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passaggioasudest [ la realtà politica dell'europa sud orientale dai balcani alla turchia ]
 



Questo blog è dedicato ad un'area cruciale per il futuro europeo. Per l'area che va dai Balcani occidentali alla Turchia, infatti, passa il futuro dell'Unione europea come progetto politico così come il futuro di questi Paesi passa dalla scelta dell'integrazione in questo progetto.




"Dobbiamo ricordarci che l’informazione è un veicolo diretto all’utente, non è un soliloquio da parte del giornalista. Bisogna tenere sempre presente che chi è dall’altra parte del microfono deve poter comprendere una realtà in cui non è presente. Questo, penso, è il massimo sforzo che i giornalisti devono compiere".
Antonio Russo



"Il vero referendum sul futuro dell'Unione si terrà nei Balcani"
International Balkan Commission


"E poi, un giorno, è stato costruito un ponte che collegava le due rive del Bosforo. Quando sono salito sul ponte e ho guardato il panorama, ho capito che era ancora meglio, ancora più bello di vedere le due rive assieme. Ho capito che il meglio era essere un ponte fra due rive. Rivolgersi alle due rive senza appartenere".
Orhan Pamuk, Istanbul



Per inviare una email scrivi a pasudest@yahoo.it





28 gennaio 2009


PASSAGGIO SPECIALE: I BALCANI TRA EUROPA E OBAMA

Lunedì e martedì a Bruxelles si è tenuta la riunione dei ministri degli Esteri dell'Ue (il cosiddeto Cagre, Consiglio affari generali e relazioni esterne), la prima sotto la presidenza di turno della Repubblica Ceca iniziata il 1 gennaio. Il vicepremier ceco incaricato per gli affari europei, Alexandr Vondra, ha presentato le priorità della presidenza ceca tra le quali c'è anche l'allargamento dell'Unione. La riunione non prevedeva nessun dibattito su questo tema, la questione principale all'ordine del giorno era infatti la crisi in Medio Oriente. A margine del Consiglio ministeriale si è però discusso delle questioni che riguardano il futuro europeo dei Balcani occidentali, in particolare della Serbia, nonché dell'attuale blocco sloveno ai negoziati di adesione della Croazia all'Ue e delle soluzioni per superarlo e per trovare un compromesso nella disputa sui confini tra i due Paesi.
L’anno scorso, a più riprese, Bruxelles aveva ribadito che il 2009 dovrebbe essere l’anno dei Balcani occidentali. E’ chiaro che al momento ci sono molti problemi che gravano sull’Unione, a partire dalla crisi economica globale e dalla necessità di una comune strategia energetica dopo la crisi del gas provocata dalla disputa tra Russia e Ucraina. Considerando infine che questo è anche l’anno delle elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo, è prevedibile che la questione dell’integrazione europea dei Balcani occidentali resterà in primo piano ma non vedrà particolari novità nel corso del 2009.
Oltre alla politica europea verso i Balcani occidentali, è interessante anche cercare di capire quale sarà la politica verso i Balcani della nuova amministrazione statunitense: nonostante gli entusiasmi suscitati, anche nei Balcani, dall'elezione di Barack Obama, gli analisti politici della regione concordano più o meno sul fatto che non c'è da aspettarsi grandi novità. Cambierà forse lo stile, ma la politica di Washington nei Balcani resterà in sostanza quella che già si è vista con Clinton e con Bush.

Di questi temi, con particolare attenzione alla Serbia e all'Albania, si occupa lo Speciale di Passaggio a Sud Est in onda questa sera alle 23,30 su Radio Radicale a cura di Roberto Spagnoli con la collaborazione di Marina Sikora e Artur Nura.


27 gennaio 2009


NOTIZIE DAI BALCANI

Qui di seguito il testo della corrispondenza di Marina Sikora per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda sabato 24 gennaio a Radio Radicale. L'Europa preoccupata per la disputa confinaria tra Slovenia e Croazia che blocca i negoziati per l'adesione di Zagabria; la Serbia protesta e condanna la creazione della Forza di sicurezza del Kosovo; i cittadini serbi in maggioranza favorevoli all'integrazione in Europa; le polemiche sulla proposta del Parlamento europeo di istituire una giornata del ricordo per Srebrenica.

