecuzione e deportazione di civili, per la campagna di terrore su Sarajevo assediata, per la presa in ostaggio di militari internazionali. Il tutto contenuto in più di un milione di pagine di materiale probatorio e affidato alle dichiarazioni di 530 testimoni. Le prove a suo carico sono talmente numerose che la procura, già due volte, ha ridotto i capi di accusa rinunciando a un certo numero di testimoni per cercare di mettere in piedi un dibattimento di dimensioni praticabili.
Karadzic si è sempre difeso sostenendo che la guerra civile in Bosnia è stata voluta e orchestrata dalle grandi potenze occidentali. Alla prima udienza dopo la cattura si dichiarò non colpevole. Poi accusò le grandi potenze, la comunità internazionale, gli americani, le stesse vittime, i paesi musulmani, i comunisti, i diplomatici, la storia, tutto e tutti per “il bagno di sangue in Bosnia che sarebbe stato peggiore di quello in Libano”, come lui stesso aveva promesso a Ginevra, nel 1992, dopo il fallimento delle trattative per fermare la guerra. Karadzic sostiene che gli Usa non abbiano rispettato il patto fatto con l'allora inviato speciale statunitense, Richard Holbrooke, secondo il quale in cambio della sua sparizione dalla scena politica l'ex leader serbo-bosniaco avrebbe ottenuto l'immunità.

L’ex presidente dei serbo bosniaci ha deciso di difendersi da solo e questo avrà almeno due conseguenze certe: il processo andrà per le lunghe e questa strategia permetterà all'imputato di sfruttare il dibattimento come ribalta per inscenare uno show politico. L'ex procuratore capo del Tribunale, Carla Del Ponte, aveva già messo in guardia contro i rischi legati al consentire il ricorso all'autodifesa: “Il principio della difesa svolta personalmente dall’imputato offre un’opportunità troppo vasta di trasformare il banco degli accusati in un pulpito per comizi, e il processo in un circo politico”. Esattamente ciò che fece l'ex uomo forte di Belgrado Slobodan Milosevic (deceduto in carcere prima della fine del processo) e ciò che sta facendo il leader degli ultranazionalisti serbi Vojislav Seselj. Il processo a Radovan Karadzic potrebbe durare molti anni, ma il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha deciso che il Tribunale dovrà chiudere entro il 2012. Inoltre, le incertezze sul suo futuro stanno avendo conseguenze sul personale che ci lavora. La fuga degli specialisti è stato definito dal segretario generale dell'Onu, Ban Ki Moon, un “potenziale esodo”.
Questo potrebbe essere la vittoria finale di Karadzic e, ancora di più, degli ultimi due latitanti, Ratko Mladic e Goran Hadzic, che potrebbero finire i loro giorni senza mai essere chiamati a rispondere dei crimini contro l'umanità di cui sono accusati.


