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passaggioasudest [ la realtà politica dell'europa sud orientale dai balcani alla turchia ]
 



Questo blog è dedicato ad un'area cruciale per il futuro europeo. Per l'area che va dai Balcani occidentali alla Turchia, infatti, passa il futuro dell'Unione europea come progetto politico così come il futuro di questi Paesi passa dalla scelta dell'integrazione in questo progetto.




"Dobbiamo ricordarci che l’informazione è un veicolo diretto all’utente, non è un soliloquio da parte del giornalista. Bisogna tenere sempre presente che chi è dall’altra parte del microfono deve poter comprendere una realtà in cui non è presente. Questo, penso, è il massimo sforzo che i giornalisti devono compiere".
Antonio Russo



"Il vero referendum sul futuro dell'Unione si terrà nei Balcani"
International Balkan Commission


"E poi, un giorno, è stato costruito un ponte che collegava le due rive del Bosforo. Quando sono salito sul ponte e ho guardato il panorama, ho capito che era ancora meglio, ancora più bello di vedere le due rive assieme. Ho capito che il meglio era essere un ponte fra due rive. Rivolgersi alle due rive senza appartenere".
Orhan Pamuk, Istanbul



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27 gennaio 2009


NOTIZIE DAI BALCANI

Qui di seguito il testo della corrispondenza di Marina Sikora per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda sabato 24 gennaio a Radio Radicale. L'Europa preoccupata per la disputa confinaria tra Slovenia e Croazia che blocca i negoziati per l'adesione di Zagabria; la Serbia protesta e condanna la creazione della Forza di sicurezza del Kosovo; i cittadini serbi in maggioranza favorevoli all'integrazione in Europa; le polemiche sulla proposta del Parlamento europeo di istituire una giornata del ricordo per Srebrenica.

LA DISPUTA SUI CONFINI TRA CROAZIA E SLOVENIA: INTERVIENE LA COMMISSIONE EUROPEA?
La situazione di stallo nella disputa sul confine tra Croazia e Slovenia si e' ulteriormente aggravata per il blocco di Ljubljana ai negoziati di adesione della Croazia all'Ue. Per cercare di trovare un compromesso, in questi giorni è arrivato un impegno da parte del commissario europeo all'Allargamento, Olli Rehn. Dopo la sua visita mercoledi' 21 gennaio a Ljubljana per incontrare i vertici sloveni, il presidente Danilo Tuerk, il premier Borut Pahor e il ministro degli esteri Samel Zbogar, senza informazioni ufficiali sulle proposte che il commissario dell'Ue avrebbe portato ai leader sloveni in cerca di risolvere questa situazione delicata, Rehn si e' recato subito a Zagabria per colloqui con il presidente croato Stjepan Mesic e con il premier Ivo Sanader. Per cercare di spiegare il perche' del silenzio da parte della Commissione sui particolari e le proposte del commissario Rehn per risolvere i problemi confinari tra i due paesi, la portavoce Krisztina Nagy ha detto che in una questione cosi' delicata vi e' tempo per la diplomazia segreta e pubblica e che adesso si e' nella fase della «diplomazia segreta», informa l'agenzia di stampa croata Hina. A seguito dell'incontro con i vertici croati, Olli Rehn ha salutato i notevoli progressi che la Croazia e' riuscita a compiere riguardante l'adempimento degli obiettivi di adesione all'Ue e ha sollecitato Zagabria a continuare con le preparazioni a piena velocita' e con determinazione. Sulla questione del confine con la Slovenia il Commissario all'allargamento ha sottolineato che, se entrambi i paesi ritengano utile una qualche forma di aiuto da parte dell'Ue, la Commissione e' pronta a considerare una tale possibilita'.
Secondo i media sloveni, l'iniziativa che il commissario Rehn ha portato alla Slovenia e alla Croazia significa in effetti che la questione del confine debba essere risolta prima dell'adesione della Croazia all'Ue. Il principale quotidiano di Ljubljana 'Delo' in un commento speciale afferma che il veto sloveno ai negoziati croati e' infatti una scusa benvenuta al governo croato per il bilancio debole nell'andamento del processo negoziale con l'Ue. Secondo 'Delo' per Zagabria sara' altrettanto preziosa la risoluzione del Parlamento Europeo che invita i due paesi a risolvere il contenzioso davanti alla Corte Internazionale di Giustizia dell'Aja. Un'altro quotidiano di Ljubljana 'Dnevnik' giovedi' in prima pagina, con il titolo «Parlamantari europei mandano la Slovenia e la Croazia all'Aja», scrive della proposta di risoluzione della Commissione esteri del PE. Il giornale annuncia anche che gli europarlamentari sloveni manderanno una lettera a tutti i loro colleghi del PE per presentare la posizione slovena nella disputa che ha causato il veto sloveno ai negoziati con l Croazia.La Commissione esteri del PE ha approvato questa settimana una proposta di risoluzione sull'avanzamento della Croazia con 55 voti a favore, due contrari e una astensione. La proposta di risuoluzione sara' discussa e messa in votazione alla seduta plenaria del PE. Nel testo si legge che il PE e' profondamente dispiaciuto che i negoziati (con la Croazia) sono da un tempo notevole bloccati a causa di problemi bilaterali. E' stato accolto anche l'emendamento del democristiano tedesco Bernd Posselt che chiede alle due parti di attuare l'accordo informale dell'estate 2007 raggiunto tra i due premier di allora, il croato Ivo Sanader e lo sloveno Janez Jansa, in cui si prevedeva che la disputa sui confini venisse risolta davanti alla Corte Internazionale di Giustizia dell'Aja.
Il deputato liberale ungherse Istvan Szent-Ivanyi si e' detto al momento soddisfatto della formulazione in cui si esprime «il profondo dispiacere», ma ha annunciato che se i problemi bilaterali tra Croazia e Slovenia non saranno risolti entro marzo, proporra' una condanna molto piu' dura nei confronti della Slovenia. Nella proposta di risoluzione si esprime inoltre la convinzione che la Croazia puo' concludere i negoziati entro la fine di quest'anno, in linea con il piano indicativo della Commissione europea, a condizione che il governo croato si adoperi piu' rapidamente a risolvere alcune questioni delicate del processo di adesione, quali la lotta alla criminalita' organizzata e alla corruzione e se il Consiglio Ue vorra' e potra' aprire tutti i capitoli negoziali senza ulteriori rinvii. Il documento saluta il fatto che il Governo croato ha finalmente intrapreso le misure nella lotta alla corruzione e crimine organizzato e vengono chiesti maggiori sforzi della polizia e della magistratura per raggiungere i risultati necessari.

LA SERBIA CHIEDE LA SMILITARIZZAZIONE DEL KOSOVO
Le nuove vicende in Kosovo diventano ancora una ragione per infastidire Belgrado. Questa volta si tratta della costituzione della nuova Forza di sicurezza del Kosovo (Ksf), operativa da marcoledi’ scorso e considerata il primo nucleo di forze armate dello stato che quasi un anno fa ha dichiarato unilateralmente la sua indipendenza. E’ previsto che questa nuova forza, composta da militari e civili, 2.500 effettivi e 800 riservisti, sia una forza multietnica, addestrata dalla Nato. Belgrado e’ fortemente contraria a questa decisione: proteste e condanne sono arrivate dalla sua dirigenza, a partire dal presidente Boris Tadic. Il presidente della Serbia ha definito inaccettabile la formazione di una tale Forza ricordando che la Serbia ha proposto la smilitarizzazione del Kosovo come la soluzione migliore per la sicurezza sul terreno.
Il ministro per le questioni del Kosovo, Goran Bogdanovic, ha sottolineato all'emittente B92 che il Kosovo “giace su una polveriera, con la presenza sul suo territorio fra 350 mila e 400 mila armi da fuoco” e ha affermato che nell’attuale situazione non vi e’ alcuna necessita’ di formare nuovi organi di sicurezza. Per Bogdanovic non ci sarebbe alcuna differenza tra la nuova Forza di sicurezza e l’Uck, l’Esercito di liberazione del Kosovo, che dieci anni fa combatté contro i serbi. In effetti, la nuova Forza di sicurezza prende il posto della Forza di protezione kosovara, composta in gran parte da ex guerriglieri dell'Uck. Secondo il ministro serbo per le questioni del Kosovo si tratterebbe soltanto di cambiamento di divisa e del trasferimento degli stessi uomini a questo nuovo organismo. Per le autorita’ serbe questa decisione e’ “inutile e perfino dannosa” ai fini della pacificazione fino al punto di poter anche aggravare la situazione in Kosovo. Il ministro degli esteri serbo, Vuk Jeremic, ha parlato di una forza illegale e paramilitare che rappresenta una minaccia diretta alla sicurezza nazionale, alla pace e stabilita' dell'intera regione.

I CITTADINI SERBI FAVOREVOLI ALL'INTEGRAZIONE EUROPEA
Il recentissimo sondaggio dell’Ufficio per le integrazioni europee del governo serbo dimostra che in questo momento il 61 % dei cittadini della Serbia sostiene l’adesione del loro paese all’Ue. I cittadini della Serbia sono insoddisfatti della lentezza del cammino della Serbia verso l’adesione e addossano la responsabilita’ all’amministrazione bruxellese e all’incapacita’ dei politici locali. Il maggior numero dei cittadini continua a favoreggiare l’integrazione europea credendo che rappresenti la via verso una vita migliore, soprattutto per i giovani. Tuttavia, rispetto alla ricerca effettuata nel maggio del 2008, il numero degli entusiasti e’ calato del 6%. Il numero degli oppositori all’Ue e’ rimasto piu’ o meno uguale, ma cresce il numero di quelli che preferiscono non pronunciarsi sul tema, ha detto la direttrice dell’Ufficio del governo serbo per le integrazioni europee, Milica Delavic. Secondo la sua opinione, si tratta di una certa delusione perche’ il processo non e’ andato a quella velocita’ che si aspettava nel maggio scorso quando e’ stato firmato l’Accordo di stabilizzazione e associazione con l’Ue. Delusione perche’ questo accordo non e’ stato sbloccato e per la lentezza con cui si procede e che riguarda l’adozione e l’attuazione delle leggi che si identificano con l’Ue, ha precisato Milica Delavic. I cittadini della Serbia ritengono che i costanti e sempre nuovi condizionamenti siano la ragione principale della lentezza del processo di eurointegrazione. Anche se oltre l’80 percento dei cittadini della Serbia dice di non aver viaggiato all’estero l’anno scorso, l’87 percento ritiene che la liberalizzazione dei visti sia importante per la Serbia. Se il Paese si troverebbe sulla lista bianca Schengen, sarebbe un segnale forte di accettazione. La situazione attuale con l’attesa dei visti e le lunghe file per ottenerli, la maggior parte dei cittadini considera come un segno di rifiuto e inaccettazione, afferma Milica Delavic. Secondo lo stesso sondaggio, in Serbia prevale la convinzione che i ricercati dell’Aja sono l’ostacolo principale per l’avvicinamento del Paese all’Ue. Cosi’ pensa l’86% degli interrogati, mentre il 9% il problema lo identifica con la questione del Kosovo. Quasi la meta’, il 47% ritiene che la Serbia deve adempiere alla condizione chiave nel processo di adesione, ovvero concludere la collaborazione con il Tribunale dell’Aja. Un tale condizionamento non e’ accettabile per il 43% degli interpellati in questo recentissimo sondaggio dell’Ufficio serbo per le integrazioni europee.

