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passaggioasudest [ la realtà politica dell'europa sud orientale dai balcani alla turchia ]
 



Questo blog è dedicato ad un'area cruciale per il futuro europeo. Per l'area che va dai Balcani occidentali alla Turchia, infatti, passa il futuro dell'Unione europea come progetto politico così come il futuro di questi Paesi passa dalla scelta dell'integrazione in questo progetto.




"Dobbiamo ricordarci che l’informazione è un veicolo diretto all’utente, non è un soliloquio da parte del giornalista. Bisogna tenere sempre presente che chi è dall’altra parte del microfono deve poter comprendere una realtà in cui non è presente. Questo, penso, è il massimo sforzo che i giornalisti devono compiere".
Antonio Russo



"Il vero referendum sul futuro dell'Unione si terrà nei Balcani"
International Balkan Commission


"E poi, un giorno, è stato costruito un ponte che collegava le due rive del Bosforo. Quando sono salito sul ponte e ho guardato il panorama, ho capito che era ancora meglio, ancora più bello di vedere le due rive assieme. Ho capito che il meglio era essere un ponte fra due rive. Rivolgersi alle due rive senza appartenere".
Orhan Pamuk, Istanbul



Per inviare una email scrivi a pasudest@yahoo.it





27 aprile 2008


PASSAGGIO ON AIR

Passaggio a Sud Est
è il sabato alle 22,30 su Radio Radicale


Il sommario della puntata del 26 aprile 2008

Serbia: nazionalisti in testa nei sondaggi per le elezioni dell'11 maggio, ma l'incertezza politica rischia di mettere in crisi l'economia
Albania: il parlamento approva la riforma della Costituzione, la nuova legge elettorale spacca l'opposizione di centro-sinistra
Macedonia: Nato e Parlamento Europeo auspicano una soluzione al contenzioso tra Skopje e Atene sul nome dell'ex repubblica jugoslava
Kosovo: i kosovari albanesi annunciano iniziative legali contro l'ex procuratrice internazionale Carla Del Ponte per le accuse contenute nel suo libro
Turchia: l'integrazione euro-atlantica di Ankara nell'ultimo numero della rivista "Diritto e Libertà"

A cura di Roberto Spagnoli con la collaborazione di Marina Sikora e Artur Nura.


26 aprile 2008


CRISI IN TURCHIA: ELEZIONI ANTICIPATE A GIUGNO?

