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passaggioasudest [ la realtà politica dell'europa sud orientale dai balcani alla turchia ]
 



Questo blog è dedicato ad un'area cruciale per il futuro europeo. Per l'area che va dai Balcani occidentali alla Turchia, infatti, passa il futuro dell'Unione europea come progetto politico così come il futuro di questi Paesi passa dalla scelta dell'integrazione in questo progetto.




"Dobbiamo ricordarci che l’informazione è un veicolo diretto all’utente, non è un soliloquio da parte del giornalista. Bisogna tenere sempre presente che chi è dall’altra parte del microfono deve poter comprendere una realtà in cui non è presente. Questo, penso, è il massimo sforzo che i giornalisti devono compiere".
Antonio Russo



"Il vero referendum sul futuro dell'Unione si terrà nei Balcani"
International Balkan Commission


"E poi, un giorno, è stato costruito un ponte che collegava le due rive del Bosforo. Quando sono salito sul ponte e ho guardato il panorama, ho capito che era ancora meglio, ancora più bello di vedere le due rive assieme. Ho capito che il meglio era essere un ponte fra due rive. Rivolgersi alle due rive senza appartenere".
Orhan Pamuk, Istanbul



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13 gennaio 2010


PASSAGGIO SPECIALE

La "casa gialla" dove sarebbero stati espiantati gli organi ai prigionieri serbi dell'UckQuesta sera lo Speciale di Passaggio a Sud Est in onda su Radio Radicale alle 23,30 si occupa della vicenda del presunto traffico di organi di cui sarebbero stati vittime prigionieri serbi dei guerriglieri albanesi dell'Uck durante il conflitto del Kosovo. 

Ascolta lo Speciale di Passaggio a Sud Est
Traffico di organi di prionieri serbi in Kosovo: mntatura o crimine di guerra?

Il caso fu sollevato da una affermazione dell'ex procuratrice dell'ICTY, Carla del Ponte, contenuta nel suo libro “La caccia”, pubblicato nell'aprile del 2008. Secondo l'ex procuratrice circa 300 prigionieri catturati durante la guerra in Kosovo nel 1999 sarebbero stati portati in Albania al termine della guerra da guerriglieri albanesi e poi uccisi. Gli organi sarebbero poi stati inviati all'estero per essere destinati al traffico illegale internazionale. Gli espianti, sempre secondo la Del Ponte, sarebbero avvenuti in una sala operatoria di fortuna in un edificio denominato la "casa gialla", situato in un villaggio nei pressi di Burrel nell'Albania settentrionale.

La questione per qualche tempo aveva anche ottenuto l'attenzione anche degli organi della giustizia internazionale, ma era stata in seguito abbandonata per mancanza di prove. Le accuse, appoggiate anche dall'organizzazione umanitaria Human Rights Watch (Hrw), sono sempre state smentite tanto dal presidente del Kosovo, Fatmir Seidju, che dal premier, Hashim Thaci. Della vicenda si sta occupando da tempo anche il Consiglio d'Europa attraverso l'inviato speciale Dick Marty, che sta conducendo una propria inchiesta.

Alla fine di dicembre il procuratore serbo per i crimini di guerra, Vladimir Vukcevic, ha comunicato l'identificazione di alcuni testimoni che sarebbero stati presenti durante le operazioni di espianto effettuate sui progionieri. Vukcevic, in un'intervista al quotidiano serbo Blic, ha aggiunto che il suo ufficio ha potuto parlare con alcuni di loro che però hanno rivelato di avere molta paura, anche il procuratore serbo garantisce che fra essi vi sono "persone credibili pronte a collaborare". Uno disegno in possesso della procura serba indicherebbe la posizione della cosidetta ''Casa gialla''. "Le famiglie della maggior parte di loro sono letteralmente ostaggio di coloro che sono pronti a tutto pur di nascondere le loro attività criminali", ha aggiunto Vukcevic.

La vicenda chiama in causa non solo gli ex guerriglieri dell'UCK, alcuni dei quali oggi hanno posizioni politiche di rilievo nel Kosovo indipendente, ma anche la autorità albanesi che fino ad oggi però non si sono mostrate disposte almeno per ora a fare luce sulla vicenda. L'iniziale disponibilità espressa dalla procuratrice generale albanese, Ina Rama, a collaborare con le autorità di di Belgrado è stata poi smentita, ed è stato negato anche la possibilità alla procura serba di recarsi sul posto per avviare proprie indagini. La posizione albanese si basa sul fatto che l'inchiesta intrapresa in precedenza da parte delle autorità internazionali in Kosovo era stata interrotta per mancanza di prove. Secondo le autorità albanesi cioò indica che la vicenda non sarebbe altro che “una mera speculazione priva di fondamento”.

