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passaggioasudest [ la realtà politica dell'europa sud orientale dai balcani alla turchia ]
 



Questo blog è dedicato ad un'area cruciale per il futuro europeo. Per l'area che va dai Balcani occidentali alla Turchia, infatti, passa il futuro dell'Unione europea come progetto politico così come il futuro di questi Paesi passa dalla scelta dell'integrazione in questo progetto.




"Dobbiamo ricordarci che l’informazione è un veicolo diretto all’utente, non è un soliloquio da parte del giornalista. Bisogna tenere sempre presente che chi è dall’altra parte del microfono deve poter comprendere una realtà in cui non è presente. Questo, penso, è il massimo sforzo che i giornalisti devono compiere".
Antonio Russo



"Il vero referendum sul futuro dell'Unione si terrà nei Balcani"
International Balkan Commission


"E poi, un giorno, è stato costruito un ponte che collegava le due rive del Bosforo. Quando sono salito sul ponte e ho guardato il panorama, ho capito che era ancora meglio, ancora più bello di vedere le due rive assieme. Ho capito che il meglio era essere un ponte fra due rive. Rivolgersi alle due rive senza appartenere".
Orhan Pamuk, Istanbul



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8 febbraio 2010


I BALCANI SONO LA SFIDA PIU' IMPORTANTE PER LA STABILITA’ DELL’EUROPA

Di Marina Szikora (*)
I Balcani anche quest’anno saranno la piu’ grande sfida per la stabilita’ dell’Europa e le tensioni interetniche in BiH e la questione della minoranza serba in Kosovo richiederanno l’impegno dell’Occidente. Questa la valutazione espressa nel rapporto dei servizi di informazione americani relativi ai rischi sulla sicurezza nel mondo. Nel rapporto firmato dal consigliere del presidente americano, direttore del Servizio di informazione nazionale, Dennis Blair, si afferma che gli Stati Uniti e l’Ue manterranno una influenza notevole nei Balcani occidentali e che il loro impegno avra’ un impatto significativo sulle vicende nella regione. “Il proseguimento dell’instabile convivenza interetnica in BiH e la questione della minoranza serba in Kosovo, soprattutto al nord del Kosovo, continueranno ad essere le fonti di tensioni che richiederanno un impegno diplomatico e di sicurezza da parte dell’Occidente” si legge nel rapporto presentato alla commissione del senato per i servizi di informazione del Congresso americano.
Il maggior numero dei serbi in Kosovo continuano ad essere orientati verso Belgrado e rifiutano l’integrazione nelle istituzioni kosovare anche se si ha l’impressione che ci sono cambiamenti lenti al sud del Kosovo, mentre l’influenza delle autorita’ kosovare sui serbi al nord sono estremamente deboli, valuta il rapporto americano del 2 febbraio. Nel rapporto si legge inoltre che “la presenza della NATO, anche se minore, e’ ancora necessaria per ostacolare le violenze e la sua sorveglianza delle forze di sicurezza kosovare e’ cruciale per l’efficacia di queste forze e per lo sviluppo democratico”. Si valuta che nei prossimi anni “Pristina continuera’ a dipendere dagli aiuti economici e di sviluppo della comunita’ internazionale nonche’ dal sostegno diplomatico e potenzialmente quello di sicurezza per il consolidamento dello Stato”.
I leader serbi (di Belgrado) si impegnano per il futuro europeo e il presidente della Serbia Boris Tadic vuole un progresso veloce verso l’ingresso della Serbia all’Ue, ma Belgrado non mostra cenni di essere intenzionata ad accettare l’indipendenza del Kosovo” afferma il rapporto statunitense e aggiunge che Belgrado aspetta la decisione consultativa della Corte internazionale di Giustizia sulla legalita’ dell’indipendenza unilaterale di Pristina.
Dennis Blair ha espresso preoccupazione per la “stabilita’ della Bosnia” aggiungendo pero’ che non vi esiste un pericolo diretto dell’esplosione di violenze o del disfacimento della BiH. Le questioni etniche sono dominanti nei processi politici nel Paese a causa dei quali sono bloccate le riforme. “Le tre parti non sono riuscite a raggiungere un accordo sulle riforme costituzionali proposte congiuntamente dall’Ue e Stati Uniti alla fine del 2009 e cosi’ sono stati ostacolati gli sforzi per il rafforzamento del governo centrale che dovrebbero avviare il Paese verso l’Ue e la NATO” evidenzia il rapporto di Blair. Si aggiunge che l’insucesso delle riforme, con i tentativi dei serbi bosniaci di ostacolare le singole riforme e la loro richiesta di avere il diritto al referendum sulla secessione, hanno contribuito “all’aumento delle tensioni interetniche”.
Questo trend molto probabilmente continuera’ poiche’ i leader bosniaci vogliono consolidare le loro posizioni rivolgendosi agli elettori delle loro rispettive comunita’ nazionali in vista delle elezioni che si svolgeranno il prossimo autunno, valuta il consigliere del presidente americano Obama. Va detto pero’ che la parte relativa ai Balcani si trova al fondo del rapporto sulle valutazioni dei rischi nel mondo.

(*) Corrispondente di Radio Radicale. Il testo è tratto dalla corrispondenza per la puntata del 6 febbraio di Passaggio a Sud Est


29 ottobre 2009


QUALE FUTURO PER LA BOSNIA ERZEGOVINA?

Di Marina Szikora

Quello che segue è un articolo che riguarda la situazione della Bosnia Erzegovina e la crisi politico-istituzionale che il Paese sta attraversando. Marina come sapete è corrispondente di Radio Radicale e collabora fin dall'inizio a Passaggio a Sud Est.
Questo articolo sulla Bosnia è stato pubblicato su Libertiamo.It e ha sviluppato un dibattito... sulla Macedonia!
Cose che capitano on-line.

Con l’Accordo di Dayton, stipulato il 21 novembre 1995 nella base Wright-Patterson Air Force di Dayton, in Ohio, venne posta la fine alla guerra in Bosnia Erzegovina. Ma non solo: l’intesa segnò la fine della brutale guerra in ex Jugoslavia. L’accordo prevedeva anche la restituzione della Slavonia Orientale alla Croazia, regione che fino alla fine della guerra era stata occupata dalla Serbia. Venne riconosciuta ufficialmente la presenza in
Bosnia Erzegovina delle due entità che la compongono tutt’ora: la Federazione BiH a maggioranza croato-musulmana, che detiene il 51 per cento del territorio della Bosnia Erzegovina, e la Republika Srpska, l’entità a maggioranza serba che detiene invece il 49 per cento del territorio.

Ma sin da quel momento, la situazione in Bosnia Erzegovina è stata molto delicata, segnata da una profonda e insuperabile crisi politica, oggi forse più minacciosa che mai, che ha pesantemente ostacolato il cammino della Bosnia Erzegovina e dei suoi cittadini verso le integrazioni euroatlantiche.