7 dicembre 2008


DAGLI USA MINACCE DI MORTE AL PROCURATORE SERBO PER I CRIMINI DI GUERRA

Vladimir VukcevicLe autorità degli Stati Uniti stanno indagando alcune persone sospettate di aver inviato di minacce di morte al procuratore della Serbia per i crimini di guerra. Lo ha comunicato lo stesso ufficio del procuratore secondo quanto scrive il sito di informazione Serbianna, riportando un lancio dell'agenzia Reuters. Il procuratore Vladimir Vukcevic ha ricevuto lettere e telefonate minatorie rivolte alla team che sta dando la caccia all'ex generale serbo-bosniaco Ratko Mladic, accusato di genocidio dal tribunale internazionale per l'ex Jugoslavia. Le lettere in gran parte provengono da città degli Stati Uniti con una numerosa comunità serba.
L'arresto di Mladic e dell'altro super ricercato per crimini di guerra, l'ex leader serbo-croato Goran Hadzic, sono questioni cruciali per sbloccare il percorso di adesione della Serbia all'Unione Europea. Il 12 dicembre prossimo il procuratore capo del Tribunale presenterà il suo rapporto annuale all'Onu sullo stato della cooperazione delle autorità serbe con la giustizia internazionale. Molti serbi ritengono però che il tribunale dell'Aia abbia un pregiudizio contro di loro e si oppongono all'arresto di Mladic che considerano un eroe.
"Siamo stati informati attraverso l'ambasciata americana a Belgrado che molti individui sono stati messi sotto inchiesta per il loro coinvolgimento nelle minacce di morte al procuratore Vukcevic", ha detto Bruno Vekaric, portavoce per l'ufficio del pubblico ministero. Vekaric non ha però confermato le notizie diffuse dai media di Belgrado secondo cui tre persone sarebbero state arrestati negli Stati Uniti. "Ogni volta che c'è una intensa azione per individuare Mladic vengono inviate lettere di minaccia", ha detto ancora Vekaric spiegando che l'ultima lettera di minaccia in ordine di tempo è stata ricevuta dopo l'operazione di polizia dei giorni scorsi per individuare Mladic.
Le minacce sono state rivolte anche anche a Rasim Ljajic, responsabile della cooperazione con il tribunale internazionale dell'Aia, e contro il presidente serbo Boris Tadic. Nello scorso mese di aprile le autorità avevano scoperto anche un complotto per assassinare Vukcevic.


25 novembre 2008


LA SERBIA E LA GIUSTIZIA INTERNAZIONALE

Nel suo percorso di avvicinamento all'Europa la Serbia si trova a fare i conti con il passato delle guerre seguite al crollo della Jugoslavia. Anche se oggi a Belgrado non c'è più Milosevic e l'attuale governo ha fatto dell'europeismo uno dei suoi tratti distintivi e programmatici, la Serbia, in quanto erede giuridico della Jugoslavia si trova, più di altri Paesi, a dover rispondere di quanto accaduto negli anni Novanta. Qui di seguito la parte della corrispondenza di Marina Sikora per la puntata di Passaggio a Sud Est, andata in onda il 22 novembre a Radio Radicale, dedicata alla iniziativa della Croazia contro la Serbia davanti alla Corte Internazionale di Giustizia e alla recente visita del procuratore capo del Tribunale internazionale per la ex Jugoslavia dal cui rapporto dipende, anche, l'avanzamento del processo di integrazione della Serbia nell'UE.   

