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passaggioasudest [ la realtà politica dell'europa sud orientale dai balcani alla turchia ]
 



Questo blog è dedicato ad un'area cruciale per il futuro europeo. Per l'area che va dai Balcani occidentali alla Turchia, infatti, passa il futuro dell'Unione europea come progetto politico così come il futuro di questi Paesi passa dalla scelta dell'integrazione in questo progetto.




"Dobbiamo ricordarci che l’informazione è un veicolo diretto all’utente, non è un soliloquio da parte del giornalista. Bisogna tenere sempre presente che chi è dall’altra parte del microfono deve poter comprendere una realtà in cui non è presente. Questo, penso, è il massimo sforzo che i giornalisti devono compiere".
Antonio Russo



"Il vero referendum sul futuro dell'Unione si terrà nei Balcani"
International Balkan Commission


"E poi, un giorno, è stato costruito un ponte che collegava le due rive del Bosforo. Quando sono salito sul ponte e ho guardato il panorama, ho capito che era ancora meglio, ancora più bello di vedere le due rive assieme. Ho capito che il meglio era essere un ponte fra due rive. Rivolgersi alle due rive senza appartenere".
Orhan Pamuk, Istanbul



Per inviare una email scrivi a pasudest@yahoo.it





24 dicembre 2009


AUGURI A TUTTI

 
Passaggio a Sud Est
si prende qualche giorno di vacanza.

A presto.


Darwin Bell / Flickr

Buon Natale e felice anno nuovo

Merry Christmas and happy new year

Joyeux Noel et heureuse nouvelle année

Feliz Navidad y feliz ano nuevo

Frohe Weihnachten und glückliches neues Jahr

Gezuar Krishtlindjet e Vitin e Ri

Shnorhavor Amanor yev Surb Tznund

Shnorhavor Nor Daree yev Soorp Dzuhnoont

Cestit Bozic i Sretna Nova godina

Cestita Koleda! Stastliva Nova Godina

Sretan Bozic i Sretna Nova godina

Kirismes u ser sala we piroz be

Kirismes u sali nwetan le piroz be

Kalá hristoúgena ke kalí hroniá

Sreken Bozhik i srekna Nova godina

Awguri ghas-sena l-gdida

Craciun fericit si un an nou fericit

Hristos se rodi-Vaistinu se rodi-Srecna Nova Godina

Vesel bozic in Srecno novo leto

Mutlu Noeller Ve Yeni Yiliniz Kutlu Olsun

 




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24 dicembre 2009


C'ERA UNA VOLTA IL MURO: L'EUROPA EX COMUNISTA VENT'ANNI DOPO

L’Europa centro-orientale non si lascia addomesticare. Busso da tempo alla sua porta, ma non me l’apre mai del tutto. Domani ho l’aereo per Berlino. Inizia il viaggio. Vediamo di colmare le lacune. Tuffarsi nell’89 e provare a stare a Est senza più la solita sensazione di inadeguatezza. Salire sulla macchina del tempo e poi catapultarsi fuori, nel presente. Ricucire, rammendare, dare profondità. Annusare l’odore della vecchia cortina e inquadrare il senso dell’Europa in cui vivo. Germania e Polonia, Slovacchia, Repubblica Ceca e Ungheria. Pellegrinare, seguire una rotta di redenzione, macinare chilometri, scavare, indagare, scoperchiare. Scoprire”. Scrive così Matteo Tacconi, giornalista freelance, interessato alla realtà dell'Europa orientale e dei Balcani, dove ha viaggiato spesso (sui articoli sono usciti sul quotidiano Europa e sulle riviste Limes, Famiglia Cristiana, Panorama, Diario e Narcomafie), a pagina 7 del suo libro C'era una volta il Muro. Viaggio nell'Europa ex-comunista (Castelvecchi editore), uscito il 22 ottobre scorso.