La pentola bosniaca sta bollendo o, meglio, non ha mai smesso di bollire. Come il tradizionale piatto della cucina nazionale, la Bosanski lonac (pentola bosniaca), composto da diversi ingredienti e messo a lunga bollitura.
Le speranze per superare l’attuale crisi, che tiene in stato di fermo le riforme costituzionali indispensabili per avviare il Paese verso un desiderato futuro euroatlantico, sono puntate sui negoziati guidati da una squadra composta da Stati Uniti e Unione europea, la cui prima tappa è stata la riunione svoltasi lo scorso 9 ottobre a Butmir, nella base militare dell’EUFOR presso Sarajevo. Si è trattato di una iniziativa molto importante per la Bosnia Erzegovina, l’ennesimo tentativo di trovare una soluzione duratura per il futuro del Paese. Annunciando la riunione di Butimir, i media regionali hanno parlato addirittura di una “Mini Dayton” che potrebbe essere l’inizio di una revisione dell’Accordo che segnò la fine della guerra in BiH.

Proprio sperando di centrare un obiettivo tanto ambizioso, gli Stati Uniti e l’Ue avevano convocato i leader degli otto più importanti partiti politici della BiH. L’assenza di qualcuno di questi ha contribuito al sostanziale fallimento del primo incontro. Il 20 e 21 ottobre sé allora tenuto un second round, di due giorni, sempre a Butmir. I mediatori, Carl Bildt (a nome dell’attuale presidenza dell’Ue), Olli Rehn (eurocommissario per l’Allargamento) ed il vicesegretario di stato americano, James Steinberg, si sono riuniti con sette leader politici della BiH per cercare un accordo sul pacchetto di proposte, anzitutto relative alle riforme costituzionali.
Anche quest’ultimo incontro, a detta di molti osservatori, è stato piuttosto inproduttivo.
Per i rappresentanti internazionali, la serie di colloqui non va considerata come un risultato scoraggiante, bensì come una fase del processo, che proseguirà la prossima settimana con il ritorno a Sarajevo del team di esperti dell’Ue e degli Stati Uniti e con la successiva riunione del Consiglio per l’implementazione della pace in BiH (PIC), prevista per il 18 novembre.
Non volendo tingere di pessimismo l’esito della riunione a Butmir, Carl Bildt ha dichiarato di essere soddisfatto dell’ «atmosfera costruttiva», sottolineando che i leader dei partiti della BiH hanno dimostrato disponibilità a lavorare congiuntamente sull’integrazione della BiH nell’Ue e nella NATO.

Ma i leader politici della BiH hanno qualificato il «Butmir 2» come un fallimento e della stessa opinione sono anche i media locali.
Secondo Haris Silajdzic, membro bosgnacco (bosniaco-musulmano, ndr) dell’attuale presidenza tripartita della BiH e presidente del Partito per la BiH (Stranka za BiH), la riunione conclusasi mercoledì non ha prodotto nessuna novità di rilievo, soprattutto per quanto riguarda l’ipotesi di liberalizzazione del regime di visti, tema considerato focale dallo stesso Silajdzic e da una fetta importante dell’opinione pubblica.
Il più ottimista è stato Sulejman Tihic, presidente del Partito per l’Azione democratica (SDA) secondo il quale le soluzioni offerte da parte dell’Ue e degli Stati Uniti sono “condizionalmente accettabili”, insufficienti ma migliorative rispetto alla situazione attuale. Tihic ha dichiarato che l’SDA ha fatto di tutto per raggiungere un accordo, non voluto dagli altri: «A causa della loro politica, sia minimalista che massimalista, non abbiamo ottenuto nessun accordo», ha commentato l’esponente bosgnacco.
Dragan Covic, presidente dell’HDZ BiH, il maggiore partito croato, ha affermato che in questo momento si può aspettare solo l’accordo sullo status e sulla divisione del patrimonio statale, ma non sulle riforme costituzionali. ”Per quanto riguarda i croati, abbiamo chiaramente illustrato la nostra posizione secondo cui la BiH non può sopravvivere se non è concepita come uno Stato di tre popoli costituenti con uguali diritti”, ha detto Covic aggiungendo che è inconcepibile che “qualcuno tenti a modificare la costituzione eliminando completamente un popolo”.

Il più negativo, come previsto,  è stato il premier della Republika Srpska e presidente del Partito dei socialdemocratici indipendenti serbi (SNSD), Milorad Dodik. «I colloqui a Butmir sono finiti» sostiene, sperando «di non tornarci mai più». Secondo Dodik «l’unica soluzione per la BiH è che i protagonisti politici locali, rappresentanti dei tre popoli, discutano di un modello accettabile per tutti, e che dietro le proposte che arrivano dalla comunità internazionale non vi sia sempre la protezione degli interessi bosgnacchi». «A noi è tutto chiaro, abbiamo visto come è andata per i croati nella Federazione BiH, e adesso questo modello lo si vuole attuare a livello dell’intero Paese, il che significa che i serbi diventerebbero minoranza nazionale. Alcuni dei negoziatori stranieri lo ammettono apertamente, affermando che l’Europa ha degli ottimi meccanismi di protezione delle minoranze. Qui il problema è che i serbi, croati e bosgnacchi sono popoli costituenti e non possono diventare minoranze. A tal fine bisogna adattare tutti i meccanismi dello Stato»

Le divergenze delle due entità che costituiscono la Bosnia di Dayton da molto tempo bloccano completamente il processo di riforme, fermando il cammino della BiH verso l’Europa. La Federazione BiH vorrebbe uno Stato centrale più efficiente e meglio funzionante, mentre la Republika Srpska e i suoi leader si oppongono fortemente al rafforzamento delle istituzioni centrali e ad una possibile eliminazione delle entità.
Il vertice di Butmir, almeno per adesso, è finito senza risultati particolari. Tanto per confermare quanto la situazione resta complicata.
Una soluzione potrebbe passare da Belgrado. Secondo il quotidiano di Sarajevo ‘Dnevni avaz’, l’Europa sembra infatti pronta ad offrire alla Serbia l’attuazione dell’Accordo di stabilizzazione e associazione (Asa), oggi bloccato a causa del veto olandese posto per la mancata estradizione dei due super ricercati dell’Aja, Ratko Mladic e Goran Hadzic (accusati di crimini di guerra), se Belgrado riuscirà a convincere la Republika Srpska ed il suo premier Milorad Dodik ad accettare il nuovo pacchetto di riforme costituzionali. Stando al Dnevni avaz, quindi, Bruxelles sarebbe pronta a chiedere all’Olanda un ammorbidimento a condizione che i rappresentanti dei serbi bosniaci accettino il pacchetto di riforme. In caso contrario, il cammino europeo della Serbia rimarrebbe bloccato. Un assaggio di questa disponibilità comunitaria sarebbe stato il Rapporto della Commissione europea sull’avanzamento della Serbia, presentato recentemente a Bruxelles e qualificato dagli stessi vertici serbi come il migliore che la Serbia abbia ottenuto finora.
In tutto questo non c’è da trascurare l’aumento delle violenze nel Paese, che ha raggiunto il suo culmine nelle recenti vicende di Siroki Brijeg in Erzegovina, quando durante una partita di calcio tra una squadra bosgnacca ed una croata, è stato ucciso con un’arma di fuoco il giovane 24enne Vedran Puljic. L’assassino, si dice, sarebbe fuggito grazie all’aiuto della polizia dopo essersi consegnato e ammesso di aver commesso il delitto. “Non ho davvero parole”: questa è stata la reazione a caldo dell’Alto rappresentante della comunità internazionale, il diplomatico austriaco Valentin Inzko, mentre centinaia di forum su internet venivano chiusi dai loro stessi amministratori, sommersi da una marea di messaggi nazionalistici pieni di linguaggio di profondo odio etnico. Non sorprende che più d’uno faccia paragoni tra la vicenda e l’inizio degli anni ’90, quando scontri e violenze intorno ai campi di calcio sono stati il preludio alla guerra.
Quo vadis?, viene da chiedere alla Bosnia Erzegovina uscita da Dayton.