LA CORTE INTERNAZIONALE DI GIUSTIZIA ACCOGLIE IL RICORSO PER GENOCIDIO DELLA CROAZIA CONTRO LA SERBIA
La Corte internazionale di giustizia dell'Aia si e’ dichiarata competente a riguardo del ricorso per genocidio presentato dalla Croazia contro la Serbia per i fatti avvenuti durante la guerra del 1991-1995. La richiesta croata e’ stata accettata con 10 voti favorevoli e 7 contrari. Se non ci sara’ una transazione tra le due parti fuori giudizio, il Tribunale analizzera’ le argomentazioni della Croazia che accusa la Serbia, in quanto erede giuridico della Jugoslavia, di aver compiuto una pulizia etnica contro i cittadini croati, attuando una forma di genocidio. Il ricorso fa riferimento ai crimini perpetrati nella regione di Knin, nella parte orientale e occidentale della Slavonia e della Dalmazia. A tal proposito Zagabria chiede alla CIG di riconoscere la Serbia colpevole della violazione della Convenzione per la pervenzione e la repressione del crimine di genocidio durante la guerra tra il 1991 e 1995.
Pronunciandosi competente in materia, la Corte ha bocciato tutte le obiezioni della Serbia i cui legali hanno sostenuto che la CIG non ha il diritto di avviere un processo sulla base del ricorso croato perche’ nel periodo a cui si fa riferimento, la Repubblica federale socialista della Jugoslavia non era un membro delle Nazioni Unite e quindi nemmeno firmatario della convenzione sul genocidio. La controparte serba in questo modo ha giocato sulla carta della decisione della stessa Corte di non competenza riguardo al ricorso della Serbia contro la Nato per i crimini commessi sul popolo serbo durante i bombardamenti del 1999. Inoltre, la Serbia ha ritenuto le accuse croate insostenibili perche’ i crimini a cui si fa riferimento sono stati compiuti prima del 27 aprile 1992 quando la Repubblica socialista della Jugoslavia non esisteva ancora in quanto Stato e che le richieste croate sono infondate perche’ escono dalla cornice della Convenzione. La Presidente della Corte, Rosalyn Higgins ha spiegato pero’ che il Tribunale ha stabilito che gli atti delibarati da Belgrado e i suoi comportamenti dal 1992 significavano che la Serbia aveva accettato gli impegni derivanti dalle convenzioni internazionali di cui la Repubblica federale socialista della Jugoslavia era firmataria.
Questo e’ un grande successo per la Croazia dopo il quale segue un grande lavoro” ha commentato la decisione della CIG il neoministro della giustizia croato, Ivan Simonovic, principale rappresentante della Croazia in questo ricorso. Simonovic ha detto che su una eventuale transazione con la Serbia dovrebbe decidere il governo croato ma che per la Croazia sarebbe estremamente importante insistere sulle domande giudiziali quali il destino degli scomparsi, punizione dei perpetratori di crimini e restituzione dei beni culturali. Da sottolineare che la Croazia si e’ rivolta alla CIG nel luglio 1999 sollevando le accuse contro l’allora Repubblica socialista della Jugoslavia per gonocidio.
Il ricorso croato e’ argomentato da testimonianze di vittime e migliaia di documenti. Secondo il presidente croato Stjepan Mesic la decisione della CIG ha anche un valore simbolico perche’ e’ arriva proprio nel momento in cui la Croazia ricorda le vittime di Ovcara e della citta’ di Vukovar come anche l’eroismo di tutti quelli che l’avevano difesa. “Questo e’ un significato simbolico e una certa giustizia” ha sottolineato Mesic. “La Serbia deve affrontare il passato” ha detto il premier croato Ivo Sanader e ha aggiunto che la politica della grande Serbia di Slobodan Milosevic ha causato un grande male al popolo croato ma anche agli altri.
Commentando la decisione della Corte, il capo del team legale della Serbia, Tibor Varadi ha dichiarato martedi’ all’Aja che la Serbia continuera’ a lavorare sulla risposta al ricorso croato considerando anche la possibilita’ di presentare controquerela. Alla domanda sulla possibilita’ di una transazione tra le due parti fuori giudizio, Varadi ha detto che la Serbia si e’ dimostrata diverse volte favorevole ad una soluzione fuori giudizio e che “adesso la parte croata dovrebbe reagire”.