LA BOSNIA ERZEGOVINA DIVISA SULLA GIORNATA DI MEMORIA PER SREBRENICA
Lo scorso 15 gennaio il PE ha approvato con una stragrande maggioranza di voti ( 556 a favore, solo 9 contrari e 22 astenuti) una risoluzione che propone di proclamare l’11 luglio come Giornata europea di memoria delle vittime del genocidio di Srebrenica. Questa proposta del PE ha provocato pero’ reazioni contrastanti proprio in Bosnia Erzegovina a tal punto che rimane una questione aperta se anche in BiH sara’ accolta la proposta di rendere omaggio ai circa 8000 bosgnacchi, uomini e ragazzi ma anche anziani, donne e bambini uccisi nel luglio 1995 a Srebrenica dalle forze serbe dopo la loro occupazione della formalmente “zona protetta” delle Nazioni Unite. I parlamentari europei hanno invitato gli stati membri dell’Ue e la Commissione europea a sostenere questa proposa e la stessa sollecitazione e’ stata fatta ai paesi dei Balcani occidentali. Un appello inoltre a fare maggiori sforzi affinche’ i responsabili del genocidio, a partire dal super ricercato dell’Aja, l’ex generale serbo bosniaco Ratko Mladic, si trovino al piu’ presto davanti alla giustizia internazionale. Una della idee che ha guidato i parlamentari europei ad approvare questa risoluzione e’ stata quella di dare un contributo e di compiere un altro passo avanti verso la riconciliazione in BiH e in tutta l’area balcanica. Un’ idea che al primo pensiero non desta altro che apprezzamento e prontezza di essere pienamente accolta, ma la realta’, purtroppo, e’ ben diversa. La reazione in merito alla questione che in BiH ha provocato maggiore stupore e’ quella del premier della Republika srpska, Milorad Dodik. Una reazione che sembra ben lontana dalla via verso la riconciliazione. Per quelli che sono a conoscenza delle sue posizioni, non deve sorprendere molto, poiche’ anche nel passato, il premier della Rs, l’entita’ a maggioranza serba della BiH non ha esitato di relativizzare per esempio la sentenza della Corte Internazionale di Giustizia che ha riconosciuto i crimini di Srebrenica come crimini di genocidio. “Non c’e’ dubbio che a Srebrenica e’ stato commesso il crimine che la Corte di Giustizia dell’Aja ha qualificato come genocidio locale in BiH. Questa qualifica non e’ discutibile, ma se qualsiasi tipo di decisione sulla commemorazione e’ indirizzato a rafforzare la fiducia e la riconciliazione, allora deve essere bilanciata” ha detto Dodik spiegando cosa intende sotto il termine ‘bilanciata’: “In BiH sono state uccise 96.000 persone, di cui 28.000 serbi e noi non vediamo che si rende omaggio anche ai serbi ma soltanto alle vittime di Srebrenica – che sono incotestabili e che vanno ricordate e indubbiamente bisogna darvi un’importanza. Penso che questa e’ stata una corsa per lavare la coscienza di alcuni europarlamentari. Sicuramente saranno i paesi dell’Ue ha commemorare questa data, ma per quanto riguarda la Rs, l’11 luglio come una data accolta generalmente per commemorare le vittime di guerra, per noi non e’ accettabile. Bisogna trovare la risposta di come commemorare tutte le vittime in BiH e non individuare solo una vicenda che potra’ diventare, e lo e’ di gia’, argomento di diverse vedute politiche” ha affermato il premier della Rs Milorad Dodik. Anche altri vertici politici dell’entita’ a maggioranaza serba condividono che il genocidio di Srebrenica puo’ essere “argomento di diverse vedute politiche”.
Per quanto riguarda la Federazione BiH, l’altra entita’ a maggioranza croato-musulmana, la risoluzione del PE e’ stata accolta nel modo completamente diverso. Il vicepresidente del maggior partito bosgnacco, il Partito dell’azione democratica (SDA), Sefik Dzaferovic ha salutato la risoluzione dicendo che e’ il minimo che l’Europa puo’ fare per Srebrenica. “Sarebbe un vero scandalo se questa risoluzione non sarebbe rispettata in BiH” ha detto Dzaferovic.
Per il capo della comunita’ islamica in BiH, Mustafa efendija Ceric l’approvazione della risoluzione al PE e’ un grande evento per l’umanita’ e una giornata della vittoria morale per l’Europa: “Le mani corraggiose dei 556 parlamentari europei rappresentano una piccola soddisfazione per il passato europeo, ma un grande passo per il futuro bosniaco. Come sempre, bisogna ricordare gli 8000 musulmani bosniaci che l’11 luglio 1995 sono stati uccisi solo perche’ musulmani...Spero che anche i parlamentari bosniaci comprenderanno questo messaggio di unirsi nel bene comune per tutti i cittadini della BiH” ha detto Mustafa efendija Ceric.
Ci sono tuttavia anche espessioni di riservatezza. Cosi’ l’associazione Madri di Srebrenica saluta la risoluzione del PE ma avverte che si tratta soltanto di un nuovo ‘in memoriam’ alla BiH e a Srebrenica che non significa nulla poiche’ il documento non ha nessun valore legislativo. L’Associazione per i popoli oppressi della BiH sottolinea che la risoluzione non avra’ nessun valore particolare se non sara’ approvata nei parlamenti dei paesi vicini, in particolare in Serbia e in Montenegro.


21 dicembre 2008


L'INTEGRAZIONE EUROPEA DEI BALCANI

Qui di seguito il testo della corrispondenza di Marina Sikora per la puntata di sabato 20 dicembre di "Passaggio a Sud Est", il settimanale di Radio Radicale sulla realtà politica dell'Europa sud orientale in onda il sabato alle 22,30.

I negoziati per l'adesione della Croazia all'UE molto probabilmente non potranno concludersi come previsto entro la fine del 2009. Causa dell'impasse è il veto della Slovenia al proseguimento del processo di adesione della Croazia che rende praticamente impossibile la fine dei negoziati entro il prossimo anno come si pensava fino a poco tempo fa. Lubiana ha deciso di bloccare il cammino europeo di Zagabria a causa della disputa territoriale che divide le due ex repubbliche jugoslave riguardante la frontiera terrestre e marittima intorno alla baia di Pirano e alcune zone della Bela Krajina. Secondo il governo sloveno nei documenti che Zagabria ha sottoposto a Bruxelles per l'apertura di nuovi capitoli negoziali ci sarebbero alcune mappe catastali che annettono alla Croazia parti di territorio che invece la Slovenia rivendica come proprie. Così nella Conferenza d'adesione Ue-Croazia che si è svolta venerdì a Bruxelles la Slovenia ha detto no all'apertura dei nuovi capitoli negoziali che hanno a che fare con la questione frontaliera. Alla luce del veto sloveno, è stato dunque aperto solo un dossier estraneo alla disputa, quello che riguarda il Diritto alla proprietà intellettuale. Critiche alla Slovenia sono arrivate dalla Commissione europea e dalla presidenza di turno francese, ma Lubiana ha replicato accusando l'UE di pensare più all'allargamento che alla tutela dei suoi membri. Da Zagabria si sostiene che il veto sloveno alla Croazia è un pretesto per nascondere a Bruxelles i ritardi nella lotta alla corruzione e alla criminalità. Nonostante la situazione il commissario europeo all'Allargamento, Olli Rehn, ha detto che esistono ancora margini per cercare di chiudere il negoziato per l'adesione della Croazia entro il prossimo anno e puntare all'adesione nel 2011-12 come previsto dall'attuale "road map".