Un viaggio nelle nazioni della vecchia mitteleuropa, compiuto da uno che nel 1989 era ancora un bambino: "Germania, Polonia, Slovacchia, Repubblica ceca, Ungheria. Viaggiare. Scoprire. Narrare. Vecchie e nuove generazioni. Est e Ovest. Miti e delusioni. Sconfitte e vittorie. Zigzagare lungo confini una volta inviolabili. Sfondare il Muro", come è scritto nel blog che accompagna il volume. Un libro che racconta la realtà di Paesi che pensiamo di conoscere e che invece vediamo troppo spesso attraverso le lenti deformanti di luoghi comuni di cui non siamo nemmeno consapevoli. Invece la realtà, che Tacconi racconta, è per molti versi sorprendente e sfata molti sterotipi rivelando un'Europa in cui le opinioni pubbliche sono spesso più avanti delle loro classi politiche e dove l'europeismo conserva il suo valore anche se i problemi certo non mancano e dove è sempre presente il rischio di involuzioni nazionalistiche e xenofobe.

Il libro di Tacconi parla dei paesi dove il crollo del comunismo è avvenuto in maniera pacifica e si struttura in due parti: la prima tedesco-polacca, la seconda ceco-slovacco-ungherese. Dalla Germania in cui la riunificazione è riuscita solo in parte e solo a Berlino (e in cui la "Ostalgie", la nostalgia dell'est, non è rimpianto della Ddr, ma desiderio di non dimenticare il proprio vissuto), alla Polonia, la terra di Solidarnosc e di papa Woityla, dove i contadini che votarono no all'ingresso nell'Ue ora sono grandi sostenitori dell'Unione. Da Cechia e Slovacchia che si divisero senza spargimento di sangue, all'Ungheria che dal "socialismo al gulash" e passata al sistema democratico ma senza riuscire a completare le riforme pure richieste dall'adesione all'Ue. Un libro da leggere, anche per le notizie e i dati contenuti, perché riporta i sentimenti e le domande raccolte parlando direttamente con la gente incontrata durante il viaggio seguendo i tempi e le tappe dei due viaggi che Tacconi ha compiuto "oltre cortina" nel settembre e novembre 2008. Il blog fuoridalmuro.blogspot.com con foto e descrizioni "leggere" completa l'opera sul web.

Matteo Tacconi lo potete ascoltare anche on-line nell'intervista che gli ho fatto il 23 dicembre disponibile sul sito di Radio Radicale.


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24 dicembre 2009


L'UE ABOLISCE I VISTI PER SERBIA, MONTENEGRO E MACEDONIA

DICIOTT'ANNI DI ATTESA PER POTER FARE LE VALIGIE E VIAGGARE
Di Marina Szikora (*)