21 ottobre 2009


PASSAGGIO SPECIALE: LA BOSNIA ERZEGOVINA TRA DAYTON E L'EUROPA

Lo Speciale di Passaggio a Sud Est in onda questa sera alle 23,30 a Radio Radicale è dedicato alla Bosnia Erzegovina alla luce dei colloqui voluti da Usa e Ue per cercare di superare l'impasse politica che blocca il processo di riforme necessarie a garantire un futuro di stabilità e di integrazione internazionale per il Paese.
Si è concluso oggi a Camp Butmir, la base Nato nei pressi di Sarajevo, un nuovo round di colloqui iniziato ieri nell'ambito dell'iniziativa congiunta dell'Unione Europea e degli Stati Uniti per far ripartire il processo di riforme politiche e istituzionali e sostenere l'avvicinamento del Paese all'Ue e alla Nato. Il colloquio, il secondo in dieci giorni, non ha dato esiti concreti, ma i mediatori statunitensi ed europei insistono sulla possibilità di concludere i colloqui che potranno portare a un accordo nonostante l'attuale stallo.
Lunedì, il leader serbo Milorad Dodik aveva dichiarato di essere stato informato del pacchetto di riforme proposto da Bruxelles e Washington e che lo avrebbe respinto, "perché mirato solo a proteggere gli interessi dei musulmani bosniaci". Da parte sua, il leader croato Dragan Covic aveva affermato che la proposta non è favorevole alla sua comunità, mentre i leader musulmani ritengono che le riforme proposte non siano sufficienti. L'incontro odierno ha confermato queste riserve e ha segnato un nulla di fatto.
Ue e Usa continuano comunque la loro iniziativa di pressione sulle forze politiche della Bosnia-Erzegovina perchè trovino un'intesa per portare avanti l'integrazione euro-atlantica.

Lo Speciale di Passaggio a Sud Est è a cura di Roberto Spagnoli con la collaborazione di Marina Sikora e Artur Nura ed è disponibile sul sito di Radio Radicale nella sezione delle Rubriche.


11 ottobre 2009


LA BOSNIA-ERZEGOVINA DA DAYTON A... DOVE?

La comunità internazionale si muove per cercare di affrontare la crisi politica e istituzionale che rischia di distruggere la Bosnia Erzegovina a quindici anni dagli accordi di pace di Dayton. Il 9 ottobre per iniziativa di Ue e Usa si è svolto a Butmir, nei pressi di Sarajevo, un vertice a cui sono stati convocati i leader degli otto più importanti partiti politici. All'incontro non è stata invitata la Russia, che non ha gradito l'esclusione. Una prossima riunione è stata fissata per il prossimo 20 ottobre. Questa "mini Dayton”, come è stata definita, certo in maniera eccessiva, da alcuni commentatori potrebbe però rappresentare effettivamente l’inizo di una revisione dell’Accordo che segnò la fine del conflitto del 1992-95.
Attualmente la Bosnia è divisa in due entità: la Federazione croato-muslmana e la Republika Srpska ognuna con le sue istituzioni separate. Al vertice una presidenza tripartita retta a turno da un rappresentante di ciascuna delle tre etnie maggiori. Il Paese è sottoposto ad un protettorato esercitato da un Alto rappresentante internazionale con poteri di controllo e di veto sulle autorità locali. I veti incrociati tra le diverse etnie e le loro diverse forze politiche, uniti alle spinte secessioniste provenienti in particolare dalla Republika Srpska, hanno bloccato il processo di riforme e provocato un impasse istituzionale i cui esiti potenziali potrebbero portare alla dissoluzione del Paese. In questo quadro non aiuta l'ipotesi di riduzione del contingente militare internazionale e l'intenzione di chiudere l'ufficio dell'Alto rappresentante più volte manifestata da diversi Paesi europei.

Qui di seguito la parte della corrispondenza di Marina Sikora andata in onda su Radio Radicale nella puntata del 10 ottobre di Passaggio a Sud Est dedicata alla riunione di Butmir.


Venerdi’, 9 ottobre, si e’ svolta a Butmir una riunione molto importante per la Bosnia Erzegovina in chiave di trovare una soluzione duratura per la profonda crisi politica in cui ormai da lungo tempo si trova questo Paese dell’ex Jugoslavia che dopo la guerra sanguinosa degli anni ’90 oggi e’ concepito sulle basi stabilite con l’Accordo di pace di Dayton. Annunciando il vertice di Butimir, nella base della Nato e dell’Eufor alla periferia di Sarajevo, i media hanno parlato addirittura di una “Mini Dayton” che potrebbe essere l’inizo di una revisione dell’Accordo che segno’ la fine della guerra in BiH. La riunione e’ stata organizzata dall’Unione europea e dagi Stati Uniti per convocare i leader degli otto piu’ importanti partiti politici di cui non tutti hanno confermato la loro presenza. I vertici europei ed americani sono preoccupati dello stallo politico nel Paese e sperano che questo incontro possa favorire un accordo su tutta una serie di cambiamenti, tra cui la riforma costituzionale, indispensabile per l’avanzamento della Bosnia Erzegovina nelle integrazioni euroatlantiche. Le divergenze delle due entita’ che costituiscono la Bosnia di Dayton, la Federazione BiH (a maggioranza croato musulmana) che vorrebbe uno stato piu’ funzionante e la Republika Srpska (a maggioranza serba) i cui leader si oppongono fortemente al rafforzamento delle istituzioni centrali e ad una possibile eliminazione delle entita’, hanno completamente bloccato il processo di riforme e fermato il cammino della BiH verso l’Europa. Proprio per questo, il ministro degli Esteri svedese Carl Bildt, a nome della presidenza dell’Ue, e il sottosegretario di Stato americano, Jim Steinberg, hanno invitato alla riunione di Butmir i leader dei piu' importanti partiti politici. Milorad Dodik, dal canto suo, considerato il fattore piu’ preoccupate per la sua rigida retorica, ha assicurato che ''non passera' nulla che danneggi la Rs e le sue competenze e che non ci sara' alcuna decisione sulle modifiche costituzionali, delle quali si puo' discutere solo in linea di principio''. Per Dodik, la sua presenza a Butimir e’ a fin di discutere e non di raggiungere degli accordi.