ALLARGAMENTO UE: SENZA PRECEDENTI IL VETO SLOVENO ALLA CROAZIA
Per molti sembra quasi incredibile e una cosa da poco, eppure per le aspettative della Croazia di poter chiudere i colloqui negoziali con l’Ue entro la fine del prossimo anno, come avrebbero voluto anche a Bruxelles, il contenzioso con la Slovenia sul confine mette in forte dubbio il raggiungimento di questo obiettivo.
La presidenza francese si e’ fatta carico di una iniziativa volta a risolvere in modo soddisfacente per entrambe le parti il contenzioso confinario che cosi’ a lungo e’ rimasto aperto e soprattutto in questa fase decisiva dei negoziati di adesione della Croazia ha portato all’estremita’ la tensione tra i due paesi. Il premier croato Ivo Sanader, accettando la proposta francese, ha detto che il suo governo e' disposto a dare precise garanzie scritte che la delimitazione sul mare non verra' in nessun modo pregiudicata. Ma per Ljubljana questo non basta e rigettando la proposta portata avanti dalla Francia ha chiesto che la Croazia si impegni a non usare nessuno dei documenti contestati, tra cui anche estratti dagli archivi catastali, in un eventuale futuro procedimento davanti ad un arbitro internazionale per i confini, come la Corte internazionale dell'Aja o quella di Amburgo. Zagabria ha rifiutato queste condizioni, che la stampa croata ha definite come un ultimatum, spiegando che questo significherebbe lasciare la Croazia senza alcun documento a suo favore.
Le richieste slovene vanno oltre la cornice della proposta francese poiche’ Ljubljana vuole assicurarsi una posizione privilegiata nell’eventuale arbitrato internazionale. Ma questo significherebbe anche un precedente nel processo di adesione perche’ richiederebbe che le questioni bilaterali aperte tra un paese membro e un paese candidato fossero risolte attraverso il processo negoziale.
In questa situazione delicata c’e’ da aggiungere che recentemente l’ex premier sloveno Janez Jansa ha dichiarato che in Slovenia e’ possible che ci sara’ un referendum sull’ingresso della Croazia all’Ue. Jansa ha aggiunto che in Slovenia esiste un consenso politico sulle condizioni secondo le quali la Croazia puo’ procedere con il processo negoaziale e che invece, in caso contrario, e’ possibile un referendum sulla ratifica dell’Accordo di adesione della Croazia all’Ue. "E’ ovvio che la Slovenia usa la questione bilaterale per fare una pressione politica sulla Croazia nel processo negoziale e questo e’ inaccettabile e contrario allo sperito europeo" ha detto il ministro degli esteri croato Gordan Jandrokovic commentando queste dichiarazioni.
Come si legge in questi giorni in un commento di Zeljko Trkanjec, gironalista del quotidiano di Zagabria ‘Jutarnji list’, da oltre dieci anni i problemi tra Zagabria e Ljubljana non soltanto non sono stati risolti ma sono escalati all’estremo compromettendo seriamente le relazioni tra i due Paesi. Si sono susseguiti molti establishment politici, sia in Croazia che in Slovenia ma nessuno, tranne i defunti premier Janez Drnovsek e Ivica Racan e’ riuscito ad avvicinarsi ad una soluzione sostenibile. L’accordo tra il premier sloveno Jansa e quello croato Sanader a Bled in agosto dello scorso anno forse era il piu’ vicino alla soluzione, scrive Jutarnji list, ma l’attuale situazione dimostra che era arrivato troppo tardi per lasciare il tempo utile ad una commissione mista di concludere il lavoro di identificazione dei punti controversi sul confine croato-sloveno dimodoche’ i governi possano accordarsi sull’arbitrato prima della fase conclusiva delle negoziazioni croate sull’adesione all’Ue. Dalla sua posizine del piu’ forte, in quanto membro dell’Unione, Ljubljana manda messaggi a Zagabria che il suo ingresso sara’ ostacolato se non rinuncia ai propri argomenti nell’eventuale processo giuridico
Due giorni prima della conferenza intergovernativa sull’adesione della Croazia all’Ue fissata per venerdi’, il neopremier sloveno Borut Pahor ha confermato che la Slovenia porra' il veto all'apertura di ben 11 capitoli. In sette di questi, secondo Ljubljana, viene pregiudicato il confine marittimo nel golfo di Pirano, nel Nord dell'Adriatico e diversi tratti di confine terrestre tra Lubiana e Zagabria, questione aperta dalla dissoluzione della ex Jugoslavia. A causa del blocco sloveno, invece di aprire 10 capitoli per i quali la Croazia e’ tecnicamente pronta, ne sara’ aperto uno solo e invece di chiuderne 5 verranno chiusi 3 capitoli.
In difesa della posizione slovena, il presidente della Commissione esteri del Parlamento di Ljubljana, Ivo Vajgl ha dichiarato che la Slovenia non e’ il primo paese membro dell’Ue a condizionare il processo negoziale di un paese candidato con una questione bilaterale. Vajgl ha individuato il caso dell’Italia nel corso dei negoziati di adesione con la Slovenia sottolineando che l’Italia aveva costretto Ljubljana a cambiare la Costituzione. Simile e’ stato l’atteggiamento dell’Austria verso Slovenia, Slovacchia e Repubblica Ceca, ha spiegato Vajgl.
Le questioni bilaterali che negli anni novanta venivano menzionate durante i negoziati di adesione della Slovenia erano le proprieta’ dei cosidetti optanti, ovvero esuli, protezione delle minoranze e la sicurezza della centrale nucleare Krsko, ma come e’ noto, non sono state sollevate questioni di confini. Per quanto riguarda modifiche della costituzione, la Slovenia ha cambiato la legge costituzionale che vietava agli stranieri le proprieta’ immobiliari.
Il primo ministro croato Ivo Sanader ha definito il veto della Slovenia ''un gesto senza precedenti nella storia delle trattative per l'adesione all'Ue'' e ha invitato il governo di Ljubljana a riconsiderare le proprie posizioni. In una conferenza stampa convocata d'urgenza dopo l'annuncio del premier sloveno Borut Pahor sul mantenimento del veto sloveno, Sanader ha avvertito che ''nel caso non cambi decisione, la Slovenia mostrera' un' intransigenza in totale squilibrio con i principi di solidarieta', comunita' e rapporti di buon vicinato sui quali si basa l'Ue'' e in un tono che rispecchia visibilmente il deterioramento dei rapporti bilaterali tra i due paesi vicini ha decisamente respinto ''qualsiasi ricatto''. ''La Croazia non comprera' l'adesione all'Ue con il proprio territorio nazionale'', ha detto il premier croato. Considerando la Slovenia ancora un Paese amico, Sanader si e’ detto convinto che il cammino della Croazia verso l'Ue non sara' impedito e ha sottolineato che Zagabria ha il pieno appoggio degli altri 26 paesi membri mentre la Slovenia e’ l’unico paese dell’Unione ad ostacolare il processo negoziale croato.
Secondo il relatore del PE per la Croazia, Hannes Swoboda questa situazione potrebbe rappresentare un grande pericolo per il piano indicativo della Commissione per la conclusione dei negoziati con la Croazia entro la fine del 2009.
La Commissione europea si e’ detta dispiaciuta che la Slovenia non ha accettato la proposata della presidenza francese che avrebbe acconsentito l’apertura di dieci e la chiusura di cinque capitoli negoziali con la Croazia. La presidenza francese ha intrapreso grandi sforzi per trovare la soluzione per le questioni poste dalla Slovenia, ha detto Kriztina Nagy, portavoce del commissario all’allargamento Olli Rehn.

MONTENEGRO: DEPOSITATA LA CANDIDATURA PER L’ADESIONE ALL’UE
Il tredici dicembre il Montenegro ha depositato ufficialmente la sua candidatura per l’adesione all’Ue. Nel corso di una crimonia all’Eliseo, il premier montenegrino, Milo Djukanovic ha consegnato la domanda di adesione al presidente di turno dell’Ue, Nicolas Sarkozy in presenza anche del commissario europeo all’Allargamento, Olli Rehn. "E' un grande giorno per il Montenegro, il più antico Paese europeo ma il più giovane membro delle Nazioni Unite e del Consiglio d'Europa. Penso che sia un grande giorno per i Balcani e per tutti i Paesi candidati e potenzialmente candidati all'Ue", ha detto Djukanovic.
Il Montenegro diventa cosi’ il quarto paese dell’ex Jugoslavia a presentare la candidatura di adesione. Dopo la Slovenia che e’ gia’ membro, gli altri due candidati sono Croazia e Macedonia.
Secondo il presidente del Montenegro, Filip Vujanovic, Bruxelles si pronuncera’ sulla richiesta montenegrina nel corso della presidenza ceca all’Ue e ha sottolineato che Praga ha annunciato tra le priorita’ del suo programma di presidenza la questione dell’integrazione dei Balcani occidentali all’Ue. Il commissario all’Allargamento Olli Rehn ha affermato che il Montenegro ha raggiunto una pietra miliare storica che rappresenta una scelta importante verso i valori europei comuni e ha sottolineato il ruolo costruttivo e di stabilita’ del Montenegro nella regione.

SERBIA: L’OLANDA NON CEDE SUL BLOCCO DELL’ASA
L’Olanda rimane contraria alla ratifica dell’Accordo di stabilizzazione ed associazione dell’Ue con la Serbia nonostante un certo progresso nella collaborazione di Belgrado con il Tpi dell’Aja. Il rapporto del capo procuratore dell’Aja Serge Brammertz, presentato una settimana fa al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, anche se contiene degli elementi positivi, secondo il Ministero degli esteri olandese ribadisce pero’ in maniera molto chiara che non si tratta di una piena collaborazione della Serbia con la giustizia internazionale poiche’ sono ancora in liberta’ i due super ricercati, l’ex generale serbo bosniaco Ratko Mladic e l’ex leader dei serbi secessionisti in Croazia Goran Hadzic. In piu’ ci sono le preoccupazioni per la protezione dei testimoni e le richieste del Trbunale per la consegna di altri documenti, in particolare quelli militari.
L’arresto di Ratko Mladic e Goran Hadzic e la loro estradizione all’Aja sono le piu’ alte priorita’ per completare il mandato del Tribunale, ha sottolineato Brammertz nel corso della presentazione del suo rapporto. L’arresto e l’estradizione di Stojan Zupljanin e di Radovan Karadzic sono state "svolte importanti" nella collaborazione della Serbia con la Procura, ha detto Brammertz e ha aggiunto che i servizi in Serbia per l’arresto degli altri fuggitivi hanno rafforzato i loro sforzi per localizzare Mladic e Hadzic. Brammertz ha informato anche che durante la sua visita a Belgrado gli e’ stato presentato il piano per arrestare gli imputati latitanti e se questo piano verra’ attuato ci potrebbero essere nuovi risultati nella collaborazione della Serbia con la giustizia internazionale.


25 novembre 2008


LA SERBIA E LA GIUSTIZIA INTERNAZIONALE

Nel suo percorso di avvicinamento all'Europa la Serbia si trova a fare i conti con il passato delle guerre seguite al crollo della Jugoslavia. Anche se oggi a Belgrado non c'è più Milosevic e l'attuale governo ha fatto dell'europeismo uno dei suoi tratti distintivi e programmatici, la Serbia, in quanto erede giuridico della Jugoslavia si trova, più di altri Paesi, a dover rispondere di quanto accaduto negli anni Novanta. Qui di seguito la parte della corrispondenza di Marina Sikora per la puntata di Passaggio a Sud Est, andata in onda il 22 novembre a Radio Radicale, dedicata alla iniziativa della Croazia contro la Serbia davanti alla Corte Internazionale di Giustizia e alla recente visita del procuratore capo del Tribunale internazionale per la ex Jugoslavia dal cui rapporto dipende, anche, l'avanzamento del processo di integrazione della Serbia nell'UE.   