Dalla settimana scorsa i cittadini della Serbia, del Montenegro e della Macedonia possono con il loro «passaporto rosso» viaggiare per l'Europa senza visto. Le prime impressioni nei tre paesi sono state focalizzate sui viaggiatori che per primi hanno assaporato la nuova realta' alla quale aspiravano da tanto tempo. Forse la lunga attesa piuttosto che provocare grande euforia ha fatto diventare questa vicenda un momento, si potrebbe dire, quasi del tutto normale e tranquillo. Va sottolineato che tutti i paesi dell'ex Jugoslavia conoscono molto bene questo tipo di 'liberta' vale a dire libera circolazione dei loro cittadini per i paesi europei. Perche' nell'epoca dell'ex Jugoslavia, il passaporto rosso jugoslavo era l'unico passaporto dell'est a cui era acconsentito viaggiare senza visti e bariere. Proprio come dice uno dei passeggeri che da Belgrado ha preso l'aereo per Monaco di Baviera, Zoran Klenovic: «Diciott'anni ho atteso questo giorno per poter semplicemente fare le valigie e viaggare. Prima, con il passaporto rosso di Tito questo non era un problema, adesso abbiamo nuovamente i passaporti rossi. 18 anni sono tanti, vero?» ha detto Klenovic.
Il primo gruppo di 50 cittadini in compagnia con il vicepresidente del Governo serbo, Bozidar Djelic, reponsabile per le integrazioni europee in modo simbolico, un minuto dopo mezzanotte, hanno presso l'aereo per Bruxelles, segnando cosi' l'inizio del viaggio dei cittadini della Serbia nell'Ue senza visti. Un viaggio simbolico e' stato compiuto anche dal ministro degli esteri Vuk Jeremic con cittadini della citta' di Subotica in Vojvodina i quali hanno passato il confine Horgos verso l'Ungheria. Stesso viaggio e' stato compiuto anche dal ministro degli interni Ivica Dacic e dalla ministro di giustizia Snezana Malovic. I tre ministri sono stati accolti al confine ungherese dal ministro degli esteri dell'Ungheria, Peter Balazs.
Ma il segnale verde per la liberalizzazione dei visti alla Serbia, almeno dal puno di vista mediatico, resta in secondo piano rispetto alla notizia numero uno che riguarda il futuro europeo della Serbia. Martedi' 22 dicembre, il presidente della Serbia Boris Tadic ha consegnato a Stoccolma la richiesta ufficiale di candidatura di Belgrado per l'adesione all'Ue. Secondo Tadic, la Serbia ha completato l'intera procedura per presentare la domanda e ha adempiuto tutti i suoi obblighi verso i partner ed amici dell'Ue. « Tutt'altra e' la questione se avremo lo status di candidato prima della conclusione della collaborazione con il Tpi dell'Aja» ha precisato pero' Tadic. Tuttavia - ha osservato il presidente serbo - i cittadini della Serbia devono sapere che la candidatura viene presentata nel miglior momento possibile e ha aggiunto che «Mai prima nella storia della presentazione della candidatura di adesione all'Ue e' accaduto che due Stati membri (Svezia e Spagna) con lo stesso livello di approvazione accettano una candidatura».
Diversamente dalla Serbia, l'inserimento sulla cosidetta lista bianca Schengen a Podgorica, le autorita' montenegrine hanno deciso di celebrare piu' modestestamente con soltanto un paio di viaggi di promozione per i cittadini montenegrini. Da aggiungere anche il fatto che in Montenegro queto evento importante e' coinciso purtroppo proprio con la proclamazione dell'epidemia dell'influenza suina e la precipitazione nella sempre piu' profonda crisi economica. Cosi', il Governo montenegrino e la compagnia nazionale «Montenegroairlines» hanno segnato l'abolizione dei visti per i cittadini del Montenegro organizzando un volo promozionale gratis per Roma e con biglietti aereo a basso costo a tutte le destinazioni europee in cui e' valido l'accordo Schengen.
La decisione della liberalizzazione dei visti e stata accompagnata anche dall'adesione di Podgorica alla cosidetta MAP della Nato e l'elaborazione delle risposte alle domande della Commissione europea relative all'adesione che il premier Milo Djukanovic ha consegnato solennemente a Bruxelles. Interrogati sul cambiemento che entrato in vigore dal 19 dicembre, i cittadini montenegrini hanno risposto maggiormente di essere soddisfatti perche' d'ora in poi non saranno piu' trattati come persone di secondo grado, anche se alcuni non sono certi che saranno nelle condizioni finanziarie di utilizzare i benefici del regime senza visti.
Esad Kocan, capo redattore del settimanale montenegrino 'Monitor', avverte che il ricordo agli anni in cui quelli che adesso sono al potere, nel momento in cui il Montenegro «e' diventato il piu' bel carcere nel mondo» non dovrebbe essere trascurato, poiche' i politici dimenticano facilmente il loro impegno politico e di guerra che ha spinto i paesi dell'ex Jugoslavia in sanzioni facendoli diventare un buco nero europeo. Secondo Kocan, il ricordo a quegli anni non puo' svanire e questo non sono i tempi per un semplice marketing ma per analisi e riflessioni profonde.
I politici, leader di partito ma anche i cittadini della Macedonia con grande soddisfazione hanno accolto la notizia dell’abolizione dei visti. Il presidente della Macedonia, Gjorge Ivanov ha salutato la decisione di Bruxelles sottolineando “soddisfazione perche’ l’Ue e’ rimasta fedele alla grande visione del continente unito e aperto. La Repubblica Macedonia, continua ad adempiere le riforme” ha detto il presidente Ivanov. La decisione e’ stata anche salutata dal premier Nikola Gruevski, mentre il ministero degli esteri macedone ha rilasciato un comunicato in cui si dice che l’abolizione dei visti e’ un benificio grande e pratico che acconsentira’ una maggiore mobilita’, scambi di idee, progresso nella collaborazione in tutti i settori della vita sociale e catalizzera’ il processo della europeizzazione della societa’ macedone. I partiti dell’opposizione macedone hanno avvertito il governo che questa decisione non puo’ essere un sostituto per un eventuale non ottenimento della data di inizio dei negoziati di adesione all’Ue.