L'opinione pubblica albanese ha reagito negativamente contro l'ex procuratrice che è stata definita anti-albanese, tendenziosa, manipolata dai serbi, mentre alcuni commentatori hanno dato spiegazioni di tipo psicologico sul suo comportamento. La maggior parte degli analisti e dei politici albanesi in Kosovo, e in Albania, hanno escluso ogni possibilità di traffico d'organi, sostenendo che le operazioni di espianto di organi richiedono condizioni igieniche che in Albania non possiedono neanche gli ospedali più sviluppati. Il rifiuto albanese di collaborare per indagare su quanto può essere avvenuto in una delle zone più isolate del paese (e che sfuggiva al controllo di Tirana nel caos in cui si trovava il paese 10 anni fa) solleva inevitabilmente qualche sospetto sulla diretta responsabilità dell'Albania.

Al momento della pubblicazione del libro dell'ex procuratrice, Olga Karvan, portavoce del Tribunale internazionale per i crimini di guerra nella ex Jugoslavia, dichiarò che gli investigatori delle Nazioni unite non avevano trovato «prove sostanziali» a sostegno della tesi del traffico d'organi. E Florence Hartmann – che era portavoce di Carla Del Ponte all'Aja – si è spinta addirittura oltre definendo «irresponsabili» le dichiarazioni del suo ex capo. «Mischiare i generi, giustapporre crimini che sono stati portati in tribunale e teorie non verificate di testimoni di cui lei non conosce niente, nemmeno l'identità, favorisce la confusione tra le chiacchiere e i fatti e rischia d'incoraggiare ogni tipo di revisionismo», ha scritto la Hartmann sulle pagine del quotidiano losannese Le Temps nell'aprile del 2008.

Interessante rileggere quanto scriveva nel marzo del 2008 Dejan Anastasijevic sulla rivista serba Vreme (titolo orig.: «Lov na bubrege», disponibile in traduzione italiana sul sito di Osservatorio Balcani).
Anche un semplice sguardo a questa parte di “La caccia” suscita molte più domande che risposte. I medici che “Vreme” ha consultato hanno preferito rimanere anonimi nel commentare quanto dice il procuratore, ma ritengono che estrarre un rene per il trapianto sia una impresa chirurgica complessa e che è difficile eseguirla al di fuori di cliniche ben attrezzate, così come lo stesso trasporto degli organi, la loro vendita e il trapianto comportano numerosi altri problemi. “Tutto è possibile se dietro di voi avete un’organizzazione di alta qualità, l’accesso a data base medici e molto denaro”, dice uno dei medici che vanta una lunga esperienza all’interno dell’Organizzazione mondiale della sanità. Tuttavia, sorge la domanda su come sia stato possibile che una tale impresa criminale, che per sua natura avrebbe dovuto includere un grande numero di collaboratori, sia rimasta fino ad ora invisibile [...]
D’altra parte, il traffico illegale di organi, e in particolare di reni, è un affare proficuo che spesso riceve l’attenzione dei media, ma nei casi fino ad ora confermati i donatori hanno partecipato volontariamente, per soldi [...]
La storia di Carla del Ponte ha risvegliato il ricordo di molte storie simili che il sottoscritto ha avuto modo di sentire durante la guerra in Bosnia e in Croazia, tutte inesatte. Durante l’assedio di Vukovar, la stampa croata era piena zeppa di testi su come il reparto medico della JNA (esercito popolare jugoslavo, ndt.) estraesse dai prigionieri e dai morti gli organi e di come poi venissero trasportati coi frigoriferi a Belgrado, ma tutte queste storie si sono dimostrate una vergognosa propaganda di guerra. Con buona probabilità si può ritenere che le affermazioni di “giornalisti affidabili” che la Del Ponte ha incluso nel libro appartengano a questa identica categoria.
Con tutto ciò, ovviamente, non si vuol dire che durante la guerra in Kosovo non ci siano stati molti crimini ma forse non così attraenti per i media. Le persone i cui cari sono scomparsi durante la guerra in Kosovo, e i cui corpi fino ad oggi non sono ancora stati trovati, hanno sofferto abbastanza anche senza che la Del Ponte, con l’aiuto dei media locali assetati di sangue, gli metta in testa queste cose. Dall’aver inserito questo episodio nel libro, così come la trasmissione acritica dello stesso, non si può concludere diversamente che si tratta di una cosa senza sentimenti, amorale e dannosa.

Il disegno in possesso della procura serba per i crimini di guerra che mostra l'ubicazione della "casa gialla"


12 ottobre 2009


LA SERBIA NELL’INSTANCABILE LOTTA PER IL “SUO” KOSOVO

Di Marina Szikora
pubblicato da Libertiamo.It
08 ottobre 2009

Queste righe vogliono essere un modesto tentativo di illustrare la realtà politica della Serbia relativa alla delicatissima questione del Kosovo, l’ex provincia serba che proclamò unilateralmente la sua indipendenza e secessione dalla Serbia e che Belgrado tutt’ora, con una fermissima iniziativa diplomatica, rilevandone l’aspetto pacifico e giuridico, tenta con tutti i mezzi disponibili di restituire alla propria sovranità ed integrità territoriale.Per motivi di spazio (e per non stancarvi troppo) questo non può essere un riassunto storico della causa kosovara, ma solo una illustrazione del come e del perchè la Serbia continua ad affermare che mai e a nessuna condizione rinuncerà al suo Kosovo i Metohija, culla culturale e religiosa serba.

