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passaggioasudest [ la realtà politica dell'europa sud orientale dai balcani alla turchia ]
 



Questo blog è dedicato ad un'area cruciale per il futuro europeo. Per l'area che va dai Balcani occidentali alla Turchia, infatti, passa il futuro dell'Unione europea come progetto politico così come il futuro di questi Paesi passa dalla scelta dell'integrazione in questo progetto.




"Dobbiamo ricordarci che l’informazione è un veicolo diretto all’utente, non è un soliloquio da parte del giornalista. Bisogna tenere sempre presente che chi è dall’altra parte del microfono deve poter comprendere una realtà in cui non è presente. Questo, penso, è il massimo sforzo che i giornalisti devono compiere".
Antonio Russo



"Il vero referendum sul futuro dell'Unione si terrà nei Balcani"
International Balkan Commission


"E poi, un giorno, è stato costruito un ponte che collegava le due rive del Bosforo. Quando sono salito sul ponte e ho guardato il panorama, ho capito che era ancora meglio, ancora più bello di vedere le due rive assieme. Ho capito che il meglio era essere un ponte fra due rive. Rivolgersi alle due rive senza appartenere".
Orhan Pamuk, Istanbul



Per inviare una email scrivi a pasudest@yahoo.it





29 febbraio 2008


L'EUROPA E LO SCOGLIO KOSOVO

Un'immagine dell'assalto all'ambasciata Usa a BelgradoE' passata una settimana dalla notte di violenza di Belgrado. La manifestazione che giovedì scorso ha portato in piazza 250 mila persone (300mila secondo altre stime, mezzo milione per altri ancora) ha lasciato dietro di sé un morto, 150 feriti tra cui 35 poliziotti, quattro ambasciate assaltate e gravemente danneggiate (quelle di USA, Croazia, Turchia e Belgio), altre rappresentanze diplomatiche colpite insieme a due McDonalds e a due banche, l'austriaca Reiffessen e l'italiana Unicredit. Va anche detto che la violenze sono state opera però di piccoli gruppi organizzati: gruppi politici che hanno agito insieme agli hooligan delle squadre di calcio della capitale serba che non da oggi hanno legami cpn gli ambienti ultranazionalisti più estremisti e violenti. I vari episodi di daneggiamenti e saccheggi ai negozi sono poi frutto di motivi che col Kosovo hanno ben poco o nulla a che fare (basta guardare i video che circolano su You Tube.
La manifestazione di gioved
ì nel suo complesso, al di là degli slogan roboanti e della retorica, è stata pacifica. Cittadini serbi provenienti da tutto il paese hanno sfilato per il centro di Belgrado all'insegna dello slogan Il Kosovo è Serbia. La manifestazione, sponsorizzata dal governo e da quasi tutti i partiti e dai sindacati, per la quale sono stati mesi a disposizione gratis treni e autobus e sono state chiuse le scuole, come diversi osservatori hanno fatto notare, ha portato però in piazza molta meno gente di quella che si mobilitò contro Milosevic. Insomma, non è andata così tanto bene come sperava il governo che aveva chiamato il popolo a far sentire la sua voce contro chi appoggia la secessione del Kosovo. Ma al di là dei numeri, la questione eccita gli animi e il problema è che dietro le violenze ci sono le manovre della politica.
Passate le violenze quelli bisogna considerare dunque gli aspetti politici.
Il dato da cui partire è la dura contrapposizione allinterno della coalizione di governo. Niente di nuovo: il conflitto tra il presidente Boris Tadic ed il primo ministro Vojislav Kostunica non è cosa di oggi. L'indipendenza del Kosovo ha però portato al calor bianco la tensione che caratterizza i rapporti tra i due e che l'accordo di governo raggiunto faticosamente dopo le elezioni politiche del 2007 non ha attenuato. Tadic, dopo aver appoggiato la manifestazione ha ritenuto opportuno allontanarsi dalla capitale e compiere una visita ufficiale in Romania.
I
l fatto è che i disordini del 21 febbraio non erano inattesi ed è chiaro che a Belgrado come ovunque gli estremisti sono tanto più forti quanto più gli viene permesso dalla forze dell'ordine. Ma la polizia esegue gli ordini che vengono dal governo. Il primo ministro Vojislav Kostunica ha condannato gli atti di violenza solo il giorno dopo e solo di fronte all'indignazione internazionale, alle proteste ufficiali venute dai paesi colpiti e alle reazioni dell'Onu e dell'Ue. E Kostunica ha fatto in tempo a giustificare quelle che ha definito legittime reazioni al sostegno dato dagli Usa allindipendenza del Kosovo parlando dei teppisti come di giovani che mostravano la loro sete di giustizia.
Il timore
avanzato da diversi osservatori e che il primo ministro Kostunica, di fronte alla perdita di consenso registrata in questi ultimi anni, tenti di giocare la carta della destabilizzazione del sistema politico mettendosi di traverso al presidente filo-occidentaleTadic con il ricatto della rottura della coalizione di governo che porterebbe ad una crisi politica e ad elezioni anticipate che con tutta probabilità spianerebbero la strada del governo agli ultranazionalisti, che già sono il partito di maggioranza relativa e godono di notevole seguito come hanno dimostrato le politiche del 2007 e le recetissime elezioni presidenziali. Ultranazionalisti con i quali il premier ha minacciato più volte di potersi alleare.
Il timore di molti
è che la Serbia possa imboccare la strada dell'isolamento e della retorica nazionalista. Certo la Serbia di oggi non è più quella del tempo di Milosevic, ma non è nemmeno un paese pacificato e tranquillo alle prese con una situazione interna difficile con una delusione della gente per i mancati cambiamenti che può esasperare pericolosamente gli umori. Un altro fattore di rischio è che la Serbia vive una situazione di profonda divisione in due che le presidenziali hanno chiaramente evidenziato. Va però anche detto che la maggioranza della gente non ha nessuna intenzione di ritrovarsi in una situazione come quella degli anni '90. La maggioranza dei serbi sa che il Kosovo è comunque perso, la cosa non piace e genera frustrazione ma vuole comunque continuare il cammino verso lEuropa. In questo senso si può dire che hanno le stesse aspirazioni dei kosovari albanesi.
E' l'Unione Europea che dovrebbe avere la capacità di assumersi le proprie responsabilità regionali ed il compito, certo non facile, di incardinare stabilmente la Serbia in un processo di integrazione europea. E' una questione di stabilità e di sicurezza per tutta l'Europa e lo è a maggior ragione per l'Italia. Il fatto però è che, dopo il fallimento della "costituzione" e dopo il trattato di Lisbona, proprio il Kosovo rischia di diventare lo scoglio su cui potrebbe infrangersi l'Europa come progetto politico.


