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passaggioasudest [ la realtà politica dell'europa sud orientale dai balcani alla turchia ]
 



Questo blog è dedicato ad un'area cruciale per il futuro europeo. Per l'area che va dai Balcani occidentali alla Turchia, infatti, passa il futuro dell'Unione europea come progetto politico così come il futuro di questi Paesi passa dalla scelta dell'integrazione in questo progetto.




"Dobbiamo ricordarci che l’informazione è un veicolo diretto all’utente, non è un soliloquio da parte del giornalista. Bisogna tenere sempre presente che chi è dall’altra parte del microfono deve poter comprendere una realtà in cui non è presente. Questo, penso, è il massimo sforzo che i giornalisti devono compiere".
Antonio Russo



"Il vero referendum sul futuro dell'Unione si terrà nei Balcani"
International Balkan Commission


"E poi, un giorno, è stato costruito un ponte che collegava le due rive del Bosforo. Quando sono salito sul ponte e ho guardato il panorama, ho capito che era ancora meglio, ancora più bello di vedere le due rive assieme. Ho capito che il meglio era essere un ponte fra due rive. Rivolgersi alle due rive senza appartenere".
Orhan Pamuk, Istanbul



Per inviare una email scrivi a pasudest@yahoo.it





19 novembre 2009


ELEZIONI IN ROMANIA: ALLA RICERCA DI UNA VIA D'USCITA DALLA CRISI POLITICA

Venti anni dopo la caduta del regime comunista di Nicolae Ceausescu, fra tre giorni la Romania va alle urne per scegliere il nuovo presidente sperando di uscire dallo stallo politico che da settomane blocca il Paese alle prese con la crisi economica globale. Si tratta dunque di un appuntamento cruciale per mettere fine alla crisi politica che pesa su un paese già penalizzato da una forte recessione. Dopo nove anni di forte crescita il Paese è stato infatti colpito duramente dalla crisi: per il 2009 è previsto un calo del Pil dell'8%, mentre, secondo i dati ufficiali di fine agosto, la disoccupazione è al 6,6% a fronte di un salario mensile medio di circa 320 euro. All'origine dell'impasse, la guerra aperta tra l'attuale presidente di centro-destra Traian Basescu ed il Parlamento dove l'opposizione ha la maggioranza assoluta.In breve tempo i romeni hanno così assistito alla fine della coalizione tra i democratici-liberali e i socialdemocratici, alla caduta del governo e alla bocciatura in Parlamento di due premier designati da Basescu.

I candidati alla presidenza sono dodici, ma difficilmente il nuovo presidente sarà eletto domenica al primo turno. Tutto si giocherà quindi al ballottaggio del 6 dicembre tra Basescu ed il leader dei socialdemocratici all'opposizione Mircea Geoana. Basescu, 58 anni, ex capitano di Marina eletto presidente nel 2004, e Geoana, 51 anni, ex ambasciatore a Washington e ministro degli Esteri dal 2000 al 2004, secondo i sondaggi raccolgono tra il 30 e il 32% dei consensi ciascuno. Tra i due litiganti potrebbe inserirsi il terzo incomodo, ovvero il liberale Crin Antonescu, che punta tutto sul taglio delle tasse. Chiunque sia il vincitore, il nuovo presidente dovrà nominare in tempi brevi un premier in grado di trovare una maggioranza parlamentare e di varare le riforme chieste dal Fondo monetario internazionale che ha concesso a Bucarest un prestito di 20 miliardi di dollari.

Basescu sostiene di essere vittima di un "sistema disonesto che vuole impedire la modernizzazione del paese" e promette di far tagliare gli sprechi statali, per esempio riducendo il numero dei deputati del Parlamento monocamerale (dagli attuali 471 a 300). Geoana denuncia quello che definisce "il regime Basescu, costellato di scandali": gli avversari accusano il presidente di "non indietreggiare di fronte a nulla pur di ottenere i suoi scopi". Il candidato socialdemocratico si presenta a sua volta come "l'uomo del dialogo" ma viene accusato di "populismo" dai detrattori. E' accusato di promettere moltissimo ma di non spiegare dove troverà i soldi per mantenere la sue promesse. Il rischio è che, alla luce della ripartizione dei seggi in Parlamento, il futuro presidente si trovi a coabitare con un partito diverso dal suo. Tra l'altro, la partecipazione al voto è prevista inferiore al 50%, evidente segnale del disinteresse dei cittadini romeni dopo una campagna caratterizzata da rivelazioni imbarazzanti per il presidente uscente.


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17 novembre 2009


PERCHE' BORGHEZIO E' BORGHEZIO...

Mario BorghezioOggi, dopo il colloquio ad Ankara con il presidente turco Abdullah Gul, il predidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha rilanciato il sostegno dell'Italia al processo di adesione della Turchia all'Unione Europea, proseguendo i negoziati cominciati nel 2004.
''Si può esprimere qualsiasi opinione sull'ingresso della Turchia, ma la decisione del 2004 rimane un punto fermo a cui si è giunti dopo tanti anni, in modo meditato e non superficiale. Questa è la posizione mia personale, dell'Italia e del governo italiano''.
Napolitano ha fatto riferimento ad una dichiarazione del polacco Jersy Busek, presidente del Parlamento europeo, che avrebbe definito la Turchia ''estranea alla cultura europea'': ''Ho grande rispetto per Busek, ma se ha detto queste cose, io chiedo perché [..] Non si può valutare adesso che il negoziato ha fatto solo i primi passi ed é frenato da ostruzionismi'', ha commentato Napolitano.
Le parole del presidente non sono piaciute all'eurodeputato leghista Mario Borghezio. Il truce difensore dell'Europa una, bianca e cristiana non ha dubbi: "Se anche è vero, come dice il nostro Presidente, che i patti sono patti, è altrettanto e ancor più vero che i turchi sono turchi".
Il fatto è che purtroppo anche Borghezio è Borghezio.