LA DISPUTA SUI CONFINI TRA CROAZIA E SLOVENIA: INTERVIENE LA COMMISSIONE EUROPEA?
La situazione di stallo nella disputa sul confine tra Croazia e Slovenia si e' ulteriormente aggravata per il blocco di Ljubljana ai negoziati di adesione della Croazia all'Ue. Per cercare di trovare un compromesso, in questi giorni è arrivato un impegno da parte del commissario europeo all'Allargamento, Olli Rehn. Dopo la sua visita mercoledi' 21 gennaio a Ljubljana per incontrare i vertici sloveni, il presidente Danilo Tuerk, il premier Borut Pahor e il ministro degli esteri Samel Zbogar, senza informazioni ufficiali sulle proposte che il commissario dell'Ue avrebbe portato ai leader sloveni in cerca di risolvere questa situazione delicata, Rehn si e' recato subito a Zagabria per colloqui con il presidente croato Stjepan Mesic e con il premier Ivo Sanader. Per cercare di spiegare il perche' del silenzio da parte della Commissione sui particolari e le proposte del commissario Rehn per risolvere i problemi confinari tra i due paesi, la portavoce Krisztina Nagy ha detto che in una questione cosi' delicata vi e' tempo per la diplomazia segreta e pubblica e che adesso si e' nella fase della «diplomazia segreta», informa l'agenzia di stampa croata Hina. A seguito dell'incontro con i vertici croati, Olli Rehn ha salutato i notevoli progressi che la Croazia e' riuscita a compiere riguardante l'adempimento degli obiettivi di adesione all'Ue e ha sollecitato Zagabria a continuare con le preparazioni a piena velocita' e con determinazione. Sulla questione del confine con la Slovenia il Commissario all'allargamento ha sottolineato che, se entrambi i paesi ritengano utile una qualche forma di aiuto da parte dell'Ue, la Commissione e' pronta a considerare una tale possibilita'.
Secondo i media sloveni, l'iniziativa che il commissario Rehn ha portato alla Slovenia e alla Croazia significa in effetti che la questione del confine debba essere risolta prima dell'adesione della Croazia all'Ue. Il principale quotidiano di Ljubljana 'Delo' in un commento speciale afferma che il veto sloveno ai negoziati croati e' infatti una scusa benvenuta al governo croato per il bilancio debole nell'andamento del processo negoziale con l'Ue. Secondo 'Delo' per Zagabria sara' altrettanto preziosa la risoluzione del Parlamento Europeo che invita i due paesi a risolvere il contenzioso davanti alla Corte Internazionale di Giustizia dell'Aja. Un'altro quotidiano di Ljubljana 'Dnevnik' giovedi' in prima pagina, con il titolo «Parlamantari europei mandano la Slovenia e la Croazia all'Aja», scrive della proposta di risoluzione della Commissione esteri del PE. Il giornale annuncia anche che gli europarlamentari sloveni manderanno una lettera a tutti i loro colleghi del PE per presentare la posizione slovena nella disputa che ha causato il veto sloveno ai negoziati con l Croazia.La Commissione esteri del PE ha approvato questa settimana una proposta di risoluzione sull'avanzamento della Croazia con 55 voti a favore, due contrari e una astensione. La proposta di risuoluzione sara' discussa e messa in votazione alla seduta plenaria del PE. Nel testo si legge che il PE e' profondamente dispiaciuto che i negoziati (con la Croazia) sono da un tempo notevole bloccati a causa di problemi bilaterali. E' stato accolto anche l'emendamento del democristiano tedesco Bernd Posselt che chiede alle due parti di attuare l'accordo informale dell'estate 2007 raggiunto tra i due premier di allora, il croato Ivo Sanader e lo sloveno Janez Jansa, in cui si prevedeva che la disputa sui confini venisse risolta davanti alla Corte Internazionale di Giustizia dell'Aja.
Il deputato liberale ungherse Istvan Szent-Ivanyi si e' detto al momento soddisfatto della formulazione in cui si esprime «il profondo dispiacere», ma ha annunciato che se i problemi bilaterali tra Croazia e Slovenia non saranno risolti entro marzo, proporra' una condanna molto piu' dura nei confronti della Slovenia. Nella proposta di risoluzione si esprime inoltre la convinzione che la Croazia puo' concludere i negoziati entro la fine di quest'anno, in linea con il piano indicativo della Commissione europea, a condizione che il governo croato si adoperi piu' rapidamente a risolvere alcune questioni delicate del processo di adesione, quali la lotta alla criminalita' organizzata e alla corruzione e se il Consiglio Ue vorra' e potra' aprire tutti i capitoli negoziali senza ulteriori rinvii. Il documento saluta il fatto che il Governo croato ha finalmente intrapreso le misure nella lotta alla corruzione e crimine organizzato e vengono chiesti maggiori sforzi della polizia e della magistratura per raggiungere i risultati necessari.

LA SERBIA CHIEDE LA SMILITARIZZAZIONE DEL KOSOVO
Le nuove vicende in Kosovo diventano ancora una ragione per infastidire Belgrado. Questa volta si tratta della costituzione della nuova Forza di sicurezza del Kosovo (Ksf), operativa da marcoledi’ scorso e considerata il primo nucleo di forze armate dello stato che quasi un anno fa ha dichiarato unilateralmente la sua indipendenza. E’ previsto che questa nuova forza, composta da militari e civili, 2.500 effettivi e 800 riservisti, sia una forza multietnica, addestrata dalla Nato. Belgrado e’ fortemente contraria a questa decisione: proteste e condanne sono arrivate dalla sua dirigenza, a partire dal presidente Boris Tadic. Il presidente della Serbia ha definito inaccettabile la formazione di una tale Forza ricordando che la Serbia ha proposto la smilitarizzazione del Kosovo come la soluzione migliore per la sicurezza sul terreno.
Il ministro per le questioni del Kosovo, Goran Bogdanovic, ha sottolineato all'emittente B92 che il Kosovo “giace su una polveriera, con la presenza sul suo territorio fra 350 mila e 400 mila armi da fuoco” e ha affermato che nell’attuale situazione non vi e’ alcuna necessita’ di formare nuovi organi di sicurezza. Per Bogdanovic non ci sarebbe alcuna differenza tra la nuova Forza di sicurezza e l’Uck, l’Esercito di liberazione del Kosovo, che dieci anni fa combatté contro i serbi. In effetti, la nuova Forza di sicurezza prende il posto della Forza di protezione kosovara, composta in gran parte da ex guerriglieri dell'Uck. Secondo il ministro serbo per le questioni del Kosovo si tratterebbe soltanto di cambiamento di divisa e del trasferimento degli stessi uomini a questo nuovo organismo. Per le autorita’ serbe questa decisione e’ “inutile e perfino dannosa” ai fini della pacificazione fino al punto di poter anche aggravare la situazione in Kosovo. Il ministro degli esteri serbo, Vuk Jeremic, ha parlato di una forza illegale e paramilitare che rappresenta una minaccia diretta alla sicurezza nazionale, alla pace e stabilita' dell'intera regione.