La riunione alla quale hanno partecipato quindi il ministro degli esteri Carl Bildt, il vice segretario di Stato americano James Steinberg, e l’eurocommissario all’allargamento Olli Rehn almeno per adesso e’ finita senza risultati particolari. Tanto per confermare quanto la situazione resta complicata. Anche se nessuno dei tre diplomatici occidentali non ha voluto illustrare i detagli proposti ai leader politici della BiH, da quanto dichiarato dal capo della diplomazia svedese a nome della presidenza europea, e’ evidente che si tratta di soddisfare le condizioni che prima aveva posto il Consiglio per l’attuazione della Pace in BiH (PIC) che implicano anche delle piccole modifiche della Costituzione. La prossima riunione dei diplomatici euro-americani con i leader politici della BiH dovrebbe svolgersi il 20 ottobre. Secondo le aspettative di Bildt e Steinberg, i capi degli otto partiti politici della BiH dovrebbero utilizzare il tempo per consultare le proposte e considerare le misure da intraprendere.

C’e’ da sottolineare che in vista del vertice di Butmir, a opporsi alla iniziativa dell’Ue e degli Stati Uniti e’ stata la Russia, infastidita per il mancato invito a questa riunione. A chiarire la posizione di Mosca e’ stato l’ambasciatore russo Alexander Botsan Kharchenko che ha ribadito l’immediata necessita’ di trasformare l’Ufficio dell’Alto rapprsentante internazionale per la BiH e di cambiare l’atteggiamento della comunita’ internazionale nei confronti della BiH. Nella sua intervista rilasciata qualche giorno fa per i media della Rs, l’ambasciatore russo ha spiegato che la Russia e’ sempre stata a favore del dialogo, come unico meccanismo per risolvere i problemi del Paese. Ma secondo Kharchenko, subentrato da pochi giorni nella sua funzione di ambasciatore russo in BiH, tutte le tensioni che si possano definire “crisi” non saranno mai cosi’ gravi da provocare una disintegrazione del Paese. E mentre l’opinione generale e’ che in BiH vi e’ una profonda crisi politica che produce instabilita’, l’ambasciatore russo afferma che “la Bosnia e’ stabile” e che Mosca “non crede che questo tipo di controversie possa disintegrare il Paese” aggiungendo anche che “la Russia ritiene che il Paese e’ stabile, ma deve fare necessariamente un passo avanti nel rispetto di tutti i rappresentanti delle istituzioni in BiH e delle due entita’. Si deve migliorare il potere centrale ma sulla base dell’Atto di Dayton”, sottolinea Kharchenko. L'ambasciatore russo ha  chiaramente esposto la sua opinione che nessun cambiamento o riforma costituzionale deve essere una condizione necessaria per la chiusura dell'ufficio dell'OHR.  Avverte infatti che ogni cambiamento dell'Atto costitutivo "potra’ essere  fatto solo sulla  base di un consenso interno, con l'accordo di tutti", e, poiche’ su di esso esistono molti disaccordi, "non e’ questo il momento di apportare dei cambiamenti all’Accordo di Dayton”. E sempre in questa intervista, il rappresentante diplomatico russo, riprendendo le stesse parole del ministro degli esteri russo Sergei Lavrov, si e’ detto contrario all’utilizzo dei poteri di Bonn che, secondo lui, potranno solo provocare una nuova situazione di crisi e ostacolare il dialogo in Bosnia Erzegovina. “La Russia considera le misure di Valentin Inzko inutili e smisurate, come inutili ed inefficaci sono i poteri di Bonn” ha detto Kharchenko. Infine, per quanto riguarda il processo di integrazione della BiH, l’ambasciatore russo e’ dell’opinione che il Paese non si trovi a grande distanza rispetto agli altri Stati della regione. La posizione della Russia – ha ricordato – e’ ben nota a riguardo della strumentalizzazione dell’alleanza con la Nato come mezzo di stabilizzazione e di sicurezza di un paese. Sia la NATO che l'Unione Europea, sono una  decisione che spetta al Paese, e non saranno un ostacolo per i rapporti bilaterali con la Russia, conclude l'ambasciatore Kharchenko.

Ma la risposta ad un atteggiamento del genere, e’ proprio la situazone attuale in BiH dove la realta’ e’ davvero quella di una “pentola bosniaca” (in riferimento a Bosanski lonac, tipico e tradizionale piatto bosniaco) che nuovamente sta’ bollendo. L’aumento di violenze ha raggiunto il culmine nelle vicende di Siroki Brijeg in Erzegovina, ad una partita di calcio tra la squadra bosgnacca e quella croata in cui e’ stato ucciso con un’arma di fuoco il giovane 24 enne Vedran Puljic, tifoso della squadra di calcio Sarajevo e il cui assasino, si dice grazie all’aiuto della polizia e’ riuscito a fuggire dopo essersi consegnato e ammesso di aver commesso il delitto. “Non ho davvero parole” erano le prime reazioni dell’Alto rappresentante della comunita’ internazionale Valentin Inzko di seguito a questa vicenda tragica. Un gran numero di siti Internet hanno sospeso i forum su quanto accaduto a Siroki Brijeg poiche’ gli amministratori dei siti non sono riusciti a cancellare la marea di messaggi nazionalistici dei visitatori pieni di linguaggio di profondo odio etnico. Siccome i disordini e l’uccisione tragica sono avvenuti in tempi di forti tensioni nazionaliste, non sorprende il fatto che si fanno paragoni del momento attuale con la situazione all’inizio degli anni ’90 e l’agonia che, come molti lo ritengono, e’ iniziata proprio sui campi di calcio e nei loro dintorni. Vedran Puljic e’ stato ucciso recandosi alla partita di calcio a Siroki Brijeg, proprio come e’ accaduto, solo due settimane fa al tifoso francese Brice Taton, morto dalle ferite subite in un pestaggio di tepisti alla partita di calcio a Belgrado tra la squadra serba e quella francese.

A proposito delle vicende tragiche e del clima generale in BiH, c’e’ davvero da chiedersi “Dove sta’ andando oggi la Bosnia Erzegovina di Dayton?”.

Giovedi’, il giorno dei funerali del giovane tifoso, e’ stata convocata anche una riunione straordinaria del Consiglio comunale di Siroki Brijeg e sono state annunciate per venerdi’ nuove manifestazioni di protesta di molti gruppi di tifosi non soltanto dalla BiH ma anche dalla Croazia. Nella Dichiarazione che e’ stata difusa dalla riunione si condannano le violenze di tifosi con partiolare accento sull’ “Orda di male”, la squadra di tifosi di Sarajevo. In questa Dichiarazione si legge che i tifosi della squadra di Sarajevo avvolti nei cosidetti colori patriotici si sono avviati “a reprimere i territori nemici”. Armati innanzitutto di odio, e quindi anche di argini ed armi, arrivati a Siroki Brijeg, presumibilmente a fin di tifare per la loro squadra, si sono scagliati con violenza contro la citta’ di Siroki Brijeg e i suoi cittadini. “Venne distrutto tutto cio’ che si poteva distruggere, massacrate e picchiate le persone nelle loro case e cortili, attacati e feriti i rappresentanti di polizia” si afferma nella Dichiarazione del Consiglio comunale di Siroki Brijeg.

Sempre giovedi’, in vista del summit di Butmir a Mostar si sono riuniti i rappresentanti dei cinque partiti croati i quali hanno convenuto che i due partiti che parteciperanno alla riunione di Butmir, rappresenteranno la posizione congiunta dei croati bosniaci sulla modifica della Costituzione a fin di assicurare uno status di pari diritti ai croati in BiH. Ritengono pero’ che a causa dell’attuale situazione, cio’ sara’ difficilmente realizzabile.


