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passaggioasudest [ la realtà politica dell'europa sud orientale dai balcani alla turchia ]
 



Questo blog è dedicato ad un'area cruciale per il futuro europeo. Per l'area che va dai Balcani occidentali alla Turchia, infatti, passa il futuro dell'Unione europea come progetto politico così come il futuro di questi Paesi passa dalla scelta dell'integrazione in questo progetto.




"Dobbiamo ricordarci che l’informazione è un veicolo diretto all’utente, non è un soliloquio da parte del giornalista. Bisogna tenere sempre presente che chi è dall’altra parte del microfono deve poter comprendere una realtà in cui non è presente. Questo, penso, è il massimo sforzo che i giornalisti devono compiere".
Antonio Russo



"Il vero referendum sul futuro dell'Unione si terrà nei Balcani"
International Balkan Commission


"E poi, un giorno, è stato costruito un ponte che collegava le due rive del Bosforo. Quando sono salito sul ponte e ho guardato il panorama, ho capito che era ancora meglio, ancora più bello di vedere le due rive assieme. Ho capito che il meglio era essere un ponte fra due rive. Rivolgersi alle due rive senza appartenere".
Orhan Pamuk, Istanbul



Per inviare una email scrivi a pasudest@yahoo.it





12 giugno 2008


"PASSAGGIO SPECIALE": I ROM DEI BALCANI

Bambini rom in un accampamento italianoI Rom non sono un'etnia omogenea: le varie popolazioni non hanno la stessa storia, né una cultura omogenea o un'unica religione. Non sono una "nazione", non hanno una patria comune, né tanto meno una "terra promessa" ove fare ritorno. Sono piuttosto una «galassia» di minoranze con in comune una lingua di ceppo indiano, anche se i diversi gruppi parlano dialetti con molte differenze frutto delle molteplici influenze dovute al Paese in cui si sono radicati. Si tratta quindi di quella che alcuni hanno definito una «minoranza diffusa», dispersa e transnazionale. In questa situazione si complica quindi anche la questione della definizione dei loro diritti di cittadinanza.
Al momento non esiste ancora un censimento ufficiale in Europa su di loro. È difficile quindi valutare quante persone appartengano a questa galassia di minoranze. Le stime parlano di 12-15 milioni di individui in tutto il mondo la maggior parte dei quali (dai 9 ai 12 milioni) vive in Europa. Di questi il 60-70% si trova nei Paesi dell'Est. In qualche paese del centro e dell'est Europa (Romania, Bulgaria, Serbia, Turchia, Slovacchia) arrivano a rappresentare fino al 5% della popolazione.
Il maggior numero si trova in Romania: l'ultimo censimento ufficiale (2002) parlava di una minoranza che si aggira tra il milione e 200 mila e i due milioni e mezzo. Seguono Bulgaria, Spagna e Ungheria a pari merito (800 mila), Serbia e Repubblica Slovacca (520 mila), Francia e Russia (tra i 340 e 400 mila, anche se secondo il "rapporto Steinberger" del 2000 in Francia vivrebbero almeno un milione di gitani), Regno Unito (300 mila), Macedonia (260 mila), Repubblica ceca (300 mila), Grecia (350 mila).
L'Italia è al quattordicesimo posto con una stima, ufficiosa in assenza di un censimento, che si aggira sui 120 mila. Le ultime stime ritengono però che attualmente il numero sia salito fino a 150-170 mila individui. Di questi, 70mila hanno cittadinanza italiana e 90mila provengono dai Balcani (in costante aumento quelli dalla Romania, che si aggirano sui 60mila).
Proprio per questo motivo lo "Speciale" di Passaggio a Sud Est, andato in onda ieri sera su Radio Radicale, è dedicato alla condizione dei Rom nei Balcani e nei Paesi della ex Jugoslavia.


