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passaggioasudest [ la realtà politica dell'europa sud orientale dai balcani alla turchia ]
 



Questo blog è dedicato ad un'area cruciale per il futuro europeo. Per l'area che va dai Balcani occidentali alla Turchia, infatti, passa il futuro dell'Unione europea come progetto politico così come il futuro di questi Paesi passa dalla scelta dell'integrazione in questo progetto.




"Dobbiamo ricordarci che l’informazione è un veicolo diretto all’utente, non è un soliloquio da parte del giornalista. Bisogna tenere sempre presente che chi è dall’altra parte del microfono deve poter comprendere una realtà in cui non è presente. Questo, penso, è il massimo sforzo che i giornalisti devono compiere".
Antonio Russo



"Il vero referendum sul futuro dell'Unione si terrà nei Balcani"
International Balkan Commission


"E poi, un giorno, è stato costruito un ponte che collegava le due rive del Bosforo. Quando sono salito sul ponte e ho guardato il panorama, ho capito che era ancora meglio, ancora più bello di vedere le due rive assieme. Ho capito che il meglio era essere un ponte fra due rive. Rivolgersi alle due rive senza appartenere".
Orhan Pamuk, Istanbul



Per inviare una email scrivi a pasudest@yahoo.it





28 maggio 2008


BELGRADO AI NAZIONALISTI, LA SERBIA FORSE

Belgrado"Belgrado ritorna agli anni novanta", così titolava il quotidiano Danas a proposito dell'accordo che porterà l'ultranazionalista Aleksandar Vucic, esponente di primo piano del Partito radicale serbo (Srs), ad essere il nuovo sindaco di Belgrado. Oggi è stato infatti siglato ufficialmente il patto con il quale il Partito socialista serbo (Sps), entra nella maggioranza del consiglio comunale insieme ai radicali e ai conservatori del Partito democratico serbo (Dss) del premier uscente Vojislav Kostunica. In questo modo viene vanificata la vittoria della lista "Per una Belgrado europea", guidata dal Partito democratico (Ds) del presidente della repubblica, Boris Tadic alle amministrative tenutesi l'11 maggio scorso contemporaneamente alle politiche anticipate. La tradizione vuole che in Serbia lo scenario politico di Belgrado rispecchi quello nazionale. Dato che anche alle politiche gli europeisti hanno vinto ma non hanno la maggioranza per governare e i socialisti, con i loro 20 seggi, sono decisivi per qualunque tipo di coalizione, il rischio è che gli stessi schieramenti, dopo il consiglio comunale della capitale vengano replicati al parlamento nazionale.
Questa volta però gli scenari, tra municipio di Belgrado e governo nazionale, potrebbero divergere. Sul piano nazionale la posta è alta e nessuna alleanza è scontata in partenza. L'Europa moltiplica gli appelli in favore di un governo che prosegua il cammino di integrazione della Serbia. Il presidente democratico Boris Tadic, pur di scongiurare il ritorno al potere dei nazionalisti si dice pronto ad una "riconciliazione storica" e ad ingoiare il rospo di benedire un'alleanza con gli orfani del defunto dittatore Milosevic che proprio i democratici rovesciarono nel 2000. I socialisti da parte loro sembrano intenzionati a sfruttare il successo elettorale per riconquistare credibilità sul piano internazionale. Sono favorevoli all'integrazione europea anche perché devono fare i conti con i loro alleati minori (Assemblea dei pensionati e Serbia unita), nettamente contrari a stracciare l'Accordo di stabilizzazione e associazione (Asa) siglato tra Belgrado e Bruxelles pochi giorni prima delle elezioni come invece hanno più volte dichiarato di voler fare i nazional-conservatori in caso vaadano al governo. Il paradosso (tipicamente balcanico) è che il futuro europeista della Serbia è nelle mani del partito che fu protagonista del suo recente scomodo passato, anche se con altri dirigenti. Guardando le cose in positivo, si può sperare che l'accordo con gli europeisti e l'ingresso al governo spinga il giovane e pragmatico leader socialista, il quarantenne Ivica Dacic, a liberare progressivamente il partito dall'eredità di Milosevic. Un po' come ha fatto in Croazia l'attuale premier Ivo Sanader che ha trasformato l'Hdz di Franjo Tudjman da partito nazionalista e autoritario a forza moderata di centro-destra.