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27 agosto 2009


LA SERBIA CONTA. MOSCA, PECHINO E WASHINGTON LO SANNO. E BRUXELLES?

Boris Tadic e Hu Jintao durante un precedente incontro nel 2005 (Foto tratta dal sito www.paople.com.cn)Chi pensa che i Balcani siano una regione marginale rispetto alle grandi partite geo-strategiche in corso, un'area complicata, incomprensibile, tutto sommato poco significativa nel ridisegno dei rapporti di forza a livello globale, farebbe bene a ricredersi e a tenere d'occhio le manovre dei grandi attori mondiali nella regione e il ruolo della Serbia, che di questa è regione è la chiave di volta.
Lo scorso maggio Belgrado ha ospitato il vice-presidente americano Joe Biden in una delle sue prime missioni internazionali da quando è arrivato alla Casa Bianca. In autunno, invece, sarà la volta del presidente russo Medvedev. Il presidente serbo Boris Tadic, intanto, è appena rientrato da un’importante visita ufficiale a Pechino, dove si è recato dal 20 al 24 agosto insieme al ministro degli Esteri Jeremic, al ministro dell’Economia Dinkic e ad una folta delegazione di imprenditori.
L’obiettivo era quello di portare in Serbia gli investimenti di una delle potenze economiche e politiche più importanti al mondo attraverso un programma fitto di incontri con diverse realtà economico-finanziare. Obiettivo raggiunto, visto che la missione serba è tornata in patria con una serie di accordi significativi sul piano politico e soprattutto economico, tali da far dichiarare a Tadic, già alla vigilia della partenza, che la Cina è la “quarta colonna” della politica estera serba, insieme a Washington, Mosca e Bruxelles.
Del resto gli ottimi rapporti tra i due paesi affondano le loro radici fin dagli anni ‘70, quando l’ostilità che aveva caratterizzato i rapporti tra la Cina di Mao e la Jugoslavia titoista lasciò via via il posto ad un riavvicinamento che Slobodan Miloševic strinse ulterirmente anche per rispondere all’isolamento internazionale. Non a caso durante la guerra del 1999, i caccia americani colpirono l'ambasciata cinese in Serbia, anche se la versione ufficiale di Washington parlò di errore. Il bombardamento fece stringere ulteriormente i rapporti tra i due paesi, che non mutarono nemmeno dopo la caduta di Slobo e il cambio di regime a Belgrado. La vicenda dell'indipendenza del Kosovo ha ribadito la comunanza di vedute rispetto ai problemi di sovranità. Questa convergenza è alla base dell'accordo di collaborazione strategica firmato in questi giorni da Tadic e dal suo omologo cinese Hu Jintao.
Le questioni strettamente politiche sono però il quadro entro il quale dare vita ad una proficua collaborazione economica e commerciale. E questo è stato il risultato più concreto della visita di Tadic a Pechino, la terza negli ultimi quattro anni. Dati i limiti del mercato serbo in termini di assorbimento delle esportazioni cinesi saranno le infrastrutture il settore più significativo di una collaborazione fondata su ottime relazioni politiche: Tadic ha infatti sottolineato che la Serbia è destinata a somigliare sempre più ad un grande cantiere nei prossimi anni.
Belgrado sembra insomma avviata a diventare un’importante testa di ponte per la Cina interessata ad ampliare la propria presenza in Europa attraverso i paesi economicamente emergenti impegnati nel processo di integrazione nell’UE. Si noti che la Serbia ha ottenuto una partnership strategica che la Cina al momento ha accordato a non molti altri paesi al mondo.
In un articolo pubblicato oggi sul sito di Osservatorio Balcani, che ho qui riassunto e in cui analizza il senso della missione serba in Cina, Marco Abram fa opportunamente notare che "l’idea [del governo serbo] sembra quella di far valere la propria posizione strategica e - in un momento di ridefinizione degli assetti geopolitici globali – di maturare l’eterogenea rete di relazioni che il paese ha sul piano economico e politico. Non poteva mancare quindi uno dei poli più importanti nel quadro delle relazioni internazionali odierno come la Cina che, attraverso gli accordi economici e i ricorso a strumenti di soft power, sta cercando di contendere l’influenza agli Stati Uniti in realtà emergenti e in via di sviluppo". In altre parole, "Belgrado, pur mantenendo prioritario l’obiettivo dell’integrazione europea, sembra quindi intensificare gli sforzi verso il consolidamento di una articolata politica estera autonoma. Non a caso, prima della partenza per la Cina, è stato sottolineato più volte come l’ingresso nell’UE non muterà il carattere dei rapporti diplomatici che si stanno perfezionando in questo periodo".
Bruxelles, Washington, Pechino e Mosca quindi. Washington si è mossa a maggio, a Pechino è andato (di nuovo) Tadic, da Mosca fra poco arriverà Medvedev. E Bruxelles? L'Unione Europea ha rallentato da tempo il processo di integrazione dei Balcani e sembra non sapere o non volere più impegnarsi per e nella regione: sarà capace di abbandonare incertezze, ritrosie e diffidenze, o si comporterà ancora una volta da nano politico? La Serbia conta, come recita il titolo del saggio da poco pubblicato e di cui ho parlato in un post qualche giorno fa: Mosca e Pechino lo sanno, la Washington di Obama se ne è accorta. E Bruxelles?


5 agosto 2009


GEORGIA: SALE LA TENSIONE AD UN ANNO DAL CONFLITTO IN OSSEZIA

La Georgia si riarma e sta preparando una nuova aggressione. L'accusa viene dal generale Anatoly Nogovitsin, vice capo di stato maggiore delle forze armate russe, secondo il quale oggi Tbilisi ha capacità militari superiori rispetto alla guerra dell'agosto 2008.
Con l'approssimarsi del primo anniversario del conflitto in Ossezia del sud sale dunque nuovamente la tensione tra i due Paesi e dopo le accuse di bombardamenti dei giorni scorsi, ora Mosca sostiene che Tbilisi starebbe preparando una nuova aggressione. "L'addestramento tattico delle forze armate georgiane indica che il focus è posto sulla minaccia da nord, sulla Russia. Noi siamo ancora disegnati come il nemico", ha affermato il generale russo in una conferenza stampa.
"La Russia è l'obiettivo di tutte questa attività. Su questo si basano le dichiarazioni politiche e le azioni fatte" ha continuato Nogovitsin chiarendo che, se l'ostilità dovesse trasformarsi in una vera e propria aggrewssione, Mosca risponderebbe "appropriatamente".
Nonostante il vicepresidente Usa, Joe Biden, abbia chiesto al presidente georgiano Mikhail Saakashvili di ''evitare azioni destabilizzanti'', la Russia ha accusato gli Usa e altri non meglio specificati Paesi di continuare a fornire armi alla Georgia. "In base alle informazioni di cui disponiamo, le forniture di armi dagli Stati Uniti alla Georgia continuano", ha detto il viceministro degli Esteri, Grigori Karasin, aggiungendo che "gli Usa non sono l'unico Paese a fornire armi alla Georgia". Nei giorni scorsi Mosca aveva puntato il dito in particolare contro l'Ucraina parlando di un "atteggiamento ostile" da parte di Kiev.
Karasin ha esortato il nuovo segretario generale della Nato, Anders Fogh Rasmussen, ad essere più cauto nei confronti di Tbilisi, evitando di inviare "falsi segnali sul fatto che l'Alleanza atlantica è a fianco della Georgia"e ha annunciato che Mosca intende "prendere misure" al riguardo.
Quali siano queste misure non è stato precisato, ma evidentemente al Cremlino intendono muoversi a tutto campo, visto che mentre Il presidente russo Dimitri Medveded e quello americano Barack Obama si sono detti d'accordo sul bisogno di ridurre la tensione in Georgia, due sottomarini nucleari russi avrebbero pattugliato le coste degli Usa negli ultimi giorni, almeno secondo quanto scrive il New York Times, Un episodio, che riporta al tempo della "guerra fredda" e che non ha precedenti negli ultimi quindici anni.