Un'immagine del parlamento turcoIn questo momento l'Italia è alle prese con i nuovi assetti della politica nazionale scaturiti dalle elezioni del 13-14 aprile e il resto del mondo è concentrato, oltre che sulle consuete aree di crisi, su una situazione economica generale difficile e che non promette niente di buono per l'immediato futuro. Ma in questa prima parte di primavera, stranamente fredda e incerta, c'è un paese alle prese con un crisi politico-istituzionale che potrebbe avere effetti devastanti sia al suo interno sia in regioni cruciali per l'assetto geo-strategico più generale del mondo. Non è uno staterello qualunque, è la Turchia, un paese fondamentale per gli equilibri in Medio Oriente e Asia centrale e per i rapporti tra Occidente e Oriente.
Avviene che il partito islamico-moderato al governo, l'Akp del premier Racep Tayyp Erdogan, che alle elezioni del luglio 2007 ebbe il 47% dei voti (pari a 340 su 549 seggi parlamentari), è sottoposto ad un'inchiesta della Corte Costituzionale che potrebbe concludersi con il suo scioglimento e con la radiazione dalla vita politica di suoi 71 membri (in pratica l'intero gruppo dirigente), fra cui il presidente della Repubblica Abdullah Gul ed il premier Erdogan. L'accusa, contenuta in un ricorso presentato il 14 marzo dalla Procura Generale e dichiarato ammissibile all'unanimità il 31 dalla Corte Costituzionale, accusa l'Akp di attentare alla laicità dello Stato come prevista dalla Costituzione. Pare, ma è un'indiscrezione, che il ricorso del procuratore generale sia basata in gran parte su dichiarazioni pubblicate dal quotidiano Cumhuriyet di orientamento ultralaico e da sempre critico con il governo Erdogan.
Ancora non è chiara la strategia dell'Akp per evitare chiusura. Entro il prossimo 2 maggio il partito di maggioranza deve predisporre la sua difesa e non sembra ci sia l'intenzione di chiedere tempo supplementare, come pure sarebbe possibile, per preparare il fascicolo. Il compito è stato affidato all'attuale vice-premier Cemil Cicek, ex ministro della Giustizia ma sul contenuto del fascicolo, ovviamente viene mantenuto il riserbo più assoluto. Fra le varie ipotesi che circolano in questo periodo c'è anche quella di andare al voto anticipato già alla fine del prossimo giugno e pare che il partito la stia seriamente prendendo in considerazione ma Erdogan si mantiene prudente e ha smentito questo orientamento perché, ha detto, "non sarebbe corretto tenere elezioni anticipate in un momento politico come questo".
L'Akp potrebbe decidere di portare in parlamento la riforma costituzionale che renderebbe più difficile la chiusura dei partiti da parte della magistratura. Per essere approvata la riforma richiede 367 voti favorevoli. L'Akp ne ha solo 340 deputati ai quali, forse, potrebbe aggiungere i 20 del Dtp (il Partito curdo per la società democratica) ugualmente oggetto di un'inchiesta che potrebbe portare alla sua chiusura. Contrari, invece, il Partito repubblicano del Popolo (Chp) e il Partito democratico di sinistra, mentre il Mhp (il partito nazionalista di destra a cui fanno riferimento i "lupi grigi"), con un clamoroso e inatteso attacco allo stato maggiore dell'Akp, ha fatto sapere che voterà solo emendamenti che evitano la chiusura dei partiti e non quelli che riguardano esponenti politici.
In mancanza dei 367 voti richiesti per la modifica costituzionale l'unica alternativa sarebbe il referendum che potrebbe allora diventare l'ccasione per andare anche a elezioni anticipate, con la possibilità tutt'altro che remota per l'Akp di conquistare un consenso ancora superiore al 47% dello scorso anno e disporre così in parlamento dei numeri necessari per completare tutte le riforme costituzionali senza la necessità di stabilire patti con gli altri partiti.

(questo pezzo è basato su un "focus" di Marta Ottaviani pubblicato ieri dall'agenzia Apcom)


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24 aprile 2008


ELEZIONI IN SERBIA: NAZIONALISTI IN TESTA NEI SONDAGGI

Il parlamento serboGli ultranazionalisti del Partito radicale serbo restano i favoriti per le vittoria alle elezioni politiche anticipate del prossimo 11 maggio. Gli ultimi sondaggi confermano per altro un dato già noto: il partito di Vojslav Seselj (sotto processo davanti al Tribunale internazionale per la ex Jugoslavia con l'accusa di crimini di guerra) era infatti già risultato essere il primo partito nella precedente consultazione del gennaio 2007. Inoltre il suo candidato, Tomislav Nikolic, è stato battuto di stretta misura dal leader europeista, e presidente uscente, Boris Tadic, al ballottaggio per le presidenziali dello scorso febbraio dopo aver vinto il primo turno.
Secondo le ultime rilevazioni condotte dall'autorevole Centro per le elezioni libere e la democrazia (Cesid), i radicali otterrebbero quasi 1 milione e mezzo di voti, circa 100mila in più rispetto alla lista "Per una Serbia europea" guidata da Tadic. La terza forza risulta essere la coalizione che fa capo al premier uscente, il nazionalista moderato Vojslav Kostunica, che potrebbe contare su poco più di 500mila preferenze. Stando ai dati elaborati dal Cesid nel prossimo parlamento serbo entrerebbero anche i liberaldemocratici (Ldp) di Cedomir Jovanovic (unica forza politica dichiaratamente favorevole all'indipendenza del Kosovo), che otterrebbero 330mila voti, e i socialisti eredi dell'ex dittatore Slobodan Milosevic (290mila preferenze). Mentre non supererebbero lo sbarramento del 5%, invece, i liberali del G17+ che fanno capo al ministro dell'Economia uscente, Mladjan Dinkic.
La formazione di un governo nazionalista e filo russo è un'ipotesi che l'Unione Europea vede con grande preoccupazione. Per questo nell'ultimo periodo da Bruxelles è venuta a più riprese la disponibilità alla firma dell'Accordo di stabilizzazione e associazione con Belgrado prima delle elezioni e nonostante la mancata consegna al Tribunale internazionale dei super latitanti serbo-bosniaci Ratko Mladic e Radovan Karadzic. Un'apertura che però si scontra con l'opposizione dell'Olanda, contraria a fare concessioni senza una piena collaborazione della Serbia con la giustizia internazionale.
"Per una Serbia europea" da parte sua dovrebbe poter contare sull'appoggio dei partiti delle minoranze etniche, per i quali non vale lo sbarramento e che in maggioranza si sono già espressi in favore di Tadic, mentre al momento non è scontato il sostegno dell'Ldp di Jovanovic.


