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passaggioasudest [ la realtà politica dell'europa sud orientale dai balcani alla turchia ]
 



Questo blog è dedicato ad un'area cruciale per il futuro europeo. Per l'area che va dai Balcani occidentali alla Turchia, infatti, passa il futuro dell'Unione europea come progetto politico così come il futuro di questi Paesi passa dalla scelta dell'integrazione in questo progetto.




"Dobbiamo ricordarci che l’informazione è un veicolo diretto all’utente, non è un soliloquio da parte del giornalista. Bisogna tenere sempre presente che chi è dall’altra parte del microfono deve poter comprendere una realtà in cui non è presente. Questo, penso, è il massimo sforzo che i giornalisti devono compiere".
Antonio Russo



"Il vero referendum sul futuro dell'Unione si terrà nei Balcani"
International Balkan Commission


"E poi, un giorno, è stato costruito un ponte che collegava le due rive del Bosforo. Quando sono salito sul ponte e ho guardato il panorama, ho capito che era ancora meglio, ancora più bello di vedere le due rive assieme. Ho capito che il meglio era essere un ponte fra due rive. Rivolgersi alle due rive senza appartenere".
Orhan Pamuk, Istanbul



Per inviare una email scrivi a pasudest@yahoo.it





26 aprile 2009


INDIPENDENZA DEL KOSOVO: LA SITUAZIONE ED IL PUNTO DI VISTA SERBO

Qui di seguito il testo della corrispondenza di Marina Sikora per lo Speciale di Passaggio a Sud Est di mercoledì 22 aprile dedicato alla questione dell'indipendenza del Kosovo la cui legittimità dal punto di vista del diritto internazionale è al vaglio della Corte Internazionale di Giustizia delle Nazioni Unite.