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27 febbraio 2008


IL NEO PRESIDENTE GRECO-CIPRIOTA APRE UN VARCO NELL'ULTIMO MURO D'EUROPA

Posto di osservazione dell'Onu sulla linea di demarcazione tra le due repubbliche di Cipro"Tendo la mano dell'amicizia ai miei compatrioti, i turco-ciprioti, e ai loro dirigenti politici, chiedo loro di lavorare per la causa comune: un paese in pace". Sono le prime dichiarazioni del neo presidente della Repubblica di Cipro, Demetris Christofias che ha subito ricevuto l'appoggio del candidato sconfitto, l'ex premier conservatore Ioannis Kasoulides. Anche se una successiva dichiarazione ha un po' "bilanciato" queste parole, l'apertura al dialogo c'è ed è subito stata colta dal presidente di Cipro Nord, Mehmet Ali Talat, secondo il quale già ad aprile potrebbero essere riaperti i negoziati per la riunificazione dell'isola. Apprezzamenti e reazioni positive sono subito giunti anche dalla Turchia che con la soluzione della questione cipriota vedrebbe scomparire un grosso ostacolo sulla strada dell'integrazione nell'Unione Europea. E proprio da Bruxelles il presidente della Commissione Europea, Jose Barroso, ha invitato "ad approfittare dell'occasione e avviare i negoziati senza perdere tempo" sotto l'egida dell'Onu.
La riunificazione dell'isola potrebbe quindi essere più vicina di quanto si pensi, soprattutto dopo la storica visita in Turchia qualche settimana fa del premier greco Kostas Karamanlis al termine della quale il suo omologo Recep Tayyp Erdogan ha annunciato la possibilità concreta di riaprire le trattative entro la fine del 2008. L'isola di Cipro, colonia britannica dal 1923 al 1960, anno in cui conquista l'indipendenza, è infatti divisa in due dal 1974 quando la Turchia occupò militarmente la parte nord per proteggere la popolazione turco-cipriota da un tentativo di annessione da parte della dittatura dei colonnelli greci. Seguirono mesi di disordini e violenze. Da allora l'isola è divisa lungo una "linea verde" (così chiamata perché la demarcazione fu tracciata su una mappa con una matita verde) sulla quale vigila un contingente di "caschi blu" dell'Onu. Nel 1983 la parte nord proclamò unilateralmente la costituzione della Repubblica turca di Cipro Nord riconosciuta però solo dalla Turchia. Attualmente Ankara continua a mantenere nella parte occupata una forte presenza militare e vi ha stabilito nel corso degli anni numerosi coloni che hanno anche occupato proprietà abbandonate da ciprioti di etnia greca riparati al sud dopo l'occupazione turca.
L'opportunità attuale è sorta non tanto per la vittoria di Christofias, leader del partito comunista Akel, quanto per la sconfitta, al primo turno, del presidente uscente Tassos Papadopoulos, che si era opposto al referendum del 2004 sull'unificazione basata sul piano elaborato dall'allora segretario generale dell'Onu, Kofi Annan, e che aveva impostato la sua campagna elettorale come un giudizio sul suo operato. Il piano, approvato dai turco-ciprioti e respinto invece dai greco-ciprioti, prevedeva un singolo stato formato da due "stati costituenti" legati da una struttura di governo centrale (invero assai debole). Nonostante il rifiuto del Piano Annan nel 2004 la Repubblica di Cipro è entrata nell'Ue e da allora ha esercitato, con l'appoggio di Atene, un forte condizionamento sui negoziati di adesione della Turchia. Nel 2006 Bruxelles decise di "congelare" in parte il processo di adesione a causa del rifiuto di Ankara di aprire gli scali turchi a nevi ed aerei greco-ciprioti in risposta all'analogo blocco operato da Nicosia verso la Turchia.
Una situazione assai complessa, dunque, ma ora le aperture e l'invito al dialogo da parte del neo-presidente Christofias fanno ben sperare per la possibilità di riprendere il negoziato per la riunificazione dell'isola. Certo è singolare notare, come hanno fatto alcuni osservatori turchi, che "se il muro Berlino è caduto grazie alla fine del comunismo, potrebbe essere un presidente comunista ad abbattere l'ultimo muro d'Europa".
Maurizio Turco, deputato radicale della Rosa Nel Pugno, e Marco Perduca, vice-presidente del Senato del Partito Radicale Transnazionale, che nel 2007 hanno chiesto e ottenuto la cittadinanza di Cipro Nord, auspicano, in una dichiarazione, che l'incontro tra Christofias e Talat avvenga al più presto "per avviare un sincero riavvicinamento delle due comunità e portare a pieno titolo nell'Unione europea gli oltre 200 mila turco-ciprioti che nel 2004, pur avendo votato a favore del Piano Annan per la riunificazione dell'isola, furono lasciati nel loro isolamento dal voltafaccia in extremis dell'allora presidente Papadopoulos".

Per chi fosse interessato segnalo la mia intervista a Marco Perduca disponibile sul sito di Radio Radicale.