28 maggio 2008


UE/BALCANI: L'INTEGRAZIONE TRA LUCI E OMBRE

Di Marina Sikora, corrispondente di Radio Radicale (*)
E’ da tempo che la questione delle misure adottate dall’Ue nei confronti dei cittadini di cittadinanza balcanica provoca molteplici porteste da parte dei loro Stati. L’Ue a tal proposito non e’ rimasta insensibile e non e’ mancato un riscontro da parte delle istituzioni europee che hanno fatto delle concessioni sulle modalita’ con cui vengono rilasciati visti e permessi di soggiorno, nonche’ sulle politiche di contrasto all’immigrazione. Da parte dei ministri degli Interni dei paesi balcanici vi e’ stata la promessa di impegno per un maggior controllo della immigrazione clandestina e l’attuazione di ulteriori provvedimenti. L’Ue interpreta le recenti misure che vanno incontro alla liberalizzazione dei visti come un evidente segnale di apertura per l’ingresso dei Paesi dei Balcani all’Ue.
I provvedimenti che dovrebbero essere adottati, secondo diverse analisi pero’, potrebbero rappresentare anche un’arma a doppio taglio. Se da una parte la ratifica di questi accordi significa concedere ai Balcani l’apertura verso l’Europa e far cadere finalmente l’immagine di un’ area costantemente instabile e poco desiderata, dall’altra parte rappresenta un ulteriore “ricatto” e una minaccia di isolamento qualora non venissero rispettate le condizioni richieste. Tutto allo scopo di controllare l’immigrazione clandestina e quindi il mercato del lavoro europeo piuttosto che creare delle condizioni in cui questi paesi avrebbero la possibilita’ di crescita verso un mercato comune.
Quanto alla Serbia, in vista delle recentissime elezioni politiche svoltesi lo scorso 11 maggio, come un’altro segnale di esplicito sostegno alle forze filoeuropee serbe, e’ stato firmato l’Accordo di stabilizzazione ed associazione la cui ratifica pero’ rimane in sospeso finche’ non saranno adempiute le condizioni della piena collaborazione della Serbia con il Tpi per l’ex Jugoslavia. Lo scorso 18 aprile, la Commissione europea e la Presidenza slovena del Consiglio dell'Unione Europea hanno rivolto anche un invito ai Paesi Membri dell'Unione Europea a facilitare il rilascio di visti ai cittadini della Serbia e degli altri Paesi dei Balcani occidentali. Questo invito, e’ stato affermato, fa parte del programma di una completa liberalizzazione del regime dei visti.
Da ricordare anche che solo alcuni giorni prima delle elezioni, alla Serbia e’ stata consegnata una prima “road map” sulla liberalizzazione dei visti. Il piano elaborato da Bruxelles e’ stato consegnato al presidente Tadic dal vicepresidente della Commissione europea, Jacques Barrot, commissario Ue ai Trasporti che sta esercitando anche le deleghe relative a Giustizia, liberta’ e sicurezza. Secondo Barrot, il piano contiene una detagliata serie di misure che dovrebbero essere realizzate al piu’ presto e che fanno parte dell’impegno contro l’immingrazione clandestina, lotta contro il crimine organizzato e corruzione nonche’ il rispetto dei valori democratici e dei diritti di base. In occasione della consegna della “road map”, esprimentodi in lingua serba, Barrot ha detto che "la Serbia e tutti i suoi cittadini sono benvenuti nella famiglia eurpea". La Serbia, ha assicurato il presidente Boris Tadic, e’ decisa ad adempiere nel piu’ breve tempo possibile tutti gli obblighi definiti da questo piano affinche’ gia’ nel 2009 i suoi cittadini possano viaggiare nei paesi dell’Ue senza visti.
La notizia che i 17 paesi europei hanno deciso di facilitare maggiormente il rilascio di visti ai cittadini della Serbia e’ stata accolta con tanto di lode e applausi in Serbia ma la stampa ha puntato sul fatto che la situazione non e’ proprio cosi’ brillante quanto sembra a prima vista. Secondo la Commissione europea l’80 percento dei cittadini della Serbia avrebbe il diritto ai visti gratis, e le categorie qui comprese sono gli studenti, scienziati, giornalisti e tutti i giovani all’eta’ inferiore di 25 anni. Secondo i media serbi, si tratta di calcoli poco chiari soprattutto se va considrato il fatto che la Serbia, riguradante l’eta’ media, appartiene ai paesi con la cittadinanza piu’ anziana in Europa e che quindi i giovani non rappresentano l’80 percento della popolazione.