A poco piu’ di un anno dall’autoproclamata indipendenza del Kosovo, la questione dello status dell’ex provincia della Serbia arriva alla Corte internazionale di Giustizia che, dopo aver accolto la richiesta di Belgrado, dovra’ pronunciarsi sulla legalita’ dell’atto di secessione di Pristina. Anche se la decisione non sara’ vincolante, per la Serbia gia’ il fatto che la Corte ha accettato di pronunciarsi in merito alla questione, rappresenta una vittoria diplomatica nel suo fermo rifiuto di riconoscere l’indipendenza del Kosovo e ritiene l’intera facenda come un precedente impotante che incidera’ anche sui prossimi riconoscimenti.
E’ per la prima volta nella storia che un atto di secessione verra’ esaminato dal punto di vista del diritto internazionale. Sara’ considerato il diritto all’autodeterminazione rispetto al diritto della salvaguardia dell’integrita’ territoriale e della sovranita’ di uno stato internazionalmente riconosciuto” ha detto il ministro degli esteri serbo Vuk Jeremic e ha precisato che nel dibattito prenderanno parte molti paesi tra cui anche delle potenze mondiali come la Cina, che per la prima volta hanno presentato ufficialmente i loro pareri su questo tema. Il capo della diplomazia serba ha sottolineato che la Serbia ha svolto un compito diplomatico molto attivo per attirare l’attenzione sul problema del Kosovo del maggior numero possibile di stati riuscendo a coinvolgere i paesi di tutti i continenti. Secondo Jeremic, i vertici di Belgrado possono essere ottimisti.
La Corte internazionale di giustizia nei prossimi giorni rendera’ pubblica la lista di tutti i paesi che si sono iscritti al dibattito sull’indipendenza del Kosovo. Secondo le informazioni ufficiose, affermano i media serbi, questo potrebbe essere il processo in cui partecipera’ il piu’ grande numero di paesi nella storia della Corte. Uno dei membri del team legale della Serbia, l’esperto argentino di diritto internazionale, Marselo Koen, afferma che il dibattito si puo’ a maggior ragione considerare storico perche’ dovra’ rispondere alla questione del rispetto dei principi fondamentali del diritto internazionale. Sempre secondo informazioni non ufficiali, nel dibattito dovrebbero partecipare tutti i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza. Inoltre, hanno mostrato interessamento un numero significativo di paesi europei, alcuni paesi latinoamericani, in piu’ Egitto, Iran e Libia, informano fonti mediatiche serbe.
Il membro del team legale della Serbia Koen spiega che il dibattito ha un significato globale che va oltre la questione del Kosovo. Naturalmente, nel processo parteciperanno anche quei paesi che sono contrari alla posizione serba, in particolare i paesi che hanno gia’ riconosciuto l’indipenedenza di Pristina, dice l’esperto legale della Serbia.
Un’altro esperto serbo di diritto internazionale, Vojin Dimitrijevic, afferma che molti stati sono interessati sulla questione “di quando il diritto all’autodeterminazione puo’ trasformarsi in secessione”. Il dibattito e’ una occasione, aggiunge Dimitrijevic, per esaminare alcune posizioni precedenti delle Nazioni Unite sul tema. “Le Nazioni Unite in una dichiarazione del 1980 affermano che l’autodeterminazione in forma di secessione e’ possibile solo quando un gruppo concreto non e’ sufficientemente rappresentato nel governamento dello Stato” spiega Dimitrijevic e conclude che “gli Stati che si oppongono al riconoscimento del Kosovo non lo fanno tanto per amore verso la Serbia, quanto perche’ hanno i loro seri problemi con i movimenti secessionisti”.
Nella seconda fase di questo processo, ogni paese che vi partecipera’ avra’ l’accesso alle argomentazioni degli altri ed entro il 17 giugno potra’ rispondere, sempre nella forma scritta. Seguira’ poi il dibattito, possibilmente a dicembre. Alla fine del processo, la Corte dara’ un parere consultativo sull’indipendenza del Kosovo.
Il ministro degli esteri slovacco, ex rappresentante della comunita’ internazionale per la Bosnia Erzegovina, Miroslav Lajcak si e’ detto molto fiducioso che la Corte internazionale di giustizia nella sua valutazione della legalita’ dell’indipendenza del Kosovo rispettera’ il diritto internazionale e ha sottolineato che la Slovacchia non ha riconosciuto il nuovo stato kosovaro proprio perche’ e’ stato violato il diritto internazionale. Questa posizione il ministro slovacco ha illustrato nel suo intervento alla conferenza sul diritto dei popoli all’autodeterminazione che si e’ svolto in questi giorni a Londra. Secondo Lajcak nel caso kosovaro e’ stato calpestato il principio secondo il quale il diritto all’autodeterminazione e’ relativo soltanto ai popoli e non alle minoranze. Il ministro slovacco ha criticato anche il processo di riconoscimento perche’ e’ stato lasciato alla decisione dei singoli paesi mentre le Nazioni Unite non hanno risolto precedentemente il contrasto di due principi chiave: il diritto all’autodeterminazione e il diritto all’integrita’ territoriale.
Come esempio di una separazione pacifica in cui non e’ stato violato il diritto internazionale, Lajcak ha illustrato quello della dissoluzione della Cecoslovacchia e l’indipendenza del Montenegro aggiungendo che Bratislava non riconosce la secessione dell’Abkazia e dell’Ossezia meridionale per le stesse ragioni per cui non riconosce il Kosovo.
Come si e’ potuto leggere da un comunicato del Ministero degli esteri serbo, Belgrado ha consegnato alla CIG due libri di documentazione di 350 e 600 pagine nonche’ un gran numero di mappe e illustrazioni di terreni, contenenti tutti gli elementi necessari e le argomentazioni giuridiche relative alle prove che la proclamazione dell’indipendenza del Kosovo non e’ in regola con il diritto internazionale.
Va ricordato che ad oggi, 54 paesi dei 192 membri dell’Onu hanno riconosciuto il nuovo piccolo stato balcanico. La ferma opposizione della Russia, in quanto membro permanente con diritto di veto del Consiglio di Sicurezza ha bloccato per ora ogni prospettiva di ammissione del Kosovo alle Nazioni Unite. Cinque membri dell’Ue si oppongo al riconoscimento per ragioni politiche ovvero per il fatto che temono problemi simili a causa di movimenti secessionistici al loro interno.
Sempre in connessione alla questione Kosovo e l’inaccettabile realta’ dello status di indipendenza da parte della Serbia, in occasione della Pasqua ortodossa il presidente della Serbia, Boris Tadic si e’ recato a Decani partecipando alla santa messa tenutasi il Venerdi’ santo presso il Monastero di Decani. La tanto discussa visita e’ avvenuta in apparente calma, ma non e’ passata senza polemiche. Il presidente serbo ha rivolto i suoi auguri non solo alla popolazione serba ma anche a quella albanese dichiarando di aver portato “solo messaggi di pace. Pace per i serbi, per gli albanesi e per tutti coloro che vivono in Kosovo, nella nostra Serbia”. “Senza la pace non siamo in grado di fornire una vita decente. Senza la fede nella pace, non siamo in grado di vivere normalmente “ ha detto Tadic. Il presidente serbo ha ripetutamente affermato che Belgrado non potra' mai riconoscere lo Stato del Kosovo e continuera' considerare il territorio una provincia meridionale.
Secondo le informazioni mediatiche serbe le autorita’ di Belgrado avevano chiesto l'aiuto della rappresentanza EULEX a Belgrado per poter realizzare questa visita. Il rappresentante speciale dell'Ue nel Kosovo, Pieter Feith aveva suggerito al governo di Pristina di rendere possibile la visita di Boris Tadic in Kosovo ''perche' importante per la distensione dei rapporti e soprattutto perche’ si tratta di una festa religiosa, la Pasqua Ortodossa''. Secondo il quotidiano kosovaro Ekspres, le autorita' di Pristina si sarebbero opposte al viaggio del presidente serbo in Kosovo ma infine Pristina ha rivisto la sua posizione ''a seguito di forti pressioni diplomatiche'' da parte dell'Unione europea e di Washington. Il primo ministro del Kosovo, Hashim Thaci ha motivato la sua decisione di consentire la visita di Tadic considerando “che la liberta’ religiosa e’ garantita da tutte le convenzioni internazionali” e ritenendo questa visita “come completamente privata e di natura religiosa”. Ha avvertito pero’ che “se il Presidente della Serbia rende qualsiasi dichiarazione politica che e’ contraria alla Costituzione della Repubblica del Kosovo, in futuro gli sara’ vietato l’ingresso in Kosovo, sia in veste di privato cittadino che in veste ufficiale”.
Dopo le dichiarazioni politiche di Boris Tadic a Decani, il presidente del Parlamento kosovaro, Jakup Krasnici ha detto che “spetta ora al governo del Kosovo di decidere se nel futuro saranno aconsentite le visite del presidente serbo in Kosovo”. Secondo la stampa di Pristina, la visita di Tadic al Monastero Decani dimostra che il conflitto tra Serbia e Kosovo prosegue adesso in una forma diversa mentre il quotidiano ‘Ekspres’ critica che “durante i tre giorni del dramma non si e’ udita nemmeno una parola da parte del presidente Fatmir Sejdiu”.
Infine, un’altra attualita’ appesantisce la complicata situazione tra Serbia e Kosovo. Belgrado chiede all’Unesco maggiore salvaguardia del patrimonio serbo in Kosovo, soprattutto dal momento in cui le autorita’ di Pristina hanno proclamato l’indipenedenza. Ieri, il ministro degli esteri serbo Vuk Jeremic, intervenendo alla 181-esima sessione plenaria del comitato direttivo dell’Unesco ha protestato per il tentativo che ha definito “scandaloso” e “oltraggioso” di registrare presso l’Unesco come appartenente alla cultura medievale kosovara i monasteri e le chiese ortodosse e altre espressioni del patrimonio culturale serbo in Kosovo. Il ministro serbo ha ringraziato tutti dell’Unesco che si sono impegnati ad ostacolare “questo tentativo di politicizzare il patrimonio culturale”
A proporre di definire patrimonio culturale del Kosovo i monasteri serbi e le altre opere d'arte della cultura serba situate in Kosovo sono stati alcuni Paesi, a cominciare dall'Albania. La proposta verra' presentata alla riunione che il comitato dell'Unesco per il patrimonio culturale terra' dal 22 al 30 giugno prossimo a Siviglia, in Spagna. ''Si tratta di opere d'arte e oggetti sacri che non appartengono al Kosovo ma alla Chiesa ortodossa serba'', ha detto il ministro serbo Jeremic. Le affermazioni di Pristina che il patrimonio culturale medievale serbo in effetti e’ patrimonio degli albanesi kosovari rappresenta un tentativo di modificare la storia che deve essere fermamente condannato, ha sottolineato il capo della diplomazia serba e ha avvertito che la comunita’ internazionale non puo’ essere passiva perche’ la pulizia culturale e’ inaccettabile.