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11 giugno 2008


SERBIA: NUOVO GOVERNO ENTRO 90 GIORNI O DI NUOVO ELEZIONI

Il leader del Partito socialista serbo Ivica DacicNiente di fatto a Belgrado. La prima seduta del nuovo Parlamento dopo le elezioni dell'11 maggio scorso si è conclusa senza l'elezione del successore del presidente uscente Oliver Dulic e la Serbia ancora non ha una maggioranza in grado di formare il nuovo governo. Il Partito socialista serbo (Sps), che fu del defunto dittatore Slobodan Milosevic, continua a giocare il suo ruolo di ago della bilancia tra lo schieramento nazionalista e quello filoeuropeista che ha vinto le elezioni e si raccoglie attorno al Partito democratico del presidente della repubblica Boris Tadic. La trattativa per la formazione del nuovo esecutivo dovrebbe durare almeno fino alla fine di giugno. L'ha detto il il vicepremier democratico Bozidar Djelic, in visita a Bruxelles, così come il ministro degli Esteri Vuk Jeremic ieri a Roma per partecipare ad una conferenza organizzata dalla Fondazione Magna Carta intitolata "La Serbia, i Balcani, l'Europa".
Da questo momento, secondo la legge, ci sono novanta giorni di tempo per formare il nuovo governo altrimenti occorrono nuove elezioni. Ma la Serbia, che a maggio è tornata alle urne poco più di un anno dopo le precedenti consultazioni a causa della crisi della rottura del patto tra Tadici ed il premier Kostunica, ha bisogno di un governo certa e di una situazione politica stabile. Complicato il ruolo del presidente della Repubblica, Boris Tadic, conteso tra il suo ruolo istituzionale e quello di leader dello schieramento filoeuropeista raccolto intorno al suo Partito democratico che lo ha incaricato di seguire personalmente le trattative con il leader socialista Ivica Dacic ma che nello stesso tempo come presidente della repubblica deve anche garantire la parità tra tutti i partiti.
Uno dei nodi della questione riguarda il municipio di Belgrado. Partito radicale serbo, il Partito democratico serbo e il Partito socialista serbo hanno raggiunto l'accordo per formare la nuova giunta, ma il sindaco uscente, Zoran Alimpic, democratico, ha fissato l'insediamento il più tardi possibile al 14 luglio prossimo. Dato che fino ad oggi tradizionalmente gli equilibri politici della capitale hanno rispecchiato quelli generali, i filoeuropeisti temono una replica dell'intesa Sps-Srs-Dss per il governo nazionale. Ovvio il sospetto che la mossa di Alimpic abbia uno scopo ostruzionistico e per questo radicali, socialisti e conservatori si sono rivolti direttamente al presidente affinché al più presto si insedi la nuova giunta.
In realtà tra socialisti e nazional-conservatori c'è un grosso punto di disaccordo a livello nazionale: l'Accordo di stabilizzazione e associazione con l'Unione europea siglato poco prima delle elezioni e ratificato dal governo serbo uscente alla vigilia del voto ma solo grazie al fatto che i ministri democratici sono in maggioranza. Il premier uscente Kostunica ha dichiarato che se tornerà al governo con i radicali annullerà l'Asa. I socialisti su questo non sono d'accordo e pensano che l'integrazione in Europa debba essere un obiettivo della Serbia. La prospettiva di ingresso nell'Unione europea è sostenuta anche dagli alleati minori dei socialisti, l'Alleanza dei pensionati (Pups) che il partito Serbia unita (JS), apertamente contrari ad annullarel'Accordo di stabilizzazione e associazione. E il leader socialista Ivica Dacic per mantenere un ruolo decisivo nella formazione del nuovo governo non può perdere l'appoggio di Pups e JS.
Per chiudere l'accordo con i socialisti i filoeuropeisti stanno facendo consistenti aperture per una "riconciliazione storica" con gli eredi Milosevic del quale proprio i democratici di Tadic determinarono del 2000 la caduta e la consegna al Tribunale internazionale per la ex Jugoslavia che lo aveva incriminato da tempo per crimini di guerra e contro l'umanità. A Dadic i democratici hanno offerto la carica di vicepremier con delega alla sicurezza mentre per il suo partito ci sarebbe la presidenza del parlamento e cinque ministeri tra cui Infrastrutture, Educazione e Scienze. I socialisti chiedono però di annullare i procedimenti penali contro i familiari del defunto dittatore e contro l'ex direttore della tv di Stato, ma sono anche ansiosi di rifarsi una faccia all'estero tanto più che Bruxelles non è contraria a vederli nell'esecutivo pur di tenerne fuori gli ultranazionalisti e che anche l'Internazionale socialista ha aperto le sue porte al Partito socialista serbo qualora dimostri la volontà di chiudere con il passato alleandosi con i filoeuropeisti.