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16 novembre 2009


ELEZIONI IN KOSOVO: PROVA SUPERATA, MA I PROBLEMI RESTANO

Il Kosovo sembra aver superato piuttosto bene il primo test elettorale dopo la secessione dalla Serbia del febbraio 2008, le elezioni amministrative che si sono svolte ieri. Nonostante le tensioni della vigilia e qualche "isolato caso di cattivo comportamento", come lo ha definito Darko Aleksov, capo degli osservatori internazionali dello European Network Of Elections Monitoring Organization (ENEMO), il voto si è svolto in un'atmosfera di complessiva calma. Secondo Aleksov "le elezioni municipali e per i sindaci nella Repubblica del Kosovo sono state all'altezza di numerosi criteri elettorali internazionali", mentre la deputata europea Doris Pack, che ha guidato una squadra di sei osservatori, ha parlato di "una certa maturità" dello svolgimento del voto, che potrebbe rilanciare il processo di riconoscimento dell'indipendenza proclamata da Pristina il 17 febbraio 2008.
I dati non sono ancora ufficiali, ma le due principali formazioni al governo, il Partito democratico del Kosovo (PDK) del premier Hashim Thaci e la Lega democratica del Kosovo (LDK) del presidente Fatmisr Sejdiu, hanno già rivendicato la vittoria. Secondo Thaci il suo partito avrebbe conquistato 20 comuni su 36. L'LDK da parte sua ha invece rivendicato la conquista della capitale Pristina dato che avrebbe conquistato sia la poltrona del sindaco sia la maggioranza sia nel consiglio municipale. Le forze politiche al potere considerano l'esito del voto che sembra emergere dalle urne in un "referendum" positivo della loro gestione di questo primo anno e mezzo di indipendenze. Secondo la Commissione elettorale, alla chiusura dei seggi ieri alle 19.00 aveva votato il 45.36% del milione e mezzo di aventi diritto.
Come previsto la minoranza serba ha invece boicottato in maniera consistente il voto per sottolineare in maniera evidente il non riconoscimento delle autorità secessioniste espressione della maggioranza di etnia albanese. Il boicottaggio, deplorato da Aleksov, questa volta è stato meno compatto delle precedenti occasioni, tanto da suscitare la preoccupazione di Belgrado.
Nel nord del Kosovo la partecipazione è stata fra lo 0,2 e il 2,4%, ma nelle enclave di Gracanica, vicino a Pristina, c'è stata una partecipazione del 23,62%, mentre nella piccola enclave di Strpce, nel sud, il 30,5% dei serbi è andato a votare. Secondo la Commissione elettorale, inoltre, 22 dei 74 partiti in lizza erano serbi.
Oliver Ivanovic, segretario di stato serbo per il Kosovo e Metohia, parlando al'emittente B92, ha dichiarato che "nel centro del Kosovo, i serbi non hanno ascoltato quello che il loro governo (quello serbo, ndr.), ha detto. E questo deve inquietare sia noi che loro", perchè "se circa duemila persone, forse di più, decidono di votare, malgrado la posizione del governo e del presidente (serbi), questo significa che noi non rappresentiamo per loro un'autorità sufficiente e che loro sono sensibili ad altri argomenti".
Diversi portavoce importanti delle minoranze serbe del centro avevano chiesto ai circa 80mila serbi di recarsi alle urne. "Nel centro del Kosovo regna un'atmosfera - ha detto ancora Ivanovic - (per cui la gente ha l'impressione) che non ci si occupi di loro, che il solo obiettivo del nostro interesse è il nord". Ne consegue che "si è aperta una crepa sia tra i serbi delle enclavi e quelli del nord, sia tra i serbi delle enclavi e il governo" di Belgrado. Il premier serbo Tadic ha ripetuto anche pochi giorni fa che Belgrado non riconoscerà mai l’indipendenza di Pristina, ma ha anche parlato di disponibilità al negoziato ed al compromesso. Del resto la Serbia di Tadic ad essere “uno dei pilastri della stabilità dell’Europa Sudorientale” guadagnando con questo punti importanti nei confronti di Bruxelles.
Piaccia o no il voto di ieri è stato un altro passo in avanti nel processo di costruzione politica e istituzionale del Kosovo indipendente. Certo i problemi sul tappeto restano e sono enormi: il Paese è molto povero, la democrazia è fragile e la corruzione dilagante, inquitante il gradi di prenetrazione della criminalità anche nelle istituzioni. Sta alla classe politica dimostrare la capacità di proseguire sul cammino, non solo per il Kosovo, ma per tutta la regione.


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15 novembre 2009


CIPRO NORD: RIUNIFICAZIONE O INDIPENDENZA DEFINITIVA?