I CITTADINI SERBI FAVOREVOLI ALL'INTEGRAZIONE EUROPEA
Il recentissimo sondaggio dell’Ufficio per le integrazioni europee del governo serbo dimostra che in questo momento il 61 % dei cittadini della Serbia sostiene l’adesione del loro paese all’Ue. I cittadini della Serbia sono insoddisfatti della lentezza del cammino della Serbia verso l’adesione e addossano la responsabilita’ all’amministrazione bruxellese e all’incapacita’ dei politici locali. Il maggior numero dei cittadini continua a favoreggiare l’integrazione europea credendo che rappresenti la via verso una vita migliore, soprattutto per i giovani. Tuttavia, rispetto alla ricerca effettuata nel maggio del 2008, il numero degli entusiasti e’ calato del 6%. Il numero degli oppositori all’Ue e’ rimasto piu’ o meno uguale, ma cresce il numero di quelli che preferiscono non pronunciarsi sul tema, ha detto la direttrice dell’Ufficio del governo serbo per le integrazioni europee, Milica Delavic. Secondo la sua opinione, si tratta di una certa delusione perche’ il processo non e’ andato a quella velocita’ che si aspettava nel maggio scorso quando e’ stato firmato l’Accordo di stabilizzazione e associazione con l’Ue. Delusione perche’ questo accordo non e’ stato sbloccato e per la lentezza con cui si procede e che riguarda l’adozione e l’attuazione delle leggi che si identificano con l’Ue, ha precisato Milica Delavic. I cittadini della Serbia ritengono che i costanti e sempre nuovi condizionamenti siano la ragione principale della lentezza del processo di eurointegrazione. Anche se oltre l’80 percento dei cittadini della Serbia dice di non aver viaggiato all’estero l’anno scorso, l’87 percento ritiene che la liberalizzazione dei visti sia importante per la Serbia. Se il Paese si troverebbe sulla lista bianca Schengen, sarebbe un segnale forte di accettazione. La situazione attuale con l’attesa dei visti e le lunghe file per ottenerli, la maggior parte dei cittadini considera come un segno di rifiuto e inaccettazione, afferma Milica Delavic. Secondo lo stesso sondaggio, in Serbia prevale la convinzione che i ricercati dell’Aja sono l’ostacolo principale per l’avvicinamento del Paese all’Ue. Cosi’ pensa l’86% degli interrogati, mentre il 9% il problema lo identifica con la questione del Kosovo. Quasi la meta’, il 47% ritiene che la Serbia deve adempiere alla condizione chiave nel processo di adesione, ovvero concludere la collaborazione con il Tribunale dell’Aja. Un tale condizionamento non e’ accettabile per il 43% degli interpellati in questo recentissimo sondaggio dell’Ufficio serbo per le integrazioni europee.