Marina Szikora è corrispondente di Radio Radicale e collaboratrice fissa di Passaggio a Sud Est. Questo è il testo della corrispondenza per lo Speciale del 23 dicembre 2009.


24 dicembre 2009


PASSAGGIO SPECIALE

Lo Speciale di Passaggio a Sud Est questa settimana si occupa dell'abolizione dei visti Ue per Serbia, Macedonia e Montenegro.
Dopo anni di attesa, alla mezzanotte tra giovedì e venerdì scorsi è scattata l'abolizione dei visti di ingresso nell'Ue per i cittadini di Serbia, Macedonia e Montenegro. La decisione, nell'aria da mesi, è stata annunciata dal Consiglio dei ministri Ue lo scorso 30 novembre, accogliendo la proposta della Commissione. Nello specifico, i cittadini dei tre paesi in possesso del nuovo passaporto biometrico potranno entrare senza bisogno di visto di ingresso e trattenersi per un massimo di 90 giorni nell'arco di sei mesi per motivi turistici o simili in tutti i Paesi Ue, eccetto Regno Unito e Irlanda, oltre che in Islanda, Liechtenstein, Norvegia e Svizzera. Chi non ha ancora ottenuto questo passaporto, deve invece continuare a richiedere il visto presso l’ambasciata del paese che desidera visitare. L’abolizione del visto turistico non significa che i cittadini serbi, macedoni e montenegrini possano lavorare o andare a scuola nei paesi membri dell’Ue: per fare questo serve loro ancora un permesso speciale.
Quella dell'abolizione dei visti è certamente una buona notizia, perché i cittadini di questi tre Paesi potranno uscire dal ghetto in cui sono rimasti in tutti questi anni. Ma è anche una notizia triste, se si pensa ai quasi vent'anni passati: quasi una generazione di europei cresciuta con il peso di conflitti, sanzioni, embarghi, tra la diffidenza di molti degli altri europei, mentre i loro genitori, quando c'era la Jugoslavia titina, con il loro passaporto rosso, unici tra i cittadini dell'est europeo, potevano muoversi liberamente fuori dal loro paese.
L'ultima puntata del 2009 dello Speciale propone una panoramica delle reazioni e dei commenti nei tre Paesi interessati all'abolizione dei visti per l'Ue - Serbia, Montenegro e Macedonia - e negli altri che invece restano in lista d'attesa: Albania, Bosnia e Kosovo.
La trasmissione, curata da Roberto Spagnoli con la collaborazione di Marina Szikora e Artur Nura, è andata in onda mercoledì 23 dicembre su Radio Radicale ed è riascoltabile e scaricabile dal sito www.radioradicale.it.


23 dicembre 2009


SERBIA, BALCANI, EUROPA

Belgrado: supporter europeistiLa Serbia ha ufficialmente depositato la richiesta di candidatura all'adesione all'Ue. Nove anni dopo la caduta di Slobodan Milosevic, la Serbia chiede dunque ufficialmente di entrare a far parte della famiglia europea. Il presidente serbo Boris Tadic ha infatti consegnato ieri a Stoccolma la documentazione necessaria al premier svedese Fredrik Reinfeldt, presidente di turno dell'Ue fino al 31 dicembre. "Confermiamo per la prima volta ufficialmente di essere pronti ad accettare tutti i valori e gli obblighi che necessitano la trasformazione di una società decisa a far parte dell'Ue", ha dichiarato al quotidiano Blic Milica Delevic, responsabile dell'Ufficio serbo per l'Integrazione europea. La richiesta è un ulteriore conferma della svolta politica avvenuta in Serbia nel 2008 prima con la conferma dell'europeista Boris Tadic alla presidenza, poi con la vittoria del fronte europeista guidato dal Partito Democratico alle elezioni politiche e infine con la nascita del governo di cui fanno parte anche i socialisti che furono di Milosevic ma che sotto la guida di Ivica Dacic hanno preso una posizione pragmatica e filo-occcidentale, pur senza rinnegare i tradizionali legami sorici e culturali della Serbia. La domanda di candidatura all'adesione all'Ue è ora un passo ulteriore in avanti per Belgrado per lasciarsi definitivamente alle spalle l'epoca delle violenze e dei conflitti etnici che hanno insanguinato i Balcani negli anni '90. Un passo che servirà a far progredire il processo di integrazione europea di tutti i Balcani occidentali, sia a livello economico che politico.