La bandiera di Cipro NordOggi è la festa dell'"isola che non c'è". In realtà quella che non c'è è solo mezza isola: è la parte turcofona dell'isola di Cipro. Si celebra oggi, infatti, il 26mo anniversario della proclamazione della "Repubblica turca di Cipro Nord", uno stato che nessuno al mondo riconosce, tranne la Turchia. La Repubblica turca di Cipro Nord nacque nel 1983, nove anni dopo l'occupazione della parte settentrionale dell'isola da parte delle truppe di Ankara che decise di intervenire per difendere la minoranza turco-cipriota dalle persecuzioni dei greco-ciprioti e dal tentativo di colpo di Stato che puntava all'annessione dell'isola alla Grecia dei "colonnelli", la cui dittatura sarebbe per altro caduta pochi mesi dopo l'intevento turco nell'isola.

Da allora Cipro è divisa dalla "linea verde" e da un muro: meno sofisticato, con diversi varchi e meno carico di simboli di quello di Berlino, ma pur sempre un muro che divide una popolazione ed un territorio, lungo il quale vigila un contingente multinazionale di caschi blu dell'Onu. Da allora si trascina una situazione politico-diplomatica piuttosto complicata che si è tentato più volte di comporre senza successo. L'Unione Europea ha pensato bene di complicare ulteriormente le cose con l'adesione della Repubblica di Cipro, ovvero la parte greco-cipriota ma anche l'unica riconosciuta internazionalmente, che formalmente rappresenta tutto il territorio dell'isola, compresa la parte nord su cui non ha di fatto sovranità e che resta esclusa da qualunque consesso sovranazionale.

I negoziati per la riunificazione sono più volte falliti. L'ultimo, in ordine di tempo, fu quello condotto con la mediazione dell'allora segretario generale dell'Onu Kofi Annan e che si concluse con un piano per la riunificazione che fu sottoposto ad un referendum nelle due parti nel 2004. I turco-ciprioti lo approvarono, mentre i greco-ciprioti, dopo aver avuto la sicurezza dell'ingresso nell'Ue, lo respinsero. Morale, la situazione è rimasta come prima, ma molto più complicata. Anche perché la Turchia ha firmato l'accordo doganale con l'Ue in forza del quale dovrebbe accettare nei suoi scali navi ed aerei greco-ciprioti, ma non lo fa come ritorsione contro la Repubblica di Cipro che blocca l'accesso di navi e aerei turco-ciprioti ai suoi scali per protestare contro l'occupazione turca della parte nord dell'isola.

Un anno fa, l'elezione di Demetris Christofias come presidente della Repubblica di Cipro ha portato alla riapertura dei negoziati per la riunificazione. I rapporti tra Christofias ed il suo omologo turco-cipriota Mehmet Ali Talat sono buoni, ma gli incontri tra i due sulle questioni più delicate continuano a concludersi con un nulla di fatto: lo ha ammesso lo stesso Christofias, incontrando giovedì a Londra il premier britannico Gordon Brown. Entrambi i presidenti ammettono che molto resta ancora da fare visto che la scadenza fissata inizialmente per i negoziati era la fine del 2009. Per questo in molti sono piuttosto scettici sulla possibilità di raggiungere in breve tempo un esito positivo delle trattative, anche perché nel frattempo, lo scorso aprile, la sinistra di Talat ha perso le elezioni.

"Vogliamo una soluzione equa, vogliamo questi negoziati", assicura il primo ministro turco-cipriota Dervis Eroglu, anche se poi precisa di non avere molte speranze sul loro futuro. L'alternativa per Eroglu c'é ed è la stessa Repubblica turca di Cipro Nord come aveva lasciato intendere fin dalla campagna elettorale poi vinta. Significa, in pratica, sì ai negoziati, ma non all'infinito e senza concessioni ai greci. Eroglu cita sondaggi in base ai quali l'80% della popolazione del nord preferirebbe una soluzione a due stati rispetto all'unificazione. E intanto guarda alle presidenziali del prossimo aprile: i sondaggi dicono che Talat molto probabilmente non sarà rieletto e forse lo stesso Eroglu potrebbe essere il nuovo presidente. "Noi vogliamo essere partner di pari grado - ha dichiarato - la Turchia ci sostiene e la nostra gente continuerà a vivere anche senza negoziati". Gente isolata dal resto del mondo, però, e che per viaggiare ed esportare o importare le merci deve passare per forza dal territorio turco.

Proprio quella dei passaporti è una delle questioni più complicate. Nel nord c'è chi ha il passaporto turco-cipriota, ma anche chi ha chiesto e ottenuto dal sud quello greco-cipriota, con cui può viaggiare senza intoppi in Europa. Poi c'è chi questo secondo passaporto non può averlo, in quanto 'colono' turco non nativo dell'isola, e chi dispone del solo passaporto turco e può ottenere quello del nord solo sposandosi con una persona del posto. Inoltre chi ha solo documenti turchi non può andare a sud attraversi i varchi della "linea verde". L'obbligo dell'importazione di merci nel nord attraverso la Turchia fa salire i prezzi inducendo nella gente disillusione e scetticismo per i negoziati di riunificazione. E rafforzando il partito dell'attuale premier.