LA BOSNIA ERZEGOVINA DIVISA SULLA GIORNATA DI MEMORIA PER SREBRENICA
Lo scorso 15 gennaio il PE ha approvato con una stragrande maggioranza di voti ( 556 a favore, solo 9 contrari e 22 astenuti) una risoluzione che propone di proclamare l’11 luglio come Giornata europea di memoria delle vittime del genocidio di Srebrenica. Questa proposta del PE ha provocato pero’ reazioni contrastanti proprio in Bosnia Erzegovina a tal punto che rimane una questione aperta se anche in BiH sara’ accolta la proposta di rendere omaggio ai circa 8000 bosgnacchi, uomini e ragazzi ma anche anziani, donne e bambini uccisi nel luglio 1995 a Srebrenica dalle forze serbe dopo la loro occupazione della formalmente “zona protetta” delle Nazioni Unite. I parlamentari europei hanno invitato gli stati membri dell’Ue e la Commissione europea a sostenere questa proposa e la stessa sollecitazione e’ stata fatta ai paesi dei Balcani occidentali. Un appello inoltre a fare maggiori sforzi affinche’ i responsabili del genocidio, a partire dal super ricercato dell’Aja, l’ex generale serbo bosniaco Ratko Mladic, si trovino al piu’ presto davanti alla giustizia internazionale. Una della idee che ha guidato i parlamentari europei ad approvare questa risoluzione e’ stata quella di dare un contributo e di compiere un altro passo avanti verso la riconciliazione in BiH e in tutta l’area balcanica. Un’ idea che al primo pensiero non desta altro che apprezzamento e prontezza di essere pienamente accolta, ma la realta’, purtroppo, e’ ben diversa. La reazione in merito alla questione che in BiH ha provocato maggiore stupore e’ quella del premier della Republika srpska, Milorad Dodik. Una reazione che sembra ben lontana dalla via verso la riconciliazione. Per quelli che sono a conoscenza delle sue posizioni, non deve sorprendere molto, poiche’ anche nel passato, il premier della Rs, l’entita’ a maggioranza serba della BiH non ha esitato di relativizzare per esempio la sentenza della Corte Internazionale di Giustizia che ha riconosciuto i crimini di Srebrenica come crimini di genocidio. “Non c’e’ dubbio che a Srebrenica e’ stato commesso il crimine che la Corte di Giustizia dell’Aja ha qualificato come genocidio locale in BiH. Questa qualifica non e’ discutibile, ma se qualsiasi tipo di decisione sulla commemorazione e’ indirizzato a rafforzare la fiducia e la riconciliazione, allora deve essere bilanciata” ha detto Dodik spiegando cosa intende sotto il termine ‘bilanciata’: “In BiH sono state uccise 96.000 persone, di cui 28.000 serbi e noi non vediamo che si rende omaggio anche ai serbi ma soltanto alle vittime di Srebrenica – che sono incotestabili e che vanno ricordate e indubbiamente bisogna darvi un’importanza. Penso che questa e’ stata una corsa per lavare la coscienza di alcuni europarlamentari. Sicuramente saranno i paesi dell’Ue ha commemorare questa data, ma per quanto riguarda la Rs, l’11 luglio come una data accolta generalmente per commemorare le vittime di guerra, per noi non e’ accettabile. Bisogna trovare la risposta di come commemorare tutte le vittime in BiH e non individuare solo una vicenda che potra’ diventare, e lo e’ di gia’, argomento di diverse vedute politiche” ha affermato il premier della Rs Milorad Dodik. Anche altri vertici politici dell’entita’ a maggioranaza serba condividono che il genocidio di Srebrenica puo’ essere “argomento di diverse vedute politiche”.
Per quanto riguarda la Federazione BiH, l’altra entita’ a maggioranza croato-musulmana, la risoluzione del PE e’ stata accolta nel modo completamente diverso. Il vicepresidente del maggior partito bosgnacco, il Partito dell’azione democratica (SDA), Sefik Dzaferovic ha salutato la risoluzione dicendo che e’ il minimo che l’Europa puo’ fare per Srebrenica. “Sarebbe un vero scandalo se questa risoluzione non sarebbe rispettata in BiH” ha detto Dzaferovic.
Per il capo della comunita’ islamica in BiH, Mustafa efendija Ceric l’approvazione della risoluzione al PE e’ un grande evento per l’umanita’ e una giornata della vittoria morale per l’Europa: “Le mani corraggiose dei 556 parlamentari europei rappresentano una piccola soddisfazione per il passato europeo, ma un grande passo per il futuro bosniaco. Come sempre, bisogna ricordare gli 8000 musulmani bosniaci che l’11 luglio 1995 sono stati uccisi solo perche’ musulmani...Spero che anche i parlamentari bosniaci comprenderanno questo messaggio di unirsi nel bene comune per tutti i cittadini della BiH” ha detto Mustafa efendija Ceric.
Ci sono tuttavia anche espessioni di riservatezza. Cosi’ l’associazione Madri di Srebrenica saluta la risoluzione del PE ma avverte che si tratta soltanto di un nuovo ‘in memoriam’ alla BiH e a Srebrenica che non significa nulla poiche’ il documento non ha nessun valore legislativo. L’Associazione per i popoli oppressi della BiH sottolinea che la risoluzione non avra’ nessun valore particolare se non sara’ approvata nei parlamenti dei paesi vicini, in particolare in Serbia e in Montenegro.


26 gennaio 2009


NASCE L'ESERCITO DEL KOSOVO. IN ALBANIA SI LITIGA SUL PASSATO COMUNISTA

Quello che segue è il testo della corrispondenza di Artur Nura per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda sabato 24 gennaio a Radio Radicale. In Kosovo i Corpi di Difesa diventano Forze di Difesa, primo embrione di un futuro esercito del nuovo stato. Scontata l'opposizione dei serbi kosovari e del governo di Belgrado che giudica l'iniziativa illegale e contraria alle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell'Onu. Intanto in Albania l'opposizione di centro sinistra attacca il governo per la legge sui crimini del passato regime comunista giudicandola una manovra per mettere a tacere i magistrati scomodi.