Il nome in serbo è, appunto, Kosovo i Metohija: si tratta di una provincia autonoma indipendentista della Serbia, amministrata dall’Onu, che ha dichiarato la propria indipendenza, unilateralmente, il 17 febbraio 2008. Nella Costituzione serba il nome ufficiale del neo Stato kosovaro riconosciuto da una sessantina di Stati membri dell’Onu, è Kosovo e Metohija e il secondo termine (internazionalmente poco conosciuto) è il nome tradizionale serbo per la parte occidentale della provincia. Va sottolineato che il Kosovo prende il proprio nome dalla località di Kosovo Polje, che si trova 8 km a sud ovest della capitale Pristina e che fu teatro della mitica battaglia omonima del 1389. Bitka na Kosovu Polju (la battaglia in Kosovo Polje) è simbolo della resistenza serba contro l’avanzata dell’impero ottomano nei Balcani.

Nella Jugoslavia del Maresciallo Tito, a partire dal 1944 e dopo la fine della Seconda guerra mondiale, fu in larga parte vietato ai profughi di guerra serbi il ritorno alle proprie case in Kosovo. Al posto dei cittadini serbi massacrati ed espulsi dal Kosovo da parte dei nazisti, arrivarono i cittadini di etnia albanese, una parte dei quali fu a sua volta espulsa dal Kosovo nel periodo tra le due guerre. Nella Costituzione della Jugoslavia di Tito, il Kosovo e Metohija, come la Vojvodina, aveva lo status di provincia autonoma, non paritario quindi con quello delle sei repubbliche costituenti (Slovenia, Croazia, Bosnia Erzegovina, Serbia, Montenegro e Macedonia), alle quali secondo la Costituzione era riconosciuto il diritto di secessione. Nel 1968 e poi nel 1981 (pochi mesi dopo la morte di Tito), l’etnia albanese aveva manifestato chiedendo invano uno status di repubblica per il Kosovo. Da sottolineare che in quel periodo la popolazione albanese si triplicò, e dal 75 per cento passò ad oltre il 90, mentre i serbi ristagnavano, calando dal 15 all’8 per cento.

Il 1987 è l’anno, ricordatissimo, in cui l’allora leader della Lega dei Comunisti di Jugoslavia (Savez Komunista Jugoslavije) Slobodan Milosevic, inviato in Kosovo a fin di pacificazione, si schierò apertamente dalla parte dei serbi e pronunciò il suo famoso intervento in cui prometteva ai serbi entusiasti: “mai più nessuno potrà toccare un serbo”. Da quel momento iniziò il cammino di Slobodan Milosevic in quanto leader nazionalista serbo e nel marzo 1989 revocò gran parte dell’autonomia costituzionale del Kosovo e della Vojvodina. In occasione del seicentesimo anniversario della prima battaglia del Kosovo a Kosovo Polje, il 28 giugno 1989, Milosevic, allora Presidente della Repubblica di Serbia, pronunciò un discorso rigido contro l’etnia albanese. Da un lato, questo discorso fu una delle cause che portò alla disgregazione della Jugoslavia. Dall’altro, rappresentò l’inizio di una politica aggressiva che si manifestò nella chiusura delle scuole autonome di lingua albanese e nella sostituzione di funzionari amministrativi e insegnanti con serbi o persone ritenute fedeli alla Serbia.

La reazione albanese alla perdita dei suoi diritti costituzionali fu all’inizio quella di una resistenza non violenta, guidata dalla Lega democratica del Kosovo (LDK) del defunto leader Ibrahim Rugova. Di seguito, gli albanesi boicottarono le istituzioni ed elezioni ufficiali e stabilirono istituzioni e scuole separate. Il 2 luglio 1990 dichiararono l’indipendenza della Repubblica del Kosovo che fu riconosciuta solo dall’Albania, adottarono una costituzione e tennero un referendum sull’indipendenza nel 1992. Il risultato del referendum fu un 98 per cento di sì di un totale dell’80 per cento dei votanti. La resistenza non violenta si trasformò ben presto, a partire dal 1995 (dopo la fine della guerra in Bosnia Erzegovina) in una lotta armata indipendentista a capo della quale vi fu l’UCK (Ushtria Clirimtare e Kosoves). Seguì il genocidio di Milosevic contro gli albanesi kosovari che si manifestò in massacri sanguinosi, uccisione di molti civili (il cui numero è stimato tra 5.000 da parte dei serbi fino ad un numero maggiore di 10.000 secondo fonti albanesi), in distruzioni di circa 200.000 abitazioni private, scuole, moschee ed altri edifici. Circa 800.000 civili furono costretto a fuggire dal Kosovo verso l’Albania.