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11 giugno 2008


CRIMINI DI GUERRA: ZUPLIJANIN PRESO A BELGRADO

Stojan ZupljaninL'ex capo della polizia serbo-bosniaca, Stojan Zupljanin, uno dei quattro superlatitanti ricercati dal Tribunale internazionale per la ex Jugoslavia è stato arrestato oggi nei pressi di Belgrado. Stando a quanto riportano le agenzie che citano la procura serba per i crimini di guerra, Zupljanin è stato arrestato intorno alle 12.30. All'operazione hanno partecipato sia uomini del ministero dell'Interno che dei servizi segreti. Zupljanin è stato subito trasferito davanti al tribunale distrettuale di Belgrado per i crimini di guerra. E' accusato di crimini di guerra contro civili musulmani e croati.. Gli altri tre supericercati che per il momento restano irreperibili sono Goran Hadzic, ex leader politico dei serbi di Croazia, Radovan Karadzic e Ratko Mladic, rispettivamente, ex leader politico ed ex leader militare dei serbi di Bosnia accusati in particolare del genocidio di Srebrenica.
La piena cooperazione con il Tpi è la condizione per l'implementazione dell'Accordo di Associazione e stabilizzazione (Asa) che Belgrado ha firmato con l'Unione europea alla vigilia delle recenti elezioni politiche. Ieri, a Roma, il ministro degli Esteri uscente Vuk Jeremic, nel corso di una conferenza, aveva ribadito la completa collaborazione delle autorità di Belgrado per la cattura dei ricercati ancora a piede libero. "Questo arresto è la prova che la Serbia sta facendo tutto quello che può per adempiere ai suoi obblighi di cooperazione con il Tribunale dell'Aja", gli ha fatto eco oggi Rasim Ljajic, presidente del Consiglio nazionale per la cooperazione con il Tribunale dell'Aja ha commentato dopo l'arresto di Zupljanin.
L'Olanda per ora però non intende ammorbidire la sua posizione su Belgrado. Prima che si sapesse della cattura di Zuplijanin il sito in lingua serba della Bbc rendeva noto che il parlamento olandese non ratificherà l'Accordo di associazione stabilizzazione con tra la Serbia e l'Ue fino a quando Belgrado non avrà soddisfatto la piena cooperazione con il Tribunale internazionale dell'Aia. Il ministro degli Esteri, Maxime Verhagen, dunque non invierà l'accordo al parlamento per la ratifica. La firma dell'Asa con la Serbia era stata voluta fortemente da Javier Solana, alto rappresentante per la politica estera comunitaria, e dalla maggior parte dei Paesi Ue. L'Olanda non dice no a questa linea ponendo però un paletto per l'implementazione dell'accordo: la piena cooperazione di Belgrado con la giustizia internazionale, cioè in sostanza la catturare e la consegna dell'ex generale serbo-bosniaco Ratko Mladic. L'intransigenza olandese si spiega col fatto che furono proprio i "caschi blu" olandesi a non impedire il massacro di Srebrenica, abbandonando i civili che si trovavano nella "zona protetta" istituita dall'Onu nella mani delle soldataglie di Mladic che trucidarono da 7500 a 10.000 (le stime divergono) civili maschi bosgnacchi. Un'onta che portò tra l'altro alle dimissioni di un governo, anche se non impedì il conferimento di una onoreficenza ai militari reduci da Srebrenica.


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10 giugno 2008


ALBANESI DI MACEDONIA: LE RAGIONI DELLO SCONTRO

Domenica prossima in Macedonia verranno ripetute le elezioni per il rinnovo del parlamento nei seggi in cui le operazioni di voto erano state domenica 1 giugno a causa delle irregolarità e soprattutto delle violenze che hanno provocato un morto e una decine di feriti nelle aree albanofone. Le violenze, che hanno segnato anche la campagna elettorale, sono avvenute tra i due principali partiti della minoranza albanese, il Partito democratico albanese di Menduh Thaci e l'Unione democratica per l'integrazione di Ali Ahmeti. Violenze che hanno preoccupato non poco la comunità internazionale, Unione europea e nato innanzi tutto.
La Macedonia dal 2005 ha lo status di paese candidato all'adesione all'Ue ma Bruxelles non ha ancora deciso quando aprire i negoziati formali. Le elezioni politiche anticipate del 1 giugno erano considerate un test fondamentale per verificare la stabilità l'effidabilità istituzionale e democratica del Paese. In Macedonia tutti sono a favore dell'integrazione euro-atlantica: lo sono gli slavo-bulgari e lo sono gli albanesi. Ma allora perché mettere a repentaglio questo processo? Il fatto è che prima ancora che l'adesione all'Ue e alla Nato, c'è chi mette in discussione la stessa esistenza della Macedonia.
Per caprine qualcosa di più, soprattutto per quanto riguarda la scontro in atto tra i rappresentanti politici della minoranza albaese e la possibilità di una degenerazione, segnalo una mia intervista a Artur Zheji, giornalista albanese per anni collaboratore di Radio Radicale per la quale ha seguito da vicino le vicende della ex Jugoslavia.


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9 giugno 2008


"BALKAN EXPRESS": ULTIME NOTIZIE DALLA EX JUGOSLAVIA

Il testo che segue è quello della corrispondenza di Marina Sikora per Radio Radicale andata in onda nella puntata di "Passaggio a Sud Est" del 7 giugno in cui si parla della formazione del nuovo governo in Serbia, del rapporto del procuratore capo del tribunale internazionale per la ex Jugoslavia, delle tensioni diplomamtiche tra Croazia e Republika Srpska e della mobilitazione dei giornalisti croati contro la criminalità e la corruzione.