Nasce la Kosovo Defense Force
La Forza di Sicurezza del Kosovo [KSF - Kosovo Security Force, n.d.r.] e’ stata ufficialmente istituita e tutto e’ stato realizzato secondo il "Piano Ahtisaari" ed i criteri della NATO e della Costituzione del Kosovo, nel rispetto della multietnicità del nuovo stato balcanico. Questa forza avrà 2500 membri e il 10% di loro apparterrà alla minoranza etnica, mentre ben 1.300 membri del vecchio Corpo di Difesa del Kosovo [Kosovo Defense Corps, n.d.r.], in parte già aderenti all'Esercito di liberazione del Kosovo (UCK), sono stati ammessi di diritto. Gli ex membri dei Corpi di Difesa che non sono stati assunti per diversi motivi anche professionali, hanno protestato nelle strade di Prishtina dichiarando che hanno investito tutto su questo lavoro ed ora si trovano disoccupati senza un motivo giusto. Il comandante degli ex Corpi di Difesa, il generale Sulejman Selimi, un ex comandante dell'UCK ed attuale comandante della KSF si è fin da subito detto addolorato del fatto che centinaia di ex membri dei Corpi rimangono fuori dalla KSF, in quanto non idonei rispetto ai criteri di unione alla nuova forza di sicurezza. Tuttavia, ben 1.300 membri del vecchio corpo sono stati ammessi di diritto alla nuova KSF, mentre altri 2.000 membri verranno invece reclutati nella società e del processo di reclutamento si occuperanno anche le forze della KFOR [il contingente multinazionale NATO, n,d.r.]. Il periodo del reclutamento è iniziato il 21 gennaio e si concluderà il 14 febbraio. Tuttavia, nonostante tutte le promesse della multietnicità della KSF i rappresentanti dei serbi del Kosovo non vedono questa forza come un’istituzione nella quale potersi integrare nel futuro.
La Forza di Sicurezza del Kosovo, secondo la legge redatta ai sensi dei progetti del Piano Ahtisaari sarà costruita e fondata sui parametri della NATO, ovvero tutti i cittadini del Kosovo, senza differenza di nazionalità, religione e sesso, avranno il diritto di partecipare per poter diventare parte di questa forza di sicurezza. Gli interessati che competeranno per il ruolo di ufficiali, dovranno avere tra i 25 ed i 30 anni ed essere laureati, mentre quelli di altri gradi, dovranno avere tra i 18 ed i 30 anni ed aver concluso la scuola superiore. Il processo di scelta dei membri verrà suddiviso in cinque fasi; gli interessati devono consegnare la documentazione entro il 14 febbraio, giorno in cui inizierà anche il processo di reclutamento. La KSF sarà costituita da 2.500 membri attivi e 800 riservisti. La bandiera della Forza di Sicurezza del Kosovo è stata alzata ieri sull’edificio che fino a pochi giorni prima ospitava il comando del Copro di Difesa del Kosovo davanti al quale hanno protestato anche gli ex membri. A partire dal martedì 20 gennaio 2009 la KSF ha cominciato ufficialmente la propria missione tramite una cerimonia simbolica nella quale i corpi si sono allineati dinanzi all’edificio, realizzando una parata davanti al comandante della nuova formazione.
La missione della KSF sarà quella di partecipare alle operazioni anti-crisi in Kosovo fuori dal territorio del Kosovo, oltre ad operazioni di difesa civile e aiuto alle autorità locali nell’eventualità di catastrofi naturali o altre emergenze. Il comandante Selimi ha annunciato che la Forza opererà in totale collaborazione con le altre istituzioni del Kosovo e con gli amici internazionali aggiungendo che per settembre del 2009 avrà costruito le iniziali capacità operative, mentre il completo funzionamento è previsto fra alcuni anni. 

Albania: le polemiche sulla nuova legge sui crimini comunisti
Il premier albanese Sali Berisha, ha presentato, nel corso della riunione del Consiglio dei Ministri, come molto spesso accade in diretta televisiva, il progetto di legge per la creazione dell’Istituto di studi sui crimini e le conseguenze del sistema comunista in Albania. Berisha ha definito l’iniziativa come uno sforzo per ricordare e mai dimenticare il passato violento e pieno di sofferenze e dolore causato agli albanesi dall’allora regime comunista, aggiungendo che il sistema comunista in Albania era il sistema più repressivo, opprimente e violento di tutta l’Europa ex comunista. Oltre all’approvazione della legge per l’apertura dei dossier degli ex collaboratori dei servizi segreti, la creazione dell’Istituto è un ulteriore passo intrapreso dal governo albanese allo scopo di far luce su un periodo buio della storia nazionale. Invece, secondo l’opposizione di centro sinistra, con a capo il Partito socialista guidato dal sindaco di Tirana, Edi Rama, tutta questa iniziativa politica del premier e della sua maggioranza e’ stata intrapresa per attaccare il gruppo di magistrati che stanno indagando sulla terribile esplosione, avvenuta alcuni mesi fa, in un deposito di armi e munizioni a Gerdec, non lontano da Tirana e dall'aeroporto internazionale "Madre Teresa".
L’opposizione ha acusato Berisha di essere coinvolto direttamente nell’accaduto ed in effetti, bisogna dire che Zamir Shtylla, il capo gruppo dei procuratori sul caso di Gerdec nella procura generale della repubblica , subito dopo l’aprovazione della legge ha dovuto dare le dimissioni ed e’ stato trasferito come semplice procuratore in una piccola località. Però, secondo il premier, nel realizzare questa iniziativa la maggioranza di centro destra non ha scelto né la vendetta, perché secondo lui non sarebbe altro che rinnovare quanto è già accaduto in passato, ne’ la la giustizia che hanno scelto diversi altri Paesi ex comunisti. “Noi, come con la legge dei dossier e con tutte le altre leggi e decisioni che verranno prese, abbiamo scelto una temporanea limitazione, per un gruppo limitato di persone, dei loro diritti. Abbiamo optato per un grande sforzo, volto a ricordare e non dimenticare” - ha detto Berisha nella riunione del Consiglio dei Ministri.
Questo nuovo Istituto dovrebbe studiare e valutare obiettivamente il periodo del regime comunista, identificare gli atti legali e non legali, segreti e non segreti, preparati o approvati da tutte le istituzioni, organi e autorità statali che hanno operato come basi dell’organizzazione, nonché del funzionamento di tutto l’apparato del sistema comunista. Dovrebbe inoltre raccogliere dati, documenti e testimonianze utili a far luce sulle attività degli organi e delle strutture della sicurezza dello stato, delle forme di persecuzione e di resistenza attuate, ed anche di tutte le attività che hanno portato alla violazione dei diritti e delle libertà fondamentali dell’uomo, certo negli anni del regime comunista. Individuare le persone che facevano parte degli organi delle autorità decisionali, responsabili della propaganda comunista, degli atti amministrativi e delle sentenze che hanno portato direttamente o indirettamente ad azioni repressive nella vita sociale e culturale. Infine, catalogare e pubblicare testimonianze e memorie dei condannati politici, sulle carceri e sui campi di internamento, elaborando in forma elettronica di tutta la documentazione sui crimini del comunismo in Albania, pubblicare e distribuire i materiali, organizzare esposizioni, seminari, conferenze e dibattiti relativi ai crimini del comunismo ed alle sue conseguenze in Albania.