Ma davvero Eroglu pensa che Cipro Nord possa ottenere un riconoscimento internazionale? E come può pensare che questo avvenga se, per esempio, i negoziati per l'adesione della Turchia all'Ue sono in una fase di stallo dall'esito tutt'altro che scontato e che proprio la questione di Cipro rappresenta uno degli scogli maggiori sul già accidentato percorso di integrazione europea della Turchia? Eroglu si limita a dire che il riconoscimento "dipende dall'attitudine e dall'interesse dei singoli paesi", indica l'esperienza del Kosovo, sembra fare affidamento su una "madrepatria forte" (la Turchia per Cipro Nord come la Russia per Abkhazia e Ossezia del Sud) e non nasconde di nutrire speranze negli Stati membri dell'Organizzazione della Conferenza islamica, al cui ultimo vertice, svoltosi a Istanbul lo scorso fine settimana, Cipro Nord è stata invitata, seppure come osservatore.

Sembrano prospettive un po' azzardate, da campagna elettorale, perché il grande protettore del Kosovo sono gli Stati Uniti che però non possono fare lo stesso con Cipro Nord, visto che di mezzo c'è anche la Grecia, membro della Nato come la Turchia con la quale Washington da un po' di tempo non ha rapporti facili. Senza contare che la stessa Turchia si trova in una posizione delicata dovendo da una parte continuare il negoziato per l'adesione all'Ue (di cui fanno parte Grecia e Repubblica di Cipro): una mancata riunificazione e l'arroccamento delle due parti dell'isola darebbe un colpo forse fatale alle prospettive di integrazione europea. Dall'altra parte Ankara deve mantenere buoni rapporti con la Russia da cui dipende in buona parte per le sue forniture energetiche e con la quale deve collaborare se vuole mettere ordine nel "cortile di casa" caucasico (vedi recenti aperture all'Armenia).

"I turco-ciprioti sono al tavolo dei negoziati e sperano che sia raggiunto un accordo equo, ma tutte le parti coinvolte devono capire che, se i colloqui falliranno, abbiamo un'alternativa che è la separazione definitiva", ha però ribadito Huseyin Ozgurgun, ministro degli Esteri di Cipro Nord con parole che appaiono come un chiaro messaggio per l'attuale presidente Talat, strenuo difensore dei negoziati per l'unificazione. "Talat si renderà conto che non potrà rimanere a lungo nella posizione che ora difende" ha detto Ozgurgun, aggiungendo che lo stesso sarà per Eroglu, se sarà lui il presidente, perché "se i negoziati falliranno, Talat o chiunque vinca le presidenziali nell'aprile 2010 non potrà che cambiare approccio".

Il ministro non risparmia attacchi all'intera Unione Europea, che dopo il referendum del 2004 sul piano di pace firmato dall'ex segretario generale dell'Onu Kofi Annan (approvato dalla maggioranza dei turcociprioti, ma bocciato dai greco ciprioti, come abbiamo detto più sopra) aveva promesso di rompere l'isolamento
economico del nord dell'isola. Invece, proprio i veti posti dalla repubblica di Cipro non appena entrata nell'Ue hanno impedito che quell'impegno fosse mantenuto. Senza contare, aggiungiamo noi, che questo atteggiamento blocca l'erogazione dei fondi europei che pure Bruxelles ha stanziato a favore di Cipro del Nord. L'unica concessione che Ozgurgun ammette è sulla presenza dei militari turchi sull'isola: "Se costruiamo la fiducia tra le due comunità, passo dopo passo, i soldati turchi potranno lasciare l'isola, così come tutti i militari stranieri, compresi gli inglesi" (che continuano a mantenere la sovranità sulle due basi militari che ha mantenuto sul territorio dell'isola anche dopo l'indipendenza).

E l'attuale presidente turco-cipriota che dice? "Prudenza e ottimismo", ripete Talat, ribadendo la sua convinzione sulla necessità di "lavorare giorno e notte" per arrivare all'accordo per la riunificazione prima della primavera, dando per scontato che non sia possibile trovare un compromesso entro la fine del 2009 come previsto in un primo momento. Quando parla di primavera probabilmente Talat pensa al mese di aprile, quando si terranno le elezioni presidenziali. Un equo accordo per la riunificazione potrebbe essere la carta da giocare in campagna elettorale per tentare di risollevare le sorti del Partito turco repubblicano (Ctp), che mantiene il calo di consensi dopo la sconfitta alle elezioni politiche di quest'anno. Lo stesso motivo per cui il primo ministro Eroglu si appoggia invece sul pessimismo e sullo scontento dell'opinione publica e gioca la carta dell'indipendenza definitiva se fallisce la riunificazione.

Talat da parte sua dice invece di non essere "nelle condizioni di dire cosa succederà se i negoziati falliranno", sottolineando che su alcuni capitoli, come economia, giustizia e relazioni internazionali, le trattative sono a buon punto. Un ottimismo obbligato, perché al momento tutti i temi pi delicati restano aperti ed è difficile immaginare che l'accordo possa essere trovato in tempi brevi. Per l'attuale presidente, però, "il problema deve essere risolto prima delle elezioni e si deve arrivare a votare in base al nuovo assetto istituzionale definito dagli accordi". Per far questo Talat punta su "poche sessioni di negoziati, con intervalli di una decina di giorni" per definire in fretta le questioni ancora aperte. Poi, una volta raggiunto l'accordo con il sud, dovrà esserci un referendum da tenersi prima dell'inizio della campagna elettorale per le presidenziali visto che in mancanza di un compromesso quasto sarà inevitabilmente il tema dello scontro politico. Per questo Talat ha scelto di non ufficializzare, per il momento la sua ricandidatura alla presidenza, anche se molti la danno per scontata insieme a quella del primo ministro Eroglu. "La priorità è il negoziato", insiste Talat, "se annunciassimo ora le candidature, comprometteremmo il dossier".