Un vero conflitto armato esplose nel 1999 in cui si inserirono anche diverse forze internazionali per proteggere il Kosovo ed i suoi abitanti. La pulizia etnica fu così fermata e le due parti in conflitto furono invitate a trovare una soluzione comune, che ad oggi non ha visto un esito positivo. Con la Risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite 1244, approvata nel 1999 e a cui tutt’oggi i Paesi che non riconoscono l’indipendenza di Pristina (Russia e Cina in prima fila) fanno riferimento, il Kosovo fu provvisto di un Governo e un Parlamento provvisorio e posto sotto il protettorato internazionale UNMIK e NATO. I tentativi di normalizzazione della situazione delicatissima hanno però visto episodi sporadici di violenza, come ad esempio nel marzo 2004, quando gruppi composti principalmente da kosovari di etnia albanese attaccarono oltre trenta chiese e monasteri cristiani in Kosovo, uccidendo almeno venti persone e incendiando decine di abitazioni di serbi, nell’arco di cinque giorni .

Dopo la morte del presidente Ibrahim Rugova nel 2006 furono avviati i negoziati serbo–kosovari sotto la guida del mediatore ONU Martti Ahtisaari per definire lo status della provincia serba. Nonostante numerosissimi incontri tra le due parti, il piano per lo status finale del Kosovo preparato da Ahtisaari non fu mai condiviso ne’ dai serbi, che non volevano perdere la sovranita’ sulla provincia, ne’ dai kosovari, che miravano alla piena indipendenza. Il 16 febbraio 2008, un giorno prima dell’annunciata proclamazione d’indipendenza, l’Ue ha approvato l’invio di una missione civile internazionale in Kosovo, chiamata Eulex in sostituzione della missione UNMIK e per condurre il Paese nel periodo di transizione. La missione Eulex, composta da 2000 uomini, tra cui più di 200 italiani, ha l’obiettivo di sostenere le autorità kosovare nel mantenimento della sicurezza e dell’ordine pubblico, nel settore doganale e nell’amministrazione della giustizia. Lo stesso giorno dell’autoproclamata indipendenza da parte di Pristina, il 17 febbraio 2008, il Costa Rica è stato il primo Paese a riconoscere il Kosovo indipendente. Il giorno dopo, il 18 febbraio seguirono importanti riconoscimenti da parte degli Stati Uniti e dell’Albania. L’Ue non è riuscita a raggiungere un accordo unitario sul riconoscimento del nuovo Stato albanese e vi restano fortemente contrari Spagna, Grecia, Cipro, Romania e Slovacchia che nel riconoscimento ufficiale vedono un gravissimo pericolo di instabilità interna per le autonomie che chiedono più spazi e riconoscimenti. Il Governo italiano, ricordiamolo, ha riconosciuto ufficialmente l’indipendenza del Kosovo il 21 febbraio 2008.

Per quanto riguarda le forti contrarietà al riconoscimento da parte di paesi extraeuropei, vi sono in primo luogo Russia e Cina, entrambe con potere di veto al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, che non si è pronunciato a favore dell’indipendenza, ribadendo la propria Risoluzione n. 1244, che definisce il territorio kosovaro sotto sovranità serba. Le Nazioni Unite hanno accolto la richiesta della Serbia, rivendicata da Belgrado come una grande vittoria diplomatica, e hanno incaricato la Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja a pronunciarsi sulla legalità dell’autoproclamata indipendenza unilaterale del Kosovo. Il prossimo primo dicembre sarà cosi avviato il processo davanti a questo organo giuridico internazionale la cui decisione, anche se non vincolante, avrà un valore sicuramente rilevante, sia per il Kosovo indipendente che per i valori del diritto internazionale.