26 gennaio 2009


PASSAGGIO IN ONDA

Passaggio a Sud Est
è il sabato alle 22,30 su Radio Radicale

Gli argomenti della puntata del 24 gennaio:

* Turchia: la politica estera di Ankara e il suo ruolo nell'attuale crisi mediorientale;
* Serbia: mentre prosegue l'avvicinamento all'Europa Belgrado protesta per la nascita dell'"esercito" del Kosovo;
* Unione Europea: Bruxelles proccupata per la disputa sui confini tra Lubiana e Zagabria che blocca i negoziati di adesione della Croazia;
* Albania: polemiche tra maggioranza e opposizione per la legge sui crimini commessi durante il regime comunista;
* Srebrenica: polemiche per il documento del Parlamento europeo che chiede l'istituzione di una giornata del ricordo;
* Obama: la nuova amministrazione Usa e i Balcani.


La trasmissione, curata e condotta in studio da Roberto Spagnoli con la collaborazione di Marina Sikora e Artur Nura, è riascoltabile come tutte quelle precedenti
sul sito di Radio Radicale.


21 gennaio 2009


PASSAGGIO SPECIALE: L'EUROPA SUD-ORIENTALE E LA CRISI DEL GAS

Lo Speciale di Passaggio a Sud Est - l'approfondimento sulla situazione politica dell'Europa sud orientale - in onda questa sera alle 23,30 a Radio Radicale è dedicato al braccio di ferro tra Russia e Ucraina sul gas, agli effetti che l'interruzione delle forniture russe ha avuto sui paesi dell'est e del sudest europeo e al ruolo della Turchia nella diversificazione delle rotte energetiche verso l'Europa che il premier turco Erdogan ha deciso di far pesare nei negoziati per l'adesione all'UE.