Serbia: da che parte stanno i Socialisti?
In Serbia prosegue l’incertezza sulla composizione del suo futuro esecutivo. L’Accordo di stabilizzazione ed associazione che l’Ue ha firmato lo scorso 29 aprile con la Serbia e’ di nuovo argomento di divergenze tra i potenziali partner per la formazione di un futuro governo nazional-conservatore serbo. Ad approfondire le divergenze nelle trattave per un governo formato da ultranazionalisti radicali (SRS), Partito democratico della Serbia – Nuova Serbia (DSS-NS) e la coalizione guidata dal Partito socialista serbo (SPS) e’ la bocciatura dell’Asa da parte dei legali del Partito democratico della Serbia di Vojislav Kostunica i quali ritengono l’Accordo con l’Ue illegale e anticostituzionale poiche’, come affermano, nega la sovranita’ della Serbia sul Kosovo e quindi la sua integrita’ territoriale. In altre parole, il Partito democratico della Serbia e Nuova Serbia ritengono l’Asa non valida, perche’ uno degli articoli dell’accordo garantisce che le parti rispettino l’integrita’ territoriale della Serbia, mentre 20 Paesi dei 27 membri dell’Ue hanno riconosciuto lo stato indipendente del Kosovo. Sempre secono questa analisi degli esperti legali del DSS, se la Serbia accettasse l’Accordo di preadesione dell’Ue in una situazione in cui 20 stati membri dell’Unione riconoscono il Kosovo indipenedente, cio’ significa che anche la Serbia, nel caso dell’applicazione dell’Accordo, deve collaborare con il Kosovo come stato sovrano. In questa forma, l’Accordo con l’Ue, ritengono nel DSS, non puo’ essere ratificato dal Parlamento serbo.
Secondo il vicepresidente dei radicali ultranazionalisti serbi, Tomislav Nikolic, l’analisi degli esperti del DSS riguardante l’Accordo di stabilizzazione ed associazione sara’ “un punto di convergenza o di divergenza” tra radicali, popolari e la coalizione riunita intorno ai socialisti. A questo proposito, afferma Nikolic, i socialisti devono finalmente decidere da che parte stanno, valutando inaccettabili i segnali che si sono manifestati negli ultimi giorni di una certa apertura dei socialisti verso il Partito democratico del presidente Tadic, che guida le forze filoeuropee serbe.
Ivica Dacic, presidente dei socialisti serbi, da parte sua ha dichiarato che la coalizione guidata dal suo partito, di cui fanno parte la Serbia Unita e il Partito dei pensionati uniti deve prendere una comune posizione in merito alla valutazione legale dell’Asa da parte del DSS e solo allora decidere se sara’ possibile continuare il dialogo con il partito di Kostunica ed i radicali di Nikolic.
Il sostenitore piu’ convinto dell’Accordo con l’Ue nella coalizione socialista, Dragan Markovic Palma, leader di Jedinstvena Srbija (Serbia Unita) a piu’ riprese ha proposto ai suoi partner di coalizone di interrompere i negoziati con il DSS e il Partito radicale serbo per la loro posizione ostile nei confronti dell’Ue. Ora il leader della Serbia Unita dichiara che per lui le trattative con i radicali ed i popolari sono finite se il DSS si opporra’ alla ratifica in Parlamento dell’Accordo di stabilizzazione e associazione che l’Ue ha firmato con la Serbia.
E’ chiaro che per le forze filoeuropee serbe, capeggiate dal Partito democratico, la posizione del DSS di Kostunica rappresenta, come hanno dichiarato, la conferma definitiva “del loro orientamento antieuropeo e la loro prontezza di annullare l’Asa ad ogni costo, perfino a costo dell’isolamento e del fallimento economico della Serbia”. Il Partito democratico sottolinea che le affermazioni da parte del Partito democratico della Serbia di essere disposto a trovare una soluzione per continurare il processo di avvicinamento della Serbia all’Ue nonostante la valutazione che ritiene nullo l’Accordo di stabilizzazione ed associazione con l’Ue “e’ un tentativo gravissimo di mentire all’opinione pubblica che maggiormente ha sostenuto le integrazioni europee” e che un governo di Seselj e Kostunica “significherebbe la sospensione delle integrazioni, blocco degli investimenti, alta inflazione, instabilita’ finanziaria, ovvero portare la Serbia in una totale incertezza economica”. In mezzo a questa lotta da un esito alquanto imprevedibile per quanto riguarda la guida del Paese a quasi un mese dalle elezioni, gli obblighi della Serbia nei confronti del Tribunale Penale Internazionale che giudica i crimini di guerra in ex Jugoslavia, sono un tema praticamente assente dall’ordine del giorno che pero’ viene ricordato in questi giorni in occasione della presentazione del rapporto sul lavoro della Procura del Tpi.