LA CORTE INTERNAZIONALE DI GIUSTIZIA ACCOGLIE IL RICORSO PER GENOCIDIO DELLA CROAZIA CONTRO LA SERBIA
La Corte internazionale di giustizia dell'Aia si e’ dichiarata competente a riguardo del ricorso per genocidio presentato dalla Croazia contro la Serbia per i fatti avvenuti durante la guerra del 1991-1995. La richiesta croata e’ stata accettata con 10 voti favorevoli e 7 contrari. Se non ci sara’ una transazione tra le due parti fuori giudizio, il Tribunale analizzera’ le argomentazioni della Croazia che accusa la Serbia, in quanto erede giuridico della Jugoslavia, di aver compiuto una pulizia etnica contro i cittadini croati, attuando una forma di genocidio. Il ricorso fa riferimento ai crimini perpetrati nella regione di Knin, nella parte orientale e occidentale della Slavonia e della Dalmazia. A tal proposito Zagabria chiede alla CIG di riconoscere la Serbia colpevole della violazione della Convenzione per la pervenzione e la repressione del crimine di genocidio durante la guerra tra il 1991 e 1995.
Pronunciandosi competente in materia, la Corte ha bocciato tutte le obiezioni della Serbia i cui legali hanno sostenuto che la CIG non ha il diritto di avviere un processo sulla base del ricorso croato perche’ nel periodo a cui si fa riferimento, la Repubblica federale socialista della Jugoslavia non era un membro delle Nazioni Unite e quindi nemmeno firmatario della convenzione sul genocidio. La controparte serba in questo modo ha giocato sulla carta della decisione della stessa Corte di non competenza riguardo al ricorso della Serbia contro la Nato per i crimini commessi sul popolo serbo durante i bombardamenti del 1999. Inoltre, la Serbia ha ritenuto le accuse croate insostenibili perche’ i crimini a cui si fa riferimento sono stati compiuti prima del 27 aprile 1992 quando la Repubblica socialista della Jugoslavia non esisteva ancora in quanto Stato e che le richieste croate sono infondate perche’ escono dalla cornice della Convenzione. La Presidente della Corte, Rosalyn Higgins ha spiegato pero’ che il Tribunale ha stabilito che gli atti delibarati da Belgrado e i suoi comportamenti dal 1992 significavano che la Serbia aveva accettato gli impegni derivanti dalle convenzioni internazionali di cui la Repubblica federale socialista della Jugoslavia era firmataria.
Questo e’ un grande successo per la Croazia dopo il quale segue un grande lavoro” ha commentato la decisione della CIG il neoministro della giustizia croato, Ivan Simonovic, principale rappresentante della Croazia in questo ricorso. Simonovic ha detto che su una eventuale transazione con la Serbia dovrebbe decidere il governo croato ma che per la Croazia sarebbe estremamente importante insistere sulle domande giudiziali quali il destino degli scomparsi, punizione dei perpetratori di crimini e restituzione dei beni culturali. Da sottolineare che la Croazia si e’ rivolta alla CIG nel luglio 1999 sollevando le accuse contro l’allora Repubblica socialista della Jugoslavia per gonocidio.
Il ricorso croato e’ argomentato da testimonianze di vittime e migliaia di documenti. Secondo il presidente croato Stjepan Mesic la decisione della CIG ha anche un valore simbolico perche’ e’ arriva proprio nel momento in cui la Croazia ricorda le vittime di Ovcara e della citta’ di Vukovar come anche l’eroismo di tutti quelli che l’avevano difesa. “Questo e’ un significato simbolico e una certa giustizia” ha sottolineato Mesic. “La Serbia deve affrontare il passato” ha detto il premier croato Ivo Sanader e ha aggiunto che la politica della grande Serbia di Slobodan Milosevic ha causato un grande male al popolo croato ma anche agli altri.
Commentando la decisione della Corte, il capo del team legale della Serbia, Tibor Varadi ha dichiarato martedi’ all’Aja che la Serbia continuera’ a lavorare sulla risposta al ricorso croato considerando anche la possibilita’ di presentare controquerela. Alla domanda sulla possibilita’ di una transazione tra le due parti fuori giudizio, Varadi ha detto che la Serbia si e’ dimostrata diverse volte favorevole ad una soluzione fuori giudizio e che “adesso la parte croata dovrebbe reagire”.

IL PROCURATORE GENERALE BRAMMERTZ A BELGRADO: LE CONDIZIONI NON CAMBIANO
Di crimini di guerra e della collaborazione con il Tpi si e’ parlato anche a Belgrado a proposito della visita di due giorni del procuratore generale del Tribunale dell’Aja Serge Brammertz. La conclusione di Brammertz in merito all’ennesima valutazione della collaborazione di Belgrado con la giustizia internazionale e’ che “vi sono progressi” ma “non pienamente sufficienti”. Le autorita’ serbe continuano a ribadire “la ferma volonta’” di catturare ed estradare il ricercato numero uno, l’ex generale serbo bosniaco Ratko Mladic, accusato di genocidio, crimini di guerra e contro l’umanita’ per l’assedio di Sarajevo e il massacro di Srebrenica nonche’ l’altro imputato latitante, Goran Hadzic, leader dei serbi ribelli della Croazia.
Il presidente del Consiglio nazionale per la collaborazione con l’Aja e coordinatore del team di azione per l’arresto degli imputati latitanti, Rasim Ljajic ha informato che per Belgrado non e’ stato indicato nessun nuovo termine entro il quale bisogna estradare i due ricercati al Tribunale dell’Aja poiche’ tutti i termini stabiliti finora sono da tempo esauriti.
Il procuratore generale dell’Aja verso la fine della settimana prossima, ha spiegato Ljajic, presentera’ un rapporto scritto al Consiglio di Sicurezza mentre sui risultati dei due giorni a Belgrado informera’ il Consiglio dei ministri dell’Ue il prossimo 10 e 11 dicembre. Ljajic ha comunque avvertito che non ci sara’ nessun cambiamento rispetto alle posizioni note finche’ Mladic non sara’ estradato all’Aja. Senza Mladic all’Aja, l’Olanda blocchera’ l’adesione della Serbia all’Ue e questo e’ stato confermato da perte delle autorita’ olandesi, ha detto Ljajic e ha aggiunto che alla comunita’ internazionale non interessano piu’ gli sforzi serbi, le azioni e le attivita bensi’ risultati concreti.
C’e’ da notare che il procuratore generale Serge Brammertz ha incontrato a Belgrado tutte le massime cariche dello Stato ma pubblicamente non ha lasciato nessuna dichiarazione e non ha tenuto nessuna conferenza stampa. Dall’ufficio del presidente Tadic e del premier Cvetkovic ci son stati comunicati in cui si e’ sottolienato quello che i vertici serbi hanno detto al procuratore del’Aja ma praticamente nessuna informazione su quello che Brammertz avrebbe detto loro.


17 novembre 2008


IL NUOVO GOVERNO SLOVENO E I TIMORI UE PER LA BOSNIA

Qui di seguito il testo della corrispondenza di Marina Sikora per la puntata del 15 novembre di Passaggio a Sud Est, il settimanale di Radio Radicale sulla realtà politica dell'Europa sud orientale.


SLOVENIA: LA PRIMA VOLTA DEI SOCIALDEMOCRATICI AL GOVERNO
Dope la vittoria della coalizione di centro-sinistra guidata dai socialdemocratici di Borut Pahor, alle elezioni politiche svoltesi lo scorso 21 settembre, i quattro partiti vincitori hanno raggiunto settimana scorsa l’accordo per la formazione di un nuovo governo. Il Parlamento sloveno, nella seduta del 7 novembre ha votato la fiducia al nuovo premier Borut Pahor, leader socialdemocratico che martedi’ sera, dopo il coordinamento con i presidentI degli altri tre partiti della futura coalizione ha presentato la sua squadra di ministri. Verso la fine della settimana prossima sul governo nel suo insieme si pronuncIera’ il parlamento (Drzavni zbor) dopodiche’ il nuovo esecutivo del premier Pahor sara’ operativo.
Come spiegato dal nuovo premier, dopo un lungo ed esausto lavoro, la decisione sulla sua squadra di ministri e’ stata una scelta “dei migliori tra i migliori”. Nel nuovo governo di centro-sinistra ci dovrebbero essere cinque donne e sette ministri indipendenti che non appartengono all’attuale coalizione dei quattro partiti. A quanto sembra, per l’opinione pubblica slovena non ci sono grandi sorprese e le reazioni sono al momento positive. L’opinione generale e’ che questo tipo di composizione del governo, in cui ci sono diversi esperti politicamente indipendenti, potrebbe aiutare la Slovenia nel momento in cui giustamente si e’ preoccupati di una ulteriore escalation della crisi economica e finanziaria. Il nuovo esecutivo, oltre al premier avra' 19 membri, uno in piu’ rispetto al precedente, che e’ il ministro per la diaspora.
Il ministero degli esteri, Pahor ha affidato all’ex ambasciatore a Washington, Samuel Zbogar. Il ministro delle finanze sara’ l’esperto di macroeconimia France Krizani (socialdemocratico). All’economia Pahor ha proposto Matej Lahovnik del partito Zares, gia’ ministro dell’economia in uno dei governi di Janez Drnovsek. Il ministro per lo sviluppo sara’ l’ex ministro delle finanze nei governi di Drnovsek ed ex governatore della Banca centrale, Mitja Gaspari. Alla presidente dei liberaldemocratici, Katarina Kresal sara’ affidato il ministero degli interni, e un’altra donna, Ljubica Jelusic sara’ alla difesa. Al leader del Partito dei pensionati Desus spettera’ il ministero dell’ambiente.
Quanto al voto di fiducia in parlamento, il neopremier ha ottenuto 59 voti a favore e 24 contro di un totale di 90 seggi del parlamento monocamerale di Ljubljana. 9 voti in piu’ dei 50 parlamentari che aderiscono alla sua coalzione quadripartita. Il compito del suo governo, ha dichiarato in aula Pahor, sara’ quello di sostenere con forza la parte sana dell’economia, in particolare gli esportatori, di trovare misure per sostenere i piu’ deboli e di condurre una politica per l’occupazione. Oltre ai socialdemocratici, fanno parte della coalizione di sinistra il Zares, il Partito dei pensionati Desus e il Partito liberaldemocratico. Raggiungere l’accordo delle quattro parti per il mandatario Pahor non e’ stato per niente un lavoro facile e le trattative sono durate a lungo, sia sui contenuti del programma avanzato dai socialdemocratici ed emendato dagli alleati, sia sulla spartizione dei dicasteri.
A creare maggiori problemi e’ stato il Partito dei pensionati – Desus o meglio il leader di questo partito, Karl Erjavec che tra l’altro non figura tra gli eletti in parlamento. C’e’ da sottolineare pero’ che Pahor avrebbe avuto la maggioranza anche senza i voti dei pensionati, poiche’ i due partiti di opposizione, popolari e Partito nazionale avevano annunciato che avrebbero appoggiato il nuovo premier. Gli unici a votare contro sono stati i democratici del premier uscente Janez Jansa, risentito per il fatto di non essere stato invitato ai colloqui sulla formazione del nuovo esecutivo. Ma il nuovo premier si presenta come l’uomo del dialogo, promettendo un governo di larghe intese. Infatti, nel suo discorso in Parlamento, aveva invitato i parlamentari dell'opposizione di ''superare insieme gli ostacoli futuri'' affinche’ la Slovenia possa ''raggiungere il piu' presto possibile i Paesi piu' sviluppati''.