La Serbia potrebbe entrare nell'Ue tra il 2014 e il 2018 anche se il percorso sarà complesso e pieno di ostacoli. Lotta alla corruzione diffusa e alla criminalità organizzata, rendere l'economia più competitiva, riformare il potere giudiziario sono solo alcune delle delle riforme necessarie per avviare i negoziati. Poi c'è lo scoglio del Kosovo: l'auto-proclamata indipendenza è stata riconosciuta da 22 Paesi membri dell'Ue sui 27, mentre Belgrado continua a considerare la (ex) provincia parte integrante del territorio nazionale e si è rivolta anche alla Corte internazionale di giustizia dell'Onu per denunciare la violazione del diritto internazionale. Infine c'è la questione della cattura di Ratko Mladic, l'ex-capo dei serbi di Bosnia accusato dal Tribunale internazionale per l'ex Jugoslavia di genocidio e crimini di guerra, e di Goran Hadzic. La collaborazione con il Tpi non è considerata ancora pienamente soddisfacente dall'Aia, alla luce soprattutto della considerazione di cui Mladic gode ancora in Serbia, anche se nel suo recente rapporto all'Onu il procuratore capo Serge Brammertz ha dato un giudizio complessivamente positivo della collaborazione offerta dalle autorità di Belgrado. Per ottenere lo status di Paese candidato all'adesione occorrerà ora il via libera da parte di tutti i 27 membri dell'Ue. Sabato scorso, dunque, il governo serbo ha adottato un memorandum che conferma "l'obiettivo strategico" dell'ingresso nell'Unione, assicurando un "forte impulso per ulteriori riforme politiche ed economiche".

La richieste di adesione all'Unione europea della Serbia, paese chiave dell'area balcanica, rappresenta una tappa fondamentale per l'integrazione europea di tutta la regione. Quasi un decennio dopo la fine delle guerre seguite alla dissoluzione della Jugoslavia i paesi dei Balcani occidentali, con 25 milioni di abitanti, sembrano ormai aver voltato le spalle a un passato di violenza e sono ben avviati verso l'Europa. anche se i problemi non mancano (soprattutto in Bosnia e Kosovo, ma anche in Macedonia) e lo stato di avanzamento del processo di integrazione è molto diverso nei vari paesi. Croazia e Macedonia, hanno lo status di candidati, ma mentre la Croazia, candidata da giugno 2004, ha in corso i negoziati, con 28 capitoli aperti su 35, e punta a entrare nella Ue entro al massimo il 2012, la Macedonia ha lo status di candidato dal dicembre 2005, ma la disputa con la Grecia sul suo nome continua a bloccare la fisssazione della data di apertura dei negoziati: di recente i Ventisette hanno per l'ennesima volta rinviato la decisione, che richiede l'unanimità, al primo semestre del 2010. Il Montenegro e l'Albania hanno depositato le loro candidature alla Ue rispettivamente a dicembre 2008 e ad aprile 2009 e la documentazione è stata trasmessa alla Commissione Ue per un parere. La Bosnia-Erzegovina invece per ora resta al palo, paralizzata dallo stallo istituzionale frutto dei veti incrociati tra i diversi partiti etnici che impediscono di procedere alle riforme chieste da Bruxelles. Anche il Kosovo punta tutto sull'integrazione euro-atlantica, ma per ora è solo alle premesse della preparazione della domanda di adesione e l'obiettivo è ancora assai molto lontano.

Secondo diversi analisti proprio l'avvicinamento alla Ue di Serbia e Croazia potrà stimolare positivamente l'integrazione in Europa degli altri paesi della regione. Al vertice di Salonicco nel 2003 i paesi europei affermarono la vocazione europea dei paesi balcanici, ma il cammino verso l'Unione si è rivelato più lento e caotico del previsto, anche per responsabilità di Bruxelles, con la sola eccezione della Slovenia, che è entrata nella Ue nel 2004. Ora, da qualche tempo, circola un'idea suggestiva, rilanciata di recente anche dal nostro ministro degli Esteri Frattini: fare del 2014 l'anno dell'igresso dei Balcani nell'Unione europea. Un secolo dopo l'attentato che proprio a Sarajevo costò la vita dell'arciduca Francesco Ferdinando d'Austria e scatenò l'inferno della prima guerra mondiale, si chiuderebbe il cerchio: dopo il crollo del Muro e l'ingresso nell'Ue dei Paesi dell'ex blocco sovietico, l'integrazione dei Balcani chiuderebbe definitivamente quel Ventesimo secolo che ha prodotto ideologie totalitarie, guerre, e stermini di massa, ma anche l'idea rivoluzionaria dell'unità dei popoli europei. Forse l'idea è solo una suggestione e il 2014 passerà senza vedere ancora tutti i balcani nell'Ue, ma il cammino sembra comunque segnato. Forse riuscire a condividere la memoria del passato nei Balcani è difficile, anche se non impossibile. Molto più a portata di mano sembra ora la possibilità di condividere il futuro.