IL PROCURATORE GENERALE BRAMMERTZ A BELGRADO: LE CONDIZIONI NON CAMBIANO
Di crimini di guerra e della collaborazione con il Tpi si e’ parlato anche a Belgrado a proposito della visita di due giorni del procuratore generale del Tribunale dell’Aja Serge Brammertz. La conclusione di Brammertz in merito all’ennesima valutazione della collaborazione di Belgrado con la giustizia internazionale e’ che “vi sono progressi” ma “non pienamente sufficienti”. Le autorita’ serbe continuano a ribadire “la ferma volonta’” di catturare ed estradare il ricercato numero uno, l’ex generale serbo bosniaco Ratko Mladic, accusato di genocidio, crimini di guerra e contro l’umanita’ per l’assedio di Sarajevo e il massacro di Srebrenica nonche’ l’altro imputato latitante, Goran Hadzic, leader dei serbi ribelli della Croazia.
Il presidente del Consiglio nazionale per la collaborazione con l’Aja e coordinatore del team di azione per l’arresto degli imputati latitanti, Rasim Ljajic ha informato che per Belgrado non e’ stato indicato nessun nuovo termine entro il quale bisogna estradare i due ricercati al Tribunale dell’Aja poiche’ tutti i termini stabiliti finora sono da tempo esauriti.
Il procuratore generale dell’Aja verso la fine della settimana prossima, ha spiegato Ljajic, presentera’ un rapporto scritto al Consiglio di Sicurezza mentre sui risultati dei due giorni a Belgrado informera’ il Consiglio dei ministri dell’Ue il prossimo 10 e 11 dicembre. Ljajic ha comunque avvertito che non ci sara’ nessun cambiamento rispetto alle posizioni note finche’ Mladic non sara’ estradato all’Aja. Senza Mladic all’Aja, l’Olanda blocchera’ l’adesione della Serbia all’Ue e questo e’ stato confermato da perte delle autorita’ olandesi, ha detto Ljajic e ha aggiunto che alla comunita’ internazionale non interessano piu’ gli sforzi serbi, le azioni e le attivita bensi’ risultati concreti.
C’e’ da notare che il procuratore generale Serge Brammertz ha incontrato a Belgrado tutte le massime cariche dello Stato ma pubblicamente non ha lasciato nessuna dichiarazione e non ha tenuto nessuna conferenza stampa. Dall’ufficio del presidente Tadic e del premier Cvetkovic ci son stati comunicati in cui si e’ sottolienato quello che i vertici serbi hanno detto al procuratore del’Aja ma praticamente nessuna informazione su quello che Brammertz avrebbe detto loro.


26 maggio 2008


LA CROAZIA PORTA LA SERBIA IN GIUDIZIO PER GENOCIDIO

Vukovar 1991Inizia oggi al Tribunale internazionale per l'ex Jugoslavia l'udienza preliminare del procedimento intentato dalla Croazia contro la Serbia con l'accusa di genocidio per quanto avvenuto durante la del 1991-1995. Per le autorità di Zagabria, la Serbia deve rispondere della pulizia etnica genocida dei cittadini croati perché controlla direttamente le forze armate, i servizi e le diverse formazioni paramilitari che operavano in territorio croato, nella regione di Knin, in Slavonia e in Dalmazia.
Secondo l'accusa, "un gran numero di cittadini croati è stato deportato, ucciso, torturato o illegalmente recluso, e i loro beni sono stati distrutti". La Croazia parla di 20mila vittime, 55mila feriti, denuncia la distruzione del 10% delle case, di 1800 monumenti e di 450 chiese cattoliche. Per questo Zagabria chiede che il Tpi condanni la Serbia per aver violato la convenzione sul genocidio e paghi i danni di guerra. Da Belgrado si risponde affermando che nel 1999, quando fu presentata la denuncia, l'allora Federazione jugoslava non faceva parte dell'Onu e non era tra le nazioni firmatarie della convenzione sul genocidio e dunque il caso non è di competenza dei giudici dell'Aia.
Proprio basandosi sul fatto che all'epoca la Serbia non era rappresentata al Palazzo di vetro né firmataria della convezione sul genocidio, il Tribunale internazionale non ha dato seguito all'accusa presentata dalla Serbia contro i paesi membri della Nato per i bombardamenti del 1999 durante la guerra per fermare la pulizia etnica contro gli albanesi del Kosovo. D'altra parte il Tpi non è tenuto ad attenersi alle sue precedenti decisioni, che non costituiscono un precedente.
La Serbia si è già trovata nel recente passato a dover affrontare un procedimento per genocidio intentato dalla Bosnia-Erzegovina conclusosi con l'assoluzione di Belgrado anche se il Tribunale ritenne le autorità serbe responsabili di non aver impedito il genocidio dei musulmani avvenuto nel luglio 1995 a Srebrenica da parte dell'esercito della Republika srpska (l'entità serba della Bosnia).
L'udienza preliminare durerà sino al prossimo 30 maggio.