La Settimana scorsa, alla sessantaquattresima Assemblea Generale delle Nazioni Unite, che si caratterizza, come ormai di consueto, con gli interventi dei Capi di Stato e di Governo dei 192 Paesi membri dell’Onu, il presidente della Serbia Boris Tadic ha messo in primo piano, come annunciato, l’impegno della Serbia contro ulteriori riconoscimenti del Kosovo indipendente. Il presidente serbo si e’ appellato agli Stati che non hanno ancora riconosciuto la secessione di Pristina di non cambiare questa decisione e di impedire così una delle più grandi minacce al sistema internazionale che fu stabilito con l’istituzione delle Nazioni Unite. Rivolgendosi ai partecipanti dell’AG, il presidente Tadic ha sottolineato che i paesi che continueranno a sostenere l’integrità territoriale della Serbia contro la secessione di Pristina, contribuiranno alla decisione della Corte Internazionale di Giustizia chiamata a pronunciarsi sulla legalità dell’indipendenza kosovara in un’atmosfera libera di pressioni politiche. «Non c’è dubbio che il parere di questa corte sarà un forte precedente giuridico che si rispecchierà sull’intero sistema delle Nazioni Unite. L’esito finale ostacolerà gli altri momenti separatisti dal tentativo di realizzare le loro intenzioni oppure sarà un incoraggiamento ad intraprendere una via simile. In parole povere, se non verrà contestata questa indipendenza proclamata unilateralmente, saranno aperte le porte per negare l’integrità territoriale a qualsiasi membro delle Nazioni Unite» ha avvertito Boris Tadic. Come ribadito dal Capo dello Stato serbo, il principale obiettivo strategico della Seria è l’adesione all’Ue. Inoltre, «oltre ai quattro pilastri della nostra politica estera – Bruxelles, Mosca, Washington e Pechino – vogliamo approfondire i contatti con i paesi del movimento dei Nonallineati» ha detto Tadic al Palazzo di Vetro.

Il dibattito generale sulla legalità dell’indipendenza proclamata dal Kosovo, che si terrà in seno alla Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja, avrà quindi inizio il prossimo primo dicembre e avranno diritto ad intervenire, con dichiarazioni e commenti, tutti gli Stati membri delle Nazioni Unite, anche quelli che non hanno presentato precedentemente i loro rapporti con le argomentazioni e repliche. Il capo della diplomazia serba, Vuk Jeremic ha espresso soddisfazione che soltanto 61 Paesi, quindi meno di un terzo del totale di 192 Stati membri dell’Onu, hanno riconosciuto l’indipendenza kosovara, valutando che questo e’ dovuto al successo dell’impegno della diplomazia serba. Il Ministro degli Esteri serbo ha sottolineato anche l’importanza che tutti i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’Onu (Stati Uniti, Cina, Russia, Gran Bretagna e Francia) hanno accettato di presentare le loro posizioni sulla questione davanti alla Corte Internazionale di Giustizia. Belgrado si dice convinta che la Corte con sede all’Aja proclamerà l’indipendenza del Kosovo come un atto illegale e questo, secondo le valutazioni serbe, aiuterà la Serbia e l’intera regione a progredire nel cammino verso l’adesione all’Ue.


26 agosto 2009


KOSOVO: TENSIONI E PROCESSI, MANIFESTAZIONI E PROTESTE

La missione civile dell'Unione Europea in Kosovo (Eulex) vuole arrivare a un accordo con la Serbia per definire la questione dogane. Lo scrive il quotidiano Koha Ditore, secondo il quale Eulex avrebbe chiesto alle autorità kosovare il via libera per intavolare i colloqui con Belgrado. Il vicepremier kosovaro, Hajredin Kuci, ha assicurato che la richiesta verrà esaminata.
La questione va avanti da quando il Kosovo ha dichiarato unilateralmente l'indipendenza. Serbia e Bosnia-Erzegovina non importano e non fanno nemmeno transitare sul proprio territorio le merci "made in Kosovo", violando così l'accordo centroeuropeo di libero scambio (Cefta).
La questione dogane si aggiunge a quella del protocollo di cooperazione tra la polizia serba ed Eulex in materia di lotta alla criminalità organizzata, accordo a cui Pristina si oppone perché, come ha detto il premier kosovaro Hashim Thaci, non si tratta di "una questione tecnica" in risposta a quanto affermato dal capo di Eulex, Yves De Kermabon. Anche sette ong kosovare chiedono al parlamento di definire in maniera chiara i rapporti tra Eulex e le istituzioni kosovare sottolineando che alla parole dovranno seguire "azioni concrete".
Un accordo simile a quello in procinto di essere sottoscritto con la Serbia, è stato già siglato dalla missione Ue con l'Albania, la Macedonia e il Montenegro. Stando alle parole di Oliver Ivanovic, segretario al ministero serbo per il Kosovo e Metohia, la reazione di Pristina è solo dettata "da questioni di politica interna, perché il governo è nel bersaglio dell'opposizione e della critica per molti motivi".

Intanto l'ex premier kosovaro Ramush Haradinaj, e attuale leader dell'opposizione, dovrà comparire il prossimo 28 ottobre di fronte al Tribunale internazionale per l'ex Jugoslavia all'Aia a seguito del ricorso in appello presentato contro la sentenza di primo grado che lo aveva assolto dall'accusa di crimini di guerra. Al fianco di Haradinaj compariranno gli altri due ex membri dell'Esercito di liberazione del Kosovo (Uck), Idriz Balaj e Lah Brahimaj. Quest'ultimo era stato condannato a sei anni per trattamento crudele e tortura di prigionieri mentre gli altri due erano stati assolti da tutte le accuse di crimini compiuti a danno di serbi, rom e albanesi "collaborazionisti".
L'assoluzione di Haradinaj alimentò forti critiche nei confronti del Tribunale, accusato di essere 'anti-serbo', soprattutto alla luce del fatto che diversi potenziali testimoni, morirono in circostanze oscure, mentre il processo era in corso, e altri rinunciarono a comparire in aula per deporre. Per questo, la procura del Tpi ha presentato appello, chiedendo che siano raccolte le testimonianze di coloro che non sono stati ascoltati nel corso del processo in primo grado. L'udienza si svolgerà a un paio di settimane dalle prossime elezioni kosovare previste per il 14 novembre.