LA BOSNIA ERZEGOVINA AL CENTRO DELL’ATTENZIONE EUROPEA
La Bosnia Erzegovina sembra tornare al centro dell’attenzione dell’Ue. Dopo che lo scorso giugno l’Ue ha ratificato l’Accordo di stabilizzazione e associazione con la BiH e dopo che nonostante le aspettative non e’ stato compiuto nessun passo soddisfacente riguardante gli obblighi del Paese nel processo di avvicinamento all’Unione, con la nuova strategia europea verso la BiH e dopo l’accordo che hanno raggiunto i tre leader politici della BiH sulle questioni chiave, si va verso un nuovo tentativo di forti sollecitazioni affinche’ siano trovate le migliori soluzioni per rimettere il paese sulla giusta via verso l’integrazione europea. Il Consiglio europeo ha sostenuto la nuova strategia dell’Ue verso la Bosnia Erzegovina che implica un maggiore impegno dell’Unione nel Paese e la transizione dell’attuale Ufficio dell’Alto rappresentante della comunita’ internazionale nell’ufficio del rappresentante speciale dell’Ue in BiH.
Il Consiglio europeo, nelle sue conclusioni sui Balcani occidentali sottolinea il sostegno all’Alto rappresentante per la BiH, Miroslav Lajcak nei suoi sforzi di garantire il rispetto dell’Accordo di Pace di Dayton e di promuovere le riforme. Allo stesso tempo, il Consiglio si e’ detto anche profondamente preoccupato per il recente sviluppo della situazione politica in BiH, in particolare per la retorica nazionalista e l’attuazione di decisioni unilaterali da parte di singoli funzionari della BiH che mettono in questione le competenze comuni e le basi del funzionamento dello Stato.
Con il sostegno dell’Ue e’ prevista nelle settimane prossime una forte campagna nelle istituzioni statali, organizzazioni non-governative e presso l’ opinione pubblica per stimolare le migliori soluzioni sulla via che dovrebbe condurre la BiH verso l’Ue e per garantire massimo sostegno a questo processo. L’intenzione e’ di rafforzare anche il ruolo del Parlamento e di altre istituzioni governative nell’attuazione delle riforme proeuropee. La mancanza di consenso sulle principali questioni esiste ancora, come avvertito da Pierre Mirel, direttore per i Balcani Occidentali presso la Direzione generale per l’allargamento della Commissione europea. Ma sia Mirel che l’Alto rappresentante Miroslav Lajcak sperano che l’accordo raggiunto tra i tre leader politici della BiH, sabato scorso, possa essere proprio la svolta necessaria.
Si tratta dell’accordo che si e’ detto anche ‘storico’ raggiunto tra i leader dei tre attualmente piu’ forti partiti politici in BiH: Milorad Dodik, leader dell’Unione dei socialdemocratici indipendenti (SNSD), il maggiore partito serbo della Rs, Dragan Covic, leader dell’HDZ BiH, il partito croato, e Sulejman Tihic, leader del Partito dell’azione democratica (SDA), principale partito bosgnacco. L’accordo dei tre e’ un accordo di base sulle modifiche dell’attuale Costituzione di Dayton della BiH. La riforma costituzionale dovrebbe riguardare anche le competenze dello Stato, il funzionamento delle istituzioni della BiH nonche’ l’organizzazione territoriale. Dodik, Covic e Tihic si sarebbero accordati anche sulle questioni divergenti quali la divisione immobiliare dello Stato, definizione dello status del distretto di Brcko con una particolare regolamentazione costituzionale e la proposta di censimento della popolazione nel 2011 a condizione che fino al 2014 i risultati del censimento del 1991 restino la base per la rappresentanza nazionale in tutte le istituzioni statali, di entita’, dei cantoni come anche quelle locali. E’ stato concordato anche che il Parlamento della BiH dovrebbe delibarare un programma di misure per aiutare il ritorno dei rifugiati e la rimanenza sostenibile, incluso l’aiuto a tutte le persone dislocate.
Ma a pochi giorni da questo accordo, denominato storico, dei tre partiti di maggioranza della BiH giungono forti contestazioni da parte dei leader di altri tre partiti che nonostante il loro insuccesso elettoarale alle recenti elezioni locali, fanno parte della maggioranza parlamentare a livello statale. Gli “esclusi” dai colloqui sulle qustioni chiave per il futuro della BiH, Mladen Ivanic, del Partito democratico (PDP), Haris Silajdzic, leader del Partito per la BiH e Bozo Ljubic dell’HDZ 1990 affermano che l’accordo dei tre partiti non avra’ un seguito nella Camera dei Rappresentanti del Parlamento della BiH. In effetti, Dodik, Covic e Tihic che mirano a cementare una posizione di rappresentanti leader dei tre popoli costituenti della BiH, serbi, croati e bosgnacchi, non hanno ancora una maggioranza in parlamento necessaria per l’attuazione delle riforme concordate.
Reazioni particolarmente negative arrivano dalle fila dell’HDZ 1990, l’altro partito croato e dalla formazione bosgnacca, Partito per la BiH di Haris Silajdzic. L’HDZ 1990 afferma che Tihic, Covic e Dodik cercano di avere il monopolio nel rappresentare ciascuno dei tre popoli mentre al rappresentante croato Covic, addossano in particolare la colpa di aver rinunciato al principio sulla riforma costituzionale che precedentemente era stata concordata con i rappresentanti di tutti i partiti politici croati. L’HDZ 1990 afferma che i croati si oppongono alla riforma della Costituzione attuale spingendo per soluzioni costituzionali nuove che acconsentirebbero l’istituzione di una terza entita’, quella croata piuttosto che cementare l’attuale divisione della BiH in due entita: quella a maggioranza serba e quella a maggioranza croato-musulmana.
Ma il piu’ aspro nelle contestazioni e’ il leader bosgnacco Haris Silajdzic. Per lui, l’accordo dei tre rappresentanti politici rappresenta il piu’ grave attacco all’integrita’ e alle competenze costituzionali della BiH, il rifiuto delle raccomandazioni e delle posizioni delle istituzioni europee sulle riforme costituzionali e un’umiliazione offensiva verso tutti, ma in particolare verso le vittime bosgnacche e croate della BiH. Silajdzic ha lanciato accuse contro cedimenti ai “ricatti di Dodik” mentre sulla proposta del censimento ha detto che rappresenta la “legalizzazione del genocidio e della pulizia etnica”.
L’Alto rappresentante per la BiH, Miroslav Lajcak ha salutato invece l’accordo dei tre leader politici affermando che “la comunita’ internazionale si aspetta approcci costruttivi dei politici locali alla soluzione dei problemi e che questa e’ la prova che un compromesso e’ possibile quando c’e’ la prontezza per un dialogo aperto”. L’accrodo che hanno raggiunto Sulejman Tihic, Dragan Covic e Milorad Dodik potrebbe risolvere le questioni chiave per il progresso di questo paese e accelerare il suo cammino europeo. Le soluzioni sulla questione costituzionale, immobili statali, censimento e distretto Brcko sono molto vicine alle proposte della comunita’ internazionale, ha detto Lajcak. Bruxelles e’ ora in attesa di un consenso di tutti i leader politici del Paese. Vedremo quanto queste aspettative sono veramente realistiche.


9 novembre 2008


L'UNIONE EUROPEA E I BALCANI

Mercoledì 5 novembre la Commissione Europea ha presentato il rapporto annuale sui Paesi che a vario titolo sono in lista d'attesa per l'adesione all'UE. Il 2009, ha detto il commissario all'Allargamento, Olli Rehn, sarà l'anno dei Balcani. Dichiarazione forse un po' ottimistica ma non priva di fondamento. Il problema è vedere se i Balcani saranno pronti, ma anche se l'Europa riuscirà a superare lo scoglio della crisi politico-istituzionale determinata dalla bocciatura irlandese del Trattato di Lisbona. Qui di seguito il testo della corrispondenza di Marina Sikora per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda ieri sera (sabato 8 novembre) a Radio Radicale risporta le reazioni ed i commenti alle "pagelle" da parte di alcuni Paesi dei Balcani ma anche altre questioni che coinvolgono le relazioni tra l'UE e l'area balcanica.

Croazia: il 2009 una data fattibile per concludere i negoziati con l'UE
La Croazia potrebbe concludere i colloqui per entrare nell'Unione europea il prossimo anno se accelerasse i preparativi per questo obiettivo. Nel suo rapporto annuale sull'allargamento, la Commissione europea ritiene che "potrebbe essere possibile raggiungere la fase finale dei negoziati per l'ingresso nell'Ue della Croazia entro la fine del 2009, sempre che il Paese ottemperi a tutte le condizioni necessarie". Con questa considerazione, la Commissione “propone un percorso indicativo per concludere i negoziati tecnici entro la fine del 2009” si legge nella strategia sull’allargamento che mercoledi’ e’ stata presentata dal commissario all’allargamento Olli Rehn. E’ un incorraggiamento per la Croazia, ma non un assegno bianco, ha detto Rehn precisando che il calendario indicativo potrebbe essere rivisto a secondo del progresso che la Croazia riuscira’ a raggiungere. “La palla e’ ora nel campo della Croazia”, ha detto il commissario europeo. Questa e’ la prima volta che la Commissione menziona una scadenza per la conclusione delle negoziazioni di adesione con la Croazia. Il commissario Rehn ha spiegato inoltre che in base alla lezione imparata dal precedente giro di allargamento, la Commissione ha decisio di non indicare nessuna data per l’adesione prima che i negoziati non entrino nella fase finale e ha sottolineato che Zagabria dovra’ lavorare sodo sugli obbiettivi piu’ difficili, in particolare quelli che riguardano la riforma del sistema giudiziario e dei cantieri navali. I recenti eventi tragici in Croazia hanno messo in primo piano la serieta’ della sfida con cui il Paese deve fare i conti e che sono la lotta contro la corruzione e il crimine organizzato. Quanto al veto sloveno per l’apertura di quattro capitoli nel processo negoziale a causa del fatto che Ljubljana con Zagabria ha un conto in sospeso sui confini, Olli Rehn ha precisato che le questioni bilaterali devono essere risolte tra Slovenia e Croazia e non fanno parte delle negoziazioni di adesione. Alla domanda se i problemi con la ratifica del Trattato di Lisbona possono essere utlizzati come un pretesto per rallentare il processo di adesione, il commissario all’allargamento ha detto di sperare che questo non sara’ il caso. “La ratifica del Trattato di Lisbona e l’adesione della Croazia sono due processi paralleli. Credo che la questione intorno al Trattato di Lisbona sara’ risolta prima che la Croazia sara’ pronta per l’adesione all’Ue in quanto 28esimo stato” ha detto Olli Rehn.
La Commissione europea propone inoltre al Consiglio di istituire un gruppo di lavoro ad-hoc per elaborare un disegno dell’Accordo di adesione con la Croazia. Questo gruppo potrebbe lavorare parallelamente ai negoziati e quindi iniziare il lavoro ai primi del 2009, si legge nel documento. Sempre se la Croazia continuera’ a progredire nei preparativi per l’adesione, la Commissione annuncia la presentazione, a meta’ dell’anno prossimo, di una proposta di pacchetto finanziario per la sua adesione. Il relatore al PE per la Croazia, Hannes Swoboda si e' detto soddisfatto perche' la Commissione ha menzionato il 2009 come un anno possibile per la conclusione dei negoziati con la Croazia. Secondo Swoboda, il rapporto e' equilibrato e adesso bisognerebbe fare il tutto possibile - la Commissione europea e la Croazia nonche' i paesi confinanti quale la Slovania - affinche' i negoziati siano davvero conclusi entro la fine del prossimo anno. Il capo della delegazione della Commissione europea in Croazia, Vincent Degert ha valutato che il percorso indicativo per la conclusione delle negoziazioni con la Croazia sia fattibile ed ha sottolineato che la Commissione offrira' pieno sostegno tecnico e finanziario ma che osservera' con attenzione l'andamento del processo.