22 aprile 2008


DAI BALCANI: SERBIA TRA ELEZIONI E TPI, BOSNIA VERO L'ASA

Il testo che segue è la corrispondenza di Marina Sikora per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda su Radio Radicale sabato 19 aprile dedicata alla campagna elettorale in Serbia, alla visita a Belgrado del neo procuratore del Tribunale internazionale, Serge Brammertz, e alla riforma della polizia in Bosnia che apre la strada alla firma dell'accordo di pre-adesione all'UE.

Serbia verso le elezioni: un nuovo testa a testa fra europeisti e ultranazionalisti
Sembra ormai uno scenario ripetitivo, quello che si profila in vista delle elezioni in Serbia, come alle scorse politiche e alle recenti presidenziali cosi’ anche le previsioni per le prossime elezioni politiche anticipate in programma l’11 maggio. Secondo i recentissimi sondaggi dell’istituto Strategic Marketing, riportati dalla stampa serba, sara’ di nuovo un testa a testa tra le forze moderate e filoeuropee riunite nella coalizione ‘Per una Serbia europea’, guidata dal presidente della Serbia Boris Tadic, leader del Partito democratico e l’opposizione ultranazionalista di Tomislav Nikolic e del suo Partito radicale serbo. I sondaggi accreditano il 34,8% dei consensi al blocco di Tadic rispetto al 34,7% di preferenze per gli ultranazionalisti radicali di Nikolic. Al terzo posto con il 13% il blocco conservatore del Partito democratico della Serbia del premier uscente, Vojislav Kostunica che secondo molti analisti potrebbe giocare sulla carta di una intesa con i radicali ultranazionalisti. Allo stato attuale, cresce il sostegno ai liberaldemocratici di Cedomir Jovanovic a cui i sondaggi accreditano il 9% dei consensi.
In questi giorni, sempre in riferimento alle accese discussioni sulla firma dell’Accordo di stabilizzazione e associazione con l’Ue, il pesidente del Partito liberal-democratico Cedo Jovanovic ha incontrato a Bruxelles le autorita’ dell’Unione chiedendo che alla Serbia sia offerta la firma dell’Accordo in quanto sostegno non al potere ma ai cittadini della Serbia che meritano una chance europea. Il partito liberal-democratico, ha affermato Jovanovic, e’ pronto ad impegnarsi per i cambiamenti della politica estera della Serbia. Il leader degli ultaliberali ha promesso dopo le elezioni l’insistere su tre priorita’: la prima – quella di ristabilire le relazioni con i paesi che hanno riconosciuto l’indipendenza del Kosovo, con il rientro degli ambasciatori serbi in quei paesi e la ripresa del dialogo con il mondo, interotto dalla mal condotta politica estera del governo uscente. Seconda priorita’ , secondo Jovanovic sono le integrazioni europee in cui la Serbia deve adempiere tutte le condzioni e non condizionara l’Ue. La terza priorita’ sara’ la nuova politica regionale che innanzitutto comporta ottimi rapporti con i paesi della regione perche’ solo collaborando con i paesi vicini, ha detto Jovanovic, “possiamo essere pari membri dell’Ue”.
Ricordiamo per chi ci ascolta, che a tener in sospeso il consenso dei Paesi membri dell’Ue su un acceleramento del processo di avvicinamento della Serbia all’Unione, che come primo passo richiede la firma dell’Accordo di stabilizzazione e associazione, e’ la collaborazione della Serbia con il Tribunale dell’Aja.