Tribunale internazionale: il rapporto di Brammertz al consiglio di sicurezza Onu
Nel suo primo intervento davanti al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, il neo procuratore generale del Tpi, Serge Brammertz si e’ detto fermamente convinto che i quattro imputati latitanti, Ratko Mladic, Radovan Karadzic, Stojan Zupljanin e Goran Hadzic sono a protata di mano delle autorita’ serbe e che Belgrado puo’ fare di piu’ per localizzarli ed arrestarli. Nel suo rapporto semestrale sul lavoro della Procura dell’Aja, Brammertz osserva che “tranne un reale ma fallito tentativo di arrestare Zupljanin” negli ultimi sei mesi “non ci sono stati visibili progressi” nella ricerca degli imputati latitanti che rappresenta l’elemento cruciale della collaborazione della Serbia con il Tribunale. Una delle ragioni che le autorita’ serbe pongono come giustificazione dell’inadeguata collaborazione con la giustizia internazionale e’ l’incertezza politica in cui la Serbia si trova dall’inizio dell’anno. Il procuratore capo del Tpi ha osservato inoltre che la Serbia ha “risposto adeguatamente” a diverse richieste sulla consegna dei documenti ma ha avvertito che “continuano ad esserci ostacoli significativi riguardante l’accesso agli archivi e documenti di importanza cruciale per i processi in corso e quelli che dovrebbero iniziare nel vicino futuro”.
Nel suo rapporto sul lavoro del Tpi, Brammertz si e’ appellato anche alle autorita’ della Bosnia Erzegovina di essere piu’ attive nei confronti delle persone che aiutano la fuga dei ricercati. Una valutazione anche sulla Croazia che secondo la Procura non ha risposto alle richieste di consegnare documenti importanti per i processi in corso. Chiedendo sostegno al Consiglio di Sicurezza, Brammertz ha assicurato il proprio impegno ad adempiere il suo mandato e ha sottolineato che “non si puo’ immaginare una situazione in cui il Tribunale, istituito per giudicare i principali responsabili di gravi crimini, possa chiudere prima di portare dinanzi alla giustizia tutti gli imputati ancora latitanti”.
Chiamato a commentare il rapporto negativo del capo procuratore dell’Aja, Rasim Ljajic, presidente del Consiglio nazionale serbo per la collaborazione con il Tpi, ha detto di non aspettarsi conseguenze politicihe negative per la Serbia. Ljajic ha annunciato che le attivita’ sull’arresto dei ricercati saranno intensificate dopo la formazione del nuovo governo. Ha aggiunto che non esistono dati operativi che possano indicare eventualmente dove si trovano gli imputati dell’Aja. “Sarebbe nel nostro interesse che loro si trovassero gia’ all’Aja. Purtroppo, non sono localizzati e noi non abbiamo nessuna traccia dove si possano trovare” ha precisato Ljajic e ha negato che gli imputati latitanti siano a portata di mano delle autorita’ serbe e che la loro estradizione dipende dalla volonta’ politica di Belgrado.

La retorica del premier della Republika Srpska offende la Croazia
Sabato scorso abbiamo parlato dell'inasprimento delle relazioni tra Croazia e Serbia di seguito alle dichiarazioni del capo della diplomazia serba Vuk Jeremic, nel corso della conferenza ministeriale dell'Iniziativa Adriatico Ionica svoltasi a Zagabria, in cui il capo della diplomazia serba ha riaccusato la Croazia di pulizia etnica a danno della popolazione serba dopo l'operazione di liberazione 'Tempesta'. Dichiarazioni che in un certo senso sono state anche da reazione al procedimento dinanzi alla Corte Internazionale di Giustizia in cui la Croazia accusa la Serbia di genocidio commesso durante la guerra di agressione contro la Croazia dal 1991-1995.
Come se si tratasse di una specie di azione coordinata, a pochi giorni di distanza da questa vicenda, Milorad Dodik, il premier della Republika Srpska, l'entita' a maggioranza serba della Bosnia Erzegovina, si fa promotore di tensioni nelle relazioni politiche tra Zagabria e Banja Luka, accusando la Croazia per la piu' grande pulizia etnica dopo la Seconda Guerra Mondiale. Queste accuse Dodik ha pronunciato a Zagabria partecipando alla riunione del Consiglio nazionale serbo in Croazia promovendo inoltre la Republika Srpska come uno stato sovrano. Durissime sono state le reazioni dei vertici croati. Il presidente Stjepan Mesic ha qualificato l'intervento di Dodik come «estremamente impertinente» aggiungendovi che «Dodik sa molto bene che la Republika Srpska e' nata sulla pulizia etnica, ma arriva in Croazia per dare lezioni e invitare i serbi di venire nella Republika Srpska se si trovano a disagio in Croazia».
Il portavoce del governo croato, Zlatko Mehun, a nome del governo ha condannato duramente le affermazioni del premier della Rs sottolineando che «purtroppo non e' per la prima volta che Dodik usa una tale retorica, tipica dell'epoca Milosevic» mentre si sa bene «dove una tale retorica e politica hanno portato innanzitutto i serbi come popolo ma anche tutti gli altri popoli sul territorio dell'ex Jugoslavia».
«Ritengo che stiamo dando troppa attenzione a Dodik, ma le sue dichiarazioni meritano commenti» ha detto il premier croato Ivo Sanader. Ha aggiunto che Dodik sta tornando alla politica di Milosevic degli anni 90 quando chiama i serbi della Croazia a venire nella Rs. Il capo del governo croato concorda con quanto affermato dal presidente Mesic che il premier della Rs dovrebbe rispettare il paese da cui viene, cioe' la Bosnia Erzegovina come anche il paese in cui si reca come ospite.
Nessun ammorbidimento delle posizione da parte del primo ministro della Rs Milorad Dodik, il quale di ritorno a Banja Luka ha ripetuto accuse sul conto della Croazia per lo scacciamento dei serbi. Dodik ha sottolineato di riconfermare ogni parola pronunciata criticando inoltre la Croazia per il riconoscimento del Kosovo. Ha aggiunto che non si puo' richiedere un suo impegno per la Bosnia Erzegovina poiche' «non ama questo Stato ma la Republika Srpska che considera il suo Paese» .
E' chiaro che le dichiarazioni del premier della Rs interpretate anche come un tentativo di promuovere l'entita' serba in quanto stato indipendente hanno suscitato aspre accuse da parte dei leader politici bosniaci. Il tema si e' trovato subito sulle prime pagine di quasi tutti i quotidiani della Bosnia Erzegovina. L'attuale presidente della Presidenza tripartita Haris Silajdzic in un comunicato ha avvertito che le posizioni di Dodik espresse a Zagabria rappresentano la continuaziuone delle sempre piu' evidenti minaccie da parte della leadership della Rs contro la costituzione della Bosnia Erzegovina. Il vicepresidente del Partito dell'azione democratica (SDA), Bakir Izetbegovic ha valutato pero' che gli interventi di Dodik non hanno portato nulla di nuovo e rappresentano soltanto una sua consueta retorica.
Il maggior partito dell'opposizione, il Partito socialdemocratico oltre a condannare le dichiarazioni del premier della Rs, ritiene che una parte della responsabilita' va anche sul conto dell'ufficio dell'Alto rappresentante per la Bosnia Erzegovina Miroslav Lajcak che da mesi tollera questa situazione. Nel suo comunicato, il Partito socialdemocratico «accusa duramente la passivita' e il silenzio dell'Alto rappresentante Miroslav Lajcak» invitandolo a reagire in conformita' con il suo mandato e sanzionare i comportamenti di Dodik che contrastano l'Accordo di Dayton.