Croazia: il "caso Pukanic" e la lunga mano della mafia balcanica
Il rapporto annuale sulla Croazia, ha messo inevitabilmentne in primo piano la gravita’ della questione del crimine organizzato. Dopo che gli omicidi di stampo mafioso a Zagabria hanno scosso la Croazia come un vero terremoto, sono iniziate le attivita’ di una intensa lotta contro la mafia. Al suo centro, la caccia al assassino, ma piu’ ancora ai mandanti dell’omicidio di uno dei piu’ controversi giornalisti croati, Ivo Pukanic, direttore del settimanale ‘Nacional’. Come abbiamo riportato nella ultima trasmissione ‘Passaggio a sudest’, due settimane fa, nel pieno centro di Zagabria, davanti alla sede di ‘Nacional’, Ivo Pukanic e Niko Franjic, direttore di marketing della stessa testata sono stati uccisi dall’espolosione di un’auto bomba. La vicenda scioccante e’ stata preceduta, a distanza di pochi giorni, da un altro omicidio, sempre nel pieno centro della capitale croata, di una giovane avocatessa, Ivana Hodak, figlia dell’ex vicepremier del governo croato Ljerka Mintas Hodak e di Zvonimir Hodak, difensore del generale Vladimir Zagorec, arrestato dalle autorita’ croate sotto accusa di abuso di ufficio e di furto di diamanti per un valore di cinque milioni di dollari che gli erano stati consegnati come garanzia per gli affari di armamenti.
Dal momento dell’assassinio dei due giornalisti, Zagabria e’ sorvegliata da un rilevante numero di poliziotti, gli arresti sono pratica quotidiana, numerose le perquisizioni di auto e abitazioni mentre posti di blocco sono stati disposti sull’autostrada che porta in Serbia. Il fatto intrascurabile nella vicenda e’ che Pukanic era considerato vicino al crimine organizzato e ai servizi segreti deviati, in amicizia con pezzi grossi della criminalita’ ma anche con politici di piu’ alto livello, perfino molto amico del presidente croato Stjepan Mesic.
Subito dopo l’omicidio della giovane Ivana Hodak, il premier Sanader aveva sostituito i ministri degli Interni e della Giustizia nonche’ il capo della polizia con esperti che sono stati subito proclamati ministri anti-mafia. L’uccisione di Pukanic e’ pero’ la prova che la mano lunga della mafia si sta facendo strada seriamente. Ora un passo in avanti nelle indagini sull’attentato, grazie anche alla collaborazione della polizia croata con quella della Republica Srpska e della Serbia, e’ stato l’arresto di 10 persone che conduce gli inquirenti sulle tracce dei possibli mandanti dell’omicidio. Otto, tra gli arrestati sono cittadini croati, tutti gia’ noti alla polizia per precedenti crimini di carattere mafioso e due serbi. Tra i possibli sospetti c’e’ il serbo Sreten Jocic, detto Joca Amsterdam, considerato il capo mafia piu’ pericoloso coinvolto nel traffico di droga nei Balcani. Il neo ministro degli interni, Tomislav Karamarko, in una dichiarazione alla Tv croata ha detto che le forze dell'ordine ''sono sulle tracce dei colpevoli''.
Rimane l’incognita se le due recenti vicende tragiche, l’uccisone della giovane avocatessa e del giornalista Pukanic sono collegate e se fanno parte di una larga catena della criminalita’ balcanica. L’assassinato giornalista Ivo Pukanic era al corrente anche dei retroscena dell’omicidio di Ivana Hodak. Il tutto lascia immaginare che Pukanic poteva essere considerato un testimone importante dell’inchiesta sulla mafia dei Balcani.

Serbia: “L’Europa ingiusta con i condizionamenti”
La Serbia, nel migliore dei casi, potrebbe ottenere lo status di candidato per l’adesione all’Ue nel 2009, e’ la valutazione che a nome della Commissione europea ha espresso il commissario all’allargamento Olli Rehn. A tal proposito sara’ molto importante il giudizio sulla collaborazione di Belgrado con il Tpi che il procuratore generale Serge Bramertz presentera’ a dicembre al Consiglio di Sicurezza dell’Onu e che rappresenta la condizione indispensabile per scongelare l’Accordo di stabilizzazione e associazione firmato tra l’Ue e la Serbia. Nel rapporto annuale della Commissione sull’avanzamento della Serbia verso le integrazioni europee, si legge, tra l’altro, che la Serbia deve dimostrare un “progresso palpabile” nelle riforme sullo stato di diritto e quelle economiche. Queste conclusioni pero’ non hanno per niente soddisfatto Belgrado. Il ministro degli esteri Vuk Jeremic ha reagito affermando che la Serbia nel processo dell’integrazione europea non ha lo stesso trattamento come gli altri paesi. Jeremic ritiene che l’Ue ha gia’ condizionato abbastanza la Serbia e che sia arrivato il tempo di smettere con questa prassi. Il capo della diplomazia serba si aspetta che alla Serbia sia acconsentito di scongelare entro la fine dell’anno l’Accordo commerciale transitorio e che il prossimo anno la Serbia si trovi sulla “lista bianca Shengen” e ottenga lo status di candidato all’adesione. “Prima la condizione e’ stata quella di dimostrare la piena collaborazione con il Tribunale internazionale per l’ex Jugoslavia. Di recente la piena collaborazione con il Tribunale dell’Aja significa estradare Ratko Mladic anche se non ci sono prove concrete che lui si nasconda in Serbia” afferma Jeremic aggiungendo che dopo la grandissima pressione sui paesi vicini di riconoscere l’indipendenza del Kosovo (un riferimento a Montenegro e Macedonia) si aspetta che la Serbia si comporti come se nulla fosse accaduto. Infine, protesta Jeremic, “adesso ci sono perfino quelli che stanno insinuando che una delle condizioni per ottenere lo status di candidato all’adesione dovrebbe essere il riconoscimento del Kosovo da parte della Serbia”. “E arrivato il tempo per dire: ora basta” ritiene i ministro degli esteri serbo. Sulla questione del dispiegamento della missione europea in Kosovo, il tono di Jeremic e’ stato molto piu’ calmo e ha spiegato che si e’ vicinissimi al raggiungimento di un accordo che potrebbe essere confermato al Consiglio di Sicurezza. In caso contrario, ha avvertito Jeremic, potrebbero esserci problemi seri sul terreno.

Missione Eulex: raggiunto l’accordo con la Serbia?
Il responsabile del Dipartimento per l'Allargamento dell'UE per i Balcani occidentali, Pierre Mirel, partecipando alla conferenza internazionale tenutasi questa settimana a Belgrado sul tema “La Serbia e l’Unione europea”, ha affermato che e’ intenzione dell'Ue raggiungere un accordo con la Serbia sul dislocamento dell'Eulex nel Kosovo. Nel suo intervento ha precisato che l'Eulex non e’ una condizione per l'adesione all'Unione europea della Serbia, non essendo mai stata considerata come clausola per la ratifica dell'Accordo di Stabilizzazione e Associazione (ASA). L'Ue chiede solo la cooperazione con il Tribunale dell'Aia e l'implementazione delle riforme in conformita’ alle richieste europee. Ha spiegato inoltre che nell'ultimo rapporto sul Kosovo e’ stata fortemente criticata la magistratura con la valutazione che la situazione del sistema giudiziario e dello Stato di diritto e’ in pessime condizioni. Questo e’ il motivo per cui una missione di carattere giudiziario e’ molto importante per il Kosovo e per la tutela dei diritti delle minoranze, ha detto Mirel. Si e’ detto inoltre convinto che, entro il 2009, la Serbia otterra’ lo status di candidato dell'Ue e sara’ inserita nella lista bianca di Schengen.
Secondo le informazioni della radio e televisione serba B92 di ieri, venerdi’, il responsabile del Dipartimento per l’Allargamento dell’Ue per i Balcani occidentali, Pierre Mirel ha dichiarato a Bruxelles che “l’Ue ha accettato le condizioni di Belgrado sulla missione Eulex in Kosovo”, vale a dire che il dispiegamento della missione europea deve essere approvato dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu, deve avere uno status neutrale e non sara’ collegato con il piano Ahtisaari. Queste informazioni, secono la B92, giungono di seguito all’incontro a Bruxelles tra Mirel e il vicepremier serbo Bozidar Djelic.