Brammertz a Belgrado: alla cattura dei ricercati si contrappone il caso Haradinaj
La visita in questi giorni a Belgrado del neo procuratore capo del Tribunale dell’Aja sui crimini di guerra in ex Jugoslavia, Serge Brammertz, la prima dal suo insediamento, e’ trascorsa all’insegna dell’ancora mancato impegno della Serbia nei confronti della giustizia internazionale che riguarda la cattura ed estradizione degli ultimi quattro super ricercati criminali di guerra serbi, il primo fra tutti l’ex generale serbo-bosniaco Ratko Mladic e l’ex leader dei serbi bosniaci Radovan Karadzic nonche’ Goran Hadzic e Stojan Zupljanin. Ma sull’ancora incompiuta piena collaborazione della Serbia con il Tribunale pesa ora in particolar modo l’ira e le contestazioni serbe per la recente assoluzione all’Aja dell’ex premier e capo guerigliero kosovaro Ramush Haradinaj, incriminato per violenze e vendette nei confronti di civili serbi nel corso della guerra a fine anni ’90 e per il quale la procura del Tpi aveva chiesto 25 anni di carcere. Alla richiesta di riconsiderare il verdetto ritenuto ingiusto, Belgrado lancia un’altra richiesta che e’ quella di un supplemento d’inchiesta sul sospettato traffico di organi di prigionieri serbi catturati in Kosovo dalle milizie albanesi dell’Uck, sempre nello stesso periodo. A sollevare l’argomento sono state le rilevazioni dell’ex procuratore capo dell’Aja e predecessore di Brammertz, Carla Del Ponte pubblicate nel suo recentissimo libro di memorie ‘La caccia’.
Ai coordinatori del piano di azione, Rasim Ljajic, responsabile del governo serbo per la cooperazione con il Tribunale e Vladimir Vukcevic, procuratore nazionale per la caccia ai criminali di guerra, Brammertz ha ricordato che resta estremamente importante giungere quanto prima alla cattura e all'estradizione dei quattro criminali di guerra latitanti, nonche’ la necessita’ di consegnare i rimanenti documenti dagli archivi statali, la protezione dei testimoni e il proseguimento delle indagini sulla rete di sostenitori dei super ricercati. All’inevitabile questione della contestata assoluzione di Ramush Haradinaj, il procuratore capo ha risposto che anche la procura rimane insoddisfatta della sentenza e che sia particolarmente preoccupante che la procura non e’ stata in grado di presentare tutte le prove per l’assenza dei testimoni.
A sua richiesta, Brammertz ha incontrato i vertici dello Stato, il presidente Tadic ed il premier Kostunica ai quali ha chiesto di assumersi la loro parte di responsabilita’ per la piena collaborazione di Belgrado con il Tribunale dell’Aja. Il procuratore capo ha annunciato che verso la meta’ di maggio inviera’ al Consiglio di Sicurezza dell’Onu il suo primo rapporto che includera’ anche le valutazione sulla collaborazione della Serbia.
Il presidente Tadic ha sottolineato che la Serbia fa il tutto per portare a compimento la collaborazione con il Tribunale perche’ si tratta anche di un obbligo morale definito sia dal diritto internazionale che dalle leggi nazionali ma ha anche rilevato che la sentenza all’ex comandante Ramus Haradinaj e’ ingiusta e che l’opinione pubblica in Serbia e’ giustamente insoddisfatta. Per questo, ha detto Tadic, si attende che la procura faccia ricorso alla sentenza.
Molto piu’ dure le repliche di Kostunica. Sempre in riferimento all’assoluzione di Ramush Haradinaj, il premier uscente ha messo in dubbio la legittimita’ del Tribunale, ribadendo che la sentenza rappresenta “una grave ingiustizia” e “una beffa alla giustizia”. Kostunica ha anche sollevato la questione dei sospetti sul presunto traffico di organi dei serbi rapiti in Kosovo. Su quest’ultimo Brammertz si e’ limitato a rispondere che il Tribunale non ha trovato le prove per aprire un’inchiesta auspicando ulteriori accertamenti da parte delle autorita’ del Kosovo e dell’Albania.