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27 febbraio 2008


KOSOVO: I PAESI EX JUGOSLAVI DI FRONTE ALL'INDIPENDENZA

Di Marina Sikora
Dopo l’indipendenza proclamata da Pristina e la prima ondata di riconoscimenti da parte dei singoli stati, la Serbia ha attivato le annunciate contromisure diplomatiche che consistono essenzialmente nel richiamo per consultazioni dei propri ambasciatori dai paesi che hanno riconosciuto il Kosovo indipendente. I paesi dell’ex Jugoslavia affrontano con cautela la questione del riconoscimento dell'indipendenza. Le ragioni non sono soltanto politiche, ma anche economiche poiché si teme che un peggioramento delle relazioni con Belgrado possa mettere a rischio gli investimenti e gli scambi commerciali con la Serbia. Questo in particolare per quanto riguarda la Slovenia, attuale presidente di turno dell’Ue, e la Croazia, mentre invece in Bosnia Erzegovina l’indipendenza del Kosovo rafforza le aspirazioni secessioniste nella Republika Srpska, l’entità a maggioranza serba.
All’indomani della manifestazione di Belgrado, sono arrivate dure proteste dalla Croazia per l’assalto all’ambasciata. Il ministero degli esteri croato ha chiesto alle autorità serbe di garantire la sicurezza delle rappresentanze diplomatiche croate mentre il presidente Stjepan Mesic ha espresso dubbi sulla capacita’ delle forze dell’ordine serbe. Il capo dello stato croato non si è fermato qui, ma ha commentato gli eventi a Belgrado come conseguenze di una politica sbagliata che non ha ancora fatto i conti con il regime di Slobodan Milosevic.
Le violenze dei nazionalisti belgradesi e la notizia sull’assalto all’ambasciata croata hanno svegliato spiriti revanscisti anche a Zagabria. Un centinaio di tifosi della squadra di calcio della Dinamo si è radunata nella piazza principale della città bruciando una bandiera serba e gridando "Vukovar, Vukovar", il nome della città martire della guerra che fu rasa al suolo nel 1991 dalle forze del regime di Slobodan Milosevic.
Per quanto riguarda l’indipendenza del Kosovo, la Croazia seguirà la maggioranza dei paesi dell’Ue e riconoscerà Pristina ma Zagabria non fa intendere ancora quando questo potrà avvenire. Le autorità croate affermano che il paese continuerà a seguire e analizzare la situazione in Kosovo accordando la sua politica estera con quella dell’Ue. Senza dubbio è in gioco anche il fatto che la Serbia è un partner commerciale importante. Il presidente della Camera di commercio croata, Nadan Vidosevic, ha dichiarato che in questa istituzione farà il tutto possibile per assicurare il proseguimento della collaborazione economica con la Serbia ma allo stesso tempo le imprese croate mirano anche ad un accesso qualitativo sul mercato kosovaro. La Croazia non può isolarsi dal contesto regionale, ha detto Vidosevic, gli imprenditori devono essere realisti e pragmatici e i dissensi politici non influenzeranno i rapporti economici tra Croazia e Serbia. "E' più facile fare dichiarazioni politiche e lamentarsi che esportare un unico prodotto e questo lo sanno sia gli imprenditori serbi che quelli kosovari, bosniaci o croati", ha sottolineato il Vidosevic.
La proclamazione di indipendenza del Kosovo, come si poteva prevedere, è stata accolta con forte dissenso nella Republika Srpska, l’entità a maggioranza serba della Bosnia Erzegovina. La contrarietà all’atto di Pristina ha indotto il parlamento serbo bosniaco ad approvare una risoluzione che contiene la minaccia di un referendum per la secessione della Rs nel caso la maggior parte dei paesi membri dell’Onu, e innanzitutto l’Ue, riconosca il Kosovo. Nel documento si afferma che lo stesso accadrà se nelle istituzioni bosniache non saranno accettate la posizione e le competenze della Rs previste dall’accordo di Dayton, se continueranno le pressioni sulla Rs affinché modifichi il proprio status contro la propria volontà e infine se la Bosnia Erzegovina avvierà il processo di riconoscimento del Kosovo. Va sottolineato che