Bosnia Erzegovina: UE preoccupata per il clima politico
Secondo il sistema di rotazione della presidenza tripartita della Bosnia Erzegovina, il rappresentante serbo della Republika Srpska, Nebojsa Radmanovic ha assunto giovedi’ 6 novembre, per la seconda volta in questo mandato, la carica di presidente di turno della Presidenza di Stato. Radmanovic sostituisce cosi’ l’uscente presidente bosgnacco Haris Silajdzic che per otto mesi aveva svolto questo incarico. I tre membri della Presidenza si alternano ogni otto mesi nell’arco di quattro anni del loro mandato. Secondo il nuovo presidente Radmanovic, la BiH dovrebbe diventare candidato all’adesione insieme agli altri paesi vicini poiche’, come ha valutato, il Paese non e’ molto indietro rispetto agli altri stati della regione. “Sarebbe un approcio del tutto sbagliato se la Serbia e il Montenegro diventassero candidati mentre la BiH vi rimanesse esclusa, considerando che la Macedonia e la Croazia sono gia’ candidati” ha affermato Radmanovic al quotidiano di Banja Luka “Nezavisne novine” e ha aggiunto che la BiH non puo’ adempiere certi obblighi verso l’Ue a causa degli attuali limiti costituzionali che bisogna risolvere nel miglior modo possibile senza pero’ dare la colpa a nessuno. Ma dai vertici dell’Ue arrivano ancora forti critiche nei confronti della leadership bosniaca. Il capo della diplomazia francese, Bernard Kouchner, a nome della presidenza dell’Unione, l’alto rappresentante Javier Solana e il commissario all’allargamento Olli Rehn hanno inviato una lettera alle autorita’ della BiH in cui esprimono la loro preoccupazione per il clima politico nel Paese. Piu’ precisamente, i rappresentanti europei si dicono preoccupati per la politica delle autorita’ bosniache a tutti i livelli, che si manifesta in intimidazioni e divisioni a danno dell’unita’ e del consenso indispensabile nel processo dell’integrazione europea. “Intraprendendo questa via, rischiate di allontanare la BiH dall’Ue. L’Unione vi ricorda della vostra responsabilita’ verso i cittadini della BiH le cui aspirazioni di associarsi all’Ue non potete non riconoscere” scrivono Kouchner, Solana e Rehn. Bisogna smettere con la retorica che contrasta la sovranita’ e l’integrita’ territoriale della BiH e l’esistenza della Republika Srpska, avvertono i vertici europei.
Una prova delle notevoli divergenze interne sono state le ormai consuete dure critiche, pronunciate in questi giorni dal presidente di turno uscente Haris Silajdzic contro la Republica Srpska, l’entita’ a maggioranza serba. Il membro bosgnacco della Presidenza tripartita si e’ detto contrario all’esistenza della Rs perche’ “questa entita’ viola l’Accordo di Dayton ed i diritti fondamentali umani ed internazionali”. Silajdzic afferma che il governo della Rs blocca l’attuazione delle riforme nel paese e ritiene che il Consiglio per l’attuazione della pace (PIC) dovrebbe “puntare il dito sulla leadership della Rs perche’ rifiuta la via europea”. Ha accusato inoltre la Rs perche’ continua ad ostacolare il ritorno dei profughi e la piena implementazione dell’Accordo di Dayton. Per queste ragioni Silajdzic e’ dell’opinione che non si dovrebbe in nessun modo chiudere l’Ufficio dell’Alto rappresentante della comunita’ internazionale per la BiH il quale, tra l’altro, dispone dei poteri di Bonn che gli permettono di destituire i funzionari dai loro incarichi. Quanto alle recenti critiche dei rappresentanti della comunita’ internazionale, Silajdzic ha detto che “non hanno il vero orientamento e mettono sullo stesso piano quelli che si impegnano affinche’ la BiH possa far parte dell’Ue e quelli che invece ne sono contrari”. In piu’, il rappresentante bosgnacco ha detto di aspettarsi che la nuova politica progressista americana possa garantire il rispetto dei diritti umani e del diritto internazionale. Commentando queste affermazioni del presidente uscente Haris Silajdzic, l’ambasciatore americano a Banja Luka, Charles English ha detto che non ci possono essere cambiamenti della struttura interna della Bosnia Erzegovina senza il consenso nazionale e che non ci puo’ essere nessuna secessione dalla BiH. “Tutti quelli che parlano dell’Accordo di pace di Dayton devono assicurare la sua piena implementazione” ha detto il diplomatico americano.


6 ottobre 2008


KOSOVO: IL PRESIDENTE SERBO RIACCENDE IL TEMA DELLA SPARTIZIONE

Quella che segue è una parte della corrispondenza di Marina Sikora andata onda nella puntata di sabato 4 ottobre di Passaggio a Sud Est, il settimanale di Radio Radicale dedicato alla situazione politica dell'Europa sud orientale.

Nell’incognita di quello che sara’ l’esito dell’iniziativa della Serbia alla 63esima Assemblea Generale dell’Onu che chiede di adire alla Corte Internazionale di Giustizia in merito alla dichiarazione unilaterale dell’indipendenza del Kosovo e che dovrebbe essere all’ordine del giorno settimana prossima, nascono nuove polemiche con la riattualizzazione dell’ipotesi di una spartizione del Kosovo. A tirare fuori l’argomento e’ stato il presidente Boris Tadic in una intervista alla Radiotelevisione serba Rts. Per precisare, Tadic si e’ detto convinto che ci sono ancora spazi negoziali per superare l’autoproclamata indipendenza di Pristina poiche’ la Serbia non rinuncia alla rivendicazione della propria sovranita’ sul Kosovo. La spartizione del Kosovo non e’ all’ordine del giorno poiche’ Belgrado vuole continuare a cercare una soluzione nel quadro della massima autonomia del Kosovo all’interno della Serbia. Ma se verranno esaurite tutte le opiziono, che non sono poche, Tadic ha detto di essere "pronto a considerare anche questa opzione". Il presidente della Serbia ha aggiunto che nell’ambito del processo di soluzione dello status del Kosovo "tutte le iniziative sono legittime" e tutto e’ meglio della situazione in cui una parte ha perso tutto.

Dopo molte polemiche che hanno suscitato subito queste dichiarazioni, il presidente Tadic si e’ rivolto pubblicamente con precisazioni che le sue parole non singificano in nessun momento una proposta della divisione del Kosovo. Cogliendo l’occasione, Tadic ha ripetuto le gia’ note posizioni della politica di Belgrado sul Kosovo indicando che sulla divisione del Kosovo si potrebbe pensare solo se tutte le altre possibilita’ sarebbero esaurite. Questa, in qualche modo "marcia indietro" o ammorbidimento di quanto dichiarato il giorno precedente e’ stata accompagnata da altre polemiche e speculazioni sulla stampa. Cosi’ il quotidiano ‘Danas’, con riferimento a fonti innuficiali, informa che nonostante Tadic avesse annunciato la spartizione come l’ultima delle ipotesi, nei circoli diplomatici si ipotizza che negoziati segreti sarebbero gia’ in corso e che le autorita’ serbe hanno iniziato con le attivita’ per una preparazione mediatica dei cittadini alle prossime mosse di Belgrado.

Gli albanesi e i serbi del Kosovo, almeno per quanto riguarda le dichiarazioni dei loro rappresentanti, sono contrari alla spartizione anche se essa de facto gia’ esiste poiche’ la parte settentrionale del Paese, oltre il fiume Ibar, in cui la popolazione serba rappresenta la maggioranza, non riconosce le autorita’ di Pristina e continua a boicottare le istituzioni kosovare. La recentissima dichiarazione del presidente Tadic ha solo aumentato le tensioni. L’ex generale dell’esercito jugoslavo Ramadan Cehaja, fondatore dell’accademia del Korpo di protezione del Kosovo e commentatore militare ritiene che il Kosovo, de facto, sia gia’ diviso e che la sua parte settentrionale e’ di fatto separata e opera secondo le indicazioni di Belgrado. "I servizi di sicurezza della Serbia, sia civili che militari, fanno il loro lavoro manipolando con il popolo" precisa Ramadan Cehaja. Sempre secondo questo esperto militare, al nord del Kosovo non c’e’ altra scelta che collaborare con la KFOR, l’Eulex e la polizia kosovara mentre le strutture parallele dovrebbero ritirarsi. I rappresentanti politici dei serbi in Kosovo valutano che una possibilita’ della spartizione del Kosovo sarebbe un cattivo messaggio per i serbi nella regione e che questa ipotesi e’ contro la loro volonta’. Rada Trajkovic, vicepresidente del Consiglio nazionale serbo ritiene che la divisione del Kosovo "legalizzerebbe la pulizia etnica e chiuderebbe la pagina sul destino dei serbi sequestrati e scomparsi. Anche il ministro serbo per il Kosovo, Goran Bogdanovic afferma che sarebbe difficile effettuare la divisione del Kosovo "senza nuove fratture". Forse si tratta di una opzione migliore rispetto all’indipendenza, ha detto Bogdanovic ma ha anche precisato che la questione non e’ stata tema di dibattito alle riunioni del Governo. "L’iniziativa sulla spartizione sicuramente non sara’ promossa da parte nostra. Noi vogliamo stabilire le relazioni con gli albanesi conformemente alle norme di civilta’. E’ chiaro che non accetteremo mai l’indipendenza della regione" ha detto il ministro per il Kosovo, Bogdanovic.

Quanto all'inziativa della Serbia all'Assemblea Generale dell'Onu, l'8 ottobre si votera' sulla risoluzione serba che sollecita la Corte Internazionale di Giustizia di esprimere un giudizio sulla legalita' dell'autoproclamata indipendenza del Kosovo. A tal proposito, il capo della diplomazia serba, Vuk Jeremic ha dichiarato per l’emitente B92 di aspettrsi che la decisione della Corte sara’ a favore della Serbia vale a dire che l’indipendenza del Kosovo sara’ giudicata come una violazione del diritto internazionale e che di seguito ad una tale decisione molti stati ritireranno il loro riconoscimento dell’indipendenza di Pristina. A proposito di questi molti Stati, Jeremic ha fatto solo l’esempio del Costarica affermando che i rappresentanti di questo paese gli hanno confermato il loro voto a favore della risoluzione serba e che nel caso della decisione positiva della Corte, saranno pronti a ritirare il riconoscimento dell’indipendenza. "Se la Corte prendera’ questa decisione, allora il Kosovo non potra’ diventare membro di nessuna organizzazione internazionale", ha detto Jeremic. "Gli albanesi del Kosovo dovranno quindi decidere se vogliono per sempre rimanere un territorio indefinito oppure torneranno al tavolo di negoziati con la Serbia per raggiungere una soluzione negoziale", ha ribadito Jeremic come ospite della trasmissione ‘Poligraf’ della televisione B92.


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19 settembre 2008


DAI BALCANI: SERBIA E KOSOVO, GIUSTIZIA INTERNAZIONALE, INTEGRAZIONE EUROPEA

Di Marina Sikora, corrispondente di Radio Radicale

Quello che segue è il testo della corrispondenza per la puntata di "Passaggio a Sud Est" del 20 settembre ascoltabile sul sito di Radio Radicale nella sezione delle Rubriche.