Giornalisti croati in piazza contro la criminalita’ organizzata. Il caso Miljus.
C’e’ un’altra vicenda che in questi giorni e’ al centro dell’attenzione pubblica e mediatica in Croazia. Ieri, venerdi’, la piazza di San Marco, piazza storica di Zagabria dove hanno sede il Parlamento e il Governo croato e che dal 2005 e’ una zona vietata alle manifestazioni dei cittadini, e’ stata invece una zona libera in cui hanno manifestato circa trecento giornalisti che chiedono alle autorita’ croate un impegno efficace e decisivo nella lotta alla violenza, criminalita’ e corruzione. I manifestanti, guidati dall’Associazione di giornalisti croati sono scesi in piazza chiedendo che siano trovati i colpevoli del brutale assalto contro Dusan Miljus, caporedattore della rubrica di cronaca nera di uno dei principali quotidiani croati, ‘Jutarnji list’. All’inizio di questo mese, il giornalista croato che da anni scrive di crimine organizzato e di corruzione e’ stato aggredito davanti alla sua abitazione con mazze da baseball da due uomini dai volti coperti, subendo gravi ferite alla testa e al braccio. Miljus sostiene che nell’ultimo periodo ha ricevuto minacce di morte, tutte denunciate alla polizia. Alla manifestazione dei giornalisti hanno preso parte anche membri di diverse organizzazioni non-governative. Davanti alla sede del Governo, i rappresentanti dell’Associazione di giornalisti croati hanno letto una lettera indirizzata alle istituzioni dello Stato in cui chiedono che l’agressione contro Miljus sia qualificata come tentato omicidio e avvertono che questo e’ il terzo attacco contro un giornalista negli ultimi 15 giorni mentre una trentina di giornalisti sono stati aggrediti dagli anni ’90 ad oggi. Nessuno di questi attacchi e’ stato punito, non si sa ancora nessun nome di colpevoli e sono ormai 18 anni che l’unica informazione data e’ quella delle “indagini in corso”, si legge nella lettera di protesta dei giornalisti croati che verra’ consegnata anche al capo della Commissione Europea in Croazia, Vincent Degert. Gli organizzatori sostengono che gli ordinatori dell’attacco contro Miljus appartengono alla criminalita’ organizzata e chiedono alla polizia e alla Procura di Stato, oltre ad una veloce ed efficace indagine, di scoprire definitivamente i gruppi di crimine organizzato difuso quasi nell’intera societa’. Manifestazioni di solidarieta’ si sono svolte anche a Varazdin e nelle citta’ dalmane: Sibenik (Sibenico), Zadar (Zara) e Dubrovnik nel corso delle quali sono stati condannati gli aggredimenti contro i colleghi in tutta la Croazia. I giornalisti di Zara si sono detti scioccati per le violenze contro il loro collega Miljus e hanno rilevato che “lo Stato non puo’ chiudere gli occhi davanti al fatto che i criminali sono disposti ad uccidere i giornalisti per proteggere i loro interessi”. C’e’ da sottolineare che proprio la lotta alla corruzione e alla criminalita’ organizzato e la loro riduzione sono tra i requisiti piu’ importanti che la Croazia deve soddisfare per poter aderire all’Ue.