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23 aprile 2008


IL KOSOVO QUESTA SERA A RADIO RADICALE

Radio Radicale  lo "Speciale" di Passaggio a Sud Est questa settimana è dedicato al Kosovo dopo la riunione di lunedì scorso del Consiglio di Sicurezze delle Nazioni Unite che ha ascoltato il rapporto del segretario generale, Ban Ki Moon, e del capo missione a Pristina, Joachim Ruecker, il primo dopo la proclamazione dell'indipendenza il 17 febbraio scorso. Al Palazzo di vetro sono intervenuti a porte chiuse anche il presidente serbo Boris Tadic ed il premier kosovaro Hashim Thaci.
Speciale Passaggio a Sud Est, a cura di Roberto Spagnoli con la collaborazione di Marina Sikora e artur Nura, è in onda questa sera alle 23,30.


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23 aprile 2008


SERBIA: L'INSTABILITA' POLITICA METTE A RISCHIO L'ECONOMIA

BelgradoProdotto interno lordo in crescita con un incremento annuo del 7,5%. Incremento del 26,1% delle esportazioni e del 27,7% delle importazioni nel 2007, cosa che gli ha valso l'appellativo di "hub logistico dell'Unione europea", e interscambio con l'Ue che vale oltre il 50% dell'import-export. Paese leader nella crescita nel sud est Europa secondo la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo (Bers), al primo posto poi per le riforme economiche volte ad attrarre investimenti secondo la Banca mondiale. E' la Serbia, che ha anche incassato la fiducia delle agenzie di rating Fitch e Standards&Poors, mentre il Financial Times l'anno scorso descriveva Belgrado come "città del futuro dell'Europa del sud". Grazie poi all'area di libero scambio nel sud est Europa (Cefta) i prodotti serbi sono i soli al di fuori della Comunità degli Stati Indipendenti a poter accedere al mercato russo senza dazi doganali. Anche l'altissimo deficit delle partite correnti (dovuto alla forte domanda di energia e materie prime) conferma la vivacità dei rapporti commerciali esteri. Insomma, anche senza il Kosovo la transizione economica di quello che un tempo era il cuore della Jugoslavia si attesta tra i più convincenti dell'Europa centro orientale. Ora, però, questo grande potenziale rischia di essere messo in forse dalla crisi politica provocata proprio dalla questione del Kosovo che ha reso complicati i rapporti con l'Ue e ha portato alle elezioni anticipate del prossimo 11 maggio che potrebbero vedere una consistente affermazione del blocco nazionalista.

Certo, una vittoria della coalizione filo-occidentale guidata dal presidente della Repubblica Boris Tadic il prossimo 11 maggio darebbe maggiori garanzie per il proseguimento delle riforme economiche intrapreso da Belgrado, ma considerando il grado di apertura dell'economia serba una politica isolazionista appare poco realistica, nonostante la propaganda elettorale.
Più che la vittoria dei "turboserbi" di Tomislav Nikolic, che potrebbero formare il prossimo governo con i nazionalisti moderati del premier uscente Vojslav Kostunica, analisti ed operatori economici temono quindi l'instabilità politica. L'incertezza ha avuto già effetti negativi e gli investitori esteri hanno tirato il freno in attesa di vedere cosa succederà nei prossimi mesi. La Deutsche Bank, per esempio, ha rinunciato a garantire il progetto dell'autostrada Horgos-Pozega, mentre tre investimenti statunitensi sono stati sospesi ed è stata posticipata la vendita dell'azienda statale dei trasporti e di quella degli armamenti. Nella settimana della crisi di governo la borsa ha perso oltre il 7% mentre la Banca nazionale ha portato i tassi di interesse dal 11,5% al 14,5% per cercare di contenere la pressione inflazionistica prevista tra il 3 e il 6% entro la fine dell'anno (il dato di marzo 2008 ha segnato, su base annua, un incremento dei prezzi dell'11,8% mentre il 2007 si è chiuso con un'inflazione superiore al 10%, oltre le previsioni).