Secondo le stime, nei paesi dell’Ue, ci sono tra cento e duecento mila di immigrati clandestini provenienti dalla Serbia comprese anche le persone che attraverso il territorio serbo sono riuscite ad entrare clandestinamente in uno dei 27 Stati membri dell’Unione. Con la deportazione di questi immigrati clandestini i problemi dei paesi della regione balcanica, che gia’ di per se sono pesanti e molteplici, ulteriormente si complicano ed aumentano.
Il rigido sistema dei visti e’ stato introdotto nel corso degli anni novanta, di seguito alla dissoluzione dell’ex Jugoslavia il cui obbittivo era quello di fermare l’ondata di profughi e immigrati clandestini dalle zone di guerra in Croazia, Bosnia Erzegovina e Kosovo. L’intera regione e’ diventata cosi’ un paradiso per la criminalita’ organizzata che ha trovato un grande profitto nel trasferimento clandestino di gente disperata in cerca di lavoro e di un rifugio sicuro. Secondo molti esperti di immigrazione, il sistema di visti e la rigida politica di immigrazione non hanno eliminato il fenomento dell’immigrazione clandestina e affermano che in gran parte ne aproffittano maggiormente i contrabbandieri.
Doris Pack, parlamentare europea e capo della delegazione per i Balcani, ha valutato il regime di visti, soprattutto quello che viene adottato per i Balcani, come controproducente, sia per la regione che per l’Europa. Secondo la Pack, questo sistema ostacola i cittadini semplici ad attraversare i confini ed entrare nell’Ue e costruisce una specie di muro intorno all’Unione. In tal modo, ritiene la parlamentare europea, ai giovani dell’area viene tolta l’occasione di costruirsi un’immagine sull’Ue.
Quanto alla Bosnia Erzegovina, l’unico paese dell’ex Jugoslavia che si trova ancora in attesa della firma sull’Accordo di stabilizzazione ed associazione con l’Ue, lunedi’ scorso, 26 maggio, e’ stato firmato l’accordo sulla libaralizzaizone dei visti con l’Unione europea, sempre come un primo passo nel processo il cui obiettivo e’ quello di arrivare alla libera circolazione dei cittadini della Bosnia Erzegovina nei Paesi dell’Unione. Anche Sarajevo, come poco prima la Serbia, dovra’ seguire una “road map” che prevede l’adozione di passaporti biometrici, una maggiore ed efficace gestione delle frontiere, la lotta alla immigrazione clandestina e alla corruzione nonche’ il rispetto dei valori democratici.
Salutando la decisione di Bruxelles, il premier della Bosnia Erzegovina, Nikola Spiric ha dichiarato che il suo governo comincera’ da subito l’impegno per concludere accordi bilaterali per le riammisioni di clandestini. L’accordo con l’Ue sui visti, ha sottolineato Spiric, rafforza l’orientamento europeista dei cittadini della Bosnia Erzegovina. La stampa bosniaca e’ stata comunque meno entusiasta. Cosi’ il quotidiano di Sarajevo “Dnevni avaz” scrive che la cerimonia che ha accompagnato la firma dell’accordo e’ stata, come di consueto, piena di “messaggi cortesi, dolci parole di promesse e speranze da entrambe le parti che l’ ingiustificato isolamento dei cittadini bosniaci durato quasi 20 anni in un tempo poco lontano diventera’ la parte brutta di una politica europea cambiata nei confronti del maggior numero di paesi dei Balcani occidentali”. Alla domanda quando la Bosnia Ezegovina potra’ finalmente ottenere la sua “road map” con la lista di condizioni e misure concrete che dalla cerimonia di apertura del dialogo conducono verso una piena liberta’ di circolazione dei cittadini della Bosnia Erzegovina, commenta “Dnevni avaz”, ne’ il vicepresidente della Commissione europea Jacques Berrot, ne’ il commissario Ue all’allargamento Olli Rehn, come nemmeno il premier Nikola Spiric non hanno potuto dare una risposta. Poiche’, come hanno sottolineato, i veri compiti sulla standardizzazione dei passaporti, sulla sicurezza dei dati personali dei cittadini, sulle modifiche di alcune leggi e sull’abilitazione delle istituzioni statali per i nuovi compiti, devono appena iniziare. Interrogato dalla stampa se la Bosnia Erzegovina dispone di capacita’ istituzionali per realizzare i prossimi impegni, il premier Spiric ha risposto di non temere la mancanza di tali potenziali ma di “essere preoccupato per la mancanza della volonta’ politica”.