Il gas russo è tornato in Europa. La crisi tra Russia e Ucraina che aveva bloccato la forniture era cominciata una ventina di giorni fa, ma il contenzioso va avanti da quattro anni e riguarda le tariffe delle forniture russe all'Ucraina e i pedaggi che quest'ultima chiede per il transito del gas destinato all'Europa. Nessuno dei due contendenti può fare a meno dell'altro: l'Ucraina riceve tutto il gas di cui ha bisogno dalla Russia, ma la Russia al momento non ha altra strada per far arrivare il proprio gas all'Europa occidentale. Non si tratta quindi di un affare privato tra tra Mosca e Kiev come già era apparso chiaro due anni fa, con l'esplodere della precedente crisi nel 2006.
La questione è ulteriormente complicata dal fatto di non essere soltanto un problema commerciale. Il presidente ucraino Victor Yushenko ha tra le sue priorità l'adesione alla Nato e all'inizio di dicembre l'Ucraina ha firmato un accordo sulla difesa con gli USA. Inoltre Yushenko ha offerto il suo appoggio all'esercito georgiano durante il conflitto con la Russia dello scorso agosto. Ma il parlamento di Kiev è spaccato a metà tra i filo-russi e ciò che rimane del blocco "arancione" protagonista della rivolta pacifica del dicembre 2004. Il governo di Kiev inoltre è debole e si regge su una fragile tregua tra Yushenko e la premier Julia Timoshenko, ex alleata della rivolta arancione e oggi di nuovo amica di Mosca.
Le conseguenze del braccio di ferro sul gas tra Mosca e Kiev e la conseguente crisi energetica che ne è derivata si sono fatte particolarmente pesanti per i paesi dell'Europa orientale e sudorientale. Infatti, mentre i paesi dell'Europa occidentale hanno anche altri fornitori e stanno cercando di diversificare ulteriormente, i paesi dell'Europa orientale e sudorientale dipendono esclusivamente dalla forniture russe.
I paesi piu' colpiti dal grave taglio delle fornitura di gas delle scorse settimane, per quanto riguarda l'Ue, sono stati i paesi dell'est e dell'area balcanica: Bulgaria, Slovacchia, Grecia, Austria, Repubblica Ceca, Slovenia, Ungheria, Polonia e Romania. Tra i Paesi balcanici che non fanno ancora parte dell'UE, ma che fanno parte della Comunita' dell'energia per l'Europa sud-orientale, i paesi maggiormente colpiti sono stati la Serbia, la Bosnia-Erzegovina e la Macedonia. Altrettanto colpita dalla sospensione della fornitura del gas russo la Croazia. Per far fronte all'interruzione delle forniture provenienti dalla Russia l'Ungheria ha ricevuto il gas norvegese dall'Austria e questo ha reso possiblie che l'Ungheria aiuti con le sue riseve la gravissima situazione che si è determinata in Serbia. La Germania ha aiutato la Repubblica Ceca la quale a sua volta ha fornito le sue riserve alla Slovacchia, mentre la Slovenia e' riuscita ad ottenere il gas dall'Algeria e dall'Austria.
La crisi energetica ha posto in primo piano non solo il problema della mancanza di riserve sufficienti nei paesi della regione balcanica, ma anche la mancanza di infrastrutture capaci di rispondere adeguatamente a crisi del genere o quanto meno i ritardi nell'ammodernamento delle infrastrutture già esistenti. Ora, con l'accordo firmato tra il premier russo Putin e quello ucraino Timoshenko il gas è tornato a scorrere anche nelle condutture di questi paesi, ma ciò non risolve il problema che resta ancora grave e lascia i paesi balcanici esposti a qualunque bufera commerciale e politica.
La diversificazione delle vie di approvvigionamento resta cruciale per l'Unione Europea che non riguarda solo l'indipendenza energetica ma pesa anche sulle relazioni esterne dell'Unione e sulle prospettive di allargamento, prima di tutto alla Turchia. Nei giorni scorsi infatti il premier turco Recep Tayyip Erdogan ha minacciato di non firmare l'accordo del gasdotto Nabucco se l'UE non riuscirà a sbloccare il capitolo negoziale sull'Energia incagliato sullo scoglio di Cipro. Pur non assumendo toni troppo esasperati Erdogan è stato chiaro. Da Bruxelles, il presidente della Commissione, Barroso, ha assicurato che lo sblocco del capitolo sull'Energia sta a cuore anche all'UE invitando a non legare la sicurezza energetica a questioni negoziali specifiche, mentre la presidenza di turno ceca ha invitato la Turchia a non assumere posizioni che potrebbero essere controproducenti.
La Russia da parte sta a vedere e da Mosca, mentre da una parte si afferma di non ritenere Nabucco (che porterebbe il gas dalla regione del Caspio in Europa aggirando sia la Russia che l'Ucraina) in contrapposizione con i progetti North Stream e South Stream targati Gazprom (il secondo passerebbe per i Balcani e vede fortemente coinvolta l'italiana Eni), dall'altra si fa maliziosamente notare che mentre i due gasdotti che la vedono protagonista hanno già le forniture garantite, al momento non c'è certezza su chi riempirà le condotte di Nabucco.

Lo Speciale di Passaggio a Sud Est, curato da Roberto Spagnoli e realizzato con la collaborazione di Marina Sikora e Artur Nura, è ascoltabile sul sito di Radio Radicale.


20 gennaio 2009


OBAMA E I BALCANI, CATO INSTITUTE: "CAMBIERA' POCO O NIENTE"

Barack Obama è diventato il 44° presidente degli Stati Uniti, un evento che tocca tutto il mondo e che in molte parti del mondo suscita grandi aspettative per i cambiamenti che potrebbe portare dopo gli otto anni di presidenza di George W. Bush. Nei Balcani, però, l'avvento del primo presidente afroamericano della storia, non dovrebbe determinare grandi mutazioni. O almeno così la pensa Ted Galen Carpenter, autorevole analista del Cato Institute di Washington, le cui previsioni non inducono all'ottimismo per l'area balcanica.

"I Balcani molto probabilmente saranno una delle regioni in cui ci saranno meno cambiamenti nella politica americana con l'avvento dell'amministrazione di Barack Obama", ha detto Carpenter in un'intervista a Igor Fiatti dell'agenzia Apcom notando che. "sia l'amministrazione di Bill Clinton che quella di George Bush sono state grandissime sostenitrici della causa musulmana nei Balcani e alle stesso tempo sono state fortemente critiche nei confronti della Serbia. Obama avvalla questa linea: non ha detto una sola frase contro tale approccio".

La scelta di Hillary Clinton come segretario di Stato rappresenta proprio questa continuità nella politica americana: "Hillary Clinton è stata molto più aggressiva e molto più entusiasta di suo marito Bill riguardo l'intervento Usa nei Balcani. Bill voleva tenere gli Stati Uniti fuori dalle guerre balcaniche. Lei, insieme a Madeleine Albright e a Richard Holbrooke, ha messo in campo un'intesa azione di lobbying per portare suo marito ad un ruolo più attivo nei conflitti dell'ex Jugoslavia". Carpenter sottolinea la "veemente attitudine anti-serba" che Hillary Clinton ha sempre avuto dall'inizio degli anni '90 e che fa pensare che non c'è praticamente alcuna possibilità che in questo ambito la politica americana possa cambiare.