Le questioni irrisolte riguardano le istituzioni comuni, la condivisione del potere, la composizione del governo e del parlamento (questioni centrali, visto che proprio il gioco dei veti incrociati tra le due comunità mise in crisi lo stato unitario negli anni Sessanta già subito dopo l'indipendenza). Altro tema scottante è quello delle proprietà abbandonate dalle due parti dopo la divisione dell'isola, per non parlare della definizione del territorio dei due stati da che dovrebbero unirsi in una confederazione. E infine la questione della parmenenza delle truppe turche sull'isola. Su questo, il moderato Talat, sembra più intransigente dello stesso governo: "Vogliamo che la sicurezza continui ad essere garantita dai turchi, non vogliamo altre soluzioni", dice il presidente. Parole che sono però evidentemente inaccettabili per la parte greco-cipriota.

Se queste sono le questioni da risolvere appare assai improbabile che l'obiettivo della riunificazione possa essere raggiunto in pochi mesi. Talat però si mostra ottimista, ribadisce che c'è ancota tempo e che una soluzione entro aprile é possibile: "C'è un presidente del nord che vuole una soluzione", dice parlando di sé, e "c'é un presidente del sud che dice di volere una soluzione", aggiunge con maggiore prudenza riferendosi al suo omologo Demetris Christofias. "La Turchia, gli Usa, il Regno Unito, l'Ue, l'Onu chiedono tutti una soluzione, mai come ora il contesto è favorevole", aggiunge. E qui tocca la questione centrale: il contesto è favorevole, ma la comunità internazionale è intenzionata a esercitare il forte pressing che servirebbe per garantire un accordo in tempi brevi? Cipro è solo un'isola nel Mediterraneo, ma è anche vero che è una pedina che rientra in una partita più grande che gli attori internazionali giocano su più tavoli, connessi tra loro. Questa condizione potrebbe avere un suo peso. Resta il fatto che Cipro è in Europa e che tutta l'isola fa parte dell'Unione Europea. E prima di tutto è una questione europea, come la Bosnia, come il Kosovo.


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15 novembre 2009


IL KOSOVO AL VOTO TRA SERBIA ED EUROPA

Si vota oggi in Kosovo per le elezioni amministrative, il primo appuntamento elettorale dopo la dichiarazione unilaterale di indipendenza proclamata il 17 febbraio 2008. I cittadini chiamati alle urne sono oltre un milione e mezzo per scegliere le amministrazioni in 36 comuni, compresa la capitale Pristina, scegliendo tra 74 partiti e coalizioni. Si tratta di un test politico molto importante per verificare la capacità delle autorità locali di garantire elezioni libere e regolari e per misurare la consistenza delle formazioni politiche. Una tornata elettorale che arriva in un momento di tensione tra i partiti politici albanesi, con il timore di brogli. Le precedenti elezioni, nel novembre del 2007, si erano svolte sotto l'autorità dell'Unmik, l'amministrazione delle Nazioni Unite che nel 1999 dopo la guerra aveva assunto il controllo della regione in base alla risoluzione 1244 del Consiglio di sicurezza.
I leader kosovari e le autorità internazionali hanno chiesto elezioni pacifiche, dopo alcuni incidenti verificatesi durante la campagna elettorale. Ma quello che peserà, politicamente, sarà il quasi certo boicottaggio da parte della minoranza serba, che rappresenta il 5 per cento della popolazione, non riconosce l'indipendenza e le autorità controllate dagli albanesi e fino ad oggi ha regolarmente ignorato le elezioni su pressione di Belgrado continuando a considerarsi parte della Serbia. Finora 63 nazioni hanno riconosciuto l'indipendenza del Kosovo: tra queste 22 dei 27 Paesi dell'Ue, compresa l'Italia.

Belgrado, da parte sua, prosegue la battaglia politica e diplomatica per ostacolare in ogni modo il riconoscimento internazionale della sua ex provincia e l'ingresso nelle istituzioni internazionali come l'Onu. Intanto però Pristina ha ottenuto una vittoria di notevole peso con l'accesso al Fondo Monetario Internazionale, grazie alla sponsorizzazione americana: e un seggio al Fmi può valere assai più, in termini pratici, che la rappresentanza alle Nazioni Unite. Nel frattempo è attesa la decisione della Corte Internazionale di Giustizia, il massimo organo giurisdizionale dell'Onu, chiamata a pronunciarsi sulla legittimità della dichiarazione di indipendenza del Kosovo dal punto di vista del diritto internazionale dall'Assemblea generale a cui Belgrado si era rivolta.
Il presidente serbo Boris Tadic ha dichiarato all'agenzia Adnkronos di essere "molto ottimista" sulla decisione della Cig attesa entro la metà del 2010: "Credo, spero che questa decisione sia più positiva riguardo alla posizione della Serbia. Poi la Serbia sarà pronta ancora una volta a proseguire i negoziati ed i colloqui con rappresentanti ufficiali degli albanesi del Kosovo su una soluzione di compromesso sostenibile". Tadic rivendica la posizione razionale assunta dal suo Paese quando gli albanesi proclamarono l'indipendenza - "abbiamo affidato questa questione politicamente molto pericolosa alla giustizia internazionale" - e ribadisce che sul Kosovo "la Serbia è parte della soluzione, non è parte del problema".