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7 novembre 2008


OBAMA E I BALCANI

Se il 4 novemnre i cittadini dei Balcani avessero dovuto eleggere il presidente degli Stati Uniti probabilmente avrebbero finito anche loro per scegliere in maggioranza Obama ma forse in maniera meno convinta degli americani. Un sondaggio realizzato da The Economist un paio di settimane prima del voto e del quale ho parlato anche in questo blog mostrava che a differenza dei cittadini dell'Unione Europea i cittadini dei Balcani apparivano più incerti. Dalla rilevazione emergeva che croati, albanesi e kosovari erano in maggioranza pro Obama, i macedoni invece propendevano per McCain, mentre i serbi diffidanovano di entrambi, i bosniaci si mostravano preoccupati più di tutto dalle loro questioni interne e i rumeni sostanzialmente indifferenti all'esito del voto del 4 novembre. Due simulazioni di voto realizzate a Belgrado a e Tirana assegnavano comunque la vittoria a Obama. In ogni caso, soprattutto nell'ultimo periodo la campagna elettorale d'oltreoceano ha guadagnato ogni giorno molto spazio sui giornali locali e ha alimentato accesi dibattiti e, diversamente che in passato, anche il duello per la vice-presidenza tra Joseph Biden e Sarah Palin è stato seguito con passione. Comunque, ora che il voto c'è stato e che Barack Obama è stato eletto 44° presidente degli Stati Uniti d'America è interessante invece vedere quali sono state le prime reazioni nel sud est europeo (Balcani occidentali e Turchia). Qui di seguito riporto le corrispondenze di Marina Sikora e Artur Nura per lo Speciale di Passaggio a Sud Est andato in onda a Radio Radicale mercoledì 5 novembre con i commenti a caldo dai principali Paesi dei Balcani.

LA CORRISPONDENZA MARINA SIKORA
L’America ha deciso! Ha deciso per la speranza (hope) e per il cambiamento (change). Proprio cosi’ come previsto dai sondaggi, anche se si continuava a ribadire che la corsa e’ aperta fino all’ultimo momento e che quindi gli imprevisti erano altrettanto possibili, Barack Obama sara’ il 44-esimo presidente statunitense e il pimo inquillino afroamericano nella Casa Bianca. Queste elezioni considerate da tutti storiche, sono state seguite con particolare interesse anche nel resto del mondo poiche’ l’opinione generale e’ che il loro risultato avra’ anche un impatto importante sulla poltica estera degli Stati Uniti. Tutti i media e servizi di informazione nei paesi dell’ex Jugoslavia hanno seguito passo dopo passo le elezioni americane, forse pero’ con maggiore attenzione quelli in Croazia dove anche la TV di stato ha seguito con una trasmissione speciale l’intera notte elettorale.

Le elezioni Usa viste dalla Croazia
"Obama, l’uomo che ha cambiato l’America. Ha vinto li dove per decenni avevano vinto i repubblicani" scrive uno dei piu’ difusi quotidiani di Zagabria ‘Jutarnji list’ e aggiunge che la vittoria di Obama rappresenta "la realizzazione del sogno del lottatore per i diritti umani Martin Luther King e dell’ex presidente amricano John Kennedy" e ancora che "Obama ha mobilitato l’America" per sottolinere l’affluenza record alle urne in quanto risposta degli americani alla sfida di queste elezioni storiche. "Stanotte e’ nata la nuova America", questo e’ stato il titolo sul sito internet della radiotelevisione statale croata, HRT. Nel suo messaggio di congratulazioni a nome del popolo croato, il presidente Stjepan Mesic si e’ detto convinto che l’elezione di Obama a presidente degli Stati Uniti rappresenta "l’inizio di una nuova epoca non soltanto nelle vite di molti suoi concittadini, ma anche per quanto riguarda le relazioni degli Stati Uniti con il mondo nonche’ del mondo verso gli Stati Uniti" e ha espresso speranza che la nuova amministrazione americana prestera’ attenzione all’Europa sudorientale ed ai Balcani.
Molti esperti di politica americana nei Balcani ritengono che gli Stati Uniti si occuperanno di piu’ delle questioni dei Balcani con Barack Obama alla Casa Bianca. Un ruolo importante, in questo senso, avrebbe il futuro vicepresidente Joe Biden, uno dei piu’ informati politici americani sulle questioni balcaniche. Da sottolineare che Joe Biden si e’ impegnato molto per l’intervento della Nato in BiH e in Kosovo nonche’ per l’indipendenza del Kosovo. Sempre secondo ‘Jutarnji list’ il nuovo leader della Casa Bianca dovra’ fare i conti con la piu’ maliziosa situazione dell’economia mondiale sin dai tempi del presidente Franklin Roosevelt il quale fu eletto nel periodo della Grande depressione nel 1933. Inoltre, il nuovo presidente americano assumera’ il suo incarico nei tempi del piu’ grande coinvolgimento miliatare degli Stati Uniti sin dai tempi del presidente Richard Nixon e la guerra in Vietnam. Anche se si e’ trattato di voti ovviamente non decisivi, ma siccome ogni voto e’ stato importante, c’e’ da notare che la diaspora croata in America, aveva votato tradizionalmente per i repubblicani. Quest’anno pero’ gli americani dalle radici croate, secondo le previsioni, avrebbero votato in gran parte per il candidato democratico. Tra i leader croati negli Stati Uniti che hanno una maggiore influenza nei loro ambienti, quasi tutti avevano dichiarato che voteranno per Barack Obama.
Poco prima delle elezioni, un’altro quotidiano croato ‘Vecernji list’, ha pubblicato le preferenze dei cittadini croati che si sono maggiormente pronunciati a favore del candidato democratico. Secondo il sondaggio di questo giornale perfino il 74% degli interpellati si e’ dichiarato a favore della vittoria di Barack Obama, mentre solo il 12% avrebbe preferito il repubblicano John McCain nella Casa Bianca. L’ex ministro degli esteri croato e deputato del Partito socialdemocratico, Tonino Picula ritiene che il pubblico croato spera che Obama portera’ qualcosa di nuovo non soltanto agli Stati Uniti ma anche a livello mondiale. Quanto all’ancora attuale Presidente americano, i cittadini croati giudicano positivo il suo sotegno all’adesione della Croazia alla Nato mentre tutti il resto viene percepito come una eredita’ negativa che Obama dovrebbe cambiare, afferma Picula. L’ex capo della diplomazia croata ha sottolineato che non bisgona dimenticare che durante il suo tour europeo in estate, Obama e’ stato accolto con grande entusiasmo e che la Croazia come parte del corpo politico europeo, reagisce nello stesso modo. Il giorno delle elezioni, Tonino Picula si e’ trovato in veste di osservatore dell’OSCE a Richmond, capoluogo dello stato di Virginia.