(*) Questo è il testo della corrispondenza per lo "Speciale" di Passaggio a Sud Est, l'approfondimento settimanale che questa sera si occupa della questione dell'integrazione europea dei Balcani Occidentali e del regime dei visti per i cittadini provenienti da quella regione


28 maggio 2008


INTEGRAZIONE DEI BALCANI: UE A PIU' VELOCITA'

Di Artur Nura, corrispondente di Radio Radicale (*)

Per parlare del processo di integrazione europea dei Paesi dell'Europa sud orientale, vorrei dire che a differenza di Croazia, Macedonia e Turchia che sono paesi candidati (Croazia e Turchia hanno anche già aperto i negoziati di adesione), altri paesi come Albania, Macedonia e Kosovo sono paesi potenziali candidati assieme al Montenegro.La Macedonia ha firmato l’Accordo di stabilizzazione e associazione con l'Unione europea nel 2004 e dal 2005 è paese candidato, mentre il Kosovo rimane indubbiamente il caso più complesso date le difficoltà dal punto di vista politico e istituzionale.
Le autorità kosovare dovranno portare avanti le riforme prioritarie indispensabili per quando riguarda lo stato di diritto, l’economia, la pubblica amministrazione e i diritti delle minoranze. Una delegazione di deputati kosovari, guidati dal presidente dell'assemblea legislativa, Jakup Krasniqi, si è recata a Bruxelles per una visita al Parlamento europeo. La delegazione prenderà parte a una riunione organizzata dal Parlamento europeo e l'assemblea nazionale della Slovenia, e ci si aspetta che il presidente Krasniqi intervenga in sessione plenaria.
L'Albania ha avviato i negoziati per l’ASA con la Commissione europea all’inizio del 2003. Poi l’Accordo è stato firmato nel 2006 ed ha dato un ulteriore spinta alle relazioni con l’UE. In questo senso l’Albania si sta impegnando a realizzare le riforme di natura economica, politica e giudiziaria e a combattere la corruzione e la criminalità organizzata, questioni fondamentali per il processo di pre-adesione. Molte volte abbiamo citato differenti autorità europee che hanno dichiarato che il ruolo dell’Albania è stato molto importante per la stabilità della regione e si sono congratulati per il lavoro di mediazione svolto dai vari governi albanesi rispetto allo sviluppo della situazione nella regione. Mentre a Belgrado per molto tempo si è parlato della creazione di una "Grande Serbia", Tirana non ha sponsorizzato i progetti per la creazione di una "Grande Albania" perché ha sempre sperato che sia l’integrazione europea di tutti i paesi balcanici che dovrebbe esaurire tale volontà e necessità naturale politica di tutti gli albanesi dei Balcani a convivere.
Per essere piu concreto cercherò di portare la percezione generale dell’opinione pubblica che considera questo processo storico molto importante rimanendo sempre molto attenta su cosa succede strada facendo per l’Europa. Secondo diversi analisti questa politica di Tirana, Prishtina e della altre “capitali” dove gli albanesi sono la maggioranza risulta poco produtiva per l’integrazione europea. Questo pone molti dubbi ai cittadini comuni albanesi di questi stati. Quello che voglio dire è che questo lavoro eccellente svolto dagli albanesi non ha spinto le autorita europee a valutare questa volontà e i risultati positivi offrendo un “rimborso” come per esempio facilitando il processo di integrazione che è un proccesso più politico che burocratico e tecnico.
Proprio l'altro ieri, lunedì 26 maggio, la presidente del parlamento albanese, Jozefina Topalli, è intervenuta al Parlamento europeo per far sapere alla politica europea che a Tirana sono molto attenti agli standard europei che vengono applicati in modo diverso nei Paesi della regione balcanica. Topalli ha detto, per esempio, che non è giusto offrire diversi standard rispetto al regime dei visti per i cittadini balcanici. Alcuni giorni fa anche il premier albanese Sali Berisha, in un’intervista a “Euronews” rispondendo alla domanda del giornalista se esiste o no una politica europea di discriminazione nei confronti degli albanesi in relazione al regime dei visti, ha risposto che pensare che la Serbia è piu sicura dell’Albania per quanto riguarda i visti, è veramente, ma verramente non realistico.