Ieri è inoltre di nuovo esplosa la tensione interetnica a Mitrovica, la città divisa lungo il fiume Ibar che rappresenta il "confine" tra la zona nord, dove i serbi sono maggioranza, e la parte nord del Kosovo dove invece predominano gli albanesi. Sette persone sono rimaste ferite negli scontri tra gruppi di appartenenti alle due etnie nei pressi di un cantiere dove un centinaio di serbi si erano riuniti per contestare la ricostruzione di case da parte degli albanesi.
Le unita' speciali di polizia di EULEX sono intervenute usando gas lacrimogeni per far cessare le sassaiole e disperdere i dimostranti. Secondo la polizia inoltre nella stessa zona e' stato fatto scoppiare un ordigno e sono stati esplosi diversi colpi di arma da fuoco.

Infine da segnalare l'iniziativa dell' Associazione della stampa serba e della sua sezione in Kosovo che sono scese oggi in piazza, a Pristina, reclamando giustizia per i giornalisti scomparsi durante la guerra del 1998-99. Il corteo era composto da serbi e da albanesi e ha sfilato pacificamente per le vie della capitale kosovara per poi sostare davanti alla sede della missione dell'UE a cui si chiede di fare finalmente luce sugli omicidi e i rapimenti di giornalisti, verificatisi durante il conflitto. Il capo missione Eulex, Yves de Kermabon, ha ricevuto una delegazione dei manifestanti.
In particolare, risultano ancora oggi scomparsi Slavko Perenic e Djuro Slavuj, di Radio Pristina (dal 1998), Ljubomir Knezevic, del quotidiano Jedinstvo (L'Unità) e corrispondente di Politika (dal 1999), Marijan Melonasi, di Radio Kosovo (dal 2000). Inoltre Non è mai stata fatta luce sul caso del giornalista serbo, Alaksandar Simovic, scomparso nel 1999 e del fotoreporter, Momir Stokuca, assassinato nello stesso anno. "Tornate da noi colleghi nostri" era la scritta, sia in lingua serba sia albanese, sul grande striscione dietro cui hanno sfilato i manifestanti.


21 aprile 2009


PASSAGGIO IN ONDA

Passaggio a Sud Est
è il sabato alle 22,30 su Radio Radicale


Gli argomenti della puntata del 18 aprile:

- il punto sulla situazione politica in Moldova;
- Kosovo, l'inchiesta della Bbc sui presunti crimini dell'Uck e l'iniziativa diplomatica serba contro l'indipendenza;
- il contezioso sui confini tra Slovenia e Croazia;
- schiarite tra Macedonia e Grecia sulla questione del nome della repubblica ex jugoslava;
- la stabilizzazione della Bosnia-Erzegovina;
- la legge sui collaboratori del regime comunista in Albania.

La trasmissione, curata e condotta in studio da Roberto Spagnoli con la collaborazione di Marina Sikora e Artur Nura, è riascoltabile come tutte quelle precedenti
sul sito di Radio Radicale.