i deputati croati e musulmani non hanno partecipato a questo voto. La Bosnia, di fatto, è un protettorato internazionale e la sua composizione è stata stabilita dall’accordo di Dayton che garantisce l’integrità territoriale e la sovranità dello Stato, mentre le entità sono strutture interne e parlare della loro sovranità è in pieno contrasto con la Costituzione. Tuttavia, le minacce di tenere un referendum servono anche a rafforzare l’incontestabilità della Rs. A tal proposito il premier della Rs, Milorad Dodik, ha dichiarato: "Faremo di tutto per far crescere la Bosnia, ma se ogni giorno da Sarajevo ci verrà detto che in questo paese siamo indesiderati o ci viene destinato un altro ruolo, ci riserviamo il diritto di decidere la strada da seguire''. Il rappresentante musulmano della presidenza tripartita della Bosnia Erzegovina, Haris Silajdzic, il principale fautore dell'abolizione delle due entità, la Rs e la Federazione Bh (l’entità a maggioranza croato musulmana), ritiene che l’attuale situazione dimostra che la priorità vera del Paese è di firmare quanto prima l'Accordo di stabilizzazione ed associazionecon l'Ue siglato a dicembre. Ciò comporta come condizione l’accelerazione delle riforme che Bruxelles ha richiesto per la firma di questo documento, primo passo nel processo di integrazione europea che secondo molti politici bosniaci rappresenterebbe una soluzione per le persistenti divisoni etniche del paese.
L’alto rappresentante internazionale della Bosnia Erzegovina, Miroslav Lajcak, in più occasioni ha fermamente negato il diritto ad un referendum che potrebbe condurre alla secessione della Rs dalla Bosnia Erzegovina. Questo suo attegiamento, seguito alla risoluzione del parlamento della Rs, ha ricevuto il sostegno ufficiale dei capi delle missioni dei Paesi membri dell'Ue. Tuttavia, i principali partiti bosgnacchi hanno criticato duramente Lajcak perché ritengono le sue reazioni alla risoluzione troppo morbide e accusano la comunità internazionale perché da oltre un anno tollera diverse dichiarazioni sulla secessione della Rs dalla Bosnia Erzegovina. Lo confermano anche i manifesti apparsi in questi giorno nella capitale Sarajevo: foto di Lajcak con le scritte "Go home" e "Persona non grata".
Ad aumentare ulteriormente le tensioni, ieri, a quattro giorni dall’approvazione della risoluzione del parlamento della Rs, nel centro di Banja Luka, oltre diecimila persone, provenienti da tutta la Rs hanno manifestato contro l’indipendenza del Kosovo. La minifestazione è stata organizzata da SPONA, movimento serbo delle associazioni nongovernative che da diversi mesi chiede apertamente alle autorità dell’entità di indire il referendum sull’indipendenza della Rs. Al comizio hanno preso parte le massime autorità della Rs. Il premier Milorad Dodik ha ribadito che "la Bosnia Erzegovina non riconoscerà mai l’indipendenza del Kosovo" e ha aggiunto che ''Il problema non è il Kosovo ma che le grandi potenze abbiano riconosciuto una simile ingiustizia''. La risposta a tale ingiustizia, ha annunciato Dodik, sarà l’impegno di rafforzare la Rs. Rivolgendosi ai manifestanti, il presidente del parlamento della Rs, Igor Radojcic, ha sottolineto che la Rs non accetta interpretazioni secondo le quali il Kosovo sarebbe un caso unico e ha ricordato che il parlamento ha impegnato i suoi rappresentanti nelle istituzioni comuni della Bosnia Erzegovina di non permettere al Paese ad avviare il processo di riconoscimento dell’indipendenza unilaterale del Kosovo poiché la Bosnia Erzegovina non può prendere una decisione in merito senza il consenso dei serbi in quanto suo popolo costituente.
Alla conclusione della manifestazione alcune centinaie di giovani manifestanti si sono diretti lanciando pietre verso il consolato americano, chiuso dopo le proteste del 22 febbraio, ma il loro assalto e’ stato impedito dalle forze dell’ordine. Tuttavia, sono state danneggiate alcune macchine parcheggiate e infranti i vetri di un negozio croato.