Alcuni giorni dopo l'Unione Europea e la Bosnia Erzegovina hanno firmato l'accordo sulla liberalizzazione dei visti, un processo che ha come obiettivo di arrivare alla libera circolazione dei cittadini bosniaci nei Paesi dellUE, un passo molto importante nel processo di integrazione. In questo caso è stato detto che per giungere ad un regime facilitato dei visti Sarajevo dovrà seguire una "road map" che Bruxelles presenterà nelle prossime settimane e che prevede l'adozione di passaporti biometrici, la gestione efficace delle frontiere esterne, la lotta all'immigrazione clandestina e alla corruzione e il rispetto dei valori democratici. Doveri questi che l’Albania ha già fatto propri al massimo possibile. Per esempio è noto che l’emigrazione clandestina che proveniva dai territori dell’Albania è stata eleminata: l’Albania è stato il primo paese a firmare l’accordo bilaterale con l'Unione Europea per le riammissioni di clandestini che Bruxelles ha molto a cuore. I passaporti biometrici oramai sono in fase di realizzazione tecnica e molto presto saranno nelle mani dei cittadini.
Non riuscendo a capire la vera ragione del diverso atteggiamento di Bruxelles nei confronti dell’Albania rispetto ad altri paesi balcanici, posso citare ancora la presidente del parlamento albanese, Jozefina Topalli, che nel corso del suo intervento a Bruxelles ha definito la politica europea nei confronti del regime dei visti per i cittadini albanesi come “il nuovo muro di Schengen” eretto contro di loro.
Per tornare alla recente strategia europea che sulla liberalizzazione del regime dei visti sta applicando differenti velocità e differenti modalità ai diversi paesi dei Balcani, vorrei dire che tale politica differenziata aveva portato il governo di Skopje a propore un nuovo regime dei visti nei confronti degli albanesi, provocando reazioni molto critiche nei confronti della Macedonia. La cosa ha provocato scambi di accuse e contro accuse tra gli esponenti politici macedoni e albanesi della Macedonia. I mass media macedoni hanno fatto sapere che il nuovo regime dei visti tipo Schengen sarebbe stato applicato a circa 140 paesi compresi anche i paesi vicini inclusa l'Albania che ha un ruolo molto importante per l’economia e per le geopolitica della stessa Macedonia. Per fortuna la questione è stata poi risolta grazie alla volonta politica reciproca sia da parte di Skopje sia da parte di Tirana e non potrebbe essere differente, ma questa neccessità specifica la dovranno comprendere anche a Bruxelles.
Purtroppo la situazione si sta complicando in altri ambiti bilaterali come per esempio tra Italia e Grecia. L’opinione pubblica albanese ricorda la visita di Franco Frattini che quando era vicepresidente della Commissione Europea venne a Tirana allo scopo principale di aprire il dialogo per la liberazzazione del regime visti per i cittadini albanesi. Ora, il fatto che Fratini sia ministro degli Esteri del nuovo governo italiano che sta predisponendo politiche molto severe e restrittive sull'immigrazione solleva tanti dubbi nell’opinione publica albanese filo italiana. I giornali d’altra parte fanno notare che anche in Grecia, dove al governo come in Italia ci sono le forze del centro destra, esiste la volontà di ostacolare il movimento dei cittadini provenienti da alcuni paesi.
Secondo il giornale albanese “Shqip”, che cita fonti della stampa greca, ad Atene esisterebbe un progetto segreto del governo per trasferire con forza i tantissimi immigrati illegali. Cosa che ha provocato la reazione dell’opposizione di centro sinistra. Ma essendo in minoranza al parlamento sembra che non possono fare molto al riguardo e diversi analisti politici ad Atene prevedono un calo notevole delle forze di centro destra alle prossime votazioni in Grecia, visto che la situazione li è differente rispetto all’Italia dove il centro destra è tornato da pochissimo tempo al governo sull'onda di un grande consenso popolare.

(*) Questo è il testo della corrispondenza per lo "Speciale" di Passaggio a Sud Est, l'approfondimento settimanale che questa sera alle 23,30 si occupa della questione dell'integrazione europea dei Balcani Occidentali e del regime dei visti per i cittadini provenienti da quella regione


26 maggio 2008


I NAZIONALISTI DAL GOVERNO DI BELGRADO A QUELLO DELLA SERBIA?