Le elezioni Usa viste dalla Serbia
"L’America ha scelto Barack Obama" cosi’ l’emittente serba B92. "L’America ha scelto il cambiamento – Barack Obama presidente" il titolo di ‘Blic’ mentre ‘Danas’ si apre con parole della vittoria a largo margine di Obama. Il ministro degli esteri serbo Vuk Jeremic afferma che la Serbia si aspetta cambiamenti nella Casa Bianca e che vuole collaborare con la nuova amministrazioni. "Con l’amministrazione americana uscente (repubblicana) non abbiamo avuto un buon rapporto. Siamo entrati in un rigido conflitto politico sul Kosovo perche’ la politica degli Stati Uniti verso il Kosovo e’ assolutamente inaccettabile" ha detto Jeremic. Quanto ai deputati del Parlamento serbo, secondo un piccolo sondaggio della radio e televisione B92, le preferenze sono andate a favore di Barack Obama. Il giorno del voto, l’ambasciatore americano a Belgrado, Cameron Manter, ha dichiarato invece che l’esito delle presidenziali non incidera’ sulla politica americana verso il Kosovo ne’ quella verso la Serbia come nemmeno verso i Balcani occidentali. L’ambasciatore statunitense aveva sottolineato che tra i candidati McCain e Obama c’e’ un consenso di continuare l’attuale politica verso i Balcani occidentali e ha aggiunto che per Washington lo status del Kosovo e’ definito e si spera nel successo dello stato Kosovo come anche in quello della Serbia nell’integrazione europea. "Il risultato cambiera’ di sicuro l’atmosfera, qualunque sia il vincitore, ma la sostanza non cambiera’" aveva detto l’ambascitore americano a Belgrado nella notte elettorale.
L’elezione del nuovo presidente americano incidera’ su tutto il mondo, ma anche sulla vita dei cittadini della Serbia perche’ la Serbia non e’ un’isola isolata, ritengono gli esperti politici serbi e aggiungono che la grande crisi finanziaria e’ la chiave del successo elettorale di Obama. I risultati delle elezioni americane sentiranno anche i cittadini della Serbia, ma non si puo’ attendere che il cambiamento a Washington incidera’ sulla politica americana verso il Kosovo, commenta l’ex capo della diplomazia serba Goran Svilanovic. "Per quanto riguada il Kosovo, le elezioni non hanno nessun significato, questa decsione e’ stata gia’ presa, ma quando si tratta della Serbia, del suo futuro europeo e delle relazioni tra Stati Uniti e Russia, Europa e Stati Uniti, queste elezioni porteranno un cambiamento" dice Svilanovic.
A pochi giorni dalle elezioni presidenziali, il Congresso dell’Unione serba e il Congresso mondiale della disapora serba, le principali orgaizzazioni della diaspora serba negli Stati Uniti e nel mondo, hanno annuciato che sosterranno il candidato democratico Barack Obama. Questa e’ stata la risposta dei serbi negli Stati Uniti alla lettera ufficiale che Obama aveva inviato al Congresso dei serbi, promettendo che fara’ il tutto possibile per proteggere il Kosovo, gli edifici religiosi, ma anche le entita’ della Bosnia Erzegovina nella cornice del Trattato di Dayton e degli Accordi di Erdut. Nella sua lettera, Obama aveva scritto di essere "a consocenza che la Serbia soffre da anni, e che i serbi meritano una prospettiva e un futuro di pace". "Per quanto riguarda il Kosovo, gli Stati Uniti hanno avuto la responsabilita’ di incoraggare tutte le parti coinvolte affinche’ trovino una soluzione pacifica", scriveva Obama. C’e’ da dire che le due organizzazioni di cittadini americani di origine serba, ancora a gennaio avevano mandato una lettera ai candidati presidenziali americani chiedendo loro di pronunciarsi a favore del proseguimento dei negoziati sul Kosovo. Il candidato republicano John McCain non ha nemmeno risposto a questa lettera. Secondo Zoran Jovicic, Presidente del Congresso mondiale dei serbi, la lettera di Obama si potrebbe considerare una specie di "contratto etnico", una prassi consueta negli Stati Uniti quando la diaspora di un popolo in cambio del sostegno ad un candidato si aspetta che lui fara’ fede alle proprie promesse elettorali. Jovicic ha spiegato che seppur l’ex amministrazione Clinton e’ stata rigida dinanzi alle ragioni della Serbia e rimane nel brutto ricordo dei bombardamenti contro Belgrado del 1999, ha comunque scritto i tre accordi base dei Balcani, quali Kumanovo, Erdut e Dayton, che sono stati messi invece in discussione successivamente dall’amministrazione di Bush, sostenendo la secessione unilaterale del Kosovo. Secondo Jovicic, con la vincita di Obama, le cose per la Serbia cambieranno. Ha spiegato inoltre che la diaspora albanese e’ stata molto turbata dall’invio di questa lettera.
C’e’ pero’ da ricordare altrettanto che non solo Obama, ma anche precedentemente Clinton e lo stesso Bush hanno avuto, a suo tempo, il sostegno della comunita’ serba che in cambio si aspettava segnali di riconoscenza. Ma tutto cio’ che era stato promesso dai Presidenti americani alla fine non si e’ realizzato, a delusione dei serbi. Il momento culminante e’ stato comunque il sostegno in prima linea degli Stati Uniti all’indipendenza del Kosovo. Nessun vantaggio quindi, finora per la Serbia di quel tanto di promesse per la ricostruzione dei rapporti tra Serbia e Stati Uniti. Tuttavia, lo sguardo di fiducia serbo e’ puntato ancora una volta sul neoeletto presidente americano.

Le elezioni Usa viste dalla Bosnia
Per quanto riguarda la Bosnia Erzegovina, l’opinione generale e’ che nel caso della vittoria di Barack Obama, la BiH potrebbe tornare ad essere la priorita’ della politica americana nei Balcani. Secondo le fonti americane, la BiH rappresenta un interesse a lungo termine, sia per il suo passato ma soprattutto per i possibili pericoli, poiche’ si tratta di un terreno abbastanza fertile per potenziali organizzazioni islamistiche che potrebbero utilizzare ovvero abusare della crisi politica ed istituzionale, ma anche quella sociale del Paese.