(*) Collaboratrice di Radio Radicale. Il testo è quello della corrispondenza che andrà in onda questa sera nello "speciale" di Passaggio A Sud Est in onda alle 23,30.


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27 febbraio 2008


INDIPENDENZA KOSOVO: LE REAZIONI ALBANESI

Di Artur Nura (*)
A Tirana per la prima volta dopo la recente proclamazione dell'indipendenza del Kosovo tutti i leader albanesi della regione balcanica si sono seduti allo stesso tavolo per dibattere sul loro futuro comune. L'occasione dell'incontro è stata offerta da un forum internazionale organizzato dal quotidiano "Gazeta Shqiptare" che quest'anno celebra i suoi 15 anni di vita.
In apertura dei lavori il presidente della repubblica d'Albania, Bamir Topi, ha affermato che l'indipendenza non è solo un punto d'arrivo, ma anche un punto di partenza. Il Kosovo ha la possibilità storica di costruire uno Stato moderno dove per tutti, senza differenza fra le etnie, la speranza nel futuro sia più grande della paura del passato. Topi ha affermato che il cosiddetto "effetto domino" è finito insieme con la Jugoslavia e ha aggiunto che la costruzione del Kosovo, la creazione di un'economia sostenibile, la lotta al crimine organizzato e alla corruzione sono le sfide più difficili da affrontare per il nuovo stato.
Il presidente del parlamento kosovaro, Jakup Krasniqi, ha dichiararato da parte sua che alle minoranze vanno riconosciuti tutti i loro diritti aggiungendo che gli incidenti avvenuti a Mitrovica, nelle zone abitate dai serbi, non faranno venire meno l'intenzione della autorità kosovare di sviluppare amichevoli relazioni anche con la Serbia e l'impegno a rispettare i diritti delle minoranze come previsto nel "Piano Ahtisaari''. Un ex comandante della guerriglia albanese in Macedonia, Ali Ahmeti, attuale leader dell'opposizione, ha dichiarato che se da una parte è naturale che i serbi del Kosovo mantengano i rapporti con la loro madre patria, dall'altro devono però essere anche consapevoli che devono costruire il loro futuro in Kosovo.
Intanto il governo dell’Albania ha deciso di avviare velocemente le procedure per l’inizio delle relazioni diplomatiche e istituzionali con il nuovo Kosovo indipendente. Lo ha confermato lo stesso premier albanese, Sali Berisha, aggiungendo che bisogna partire dalla scelta della sede dell’ambasciata del Kosovo a Tirana che sarà un regalo da parte del Governo albanese a quello kosovaro. Subito dopo il Governo di Tirana ha reso noto di aver messo a disposizione dell’ambasciata del Kosovo un edificio vicino all’ambasciata serba come atto simbolico per contribuire alla collaborazione tra i due paesi. Berisha attraverso gli organi di informazione ha dichiarato che Tirana avrà relazioni reciproche sia con il Kosovo sia con la Serbia, affermazione che è stata approvata dalla delegazione Kosovara.