Il municipio di BelgradoIn Serbia si prepara un governo nazional-conservatore? Se ci si dovesse basare sui precedenti si direbbe di sì. Le scelte politiche della capitale di solito rispecchiano e anticipano quelle nazionali. E così sembra essere anche questa volta. La lista liberal-europeista "Per una Belgrado europea" - specchio della lista nazionale "Per una Serbia europea" che si è raggruppata attorno al Partito democratico del presidente della repubblica Boris Tadic - ha vinto le elezioni per il consiglio comunale ma da sola non ha la maggioranza. Come non ce l'avrebbe una eventuale coalizione formata dagli ultranazionalisti del Partito radicale serbo e dai conservatori guidati dal premier uscente Vojislav Kostunica. Esattamente come avvenuto nelle elezioni politiche. E anche a Belgrado, come a livello nazionale, ago della bilancia sono i socialisti di Ivica Dacic.
Oggi è stato annunciato il raggiungimento dell'accordo per il municipio della capitale: i socialisti daranno il loro appoggio esterno alla giunta comunale che sarà formata dal Partito radicale serbo e dal Partito democratico serbo alleato con la piccola formazione Nuova Serbia. Dunque se anche questa volta Belgrado farà da battistrada si preannuncia un accordo analogo a livello nazionale. In questa occasione però non è detto che sarà così. Una decisione per il governo nazionale è attesa non prima della fine del mese di giugno e non è escluso che in questo caso i socialisti di Dadic decidano di appoggiare il Partito democratico del presidente Tadic, cioè il partito che, sotto la guida di Zoran Djindjic (il premier poi assassinato nel 2003), fu il protagonista della caduta di Milosevic e della sua successiva consegna al tribunale internazionale dell'Aja (dove morì, detenuto, nel 2006).
Kostunica ora preme perché l'accordo raggiunto nella capitale sia replicato quanto prima per il governo nazionale. Il leader conservatore attraverso l'agenzia Tanjug ha fatto appello a che si prenda la decisione di formare un governo nazionalista che si occupi degli interessi statali e nazionali della Serbia "in maniera indipendente, senza nessun condizionamento esterno". Un'alleanza nazionalista fondata sul rifiuto dell'indipendenza del Kosovo e quindi sull'ingresso nell'UE solo con la ex provincia che ha dichiarato unilateralmente la secessione lo scorso 17 febbraio. Insomma, Europa sì ma solo ripristinando la sovranità serba sul Kosovo, altrimenti Belgrado si rivolgerà a est, alla grande madre Russia in nome della fratellanza slava e ortodossa.
Di Serbia al bivio tra est e ovest avevamo del resto parlato un po' tutti alla vigilia delle elezioni dell'11 maggio. Da una parte gli europeisti, convinti della necessità di tenere separata la questione del Kosovo da quella dell'integrazione europea. Dall'altra i nazional-conservatori disposti a rischiare l'isolamento internazionale pur di non rinunciare al Kosovo e che chiedono protezione alla Russia. O Mosca o Bruxelles. In realtà le due cose non sono antitetiche perché a prescindere da chi formerà il nuovo governo la Serbia non potrà fare a meno dell'Europa. Ne è convinto Goran Svilanovic, ex ministro degli Esteri e già funzionario del Patto di stabilità per il sud est Europa, che spiega perchè in un'intervista a Luka Zanoni per l'Osservatorio sui Balcani.
"La Serbia non può costruire il suo avvicinamento alla Russia senza progredire nelle relazioni con l’UE e la NATO, proprio come non può puntare a diventare membro dell’Unione europea ed eventualmente della NATO, senza che questo processo non sia seguito da un progresso significativo nelle relazioni sia economiche che politiche con la Russia", afferma Svilanovic che prosegue: "Per la nostra opinione pubblica, l’immagine semplificata è che siano due strade diverse, e che addirittura siano due strade opposte. La Serbia ha solo una strada e questa porta verso la membership nell’UE. E, io credo, anche verso la NATO. Ciò vale per chiunque governi la Serbia. Dal governo dipende solo la velocità, ma non la direzione del movimento. Purtroppo i nostri politici, almeno in campagna elettorale, presentano l’Europa e la Russia come alternative opposte. È un errore. [...] Con l’ingresso della Serbia nell’UE, le relazioni con la Russia diventeranno parte della politica comune europea rispetto alla Russia. In queste relazioni c’è posto sia per l’accordo sul gas sia per altri progetti comuni".