LA CORRISPONDENZA DI ARTUR NURA
Prima di tutto dobbiamo affermare che anche in Albania, in Kosovo ed in Macedonia i mass media hanno seguito tutta la campagna elettorale USA e le elezioni fino ai risultati dando cosi tanta spazio importanto alla battaglia presidenziale di Barak Obama e John McCain. Durante ultimo mese in nessuno dei notiziari Radio e Televisivi, oppure sui giornali non ci sono mancati le notizie arrivate dagli Usa ed in effetti negli ultimi giorni le TV ed i giornali piu popolari hanno mandato le loro troupe giornalistiche a seguire da vicino gli sviluppi americani elettorali. Dal martedi sera 4 Novembre fino a mezzo giorno del 5 di novebre, diversi cannali televisivi dai piu seguiti come "Top Cannel" "Klan" "Alsat" e altre hanno tramesso programi indiretta sul voto dei cittadini Americani nella gara per il nuovo presidente USA. Il 5 di Novembre alle 10 della mattina l’Ambasciata Usa a Tirana ha conluso un processo di votazione simbolica sulle candidatture presidenziali di Barak Obama e John Maccain nei presi del Hotel "Rogner" nel centro del capitale Albanese. I risultati di queste elezioni simboliche hanno dato 101 voti al favore della candidattura di Barak Obama invece di 56 al favore della candidattura di John Maccain configurando cosi simili risultati arrivati dall’USA. "Era una votazione libera, transparente ed onesta" – ha dichiarato sorridente per i giornalisti presenti l’Ambasciatore USA a Tirana, John Withers, mentre intervenuto all’evento quale e’ stato tramsesso in diretta per diverse televisioni. Aquesto evento si e’ arrivato anche il Presdiente della Repubblica dell’Albania, Bamir Topi, quale ha valutato come molto significato l’interveto del candidato Repubblicano John Maccain dopo la vittoria di Barak Obama. Il presdiente Albanese ha sottolienato l’importanza delle elezioni libere aggiungendo che gli USA sono un modello delle ellezioni libere per tutto il mondo ed in particolare per i Balcani. Il Presidente Topi ringrziando l’Ambasciatore USA Wither di avrlo invitao a questo evento secondo lui importantissimo, ha concluso dichiarando che le relazioni USA ed Albania, Kosovo e tutta la regione balcanica sarano sempre eccelenti.

Oltre a questo panorama bisogna affermare che anche l’opinione pubblica ha seguito con tanta attenzione questi sviluppi sia per il ruolo particolare degli Usa avuto in questi ultimi anni sui Balcani sia per la simpatia che a differenza degli Europei la politica Americana gode fra la gente semplice di questi territori. In effetti, questi Paesi come Albania, Kosovo, Macedonia e tutti i Balcani hanno aspettato il responso degli elettori americani cercando di capire se il cambiamento del potere politico negli Usa e l'arrivo del nuovo Presidente della Casa Bianca potrebbe far cambiare anche la politica di Washinton al confronto dei Balcani in particolare al caso Kosovo e Macedonia per gli Albanesi. Infatti, sia tra i politici si fra la gente semplice, anche se il nuovo presidente democratico alla Casa Bianca, Barack Obama, aveva rassicurato la comunità albanese degli Stati Uniti (oltre 100 mila persone) sul fatto che sosterrà l'indipendenza e lo sviluppo del Kosovo, regna un certo scetticismo ancora per il futuro delle relazioni dei Balcani con gli Usa, certo del dopo "l’era Bush". "Gli Usa aiuteranno a costruire una società dinamica e democratica in Kosovo, che assicuri pari diritti a tutte le persone che vivono lì" - aveva dichiarato Barak Obama sul quotidiano albanese-statunitense "Illyria", ma anche questa sembra che non basta per lo scetticismo regionale.

Intanto il lunedi 4 di ottobre mentre in aula al parlamento Albanese era in dibatito tramesso indiretta da alcune di Cannali televisivi, due dei cannali piu seguiti e principali tramettevano dei programi indiretta a tema "Le elezioni presidenziali in USA". L'emittente "Top Cannell" aveva intervistato indiretta da Washinton anche il Generale USA, Wesly Clark, che infatti aveva condotto le operazioni militari e bombardamenti NATO contro l’ex Jugoslavia durante la crisi Kosovara del 1999. Clark tramite l’intervista ha fatto sapere che lui oramai da politico appoggiava il candidato Barak Obama, aggiungendo poi che secondo lui chiuque vincesse le elezioni non cambierebbe mai la politica Usa al confronto del caso Kosovo ed i Balcani in generale. Prima i giornali avevano portato le dichiarazioni del senatore USA Tom Langtosh quale aveva sostenuto le stesse posizioni politiche confermando che la politica degli Usa non cambierebbe mai le posizione prese durante il Governo di Giorgio W Bush al confronto dei Balcani. Dall’altra parte, ben sapendo che queste particolari relazioni tra gli albanesi e gli Stati Uniti potranno sembrare ad un certo punto strani per gli ascoltatori di Radio Radicale che hanno una diversa impressione al confronto degli USA, io vorrei dire che queste relazioni hanno ormai una tradizione storica almeno per la parte albanese e questi ultimi stanno aspettando gia con il nuovo Presdiente USA ptrano cambiare o meno.

Per far capire agli ascoltatori nostri questo panorama complessa credo che devo informare che queste relazioni particolari tra gli albanesi e gli Stati Uniti non hanno soltanto a che fare con l’intervento NATO guidato dagli USA e dalle Gran Bretagna in difesa della maggioranza albanese del Kosovo nel 1999. In effetti, queste relazioni trovano le loro radici sin dalla Conferenza di Pace di Parigi del 1919 in cui l’allora presidente americano, Woodrow Wilson mise il veto contro un piano franco-britannico-italiano per disperdere e dissolvere lo stato dell’Albania tra gli altri stati confinanti inclusa l’Italia. Chi segue la politica dell’Unione Europea e dei suoi stati membri sa che quegli stessi stati oggi non hanno più le posizioni politiche di allora: la Gran Bretagna sta al fianco degli americani, la Francia come tradizionale alleato della Serbia ha cambiato politica nei confronti dei Balcani, e l’Italia anche se come sempre non ha una politica molto chiara al riguardo dei Balcani e particolarmente al riguardo del caso Kosovo, hanno cambiato e stanno sponsorizzando, non senza difficoltà, le soluzioni americane e inglesi al riguardo dei Balcani. Dall’altra parte dobbiamo anche dire che nessuno potrebbe dire con certezza - nel caso in cui non ci fosse stata la volontà precisa degli Stati Uniti e della Gran Bretagna di liberare gli albanesi kosovaro oppressi da più di 100 anni dai serbi - se l’Europa si sarebbe mossa per cambiare la situazione terribile di questo popolo. In parole concrete e per rispettare la realtà balcanica dobbiamo dire che tutta la ingiusta configurazione geopolitica dei Balcani è cambiata e sta cambiando grazie alle strategie degli Stati Uniti e della Gran Bretagna che stanno affrontando con una grande decisione gli antichi progetti russi sui Balcani che prima trovavano la mancanza di attenzione dall’Europa occidentale. E detto questi argomenti, credo che tutto potra giustificare questa passione della nazione Albanese in Albania, in Kosovo ed in Macedonia al confronto della Democrazia Americane cosa che viene confermato anche dal fatto che quasi tutti gli dicono che questa esperienza storica degli USA potrebbe essere usufruita anche dai paesi Balcanici.

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