9 giugno 2008


"RADIO TIRANA": LA REALTÀ POLITICA DEI TERRITORI ALBANESI DEI BALCANI

Il testo che segue è quello della corrispondenza di Artur Nura per Radio Radicale andata in onda nella puntata di "Passaggio a Sud Est" del 7 giugno in cui si parla della possibilie unificazione del comando della missione Onu Unmik con quella della missione civile europea Eulex, delle difficili relazioni tra Macedonia e Grecia e della liberalizzazione dei visti europei per i cittadini albanesi.

Kosovo
La principale questione rimane il ruolo che avrà la communita internazionale nei confronti delle autorità locali soprattutto dopo l’approvazione della nuova Costituzione che entrerà in vigore dopo il prossimo 15 giugno. Secondo le ultime notizie sembra che per superare le difficoltà che stanno ritardando il dispiegamento della missione civile europea sembra che le diplomazie europee e le nazioni Unite stiano lavorando all'ipotesi di unificare il comando della missione Onu (cioè l'Unmik) e della missione europea Eulex. Ricordo che il piano originario della missione europea prevedeva il dispiegamento di circa 2.200 uomini in sostituzione di Unmik dopo il 15 giugno prossimo, in corrispondenza con l'entrata in vigore della nuova Costituzione del Kosovo. Le difficoltà incontrate al Consiglio di sicurezza dell'Onu, per via dell'opposizione della Russia, hanno spinto le autorità di Bruxelles e quelle del Palazzo di vetro a cercare di ''riconfigurare'' il ruolo e i rapporti tra le due missioni. Si dice che l'Unmik, che è accettata dalla Russia e dalla Serbia, potrebbe rappresentare ''l'ombrello'' sotto il quale Eulex potrebbe operare, ma nessuno sa dire se questo va nella direzione del proggetto della spartizione del Kosovo a cui sembrano puntare sia Mosca sia Belgrado. Secondo i mass media l'Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza dell'Unione Europea, Javier Solana, ha discusso di questa ipotesi con il segretario generale dell'Onu Ban Ki Moon nei giorni scorsi. Ban Ki Moon starebbe definendo gli ultimi dettagli del piano di unificazione delle due missioni che sarà poi presentato al Consiglio di sicurezza. Si dice anche che questo avverrà dopo aver consultato le autorità del Kosovo, ma se queste acceterano una tale offerta, secondo me vorrà dire che d'ora in poi avremo una parte serba del Kosovo sotto il controllo dell’Unmik, e una parte albanese del Kosovo sotto il controllo di Eulex.

Macedonia e Grecia
La mia opinione personale è che gli eventi nei diversi Paesi dei Balcani non dovrebbero essere visti come separati l'uno dall’altro. Per parlare dunque delle difficili relazioni tra Macedonia e Grecia diciamo subito che il presidente macedone Branko Crvenkovski avrebbe dovuto partecipare il 13 giugno ad una riunione dei paesi del Sud-Est europeo ad Atene, ma il confronto in atto fra Atene e Skopje sul nome ufficiale della Macedonia, ha costretto Crvenkovski ad annullare il viaggio. Le autorità greche hanno infatti rifiutato il permesso d'atterraggio all'aereo del presidente poiché esponeva la bandiera macedone. La presidenza macedone, in un comunicato ufficiale, ha dichiarato che il rifiuto del permesso di atterraggio da parte delle autorità greche è contrario alle norme internazionali e non contribuisce allo sviluppo delle relazioni di buon vicinato. Ricordiamo che in occasione del vertice della Nato a Bucarest, all'inizio di aprile, il governo greco aveva bloccato l'apertura dei negoziati di adesione della Macedonia all'Alleanza Atlantica e si è mostrato deciso a mantenere questa posizione finché il problema del nome della Macedonia non sarà risolto.
In effetti alcuni giorni prima le autorita di Skopje avevano a loro volta rifiutato il passaggio nel territorio macedone di truppe greche dirette in Kosovo. Il ministero degli Esteri macedone che il divieto è stato motivato dal mancato rispettto delle regole per il transito di militari nel territorio di un altro Stato. Il Ministro degli Esteri greco, Dora Bakojanis, ha reagito in prima persona definendo questo atto una provocazione grave da parte delle autorità macedoni, ma il portavoce dello stesso ministero macedone, Vasko Andonovski, ha replicato dicendosi sorpreso dalla reazione greca dato che i reparti militari greci non erano in possesso della documentazione richiesta dagli accordi dell’Allenza Atlantica.
Intanto il venerdì della stessa settimana il presidente francese Nicolas Sarkozy ha compiuto una visita ad Atene e davanti al parlamento greco ha ribadito il suo appoggio alla posizione della Grecia nella disputa con la Macedonia sul nome ufficiale della ex repubblica jugoslava. Sarkozy ha assicurato che Parigi, che ha sostenuto la posizione greca all'ultimo vertice Nato, continua a mostrare simpatia e appoggio ad Atene. Il presidente francese ha aggiunto che la continuazione del negoziato e un'intesa sulla questione tra Grecia e Macedonia consentirà a quest'ultima di entrare nella Nato e nell'Unione Europea.
Nei giorni scorsi, dopo le elezioni in Macedonia, Atene aveva ribadito l'invito a continuare le trattative per trovare una soluzione "reciprocamente accettabile" che contribuisca alla stabilità e alla pace nella regione balcanica. Ma, vista l'attuale delicata situazione in Macedonia e con questi incidenti diplomatici fra i due paesi, sembra che la possibile soluzione troverà altre difficoltà per arrivare ad una soluzione equilibrata ed accettabile da tutti. Sia durante la campagna elettorale, sia dopo le elezioni anticipate del 1 giugno, i protagonisti politici macedoni hanno dichiarato che solo l’integrazione nella Nato potrebbe salvaguardare l’esistenza dello stato macedone. Affermazioni che non sono da ignorare. Se aggiungiamo a questo la possibile spartizione del Kosovo a cui sembrano puntare la Serbia e la Russia, capiamo bene che la situazione nei Balcani non è facile e che la stabilità e la pace nella regione continuano ancora ad essere a rischio.