9 aprile 2008


KOSOVO: IL RITORNO DI HARADINAJ RIAPRE LO SCONTRO TRA EX UCK

Il ritorno di Ramush Haradinaj sulla scena politica kosovara, dopo l'assoluzione dall'accusa di crimini di guerra e crimini contro l'umanità, rimette in discussione gli equilibri politici del giovane stato balcanico a poche settimane dalla dichiarazione unilaterale di indipendenza. Facendo riferimento al "Piano Ahtisaari" (da cui deriva la nuova Costituzione kosovara), l'ex premier ha già chiesto elezioni a tutti i livelli. La richiesta riapre, in particolare, la lotta con l'attuale primo ministro Hashim Thaci (suo ex compagno d'armi nell'Uck) interrotta tre anni fa quando Haradinaj accettò di dimettersi e di presentarsi davanti ai giudici del Tribunale internazionale sulla ex Jugoslavia.
L'ex premier tenta di rilanciare il suo partito, l'Alleanza per il futuro del Kosovo (Aak), che durante la sua detenzione nel carcere internazionale di Scheveningen in Olanda, ha perso consensi. Nonostante per i kosovari Haradinaj sia un eroe nazionale, il leader "ad interim" Bajram Kosumi, che gli era succeduto come primo ministro, alle elezioni politiche dello scorso novembre non è riuscito ad andare oltre uno scarso 10%. Ora l'ex guerrigliero si ricandida a guidare l'esecutivo polemizzando direttamente con l'attuale premier, Thaci, che di recente ha dichiarato che il suo governo non ha un piano di lavoro perché si è concentrato sulla questione dello status del Kosovo: "Lo status è solo un motivo in più per non cominciare a lavorare senza un programma, lo status è solo un dovere in più per un programma di governo", ha detto Haradinaj.
La rivalità tra Haradinaj e Thaci risale all'estate del 1999, alla fine della guerra con la Serbia, quando con l'arrivo dell'amministrazione Onu e la fine della sovranità di Belgrado, molti comandanti dell'Uck si trasformarono in leader politici. Thaci è abile a sfruttare le simpatie di cui gode in Occidente e la rivalità con Haradinaj, risalente all'epoca della guerriglia contro i serbi, si inasprisce definitivamente quando anche quest'ultimo si butta in politica grazie a Mahmut Bakalli, già storico leader del partito comunista jugoslavo, che mette insieme diversi piccoli partiti e dà vita all'Alleanza per il futuro del Kosovo. Haradinaj vince le elezioni del 2004, diventa premier ma a frenare la sua ascesa politica ci pensa il Tribunale dell'Aja che lo accusa di crimini di guerra e contro l'umanità. Haradinaj allora si dimette dalla carica di primo ministro e si consegna alla giustizia internazionale.


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permalink | inviato da robi-spa il 9/4/2008 alle 18:31 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


9 aprile 2008


ASSOLUZIONE HARADINAJ: UNA SENTENZA CHE FA DISCUTERE

Ramush HaradinajIl 3 aprile scorso il Tribunale internazionale per la ex Jugoslavia ha assolto l'ex premier del Kosovo Ramush Haradinaj dall'accusa di essere responsabile di crimini di guerra e contro l'umanità commessi contro la popolazione serba, quando era a capo dell'Uck, l'Esercito di liberazione del Kosovo, durante il conflitto del 1998-99. L'accusa aveva chiesto una pena di 25 anni. Il Tpi ha assolto anche Idriz Balaj, mentre Lahi Brahimaj, altro ex militante dell'Uck, dovrà scontare sei anni per aver torturato un paio di persone. I tre erano accusati di aver organizzato una "pulizia etnica" contro la popolazione non-albanese del Kosovo occidentale e l'eliminazione di albanesi ritenuti collaborazionisti del regime di Slobodan Milosevic allora al potere a Belgrado.

I fatti risalgono al periodo compreso tra il marzo e l'ottobre del '98, quando Haradinaj era a capo del settore di Dukagijn, Balaj era a capo dell'unità delle "Aquile nere" e Brahimaj era di stanza nel quartiere generale Uck di Djakovica. Secondo i giudici i maltrattamenti e le uccisioni "non sono avvenuti su una scala tale da dire che c'è stato un attacco contro una popolazione civile". Ovvero, "le vittime potrebbero essere state colpite più come individui che come membri di una popolazione civile perseguita". Il giudice Alphonsus Orie ha per altro rimarcato le difficoltà incontrate nel reperimento di testimoni d'accusa: "Il Tribunale ha avuto l'impressione che il processo sia svolto in un'ambiente nel quale i testimoni non si sentivano al sicuro". E l'ex procuratore del Tpi Carla Del Ponte aveva dichiarato che molti testimoni non si sono presentati in aula perché sono stati intimiditi mentre altri sono stati uccisi sollevando la questione davanti al Consiglio di sicurezza dell'Onu .

Alla notizia dell'assoluzione gli albanesi del Kosovo sono scesi in strada a festeggiare e dello stesso tono erano i titoli dei giornali locali in albanese: "Lacrime di gioia", "Il guerriero torna in liberta'", "Ramush rientra dalla sua ultima battaglia", "La giustizia prevale". Ugualmente molto positive sono state le reazioni dei leader politici kosovari: "Il governo del Kosovo saluta il verdetto ed il rilascio di Haradinaj e Balaj", ha commentato il premier Hashim Thaci (anche lui ex capo guerrigliero), secondo il quale la sentenza conferma il fatto che quella intrapresa dall'Uck "era una giusta guerra di liberazione". A Belgrado, come si può immaginare, la notizia è stata invece accolta con rabbia. "Haradinaj rilasciato, giustizia dietro le sbarre", ha titolato lo storico quotidiano "Politika", mentre per "Blic" "Il tribunale dell'Aja non ha più motivo di esistere". Allo stesso modo tutti gli esponenti politici serbi hanno condannato il verdetto giudicato "vergognoso" definendolo una "presa in giro della giustizia".