Dalla Macedonia sono arrivate reazioni positive al riguardo degli eventi kosovari. Il ministro degli Esteri, Antonio Milososki, ha dichiarato ai mass media che non c’è un motivo che potrebbe preocupare la Macedonia sulla proclamazione dell’indipendenza del Kosovo.
Il presidente del Partito Democratico degli Albanesi, che fa parte della coalizione governativa, ha dichiarato che la Macedonia riconoscerà l’indipendenza del Kosovo molto presto, aggiugendo di essere a conoscenza della data precisa ma di non poterla dichiarare pubblicamente per motivi di riservatezza. Anche l'altro partito albanese macedone, l’Unione per Integrazione che attualmente è all’opposizione, ha chiesto al governo di riconoscere al più presto possibile il nuovo stato del Kosovo. Il resto dell’opposizione parlamentare ha chiesto invece al premier Nikola Gruevski di non riconoscere il nuovo stato del Kosovo prima che siano definiti con precisione i confini tra i due stati tutelando gli interessi della Macedonia.
A questo proposito, il ministro degli Esteri Milososki ha dichiarato che il governo sta seguendo con molta attenzione gli svilluppi internazionali e agirà secondo gli interessi della paese precisando che l’unica preocupazione per Skopje è appunto la definizione dei confini tra Macedonia e Kosovo per il quale deve essere preso in considerazione il Piano Ahtisaari che indica il modo di procedere al riguardo. In effetti, prima della proclamazione dell’indipendenza, il premier del Kosovo Hashim Thaci si era recato in visita uffiale a Skopje proprio per convincere il suo omologo Gruevski a riconoscere il Kosovo e per confermare la buona volontà del nuovo governo di Pristina sulla definizione dei confini tra i due paesi.
Le massime autorità macedoni hanno comunque fatto sapere che sono intenzionate a riconoscere il Kosovo, ma in un secondo momento. Questa situazione è del tutto comprensibile se si tiene conto che la Macedonia continua ad avere una questione importante da risolvere con la Grecia relativa al suo nome ufficiale. La Grecia continua a non voler riconoscere il paese con il semplice nome di Macedonia perché teme che questo possa suscitare il desiderio di annessione della regione greca che porta lo stesso, una questione piuttosto complicata che pesa anche sul processo di integrazione di Skopje nella Unione Europea e nella Nato.

(*) Collaboratore di Radio Radicale. Il testo è quello della corrispondenza che andrà in onda questa sera nello "speciale" di Passaggio A Sud Est in onda alle 23,30.


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27 febbraio 2008


IL KOSOVO INDIPENDENTE NON ESISTE

Natalino RonzittiL'indipendenza di un paese dipende dalla capacità del nuovo stato di esercitare il potere sul proprio territorio e sulla popolazione libero da interferenze esterne: non è il caso del Kosovo sottoposto com'è alla tutela internazionale. Il diritto internazionale vieta, inoltre, di riconoscere situazioni determinate dall'uso illegittimo della forza: l'intervento militare Nato del 1999 non fu autorizzato dal Consiglio di Sicurezza dell'Onu. E ancora, il diritto all'autodeterminazione è riconosciuto solo ai popoli e non alle minoranze come sono i kosovari albanesi all'interno della Serbia, stato successore della Repubblica Federale di Jugoslavia, i cui confini sono garantiti dalla risoluzione 1244 delle Nazioni Unite. Il Kosovo indipendente, quindi, non è legittimo, né effettivo e non può essere considerato un nuovo soggetto internazionale, nemmeno se viene riconosciuto da un certo numero di governi. L'Italia avrebbe avrebbe fatto meglio a limitarsi ad un riconoscimento "de facto", con uno scambio di incaricati diplomatici, in attesa che si chiarisse la situazione, una soluzione che la diplomazia utilizza quando deve affrontare situazioni controverse. Questa, in sintesi, l'opinione del professor Natalino Ronzitti, ordinario di Diritto internazionale all'università Luiss e consigliere scientifico dell'Istituto Affari Internazionali, espressa nell'intervista che ho realizzato per Radio Radicale.