Se le parole di Tadic sono ovviamente scontate, resta da capire su quale base potrebbero essere riaperti i negoziati, quando il precedente tentativo, sotto la guida dell'inviato speciale per il Kosovo del segretario generale dell'Onu Martti Ahtisaari, fallì totalmente e serbi e albanesi non riuscirono a raggiungere un solo accordo, nemmeno su aspetti marginali. Pensare che le autorità di Pristina accettino di rimettere in discussione lo status del Paese ora che il Kosovo si è proclamato indipedente, è stato riconosciuto da oltre sessanta Paesi (tra cui gli Usa, il Regno Unito, e due terzi dell'Ue) e è stato accettato in alcuni organismi internazionali, sembra assai improbabile. Anche perché la sentenza della Cig, qualunque essa sia, non avrà un valore vincolante. Lo stesso Tadic ammette all'Adnkronos che "ora è troppo presto per parlare di alcuni capitoli in particolare o per definire il tipo di soluzione sostenibile" anche se ribadisce che la Serbia è pronta a parlare e a portare avanti i suoii sforzi per arrivare ad una soluzione di compromesso. "Questa è una posizione di principio per la Serbia ed è il modo in cui assicuriamo stabilità alla regione e dimostriamo ad altri che stanno affrontando sfide analoghe come risolvere i loro problemi". Ma il presidente è chiaro: "Non cederemo. Per prima cosa la Serbia non riconoscerà l'indipendenza del Kosovo. E non rinunceremo al nostro futuro europeo. Due posizioni di principio per noi".

L'orizzonte europeo, dunque, e l'Unione Europea come ambito nel quale comporre la questione e trovare un compromesso accettabile. La posizione di Tadic nasconde però a mio parere una contraddizione, perché come si fa a comporre l'integrazione all'Ue, e quindi una rinuncia alla sovranità assoluta e una devoluzione di poteri a Bruxelles, e nello stesso tempo non accettare l'indipendenza del Kosovo. Ma il problema forse sta proprio, come si dice, nel manico: l'Unione Europea può fornire la soluzione alla questione kosovara solo se riprende il cammino per divenire "patria europea" e non quell'Europa delle patrie che è divenuta e che ha mostrato i peggiori effetti di questo processo proprio nei Balcani. Con il rischio di riprodurre in Kosovo un pasticcio analogo a quello combinato con l'adesione di Cipro.


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14 novembre 2009


BALCANI OCCIDENTALI: SI STAVA MEGLIO QUANDO SI STAVA PEGGIO?

Dal sito di Osservatorio Balcani e CaucasoDi Marina Szikora
Il testo che segue è la trascrizione della corrispondenza per lo Speciale di Passaggio a Sud Est andato in onda a Radio Radicale mercoledì 11 novembre e dedicato al Ventennale della caduta del Muro di Berlino nei Paesi dei balcani occidentali e della ex Jugoslavia.