Per mantenere i tassi di crescita degli ultimi anni la Serbia ha bisogno di linee di credito e investimenti diretti dall'estero. Il trend positivo è stato dovuto fino ad oggi alle fortissime politiche di attrazione varate dal governo (sia da un punto di vista fiscale che da quello degli incentivi finanziari sulle assunzioni) unite ad un costo del lavoro competitivo e ad un alto livello di qualificazione delle risorse umane. Poi c'è il grande capitolo delle privatizzazioni: conclusa la di vendita di oltre duemila piccole e medie imprese, si apre ora quella dei grandi gruppi statali. Su tutte queste opportunità di crescita pesa però la percezione della situazione da parte degli investitori esteri. La crisi di governo ha fatto posticipare la ratifica del mega accordo energetico siglato in gennaio con il colosso russo Gazprom che include, tra l'altro, l'acquisto del 51% della compagnia petrolifera serba Nis e ha rimandato a data da destinarsi il lancio della gara per la vendita del pacchetto di maggioranza della compagnia aerea di bandiera Jat. L'impressione degli analisti e che a questo punto gli investitori esteri, anche se avevano già pianificato qualcosa non faranno alcuna mossa prima del 2009, in attesa di capire come evolverà il quadro politico.


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23 aprile 2008


TURCHIA: IN PARLAMENTO LA NORMA CONTRO LA LIBERTA' DI STAMPA

Lentamente e con difficoltà la scorsa settimana il Parlamento turco ha finalmente preso in esame la riforma dell'articolo 301 del codice penale, la norma famigerata in base alla quale molti intellettuali e giornalisti in questi anni sono finiti davanti al giudice con l'accusa di aver offeso l'identità turca. Fra i tanti ricordo il Premio Nobel per la letteratura Orhan Pamuk, la scrittice Elif Shafak e il giornalista armeno Hrant Dink, poi assassinato a Istanbul il 19 gennaio 2007 apparentemente per mano di un fanatico ma dietro il cui omicidio sono emerse le trame di quella che da noi è stata definita la "Gladio turca", il cosiddetto "stato profondo" in cui agiscono servizi segreti deviati, elementi ultranazionalisti, esponenti delle forze armate.
I punti principali della bozza di riforma presentata dall'attuale ministro della Giustizia, Mehmet Ali Sahin, sono la sostituzione dell'espressione "identità turca" con "nazione turca" e la modifica dell'iter procedurale secondo cui prima di finire davanti all'autorità giudiziaria le denunce saranno esaminate dal Presidente della Repubblica che deciderà se rinviare i singoli procedimenti alla magistratura. Ad opporsi alla riforma sono sia i nazionalisti "di destra" del Mhp, secondo i quali il termine "identità turca" è incluso anche nella Costituzione e non può quindi essere cambiato, sia quelli "di sinistra" del Chp, il partito erede del padre della patria Mustafa Kemal Ataturk. Una settimana fa, non senza difficoltà e momenti di tensione, la bozza è passata dalla Commissione parlamentare per i criteri di armonizzazione con l'Unione Europea. Quindi la bozza è arrivata alla Commissione Giustizia del Parlamento.
Qui, dopo oltre 12 ore di dibattito (e due risse fra i parlamentari membri della commissione), le opposizioni sono riuscite ad ottenere che la decisione preliminare sui processi passi dal capo dello Stato al ministro della Giustizia. Sulla pena detentiva però i deputati dell'Akp, il partito islamico-moderato di maggioranza del premier Erdogan sono stati irremovibili riuscendo a fissare la pena massima a due anni di reclusione. Da registrare l'opposizione anche del Dtp, ovvero il partito curdo, di sinistra, per il quale la norma andrebbe abolita e non semplicemente emendata. Nonostante le polemiche e gli scontri sembra comunque che l'articolo 301 questa volta possa finalmente essere modificato, forse entro questa settimana, anche se oggi il Parlamento è chiuso per la festa nazionale dei Bambini e per la celebrazione della sua prima seduta che fu inaugurata da Ataturk il 23 aprile di ottantotto anni fa.
L'Unione Europea sta seguendo con grande interesse l'evolversi della situazione. La modifica dell'articolo 301 è infatti una delle riforme che Bruxelles ha chiesto ad Ankara. Il premier Recep Tayyip Erdogan ha promesso che questa volta sarà portata a termine e se ciò avvenisse cadrebbe uno dei maggiori ostacoli sull'accidentato percorso di adesione della Turchia all'UE. Numerose Ong turche e molti avvocati fanno però notare che l'emendamento non cambierebbe la sostanza delle cose e hanno fatto quindi appello al governo perché l'articolo 301 venga abolito completamente.