Bosnia: approvata la riforma della polizia, si apre la via verso la firma dell'Asa
Lo scorso 10 aprile, dopo un dibattito acceso alla camera dei rappresentanti del parlamento bosniaco, e’ stata finalmente approvata la controversa riforma della polizia. La condizione principale che Bruxelles aveva posto al Paese per dare il via libero alla firma dell’Accordo di stabilizzazione ed associazione all’Ue e che per ben quattro anni e’ stata motivo di duri scontri tra le forze politiche locali. Lo dimostra anche la stretta maggioranza con cui questa riforma e’ stata approvata: 22 voti a favore contro i 19 contrari e un astenuto. Mercoledi’ scorso, la riforma, come previsto, e’ stata approvata anche dalla Camera alta del parlamento. Ora spetta alla Commissione europea stendere un rapporto sull'andamento delle riforme in Bosnia Erzegovina e stabilire la data per la firma dell'Asa. Questo primo passo verso l’adesione, si spera, dovrebbe accadere fra breve, forse gia’ al prossimo Consiglio di ministri degli esteri dell’Ue del 28 aprile. La riforma della polizia rappresenta quindi un compromesso difficilmente raggiunto, grazie anche all’impegno dell’inviato speciale dell’Ue in Bosnia, Miroslav Laicak e implica che le forze di polizia avranno una divisa unica e faranno riferimento ad una unica autorita’ statale che guidera’ le forze dell’ordine a livello statale senza interferire pero’ con il lavoro delle autonomie locali e i loro corpi di polizia regionali. C’e’ da dire che all’inizio, l’Ue era sulla linea delle due entita’, quella musulmana e quella croata che spingevano fortemente per la creazione di una unica forza di polizia per le due entita’ che compongono la Bosnia di dopo Dayton – la Republika Srpska, l’entita’ a maggioranza serba e la Federazione BiH, a maggoranza croato musulmana.
I politici serbo bosniaci non volevano invece rinunciare a mantenere la loro struttura. L’insistere su questa posizione guidata dalla fermezza del premier della Rs, Milorad Dodik ha costretto tutti al compromesso. Infatti, Dodik ha parlato di un grande successo politico rilevando il fatto della raggiunta condizione per poter firmare l’Asa e al contempo il mantenimento della polizia della Rs. Per il Partito per la Bosnia Erzegovina di Haris Silajdzic, esponente musulmano della presidenza tripartita della Bosnia Erzegovina, con l’approvazione della riforma della polizia la Bosnia ha accolto la mano tesa dell’Ue che permettera’ al paese di uscire da una situazione critica e di isolamento. Tutt’altra la posizione del Partito dell’azione democratica (Sda) di Sulejman Tihic, il partito della coalizione governativa che come il maggiore partito di opposizione, l’Sdp ha votato contro la riforma ritenendola, come ha commentato Tihic, “un altro errore storico della comunita’ internazionale e dei politici locali perche’ rappresenta “la legalizzazione della polizia di Radovan Karadzic” colpevole di crimini di guerra e di genocidio.
Seppur la riforma sia stata approvata con una stretta maggioranza, con la superazione del principale ostacolo sulla via di preadesione all’Ue si puo’ comunque tirare un sospiro di solliervo. Soddisfazione a Bruxelles perche’ si e’ riuscito finalmente a portare a termine questo lungo e faticoso percorso che portera’ la Bosnia verso la sigla dell’Accordo di stabilizzazione ed associazione con l’Ue. Salutando positivamente l’adozione finale della riforma della polizia, il Commissario all’allargamento Olli Rehn ha sottolineato che “L’Asa non portera’ solo vantaggi pratici all’economia del paese, ma rappresentera’ anche il passo determinante per ottenere lo status di paese candidato all’adesione”. Rehn si e’ detto molto soddisfatto che le autorita’ bosniache hanno ascolato la voce dei propri cittadini a favore dell’integrazione europea, della prosperita’ e dello sviluppo aggiungedo anche che l’integrazione dei Balcani e’ una priorita’ dell’Ue per una politica di stabilita’ della regione”.

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