La notte che ha cambiato per sempre l’Europa” questo il titolo dell’articolo di Jurica Koerbler, giornalista del qutidiano di Zagabria ‘Vjesnik’, dedicato alla caduta del muro di Berlino vent’anni fa. Ma “le sfide dell’Europa oggi come se abbiano messo in ombra le vicende che resero possibile l’unione del Vecchio contintente e il progetto unico che ha portato all’Europa pace, stabilita’, liberta’ e prosperita’” avverte il giornalista croato.
Vent’anni dopo la caduta del muro di Berlino, una gran parte della popolazione dei Paesi in transizione ritiene che nel 1989 si viveva meglio che oggi. In alcuni di questi paesi, c’e’ da notare, queste opinioni sono addirittura in maggioranza: perfino il 72 percento di cittadini dell’Ungheria credono che nei tempi del comunismo vivevano meglio, della stessa opinione e’ il 62 percento di ucraini e bulgari e cosi’ pensa anche il 48 percento di slovacchi e lituani. I recentissimi risultati della ricerca pubblicata dal centro Pew Research di Washington dimostrano che l’entusiasmo iniziale in Europa est e’ stato sostituito da delusione e convinzione che sono gli uomini di affari e politici ad aver tratto assai piu’ profitto dai cambiamenti che la gente semplice. Tra i nove paesi che sono stati inclusi nella ricerca americana, i meno nostalgici nei confronti dei tempi del comunismo sono i polacchi poiche’ i meno colpiti dall’attuale crisi economica globale: soltanto il 35 percento degli abitanti della Polonia ritengono di vivere oggi peggio che nel 1989. Ma cio’ non significa comunque che i polacchi pensano di vivere generalmente meglio oggi che vent’anni fa. Questo lo pensa il 47 percento, mentre i risultati in altri paesi sono ancora peggiori.
Anche se la ricerca americana intitolata “Due decenni dalla caduta del muro” non ha incluso la Croazia, all’inizio del 2008 un’altra ricerca aveva dimostrato che perfino il 67 percento di croati ritiene di vivere peggio che negli anni ’90 mentre solo il 16,4 percento pensa che l’attuale situazione economica sia migliore di quella nel 1989. Le statistiche pero’ parlano comunque a sfavore di quelli che hanno nostalgia di tempi passati: oggi il maggior numero della popolazione croata vive meglio, hanno uno standard di vita piu’ alto e piu’ soldi da spendere. Il PIL croato oggi e’ aumentato il doppio rispetto a quello degli anni novanta. I salari sono aumentati e la capacita’ di acqusito e’ maggiore se non va considerato il mezzo miglione di persone che negli ultimi vent’anni hanno perso il loro posto di lavoro e non ne hanno trovato uno nuovo.
Sempre secondo le statistiche, scrive Inoslav Besker del quotidiano ‘Jutarnji list’, in venti anni, in Croazia, il numero degli occupati e’ sceso dai due miglioni a un miglione e mezzo, vale a dire che il numero di disoccupati si e’ raddoppiato come anche il numero di pensionati e la pensione e’ diminuita dal 78 percento dello stipendio medio al 40 percento. La ricerca del Centro Pew del 1991 ha dimostrato che il socialismo e’ stato sconfitto non a causa dell’ideologia ma per il desiderio di avere un portafoglio pieno. Agli europei dell’Est lo sviluppo economico e’ piu’ importante dei valori democratici quali le elezioni libere, liberta’ di parola e media nonche’ lo stato di diritto. I valori democratici sono pero’ priorita’ nei paesi sviluppati.
Dopo la caduta del muro di Berlino inizio’ anche il disfacimento dell’ex Jugoslavia che fu gia’ infranta da conflitti internazionali. L’ultimo presidente della Presidenza a rotazione jugoslava, l’istituzione stabilita dopo la morte di Tito, fu l’attuale presidente uscente della Croazia, Stjepan Mesic. Il 9 novembre, insieme all’ambasciatore tedesco di Zagabria ed ex sindaco di Berlino Eberhard Diepgen, il capo dello Stato croato ha inaugurato una parte originale del muro di Berlino che a Zagabria servira’ a ricordare anche ai cittadini croati gli eventi storici di vent’anni fa.
“Il crollo del muro di Berlino e’ stata la fine e l’inizio. La fine del processo del scioglimento del sistema socialista e l’inizio di cambiamenti profondi che hanno avvolto non soltanto la Germania ma anche l’Est Europa e l’Unione Sovietica. Questa vicenda si e’ sentita anche in Croazia” ha detto Mesic sottolineando che era chiaro che il modello che si aveva non era piu’ sostenibile. “Ma non posso non ricordare che il muro nelle teste a Belgrado, con a capo Slobodan Milosevic non era caduto” ha detto Stjepan Mesic e ha sottolineato che Milosevic “sapeva che la Jugoslavia non poteva resistere ma sulle sue rovine ha tentato di creare “la Grande Serbia”. Ha imposto la guerra in cui ci sono state molte vittime, soprattutto dalla parte croata e bosniaca. La guerra e’ finita, ma sono rimasti i muri nelle teste delle persone” ha ammonito Mesic. Nell’intervista alla TV croata di stato, HTV il presidente croato ha affermato che per fortuna esiste la ricetta per abbattere questi muri ancora nelle teste di ciascuni. “Dobbiamo normalizzare la vita in quest’area. Dobbiamo individualizzare la colpevolezza e collaborare in tutti i settori poiche’ questa e’ l’unica via perche’ questa regione possa raggiungere gli standard europei e le condizioni europee per trovarci nel club politico-economico piu’ prestigioso che si chiama Ue”. Eberhard Diepgen, uno dei piu’ famosi sindaci di Berlino, ha detto a Zagabria che il posto della Croazia e’ in Europa unita e per lui una parte del muro di Berlino che ha trovato la sua nuova collocazione a Zagabria rappresenta la memoria di un confine terribile ma anche la speranza che in tutto il mondo i muri possono essere abbattuti con la forza degli uomini.
Il crollo del muro di Berlino per il candidato presidenziale socialdemocratico Ivo Josipovic e’ piu’ di un atto simbolico. Il 1989 fu segnato dalla caduta del sistema repressivo che ha portato vibrazioni positive e grandi speranze.
Sempre in occasione del ventennale della caduta del muro di Berlino, l’analista per i Balcani Vasilis Margaras, del Centro per gli studi politici europei a Bruxelles, per la ‘Deutsche Welle” osserva che nel corso degli anni ’80 ma anche dopo il crollo del muro, si aspettava che i Balcani, soprattutto i paesi dei Balcani occidentali sarebbero stati i primi ad entrare nel processo dell’unificazione dell’Europa. “Si riteneva che l’allora Jugoslavia fosse una societa’ moderna con una struttura molto occidentale”, afferma questo esperto politico per i Balcani e aggiunge che si credeva che proprio l’ex Jugoslavia sarebbe stato tra i primi paesi che avrebbero aderito all’Ue. “Le aspettative furono grandi, ma accadde proprio il contrario. Da una parte si realizzo’ l’allargamento, molti paesi entrarono nell’Ue, ma i Balcani occidentali rimasero fuori da questa storia”.
Secondo Marina Maksimovic, corrispondente da Bruxelles di ‘Deutsche Welle’, piuttosto che andare avanti, in base all’idea che l’ingresso dei Balcani occidentali sarebbe stato relativamente facile, la regione indietreggio’. Inizio’ la guerra poi si e’ arrivati alla crisi e questo si e’ riflettuto sulla struttura, sull’economia, sulla vita delle persone. L’’Ue non si e’ occupata piu’ del processo di eurointegrazione dei Balcani occidentali ma tento’ di stabilire pace e stabilita’. E’ cambiata l’intera mentalita’ del decisionamento politico quando si tratta di questa regione, sostiente la Maksimovic.
Il ministro degli esteri della Serbia, Vuk Jeremic, ha affermato a Berlino che la caduta del muro di Berlino, in quanto un momento storico per l’Europa, per i Balcani occidentali ha rappresentato in effetti un’ occasione persa: “Per molti nei Balcani occidentali, questa giornata rappresenta una occasione persa che ha portato alla grande tragedia. Oggi quando l’Europa si trova nuovamente nel periodo di transformazione, i Balcani sono decisi di non perdere una nuova occasione e di aderire all’Ue appena possibile” ha detto Jeremic.
Secondo Margaras, l’esperto del Centro per gli studi politici europei di Bruxelles, oggi non esiste un “muro” tra i Balcani occidentali e l’Ue ma si tratta soltanto di “regole chiaramente precisate dell’eurointegrazione”. “Muri invisibili” si possono ancora sentire tra i Paesi dell’ex Jugoslavia, ma anche questi vengono pian piano abbattuti. Nel Centro degli studi politici europei affermano che questo si vede, tra l’altro, nel raggiungimento dell’accordo tra Slovenia e Croazia quando si tratta del contenzioso sul confine, nonche’ nel processo pracifico della secessione del Montenegro dalla Serbia. Per quanto riguarda “le due principali sfide per l’Ue nei Balcani occidentali – Serbia e Bosnia Erzegovina – secondo Vasilis Margaras, il trend di europeizzazione in Serbia ha avuto uno slancio mentre in BiH si tenta ancora di raggiungere l’indispensabile consenso.
I Balcani occidentali abbatteranno i loro ‘muri di Berlino’ solo quando tutti i paesi della regione diventeranno membri a pieno titolo dell’Ue e il processo dell’unificazione dell’Europa sara’ completato nello stesso momento storico” ha dichiarato in occasione del festeggiamento dell’anniversario il presidente della Serbia Boris Tadic.
I popoli dei Balcani occidentali si muovevano nel senso contrario della storia: dall’unificazione verso le divisioni e verso la creazione di nuovi stati nazionali, dallo stato di diritto all’illegalita’, dalla pace alla guerra, innalzando nuovi muri e creando un decennio di isolamento” ha detto Tadic all’inizio del concerto al Centro Sava di Belgrado per festeggiare i vent’anni dalla caduta del muro di Berlino. Il presidente della Serbia ha rilevato che ai cittadini della Serbia spetta oggi ad abbattere ancora un muro nel vicinissimo futuro che impedisce loro di circolare liberamente e costringe a lunghe ed umilianti attese in fila davanti alle ambascitare straniere per ottenere i visti. Tadic ha aggiunto che l’ingresso nell’Ue e’ l’obiettivo strategico centrale della Serbia.