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22 aprile 2008


DAI BALCANI: SERBIA TRA ELEZIONI E TPI, BOSNIA VERO L'ASA

Il testo che segue è la corrispondenza di Marina Sikora per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda su Radio Radicale sabato 19 aprile dedicata alla campagna elettorale in Serbia, alla visita a Belgrado del neo procuratore del Tribunale internazionale, Serge Brammertz, e alla riforma della polizia in Bosnia che apre la strada alla firma dell'accordo di pre-adesione all'UE.

Serbia verso le elezioni: un nuovo testa a testa fra europeisti e ultranazionalisti
Sembra ormai uno scenario ripetitivo, quello che si profila in vista delle elezioni in Serbia, come alle scorse politiche e alle recenti presidenziali cosi’ anche le previsioni per le prossime elezioni politiche anticipate in programma l’11 maggio. Secondo i recentissimi sondaggi dell’istituto Strategic Marketing, riportati dalla stampa serba, sara’ di nuovo un testa a testa tra le forze moderate e filoeuropee riunite nella coalizione ‘Per una Serbia europea’, guidata dal presidente della Serbia Boris Tadic, leader del Partito democratico e l’opposizione ultranazionalista di Tomislav Nikolic e del suo Partito radicale serbo. I sondaggi accreditano il 34,8% dei consensi al blocco di Tadic rispetto al 34,7% di preferenze per gli ultranazionalisti radicali di Nikolic. Al terzo posto con il 13% il blocco conservatore del Partito democratico della Serbia del premier uscente, Vojislav Kostunica che secondo molti analisti potrebbe giocare sulla carta di una intesa con i radicali ultranazionalisti. Allo stato attuale, cresce il sostegno ai liberaldemocratici di Cedomir Jovanovic a cui i sondaggi accreditano il 9% dei consensi.
In questi giorni, sempre in riferimento alle accese discussioni sulla firma dell’Accordo di stabilizzazione e associazione con l’Ue, il pesidente del Partito liberal-democratico Cedo Jovanovic ha incontrato a Bruxelles le autorita’ dell’Unione chiedendo che alla Serbia sia offerta la firma dell’Accordo in quanto sostegno non al potere ma ai cittadini della Serbia che meritano una chance europea. Il partito liberal-democratico, ha affermato Jovanovic, e’ pronto ad impegnarsi per i cambiamenti della politica estera della Serbia. Il leader degli ultaliberali ha promesso dopo le elezioni l’insistere su tre priorita’: la prima – quella di ristabilire le relazioni con i paesi che hanno riconosciuto l’indipendenza del Kosovo, con il rientro degli ambasciatori serbi in quei paesi e la ripresa del dialogo con il mondo, interotto dalla mal condotta politica estera del governo uscente. Seconda priorita’ , secondo Jovanovic sono le integrazioni europee in cui la Serbia deve adempiere tutte le condzioni e non condizionara l’Ue. La terza priorita’ sara’ la nuova politica regionale che innanzitutto comporta ottimi rapporti con i paesi della regione perche’ solo collaborando con i paesi vicini, ha detto Jovanovic, “possiamo essere pari membri dell’Ue”.
Ricordiamo per chi ci ascolta, che a tener in sospeso il consenso dei Paesi membri dell’Ue su un acceleramento del processo di avvicinamento della Serbia all’Unione, che come primo passo richiede la firma dell’Accordo di stabilizzazione e associazione, e’ la collaborazione della Serbia con il Tribunale dell’Aja.