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27 febbraio 2008


KOSOVO: LA VERA VITTIMA DELL'INDIPENDENZA E' L'EUROPA

Stefano BianchiniLa dichiarazione unilaterale di indipendenza del Kosovo rischia di produrre effetti destabilizzanti a lungo termine. Tutta la vicenda avrebbe potuto andare doversamente ma a questo punto, più ancora della Serbia, la vera vittima di questa situazione è l'Europa che ha subito le decisioni degli Usa ed è rimasta profondamente divisa. Dopo il fallimento della "costituzione" europea e dopo il Trattato di Lisbona il Kosovo, può diventare la buccia di banana su cui rischia di scivolare ed infrangersi l'Unione Europea come progetto politico a meno che non si riesca e mettere in moto un processo come quello che portò a Maastricht. D'altra parte nessuno in questi anni è andato davvero a "sfidare" Belgrado ponendo ai dirigenti serbi succeduti al regime di Milosevic il problema di come, con quale rappresentanza e in quali istituzioni, due milioni di albanesi avrebbero potuto rimanere sotto la sovranità di Belgrado. Queste alcune delle opinioni espresse dal professor Stefano Bianchini nell'intervista che gli ho fatto e che potete ascoltare sul sito di Radio Radicale. Il professor Bianchini è ordinario di Storia e istituzioni dell'Europa orientale all'Università di Bologna dove dirige l'Istituto per l'Europa centro-orientale e balcanica.


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22 febbraio 2008


PAESI DELL’EX JUGOSLAVIA CAUTI SUL RICONOSCIMENTO DEL KOSOVO

di Marina Sikora
corrispondente di Radio Radicale

A causa di una situazione poco facile, che riguarda innanzitutto le relazioni economiche ma non solo, i paesi dell’ex Jugoslavia guardano con cautela e prudenza l’evolversi della situazione e l’andamento del processo di riconoscimento da parte dei singoli stati, soprattutto quelli all’interno dell’Ue.

Slovenia
L'attuale presidenza di turno dell’Ue, recentemente si e’ trovata in mezzo ad uno scandalo dovuto alla pubblicazione dei colloqui riservati tra Ljubljana e Washington in cui la Slovenia avrebbe ricevuto “istruzioni d’uso” del come e quando portare a compimento l’indipendenza del Kosovo. E non solo, l’amministrazione Bush avrebbe suggerito alla Slovenia ad essere proprio il primo stato a riconoscere Prisitina. Adesso Ljubljana invece si muove con cautela poiche’ rivelazioni di questo tipo come anche il suo attuale ruolo di guida del Consiglio europeo hanno infuriato in particolare gli spiriti nazionalistici serbi. Sono messi a repentaglio anche i suoi interessi economici in Serbia. L’ambasciata slovena a Belgrado e i centri commerciali sloveni Mercator sono stati in questi giorni bersaglio delle manifestazioni violente di nazionalisti serbi. A Belgrado si parla seriamente di boicottare prodotti sloveni e misure simili vengono menzionate in quanto piani di azione supersegreti del governo Kostunica contro ogni stato che riconosce, come si suol dire “il falso stato sul territorio della Serbia”. Dopo il 2000, la Serbia e’ diventata il principale mercato per i prodotti sloveni, alcune centinaia di ditte slovene conducono uno scambio commerciale di un valore di 750 milioni di euro e offrono lavoro in Serbia ad oltre 15.000 persone. Non a caso gli imprenditori sloveni hanno rivolto un appello alle autorita’ slovene di non esporsi in modo esagerato sulla facenda e di affrontare la questione del riconoscimento con cautela perche’ potrebbero essere minacciati gli investimenti sloveni in Serbia. Il capo della diplomazia slovena, Dimitrij Rupel ha informato che sara’ il parlamento a decidere sulla data del riconoscimento ma si e’ detto anche convinto che Slovenia e Serbia, al di la’ delle vicende in Kosovo, manteranno buone relazoni poiche’, come ha detto, “la Slovenia e’ il miglior amico della Serbia nell’Ue”.