14 novembre 2009


PASSAGGIO SPECIALE

I BALCANI OCCIDENTALI VENT'ANNI DOPO IL CROLLO DEL MURO DI BERLINO

Lo Speciale di Passaggio a Sud Est andato in onda mercoledì 11 novembre su Radio Radicale è stato dedicato al ventennale della caduta del Muro di Berlino nei Paesi dei Balcani occidentali. La transizione in Jugoslavia era cominciata già all'indomani della morte di Tito e i segnali del crollo si erano già manifestati nel corsod egli anni Ottanta con l'emergere del radicalismo nazionalista nelle varie repubbliche che formavano la Federazione.
Il crollo del Muro accelerò dunque gli eventi, ma mentre nel resto dei Paesi dell'Europa orientale e sud-orientale il crollo dei regimi comunisti avvenne in maniera pacifica (tranne che in Romania e, in parte, nelle repubbliche baltiche), in Jugoslavia la situazione degenerò fino ai conflitti e alle tragedie che per un decennio hanno insaguinato la regione. Diversa ancora la situazione in Albania, dove il crollo del regime provocò una fortissima emigrazione ed un periodo di grande instabilità interna.
Venti anni dopo quell'evento epocale che segnò il cambiamento della storia europea e del mondo intero cerchiamo di capire perché nei Balcani le cose andarono diversamente che nel resto dell'Europa "oltre cortina" e quali sono stati i commenti e le analisi nei media e nella politica locale, alla luce dei problemi odierni e con il rischio di creare nuovi muri, politici, culturali, economici e burocratici.

Gli Speciali di Passaggio a Sud Est sono curati e condotti da Roberto Spagnoli con la collaborazione di Marina Szikora e Artur Nura e sono riascoltabili sul sito di Radio Radicale nella sezione delle Rubriche.



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