L'analisi di Carpenter riguarda in particolare le due caselle più delicate dello scacchiere balcanico. Dunque, "assisteremo a una continuazione della politica Usa, secondo la quale la Bosnia-Erzegovina deve restare uno stato unitario" e semmai "al massimo dei cambiamenti andranno verso un rafforzamento del sostegno del governo centrale di Sarajevo e verso un indebolimento della Republika Srpska". Per quanto riguarda il Kosovo, invece, Carpenter sottolinea il cieco sostegno dato dagli Usa all'indipendenza malgrado la maggioranza dei paesi del pianeta sia contraria. Secondo l'analista del Cato Institute è una questione sulla quale Washington dovrebbe rivedere la propria posizione visti gli effetti devastanti che ha avuto sulle relazioni bilaterali Usa-Russia, ma all'orizzonte non vede alcun segno di ripensamento: "Sia Obama che Hillary Clinton rilasceranno periodicamente dichiarazioni sul futuro europeo della Serbia democratica, ma in fondo resterà sempre una connotazione anti-serba molto forte".

Sulle implicazioni che l'indipendenza del Kosovo ha avuto nel Caucaso, Carpenter ricorda di aver sostenuto a lungo "che gli Stati Uniti avrebbero messo in campo un precedente internazionale disastroso e che, riconoscendo il Kosovo, i paesi europei avrebbero messo in campo un altro precedente internazionale disastroso". Questo precedente si è poi rivoltato contro l'Occidente nella guerra russo-georgiana della scorsa estate e col riconoscimento russo delle secessioni dell'Abkhazia e dell'Ossezia del Sud: "Non doveva essere una sorpresa per le autorità americane, ma non mi sembra che né Obama né Hillary Clinton si siano resi conto del nesso". Così gli Usa e i loro alleati europei hanno fatto un enorme errore politico perché "l'azione russa era facilmente prevedibile e quasi inevitabile dopo la mossa dell'Occidente in Kosovo".

Fiatti pone anche la questione dell'ingresso della Serbia nell'UE citando un editoriale molto critico di Le Monde secondo il quale la Serbia sarebbe un cavallo di Troia russo nell'Unione europea. Per Carpenter, però, l'integrazione europea di Belgrado "è solo poco più che una ciarla diplomatica" da non prendere seriamente: ""Come ho detto, assisteremo a insulse dichiarazioni sull'eventuale ingresso della Serbia nell'Ue, e sottolineo la parola eventuale. Ma questa perché non penso che né gli Usa né alcuni dei principali paesi membri dell'Ue appoggino seriamente l'ingresso della Serbia malgrado le loro dichiarazioni".

Sempre in tema di integrazione euro-atlantica dei Balcani, il giornalista di Apcom chiede un parere sulla Grecia che blocca l'ingresso della Macedonia nella Nato a causa della disputa sul nome dell'ex repubblica jugoslava, ma Carpenter non ritiene che questa sarà una priorità dell'agenda dell'amministrazione Obama. Tuttavia, "sia il neo presidente che il suo segretario di Stato sostengono l'espansione della Nato e l'inclusione di Paesi come l'Ucraina, la Georgia, l'Albania, la Croazia e la stessa Macedonia. Quindi, per arrivare a questo obiettivo e superare il veto greco sull'ingresso della Macedonia nell'Alleanza atlantica, penso che gli Usa aumenteranno la pressione nei confronti di Atene in maniera discreta".

Più in generale, su quella che probabilmente sarà la politica estera della nuova amminisrazione nei prossimi anni, Carpenter prevede che la politica imperiale americana andrà avanti: "Avrà una faccia più amichevole e sarà in qualche modo multilaterale, ma gli Usa alla fine cercheranno sempre di tirare le fila di qualsiasi iniziativa politica planetaria". E dunque, per quanto riguarda i Balcani non ci sarà da aspettarsi alcun cambiamento significativo nella politica americana con Obama rispetto a quello che si è visto negli ultimi 15 anni. Piuttosto, "resta da vedere se l'Unione europea è pronta ad adottare una politica diversa. Infatti, non c'è nessuna legge che stabilisce che Bruxelles deve seguire la politica americana. Ad ogni modo, però, i principali attori dell'Ue, Gran Bretagna, Francia e Germania, sembrano sposati allo status quo nella politica balcanica. So che paesi come Italia, Spagna e Grecia sono molto meno entusiasti a questo proposito, ma se vogliono fare qualcosa per cambiare la direzione politica devono uscire allo scoperto e prendere posizione contro le nazioni più influenti dell'Ue". In sostanza, per Carpenter i grandi Paesi dell'Unione Europea continueranno a sostenere la politica di Washington: "Spero proprio che mi sorprendano a un certo punto, ma non mi aspetto alcuna sorpresa".


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permalink | inviato da robi-spa il 20/1/2009 alle 18:17 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa


20 gennaio 2009


PASSAGGIO IN ONDA

Passaggio a Sud Est
è il sabato alle 22,30 su Radio Radicale

Gli argomenti della puntata del 17 gennaio:

* il ruolo geopolitico della Turchia tra Occidente, Medio Oriente e Caucaso e la situazione politica interna in vista delle elezioni amministrative del 29 marzo;
* il contenzioso sul confine tra Slovenia e Croazia che rallenta i negoziati di adesione all'Ue al centro della visita di Frattini a Zagabria;
* le priorità della politica estera della Serbia e la collaborazione con la giustizia internazionale;
* il piano del governo del Kosovo per estendere la propria autorità anche sulle zone serbe;
* le prossime elezioni politiche in Albania e la ratifica dell'Asa con l'Ue da parte della Grecia.

La trasmissione, curata e condotta in studio da Roberto Spagnoli con la collaborazione di Marina Sikora e Artur Nura, è riascoltabile come tutte quelle precedenti
sul sito di Radio Radicale.

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