Croazia
Altrettanto caute le dichiarazioni croate e la posizione ufficiale di Zagabria. Anche per la Croazia, il vicino serbo, nonostante le ancora persistenti divergenze causate dalla recente guerra di agressione contro la Croazia, e’ un importante partner commerciale. “La Croazia seguira’ la maggioranza dei paesi dell’Ue e riconoscera’ l’indipendenza del Kosovo” ha dichiarato il premier croato Ivo Sanader ma Zagabria non fa intendere ancora quando questo potra’ avvenire. Le autorita’ croate affermano che la Croazia continuera’ a seguire e analizzare la situazione in Kosovo accordando la sua politica estera con quella dell’Ue. E’ stato anche rilevato che bisogna “dedicare massima attenzione alle posizioni politiche della Serbia” e che Croazia e Serbia devono continuare a sviluppare le loro relazioni rispettando gli standard europei. Da sottolineare che intervenendo al Consiglio di Sicurezza, il presidente serbo Boris Tadic ha criticato la Croazia, membro non permanente del Consiglio di Sicurezza, perche’ non rispetta lo stato di diritto a livello europeo. Questo riguarda in particolar modo, ha detto Tadic, la questione della restituzione delle abitazioni ai serbi in Croazia. Per i vertici croati queste critiche sono dovute all’annuncio della Croazia che riconoscera’ l’indipendenza del Kosovo. Il leader dell’ultranazionalista partito radicale serbo, Tomislav Nikolic a proposito della posizione croata ha affermato che sullo stesso principio, i serbi potrebbero chiedere un loro stato sul territorio croato.
Secondo le osservazioni del quotidiano di Zagabria ‘Vecernji list’, le ragioni di posizioni caute da parte della Croazia sul riconoscimento del Kosovo stanno nel fatto che gli scambi commerciali della Croazia con la Serbia sono pari a circa un miliardo di dollari, quello con il Kosovo invece e’ simbolico, di 33 milioni di dollari. Il valore dell’export croato in Serbia e’ di 650 milioni di dollari, e le imprese croate hanno investito circa 400 milioni di euro in Serbia.
E sempre sul riconoscimento del Kosovo e sui rapporti con la Serbia, il premier croato Ivo Sanader e’ tornato a parlare mercoledi’ in occasione dell’avvio dei lavori del neoeletto parlamento croato. Il capo di governo croato ha detto che la Serbia si trova in una situazione difficile e che non sta’ alla Croazia di aggravare questa situazione ulteriormente, aggiungendo che il suo paese riconoscera’ il Kosovo quando sara’ il tempo giusto e quando lo fara’ il maggior numero dei paesi dell’Ue. Secondo Sanader, il riconoscimento e’ nelle competenze del governo e non una questione di dibattito in parlamento. Anche il vicepresidente del partito serbo con rappresentanza in parlamento, Milorad Pupovac ha chiamato alla cautela avvertendo che se la Croazia riconoscera’ presto il Kosovo questo potrebbe avere conseguenze dirette sull’attuale composizione del governo croato poiche’ il partner di coalizione, il Partito democratico indipendente serbo (SDSS), il cui rappresentante Slobodan Uzelac e’ vicepremier, e’ contrario ad un rapido riconoscimento del nuovo stato.

Bosnia-Erzegovina
Nel prossimo periodo Sarajevo non riconoscera’ l’indipendenza del Kosovo. Lo ha confermato l’attuale presidente della presidenza tripartita della Bosnia-Erzegovina, il croato Zeljko Komsic affermando che la Presidenza della BE su questo ha raggiunto un consenso tenendo conto del fatto che, allo stato attuale, un terzo dei cittadini della BE e’ contrario alla secessione del Kosovo. La delicatissima cornice istituzionale della Bosnia Erzegovina, definita con l’accordo di Dayton e composta dall’entita’ a maggioranza serba che e’ la Republika Srpska e la fedrazione Bosnia-Erzegovina, a maggioranza croato-musulmana, potrebbe facilmente risentire le conseguenze della secessione del Kosovo. Secondo il premier della Republika Srpska Milorad Dodik, la proclamazione di Pristina rappresenta “un evidente calpestare tutte le convenzioni internazionali” ma ha sollecitato anche i suoi cittadini di rimanere calmi e trarre insegnamento da questa dichiarazione unilaterale di indipendenza. Intanto, diverse associazioni e organizzazioni non governative hanno invitato i cittadini a scendere in piazza e manifestare rilasciando anche alcune dichiarazioni sulla questione del possibile referendum per la secessione della RS dalla Bosnia Erzegovina. Il presidente della ONG “La scelta e’ nostra” ha annunciato una grande manifestazione a marzo per chiedere al premier Dodik di mantenere le sue promesse elettorali sul referendum per l’indipendenza della Republika Srpska.
I leader della Republika Srpska hanno comunque lasciato chiaramente intendere che la RS attraverso i suoi rappresentanti nelle istituzioni comuni non permetteranno che la Bosnia-Erzegovina riconosca l’indipendenza del Kosovo.
Secondo l’esponente bosgnacco della presidenza tripartita della Bosnia, Haris Silajdzic, l’indipendenza del Kosovo non riguarda la Bosnia e le istituzioni bosniache non permetteranno che la questione abbia conseguenze negli affari interni del Paese.
E da segnalare che a Banja Luka, capoluogo della Republika Srpska sono accaduti anche i primi disordini. Un migliaio di persone e’ sceso in piazza per manifestare ed esprimere la loro solidarieta’ alle protesta di Belgrado e Mitrovica contro lo scippo del Kosovo. Gruppi di manifestanti violenti si sono avvicinati minacciosamente al consolato degli Stati Uniti ma sono stati fermati grazie all’intervento della polizia locale.


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permalink | inviato da robi-spa il 22/2/2008 alle 18:53 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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