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22 dicembre 2009


LA ROMANIA VENT'ANNI DOPO LA FINE DI CEAUSESCU

Venti anni fa, il 22 dicembre 1989, in Romania cadeva il regime di Nicolae Ceausescu dopo 25 anni di potere assoluto. Il "Conducator" aveva indetto una manifestazione di piazza per promettere soldi al popolo, come fanno tutti i tiranni quando avvertono di essere in difficoltà. E i romeni di difficoltà ne avevano tante: le loro condizioni di vita erano da miseria, mentre la cricca al potere viveva agiatamente e i Ceausescu, marito e moglie, coltivavano le loro manie di lusso e grandezza. Ma su tutta l'Europa al di là della "cortina di ferro" da mesi soffiava un vento nuovo: a Mosca c'era Gorbaciov e i regimi comunisti stavano cadendo uno dopo l'altro. Difficile pensare che l'onda di rinnovamento che aveva fatto cadere il Muro di Berlino non arrivasse anche a Bucarest. Forse il vecchio tiranno e la moglie se ne rendevano conto, ma di certo, quel 22 dicembre 1989 non arrivavano a pensare che quell'onda, in Romania, si sarebbe trasformata in uno tsunami che li avrebbe travolti e fatti a pezzi e che di loro, di lì a qualche giorno, non sarebbero rimasti che due poveri corpi riversi sul selciato di una scuola, crivellati dai colpi di kalashnikov.

Quel 22 dicembre di venti anni fa, a Bucarest accadde un fatto che fino a poco prima non pareva possibile: la gente in piazza cominciò a fischiare il tiranno. I fischi, prima timidi e isolati, si fecero via via più numerosi e sicuri, sovrastarono gli applausi ritmati della claque di regime e diventarono una marea inarrestabile mentre gli slogan si facevano sempre più ostili. Il filmato di quell'ultimo discorso di Ceausescu è eloquente. Il dittatore parla, con voce malferma, legge un foglietto e ogni tanto incespica. Al suo fianco c'è la moglie Elena e intorno alcuni dignitari del partito. Ceausescu promette aumenti delle pensioni e migliore assistenza sociale. Le prime file del "popolo" appaludono, gridano "Urrà", scandiscono il nome del Conducator, sventolano le bandiere romene con la stella rossa e inalberano striscioni con i logori slogan del partito e foto del leader e della moglie (invero assai datate). Poi la folla sbanda, salgono i fischi, le urla e le proteste. Ceausescu non capisce, alza la mano bonariamente, tenta di riportare la calma, si interrompe. Dietro a lui appaiono alcuni funzionari che guardano preoccupati la piazza e capiscono al volo che sta succedendo qualcosa di grave. Le telecamere staccano sulla folla: o almeno su quella parte della folla che continua ad acclamare Ceausescu. Fuori campo si sentono voci e colpi sul microfono, come in un'assemblea in cui si cerca di zittire qualche disturbatore.