L’INIZIATIVA SERBA SUL KOSOVO ALL'ASSEMBLEA GENERALE ONU
Alla 63a Assemblea Generale dell’Onu, iniziata ufficialmente martedi’ 16 settembre, la Serbia e’ arrivata con l’iniziativa che vuole mettere sotto esame la legalita’ della proclamazione unilaterale dell’indipendenza del Kosovo nonostante il fatto che questa indipendenza e’ stata riconosciuta da oltre 40 paesi, tra cui gli Stati Uniti e il maggior numero degli Stati membri dell’Ue. Per contestare l’indipendenza di Pristina, che per la Serbia continua ad essere un atto inaccettabile e in contrasto con la giustizia internazionale, Belgrado ha preparato una risoluzione in cui si sollecita la Corte internazionale di Giustizia ad esprimere un parere consultativo sulla legittimita’ dell’indipendenza del Kosovo autoproclamata lo scorso 17 febbraio.
La risoluzione della Serbia deve essere accolta dall’Assemble Generale e’ deve essere appunto l’organo principale delle Nazioni Unite a sollecitare il parere della Corte iternazionale di Giustizia. La prima tappa e’ stata superata a favore della Serbia, nel senso che il Comitato generale delle Nazioni Unite ha deciso all’unanimita’ di inserire nell’agenda dell’Assemblea Generale l’iniziativa serba. Questa decisione Belgrado la interpreta come una grande vittoria diplomatica, ma che sia ben lontana da una battaglia vinta lo avverte il capo della diplomazia serba Vuk Jeremic.
La vera vittoria sara’ quella di ottenere la maggioranza dell’Assemblea Generale a votare a favore della risoluzione perche’ la richiesta serba possa arrivare infine alla Corte internazionale di Giustizia, ha precisato Jeremic sottolineando come un segnale positivo il fatto che tra i 28 membri del Comitato Generale dell’Onu che hanno approvato infine all’unanimita’ di inserire nell’ordine dei lavori la risoluzione serba sul Kosovo, ci sono anche i paesi che gia’ hanno riconosciuto l’indipendenza di Pristina. Nessuna precisazione pero’ su quando l’inziativa della Serbia sara’ messa al voto dell’Assemblea Generale.
Contrariamente alla soddisfazione della Serbia, l’ambasciatore francese presso le Nazioni Unite Jean Moris Riper, afferma che l’iniziativa di Belgrado non aiuta agli sforzi di accelerare le integrazioni europee della Serbia. Riper ha detto che all’interno dell’Ue sono in corso consultazioni su questa iniziativa affinche’ l’Unione, nel momento della votazione sulla risoluzione possa prendere una posizione unica. Secondo il diplomatico francese, nel momento in cui l’Unione e’ impegnata ad accelerare il processo di avvicinamento della Serbia all’Ue, l’iniziativa di Belgrado in seno alla Nazioni Unite crea delle turbolenze che non aiutano questo processo.
Secondo l’opinione di molti esperti politici itnernazionali, tra cui anche l’esperto tedesco per i Balcani, Lottar Altmann, la risoluzione della Serbia che chiede un parere consultativo alla Corte Internazionale di Giustizia sulla legalita’ della proclamazione unilaterale dell’indipendenza del Kosovo ha buone possibilita’ per ottenere la maggioranza dell’Assemblea Generale. Se il caso arrivera’ dinanza alla Corte e perfino se essa giudichera’ a favore di Belgrado, secondo Altmann, questo e’ il massimo che la Serbia potra’ ottenere. E’ chiaro che i paesi che finora hanno riconosciuto il Kosovo non ritireranno la loro decisione. Tuttavia, per Belgrado sarebbe punti vincenti sul piano nazionale e una giustificazione per le autorita’ serbi di aver fatto il tutto possibile. Stesso vale anche nel caso se la Corte Internazionale di Giustizia giudicasse a favore della legittimita’ del Kosovo indipendente.

TPI: RADOVAN KARADZIC PRENDE TEMPO
Dopo tredici anni di latitanza di Radovan Karadzic e la rivelazione scioccante, di seguito al suo arresto a Belgrado, che l’ex leader dei serbi bosniaci, uno dei piu’ ricercati criminali di guerra in ex Jugoslavia, abbia trascorso una vita quasi indisturbata sotto falsa identita’, continuano ora i rinvii dell’inizio del vero processo. Radovan Karadzic e’ comparso cosi’ per la terza volta dinanzi al Tribunale dell’Aja e ancora una volta non vengono formulate le accuse e fissata la data per l’inizio del processo. Anche questa settimana si e’ ripetuto quello che e’ accaduto lo scorso 29 agosto quando Karadzic ha rifiutato di pronunciarsi se colpevole o innocente e quando il Procuratore non aveva fornito ancora la documentazione completa. L’imputato dell’Aja continua a difendersi da solo e ha nuovamente chiamato in causa la Nazioni Unite affermando che e’ l’Onu il mandante del suo presunto accordo con l’allora inviato speciale dell’amministrazione americana nei Balcani, Richard Holbrooke secondo il quale gli sarebbe stata garantita l’immunita’ a condizione del suo ritiro dalla vita politica. ''Io mi difendo da solo e non difendo solo me ma la mia terra e il mio popolo che hanno sofferto e voglio fare emergere la verita' '', ha dichiarato Karadzic mercoledi’ in aula. Cosi’ l’ex uomo forte di Pale continua a prendere tempo insistendo di voler vedere tutto il materiale contro di lui. A tal proposito ha anche sollevato diverse polemiche sulle traduzioni imprecise del tribunale, sul ritardo nel ricevere i documenti tradotti e sulle difficolta' tecniche nella loro lettura in versione elettronica. Quanto al giudice Bonomy, Karadzic dovrebbe ricevere entro la fine della prossima settimana il nuovo atto d'accusa e solo dopo averlo letto potra’ essere fissata una nuova udienza.

LA CONDANNA DI RASIM DELIC: “UNA SENTENZA CLEMENTE”
Due giorni prima di questa terza apparizione di Radovan Karadzic davanti ai giudici del Tpi, la Corte emmette la sentenza che ha condannato l’ex capo militare dei musulmani bosniaci, Rasim Delic a soli tre anni di reclusione per crimini di guerra. Una sentenza giudicata “clemente” da parte dei leader serbi e croati di Bosnia ma anche da parte delle autorita’ di Belgrado. Da questi ultimi, le critiche e le accuse nei confronti del Tpi sono ancora piu’ pesanti poiche’ messe nel contesto dell’insistente veto olandese allo sblocco dell’accordo commerciale temporaneo tra l’Ue e la Serbia in vista dell’applicazione dell’Accordo di stabilizzazione ed associazione. L’Olanda, va ricordato, rimane fermamente opposta all’apertura dell’Unione verso la Serbia perche’ ritiene inadeguata la collaborazione di Belgrado con il Tribunale dell’Aja, in particolare finche’ non sara’ arrestato e consegnato il numero uno dei ricercati latitanti, l’ex generale serbo bosniaco Ratko Mladic.
La procura speciale di Belgrado per la caccia ai criminali di guerra che e’ una delle istituzioni serbe maggiormente impegnate nella collaborazione con la giustizia internazinale ha usato infatti toni molto pesanti nel criticare la lieve condanna del Tpi a Rasim Delic. Da sottolineare che la Procura dell’Aja aveva chiesto per Delic una pena carceraria di 15 anni accusandolo di aver ordinato atrocita’ nei confronti di prgionieri serbi e l’uccisone di civili serbi e croati in Bosnia centrale nel periodo tra il 1993 e 1995. Secondo Bruno Vekaric, portavoce della procura serba, la sentenza rappresenta una beffa ''vergognosa'' per le vittime e ha accusato ''alcuni membri del Tpi'' di perseguire una giustizia non uguale per tutti, a secondo dell’origine etncia degli imputati. Sempre secondo Vekaric la sentenza a Delic ''non fa giustizia, ma appare una presa in giro'' ed e’ particolarmente amara per le autorita’ serbe dopo il recente successo dell'arresto e dell'estradizione all’Aja di Radovan Karadzic. Vekaric ha puntato anche sulle altre due sentenze del Tpi che Belgrado ha accolto come ''scandalose''. Si tratta delle assoluzioni dell'ex miliziano bosniaco musulmano Naser Oric e dell'ex leader dell’Uck e poi ex premier kosovaro Ramush Haradinaj, entrambi accusati a suo tempo di violenze e vendette contro civili serbi.
Reazioni molto critiche sulla sentenza a Rasim Delic anche da parte dei rappresentanti politici croati e serbi in Bosnia Erzegovina. Cosi’, il principale partito croato della Bosnia-Erzegovina, l’ HDZ, si e’ detto spiacevolmente sorpreso e ha bollato il verdetto come “insolitamente clemente”. Quanto al premier della Republika Srpska, l’entita’ a maggioranza serba della Bosnia Erzegovina, Milorad Dodik ''Con il suo verdetto contro Rasim Delic il Tpi ha mostrato una volta di piu' che davanti a questa corte la giustizia per le vittime serbe della guerra civile in Bosnia e' irraggiungibile''. Dodik ha aggiunto che ''le immagini con le teste decapitate dei serbi avevano fatto il giro del mondo. Ora chiediamo ai giudici del Tpi se tre anni sono sufficienti per i crimini compiuti dalle milizie che agivano nella zona di responsabilita' di Delic''.

ALLARGAMENTO UE: LE PROSPETTIVE DEI BALCANI IN UNA CONFERENZA A PRAGA
Di Balcani occidentali e la loro prospettiva europeea si e’ discusso a Praga nell’ambito della conferenza intitolata “Allargamento dell’UE – prospettive dei Balcani occidentali”. La conferenza e’ stata organizzata dal governo ceco con l’obbiettivo di presentare le priorita’ della prossima presidenza all’Ue della Repubblica Ceca, che iniziera’ dal 1 gennaio.
Partecipando a questa conferenza, il Commissario all’allargamento Olli Rehn ha dichiarato che “il prossimo anno per l’Ue sara’ nel segno dei Balcani occidentali”. Insieme al vice-premier ceco, Aleksandar Vondrom, incaricato per le questioni europee, Olli Rehn ha sostenuto la posizione che le complicazione intorno al Trattato di Lisbona sulla riforma delle istituzioni europee non dovrebbero rappresentare un ostacolo per l’integrazione europea dei paesi nella regione Balcanica. “Il processo potrebbe essere rallentato, ma non si puo’ fermare” ha detto Rehn. Alla confernza di Praga e’ stata ribadita anche la posizione della stragrande maggioranza degli Stati membri dell’Ue a favore dello scongelamento dell’Accordo commerciale temporaneo con la Serbia, a differenza della rigida opposizione dell’Olanda.
Secondo il Commissario all’allargamento, la ratifica dell’Asa in parlamento serbo ha aumentato le possibilita’ per Belgrado di ottenere lo status di candidato all’adesione nel 2009. La priorita’ dell’Ue anche nel 2009 sara’ il Kosovo, in praticolare la questione chiave del dispiegamento della missione Eulex, ha detto Rehn.
Sempre secondo le sue valutazioni, durante la presidenza ceca nella prima meta’ del 2009, ci sara’ anche il compito di concludere i negoziati con la Croazia in alcuni dei capitoli piu’ difficili.
”La Croazia e’ sulla via giusta. Mi aspetto che i rimanenti capitoli saranno aperti in autunno, ma alcune delle questioni piu’ difficili potrebbero prolungarsi durante la presidenza ceca” ha spiegato il Commissario all’allargamento Olli Rehn.

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