26 maggio 2008


LA CROAZIA PORTA LA SERBIA IN GIUDIZIO PER GENOCIDIO

Vukovar 1991Inizia oggi al Tribunale internazionale per l'ex Jugoslavia l'udienza preliminare del procedimento intentato dalla Croazia contro la Serbia con l'accusa di genocidio per quanto avvenuto durante la del 1991-1995. Per le autorità di Zagabria, la Serbia deve rispondere della pulizia etnica genocida dei cittadini croati perché controlla direttamente le forze armate, i servizi e le diverse formazioni paramilitari che operavano in territorio croato, nella regione di Knin, in Slavonia e in Dalmazia.
Secondo l'accusa, "un gran numero di cittadini croati è stato deportato, ucciso, torturato o illegalmente recluso, e i loro beni sono stati distrutti". La Croazia parla di 20mila vittime, 55mila feriti, denuncia la distruzione del 10% delle case, di 1800 monumenti e di 450 chiese cattoliche. Per questo Zagabria chiede che il Tpi condanni la Serbia per aver violato la convenzione sul genocidio e paghi i danni di guerra. Da Belgrado si risponde affermando che nel 1999, quando fu presentata la denuncia, l'allora Federazione jugoslava non faceva parte dell'Onu e non era tra le nazioni firmatarie della convenzione sul genocidio e dunque il caso non è di competenza dei giudici dell'Aia.
Proprio basandosi sul fatto che all'epoca la Serbia non era rappresentata al Palazzo di vetro né firmataria della convezione sul genocidio, il Tribunale internazionale non ha dato seguito all'accusa presentata dalla Serbia contro i paesi membri della Nato per i bombardamenti del 1999 durante la guerra per fermare la pulizia etnica contro gli albanesi del Kosovo. D'altra parte il Tpi non è tenuto ad attenersi alle sue precedenti decisioni, che non costituiscono un precedente.
La Serbia si è già trovata nel recente passato a dover affrontare un procedimento per genocidio intentato dalla Bosnia-Erzegovina conclusosi con l'assoluzione di Belgrado anche se il Tribunale ritenne le autorità serbe responsabili di non aver impedito il genocidio dei musulmani avvenuto nel luglio 1995 a Srebrenica da parte dell'esercito della Republika srpska (l'entità serba della Bosnia).
L'udienza preliminare durerà sino al prossimo 30 maggio.


25 maggio 2008


UNA RIFLESSIONE SUL TEMA DELL'IMMIGRAZIONE IN ITALIA

Il testo che segue fa parte della corrispondenza di Artur Nura per la puntata di ieri 24 maggio di "Passaggio a Sud Est" il settimanale dedicato alla realtà politica dell'Europa sud-orientale in onda il sabato alle 22,30 su Radio Radicale.