Il presidente serbo Boris Tadic ha chiesto che il Tribunale internazionale riveda l'assoluzione di Haradinaj giudicando la sentenza assolutamente ingiusta e annunciando l'intenzione di presentare ricorso "perché deve esser fatta giustizia e i criminali di guerra devono esser puniti in maniera adeguata". Peraltro Tadic (di orientamente moderato ed europeista) se da una parte ha rivendicato il diritto della Serbia a protestare contro la decisione dei giudici dell'Aja, dall'altra ha anche sostenuto che i politici dovrebbe astenersi da qualsiasi reazione emotiva. Il governo serbo, da parte sua, ha espresso la propria indignazione: "Con questa decisione, il Tribunale dell'Aia prende in giro la giustizia e prende anche in giro le vittime innocenti delle mani di Haradinaj", ha dichiarato il premier Vojislav Kostunica, (nazionalista moderato, grande rivale di Tadic), mentre Slobodan Samardzic, ministro per il Kosovo e Metohia, ha parlato di una "decisione catastrofica che avrà conseguenze politiche, morali e forse anche delle conseguenze sulla pace e la stabilità del Kosovo". Secondo Samardzic "la liberazione di Haradinaj ci dice che la giustizia internazionale non esiste quando si parla di crimini commessi nell'ex Jugoslavia". Samardzic è un fedelissimo di Kostunica, ma anche per il vicepremier Bozidar Djelic, esponente del Partito democratico di Tadic, l'assoluzione di Haradinaj rappresenta "un giorno nero per il diritto internazionale", scandalosa soprattutto "perché è avvenuta in seguito a forti pressioni sui testimoni" e la cui responsabilità "è di chi comanda il Tribunale dell'Aia".

Il premier Kostunica ha tirato in ballo direttamente l'Unione Europea. L'UE deve esprimersi ufficialmente sulla sentenza ha chiesto Kostunica a Bruxelles: "Se l'Ue pensa che, anche dopo l'assoluzione di Haradinaj, il Tribunale dell'Aia sia ancora un'istituzione credibile e decisiva nello stabilire il grado di cooperazione della Serbia con l'Ue, allora lo deve rendere noto ufficialmente. Così facendo - ha proseguito - l'Ue si prenderebbe la responsabilità della dichiarazione d'innocenza di Haradinaj". E ha concluso: "Ogni cittadino serbo sa che con questa decisione il Tribunale ha premiato il crimine e ha offeso tutte le vittime innocenti serbe delle mani di Haradinaj". La Commissione europea, però, non ha raccolto l'invito limitandosi a "prendere atto del verdetto", come ha dichiarato all'agenzia Apcom la portavoce del commissario all'Allargamento Olli Rehn, Krisztina Nagy, senza offire alcun altro commento.

La piena cooperazione con il Trbunale internazionale per l'ex Jugoslavia, in particolare per quanto
riguarda la consegna dell'ex generale serbo-bosniaco Ratko Mladic, è il principale ostacolo che Bruxelles ha messo sulla via dell'integrazione europea della Serbia. La firma dell'Accordo di stabilizzazione e associazione (Asa), che rappresenta il primo passo verso l'adesione all'Ue, è in sospeso da mesi proprio per questo motivo, anche se la stragrande maggioranza dei Paesi Ue sarebbe disposto ad ammorbidire questa posizione anche senza la cattura di Mladic. Tutto è bloccato, però, dall'intransigenza dell'Olanda e del Belgio. Certo questo atteggiamento non aiuta a rasserenare un clima già avvelenato dal riconoscimento dell'indipendenza del Kosovo da parte della maggioranza dei Ventisette. Caduta com'è nel pieno della campagna elettorale per le elezioni anticipate dell11 maggio, in cui è centrale l'argomento Kosovo, l'assoluzione di Haradinaj nemmeno aiuta il presidente Tadic ed il suo Partito Democratico e, anzi, porta ulteriore acqua al mulino dei nazionalisti, soprattutto a quello dei radicali che già oggi sono il primo partito e il cui leader Vojslav Seselj è sotto processo proprio all'Aja per crimini di guerra.

Fuori dal coro, come sempre, la voce di Cedomir Jovanovic, leader del Partito liberaldemocratico (Ldp). Da una parte giudica "amorale" la sentenza del Tribunale internazionale: "Tutti all'Aia sanno - ha detto Jovanovic durante un comizio elettorale - che Haradinaj è un criminale e ve lo possono anche dire. Ma vi diranno anche che non è stato possibile condannarlo perché i testimoni sono stati o intimiditi o uccisi". Dall'altra parte però ha aggiunto: "Anche se Haradinaj è in libertà, lotterò per mandare in galera i ricercati Radovan Karadzic e Ratko Mladic. Sono criminali di guerra e sono una vergogna per il popolo cui appartengo". Il Partito liberaldemocratico è l'unica formazione politica serba che è apertamente a favore dell'indipendenza del Kosovo. Per le prossime politiche corre da sola e i sondaggi la stimano al 6% delle preferenze.

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