Dopo diversi minuti di silenzio e di ripetuti inviti alla calma, il comizio riprende ma è l'inizio della fine. Quel popolo del quale Ceausescu si riteneva il padre-padrone si rivolta, lo costringe ad una fuga vergognosa in elicottero mentre dal tetto dello stesso palazzo da cui fino a poco prima arringava la folla già sventolano le bandiere blu-gialle-rosse con il buco al centro, là dove il regime comunista aveva posto il proprio simbolo. Le strade sono piene di gente, i militari che solo la sera prima avevano sparato sui manifestanti facendo morti e feriti ora fraternizzano con le proteste e si schierano con la gente. Ma la "rivoluzione" romena non è stata pacifica come negli altri Paesi dell'est: i morti furono tanti, più di un migliaio. E non è stata nemmeno una rivoluzione, quanto piuttosto un putsch interno al regime che cavalcò l'onda della sollevazione popolare per regolare i conti al proprio interno. I motivi per cui in Romania le cose sono andate diversamente dagli altri Paesi comunisti sono molti: il principale probabilmente è la natura specifica del regime di Caeusescu. Un potere personale che aveva stroncato ogni opposizione interna impedendo la formazione di una corrente riformista che potesse subentrare al dittatore e gestisse la transizione, come accaduto, sepuure in forme diverse, in Ungheria, Cecoslovacchia, in Polonia e nella stessa Urss. Dopo un processo sommario, Ceausescu viene condannato a morte e fucilato insieme alla moglie il giorno di Natale.

Ieri a Bucarest centinaia di persone si sono riunite al cimitero degli Eroi per ricordare le vittime degli scontri con le forze dell’ordine. Prestando giuramento per il suo secondo mandato, anche il presidente romeno Traian Basescu ha reso omaggio ai "caduti per la libertà, il cui sacrificio è stato la pietra miliare delle istituzioni democratiche di oggi". "Dopo vent'anni le autorità hanno fatto del loro meglio per impedire che si scoprisse la verità su quegli eventi", ha detto alla France Presse Teodor Maries, leader dell'Associazione 21 Dicembre che ricorda i caduti di quelle tragiche giornate, "vogliamo che coloro che ordinarono la repressione siano processati". Una richiesta sacrosanta che però ben difficilmente sarà esaudita se si pensa solo agli agenti della Securitate, la famigerata polizia segreta del regime (11 mila funzionari e mezzo milione d’informatori), che non si sono dissolti nel nulla. anzi. L'hanno fatta franca e alcuni di loro magari si sono pure arricchiti negli anni seguenti riportando in patria i soldi esportati illegalmente durante la dittatura. Effetti del boom di cui il Paese ha goduto fino a pochi mesi fa e che ha portato anche ad un grande sviluppo edilizio favorito dal meccanismo degli appalti pubblici basato su scarsa concorrenza, lobbismo, indebitamento pubblico e corruzione.

Nella centralissima Piazza della Rivoluzione di Bucarest c’è un Monumento agli eroi del 21 dicembre 1989, ma le due cifre "9" che compongono la data sono caduti. Al loro posto è rimasto un alone sul marmo. Questo è forse il vero simbolo di questo ventennale. In questa piazza è cominciata la nuova Romania, ma la memoria pubblica sembra preferire non pensarci troppo: gli anziani che hanno vissuto la più parte della loro vita sotto il regime comunista hanno dovuto affrontare le incognite e le difficoltà della nuova libertà e dell'integrazione europea. La generazione di mezzo, che fece (o si illuse di aver fatto) la "rivoluzione" contro Ceausescu si è trovata scavalcata dai giovani nati giusto vent'anni fa che non sanno niente (o non vogliono sapere più niente) del regime comunista e vogliono vivere nel presente. E poi per tutti c'è la crisi economica che dopo anni di boom ha colpito duro. Questo è il problema dei romeni di oggi vent'anni dopo Ceausescu.

AP Photo/Vadim Ghirda

In questa immagine presa il 17 dicembre il disegno di un bambino fatto nel ventennale della rivoltra di Timisoara che portò alla caduta del regime di Ceausescu


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21 dicembre 2009


PASSAGGIO IN ONDA

Passaggio a Sud Est
è il sabato alle 22,30 su Radio Radicale



Il sommario della puntata del 19 dicembre 2009

Turchia: la situazione politica dopo la sentenza della Corte costituzionale che ha messo al bando il partito curdo Dtp, le analisi di Marta Ottaviani e Ekrem Eddy Guzeldere;
Croazia: le elezioni presidenziali del 27 dicembre, il programma del candidato favorito il socialdemocratico Ivo Josipovic;
Albania: l'Ue avvia la procedura per concedere lo status di paese candidato all'adesione

La trasmissione è curata e condotta da Roberto Spagnoli con la collaborazione di Marina Szikora e Artur Nura. Tutte le puntate sono riascoltabili sul sito di Radio Radicale.

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