A proposito del tema xenofobia in Italia vorrei affermare che oggi giorno secondo la mia opinione è piu razionale lottare non per il rispetto dei diritti umani fondamentali, ma per le responsabilità dell’uomo e delle istituzioni. In altre parole penso che più che pensare al rispetto dei diritti degli altri, noi dobbiamo essere coscienti delle cose che facciamo al confronto degli altri e riflettere su cosa penseremmo e come reagiremmo se fossimo al loro posto. E' stato detto che il "pacchetto sicurezza" adottato dal governo italiano non è indirizzato contro una nazionalità o contro una etnia, ma contro i delinquenti. Il problema principale che secondo me si deve porre il governo italiano è tuttavia un altro e cioè quale possibilità d’attuazione e quale efficacia avranno i provvedimenti adottati.
L’assalto ai campi nomadi di Napoli al grido di «Ladri di bambini!» o l'aggressione ad un ragazzo albanese a Roma segnalano di certo una situazione esplosiva. Il rischio di un’intolleranza xenofoba è ormai presente nelle fasce sociali più deboli e può avere conseguenze incontrollabili. Eppure l'Italia, dall’alto della sua gran civiltà e cultura, non ha saputo fare nient’altro che dettare regole "standardizzate" per monitorare i flussi migratori invece che garantire il libero movimento delle persone. In effetti, secondo me, l'insediamento di un governo di centro destra invece di creare una cultura di base propensa all’accettazione dello "straniero", alla condivisione della propria terra con altri popoli e al rispetto dello stile di vita di popoli differenti per le loro origini e le loro esigenze, rischia di incentivare una reazione razzista almeno in diversi individui e in gruppi sociali e politici. Ma considerando tutto questo sviluppo anche come una responsabilità della società italiana stessa, vorrei ricordare a chi se lo è scordato che la storia insegna che se si dimentica il passato si rischia ripeterlo e la cosa di certo non è giusta. Quindi, oltre a discutere degli immigrati clandestini o no sarebbe giusto che gli italiani guardassero il passato quando essi stessi hanno vissuto difficoltà immense sociali e politiche come emigranti in America, in Belgio, in Germania ed altrove in tanti altri Paesi.
Personalmente credo che gli italiani generalmente non sono né xenofobi, né razzisti, però applicare delle politiche dure nei confronti degli immigrati, potrebbe suscitare reazioni di questi tipo a chi già è ostile nei confronti degli stranieri. Ed appunto, prendendo spunto dagli incidenti che sono avvenuti ultimamente è giusto chi chi dirige una nazione assuma delle responsabilità politiche. L’euro-parlamentare romeno Adrian Severin ha parlato di veri e proprio "pogrom" che stanno avvenendo in Italia contro le comunità romene, di leggi "razziali", ma soprattutto di messaggi mediatici che fanno confusione tra rom e romeni, tra criminalità ed etnia. Personalmente al riguardo della xenofobia italiana al confronto degli albanesi vorrei ricordare alcuni episodi storici da cui dovrebbero trarre degli insegnamenti gli intolleranti che aggrediscono gli albanesi o anche i razzisti che spingono per imporre delle politiche proibizioniste e feroci contro gli immigrati.
Vorrei proporre una riflessione proponendo agli ascoltatori di Radio Radicale la dichiarazione dell’ambasciatrice d’Israele a Tirana, la signora Amira Arnon, che in un'intervista al giornale albanese “Shqip” ha affermato che se anche altre nazioni e stati avessero fatto quello hanno fatto gli albanesi con gli ebrei, certamente la storia ebraica e quella dell'umanità sarebbe stata meno dolorosa durante la seconda guerra mondiale. Vorrei far notare che stiamo parlando di una nazione a maggioranza musulmana. Eppure gli albanesi hanno rischiato la loro vita, per cercare di proteggere gli ebrei durante l’occupazione nazista. Per di più si tratta della stessa nazione albanese che dopo la caduta del fascismo ha protetto anche i soldati italiani che scappavano dal terrore nazista che li considerava traditori. Questo è successo ai padri e ai nonni degli esponenti politici italiani di centro destra che ora al potere vortebbero magari applicare una politica dura e repressiva contro gli immigrati tra cui ci sono anche gli albanesi nipoti di coloro che hanno salvato tanti soldati italiani durante la seconda guerra mondiale.
Per concludere vorrei informare questi “intolleranti” ed in particolare quelli che sostengono la maggioranza di centro destra che ora è al governo, che oggi giorno in Albania esistono circa 200 mila cittadini della etnia Chiami che sono considerati ingiustamente dalla Grecdia come collaborazionisti dell’esercito italiano durante l'occupazione fascista, furono espulsi con violenza terribile dalle loro case e dai loro territori in Grecia, e molti vennero anche uccisi per questa colpa.


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permalink | inviato da robi-spa il 25/5/2008 alle 13:18 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


25 maggio 2008


PASSAGGIO ON AIR

Passaggio a Sud Est
è il sabato alle 22,30 su Radio Radicale


Il sommario della puntata del 24 maggio 2008

Macedonia: le violenze che segnano la campagna per le elezioni del 1 giugno mettono a rischio il futuro euro-atlantico del paese
Turchia: il punto sulla situazione politica del paese che si trova sull'orlo di una grave crisi
Serbia:
continuano le consultazioni per la formazione del nuovo governo tra Kosovo, rapporti con l'Europa e collaborazione con il tribunale internazionale
Bosnia: il futuro dell'Ufficio dell'Alto rappresentante internazionale
Immigrazione: una riflessione sulla situazione in Italia anche alla luce della nostra storia.

A cura di Roberto Spagnoli con la collaborazione di Marina Sikora e Artur Nura.

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