Brammertz a Belgrado: alla cattura dei ricercati si contrappone il caso Haradinaj
La visita in questi giorni a Belgrado del neo procuratore capo del Tribunale dell’Aja sui crimini di guerra in ex Jugoslavia, Serge Brammertz, la prima dal suo insediamento, e’ trascorsa all’insegna dell’ancora mancato impegno della Serbia nei confronti della giustizia internazionale che riguarda la cattura ed estradizione degli ultimi quattro super ricercati criminali di guerra serbi, il primo fra tutti l’ex generale serbo-bosniaco Ratko Mladic e l’ex leader dei serbi bosniaci Radovan Karadzic nonche’ Goran Hadzic e Stojan Zupljanin. Ma sull’ancora incompiuta piena collaborazione della Serbia con il Tribunale pesa ora in particolar modo l’ira e le contestazioni serbe per la recente assoluzione all’Aja dell’ex premier e capo guerigliero kosovaro Ramush Haradinaj, incriminato per violenze e vendette nei confronti di civili serbi nel corso della guerra a fine anni ’90 e per il quale la procura del Tpi aveva chiesto 25 anni di carcere. Alla richiesta di riconsiderare il verdetto ritenuto ingiusto, Belgrado lancia un’altra richiesta che e’ quella di un supplemento d’inchiesta sul sospettato traffico di organi di prigionieri serbi catturati in Kosovo dalle milizie albanesi dell’Uck, sempre nello stesso periodo. A sollevare l’argomento sono state le rilevazioni dell’ex procuratore capo dell’Aja e predecessore di Brammertz, Carla Del Ponte pubblicate nel suo recentissimo libro di memorie ‘La caccia’.
Ai coordinatori del piano di azione, Rasim Ljajic, responsabile del governo serbo per la cooperazione con il Tribunale e Vladimir Vukcevic, procuratore nazionale per la caccia ai criminali di guerra, Brammertz ha ricordato che resta estremamente importante giungere quanto prima alla cattura e all'estradizione dei quattro criminali di guerra latitanti, nonche’ la necessita’ di consegnare i rimanenti documenti dagli archivi statali, la protezione dei testimoni e il proseguimento delle indagini sulla rete di sostenitori dei super ricercati. All’inevitabile questione della contestata assoluzione di Ramush Haradinaj, il procuratore capo ha risposto che anche la procura rimane insoddisfatta della sentenza e che sia particolarmente preoccupante che la procura non e’ stata in grado di presentare tutte le prove per l’assenza dei testimoni.
A sua richiesta, Brammertz ha incontrato i vertici dello Stato, il presidente Tadic ed il premier Kostunica ai quali ha chiesto di assumersi la loro parte di responsabilita’ per la piena collaborazione di Belgrado con il Tribunale dell’Aja. Il procuratore capo ha annunciato che verso la meta’ di maggio inviera’ al Consiglio di Sicurezza dell’Onu il suo primo rapporto che includera’ anche le valutazione sulla collaborazione della Serbia.
Il presidente Tadic ha sottolineato che la Serbia fa il tutto per portare a compimento la collaborazione con il Tribunale perche’ si tratta anche di un obbligo morale definito sia dal diritto internazionale che dalle leggi nazionali ma ha anche rilevato che la sentenza all’ex comandante Ramus Haradinaj e’ ingiusta e che l’opinione pubblica in Serbia e’ giustamente insoddisfatta. Per questo, ha detto Tadic, si attende che la procura faccia ricorso alla sentenza.
Molto piu’ dure le repliche di Kostunica. Sempre in riferimento all’assoluzione di Ramush Haradinaj, il premier uscente ha messo in dubbio la legittimita’ del Tribunale, ribadendo che la sentenza rappresenta “una grave ingiustizia” e “una beffa alla giustizia”. Kostunica ha anche sollevato la questione dei sospetti sul presunto traffico di organi dei serbi rapiti in Kosovo. Su quest’ultimo Brammertz si e’ limitato a rispondere che il Tribunale non ha trovato le prove per aprire un’inchiesta auspicando ulteriori accertamenti da parte delle autorita’ del Kosovo e dell’Albania.