Liberalizzazione del regime dei visti per i cittadini albanesi
I mass media albanesi hanno dato molto spazio alla notizia di un documento della Commissione Europea per la liberalizzazione del regime dei visti europei per i cittadini dell'Albania. Secondo queste notizie nel corso di una cerimonia ufficiale tenutasi a Bruxelles il vice presidente della Commissione Europea, Jacques Barrot, che è anche commissario alla Giustizia, Libertà e Sicurezza, ha consegnato il documento programmatico per la liberalizzazione dei visti tra i gli Stati membri europei e l’Albania al ministro albanese degli Esteri, Lulzim Basha. Il documento contiene indicazioni chiare alle autorità di Tirana sulle misure che dovranno prendere per poter accordare visti ai cittadini albanesi. L'Albania dovrà dare il via al processo di adeguamento nei confronti delle regole dell’Unione Europea, come la messa in sicurezza dei documenti, la gestione dell’emigrazione clandestina, la lotta contro il crimine organizzato e la corruzione.
Nell’ocasione il Commissario europeo Barrot ha dichiarato che questo è un atto di grande importanza per la necessità di contribuire al libero movimento dei cittadini e in particolare per la generazione più giovane, aggiungendo che la liberalizzazione dei visti è sicuramente un altro importante passo verso l'integrazione dell'Albania nell’Unione. Per il ministro Lulzim Basha questo atto tecnico e politico che viene messo in atto appena due mesi dopo l’inizio di queste procedure con la visita dell’allora Commissario europeo, Franco Fratini, a Tirana, conferma l’impegno del governo albanese di proseguire con tutta la serietà dovuta sulla via dell’integrazione in Europa voluta da tutti gli albanesi. In effetti, a partire dal 1 gennaio 2008, i cittadini albanesi hanno potuto godere di procedure semplificate e per per l’emissione dei visti verso l'Unione Europea. A queste facilitazioni si aggiunge anche la gratuità del visto per diverse categorie di cittadini come studenti, sportivi, professionisti, esponenti del mondo della cultura, giornalisti, persone che si recano in visita presso familiari che vivono nell'Unione Europea o che hanno bisogno di un assistenza medica.
Secondo gli analisti questo nuovo documento significa il via libera ad un processo di adeguamento nei confronti delle regole dell’UE, dando cosi l’inizio ad un processo che in futuro potrebbe portare all’eliminazione dei visti obbligatori per i cittadini albanesi. Questo documento rappresenta anche un passo importante per l’integrazione della regione ed infatti i ministri degli Esteri di Albania e Croazia hanno dichiarato di recente che cominceranno i negoziati per la liberalizzazione del regime dei visti tra i due Paesi entro questo mesi di giugno. Questa possibilità è stata annunciata durante una visita ufficiale in Albania del ministro croato degli Esteri e dell'Integrazione europea, Gordan Jandrokovic. Il presidente albanese, Bamir Topi, ha proposto al governo croato di liberalizzare il suo regime dei visti per cittadini albanesi considerando questo passo come uno strumento per contribuire alla libera circolazione delle persone e dei beni ed una intensificazione dei rapporti economici tra i due Paesi.


8 giugno 2008


PASSAGGIO ON AIR

Passaggio a Sud Est
è il sabato alle 22,30 su Radio Radicale

Il sommario della puntata del 
7 giugno 2008

Turchia: un'analisi della delicata e incerta situazione politica
Serbia: il ruolo dei Socialisti per la formazione del nuovo governo
Macedonia: un'analisi del comportamento dei partiti della minoranza albanese alle elezioni del 1 giugno e le difficili relazioni tra Skopje e Atene
Crimini di guerra: il rapporto del procuratore capo del Tribunale internazionale per la ex Jugoslavia, Serge Brammertz
Ex Jugoslavia: le tensioni tra Croazia e Republika Srpska
Croazia: la portesta dei giornalisti contro criminalità e corruzione
Kosovo: la possibile unificazione del comando delle missioni Unmik ed Eulex
Albania: la liberalizzazione del regime dei visti per l'Unione Europea

A cura di Roberto Spagnoli con la collaborazione di Marina Sikora e Artur Nura.

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