Bosnia: approvata la riforma della polizia, si apre la via verso la firma dell'Asa
Lo scorso 10 aprile, dopo un dibattito acceso alla camera dei rappresentanti del parlamento bosniaco, e’ stata finalmente approvata la controversa riforma della polizia. La condizione principale che Bruxelles aveva posto al Paese per dare il via libero alla firma dell’Accordo di stabilizzazione ed associazione all’Ue e che per ben quattro anni e’ stata motivo di duri scontri tra le forze politiche locali. Lo dimostra anche la stretta maggioranza con cui questa riforma e’ stata approvata: 22 voti a favore contro i 19 contrari e un astenuto. Mercoledi’ scorso, la riforma, come previsto, e’ stata approvata anche dalla Camera alta del parlamento. Ora spetta alla Commissione europea stendere un rapporto sull'andamento delle riforme in Bosnia Erzegovina e stabilire la data per la firma dell'Asa. Questo primo passo verso l’adesione, si spera, dovrebbe accadere fra breve, forse gia’ al prossimo Consiglio di ministri degli esteri dell’Ue del 28 aprile. La riforma della polizia rappresenta quindi un compromesso difficilmente raggiunto, grazie anche all’impegno dell’inviato speciale dell’Ue in Bosnia, Miroslav Laicak e implica che le forze di polizia avranno una divisa unica e faranno riferimento ad una unica autorita’ statale che guidera’ le forze dell’ordine a livello statale senza interferire pero’ con il lavoro delle autonomie locali e i loro corpi di polizia regionali. C’e’ da dire che all’inizio, l’Ue era sulla linea delle due entita’, quella musulmana e quella croata che spingevano fortemente per la creazione di una unica forza di polizia per le due entita’ che compongono la Bosnia di dopo Dayton – la Republika Srpska, l’entita’ a maggioranza serba e la Federazione BiH, a maggoranza croato musulmana.
I politici serbo bosniaci non volevano invece rinunciare a mantenere la loro struttura. L’insistere su questa posizione guidata dalla fermezza del premier della Rs, Milorad Dodik ha costretto tutti al compromesso. Infatti, Dodik ha parlato di un grande successo politico rilevando il fatto della raggiunta condizione per poter firmare l’Asa e al contempo il mantenimento della polizia della Rs. Per il Partito per la Bosnia Erzegovina di Haris Silajdzic, esponente musulmano della presidenza tripartita della Bosnia Erzegovina, con l’approvazione della riforma della polizia la Bosnia ha accolto la mano tesa dell’Ue che permettera’ al paese di uscire da una situazione critica e di isolamento. Tutt’altra la posizione del Partito dell’azione democratica (Sda) di Sulejman Tihic, il partito della coalizione governativa che come il maggiore partito di opposizione, l’Sdp ha votato contro la riforma ritenendola, come ha commentato Tihic, “un altro errore storico della comunita’ internazionale e dei politici locali perche’ rappresenta “la legalizzazione della polizia di Radovan Karadzic” colpevole di crimini di guerra e di genocidio.
Seppur la riforma sia stata approvata con una stretta maggioranza, con la superazione del principale ostacolo sulla via di preadesione all’Ue si puo’ comunque tirare un sospiro di solliervo. Soddisfazione a Bruxelles perche’ si e’ riuscito finalmente a portare a termine questo lungo e faticoso percorso che portera’ la Bosnia verso la sigla dell’Accordo di stabilizzazione ed associazione con l’Ue. Salutando positivamente l’adozione finale della riforma della polizia, il Commissario all’allargamento Olli Rehn ha sottolineato che “L’Asa non portera’ solo vantaggi pratici all’economia del paese, ma rappresentera’ anche il passo determinante per ottenere lo status di paese candidato all’adesione”. Rehn si e’ detto molto soddisfatto che le autorita’ bosniache hanno ascolato la voce dei propri cittadini a favore dell’integrazione europea, della prosperita’ e dello sviluppo aggiungedo anche che l’integrazione dei Balcani e’ una priorita’ dell’Ue per una politica di stabilita’ della regione”.

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