26 aprile 2009


INDIPENDENZA DEL KOSOVO: LA SITUAZIONE E IL PUNTO DI VISTA ALBANESE

Qui di seguito il testo della corrispondenza di Artur Nura per lo Speciale di Passaggio a Sud Est di mercoledì 22 aprile dedicato alla questione dell'indipendenza del Kosovo la cui legittimità dal punto di vista del diritto internazionale è al vaglio della Corte Internazionale di Giustizia delle Nazioni Unite.

Salutando da Tirana come di consueto vorrei affermare che non è facile parlare degli sviluppi politici che riguardano il Kosovo nel Teatro internazionale ed in pratica, non è facile portare all’attenzione dei nostri ascoltatori le varie questioni in campo in modo preciso ed analitico. Però, rimandendo sul Kosovo e Tribunale penale internazionale sulla Ex Jugoslavia, in vista degli sviluppi politici sia in Serbia sia in Kosovo e certo all’Aja, dobbiamo aggiungere che siamo gia alla vigilia del processo presso la Corte sulla verifica della legittimità d`indipendenza, chiesto da parte di Belgrado.
A questo punto visto che abbiamo esaurito tramite la corrispondenza del sabato scorso il punto di vista Albanese al riguardo del tema vorrei aggiungere che dall’altro canto bisogna riccordare che dalla parte serba è mancata fino ad ora una seria volontà di collaborare con questo strumento della giustizia internazionale a portare dietro le sbarre i presunti criminali serbi di guerra. Invece, parte Albanese del Kosovo sia tramite Ramush Haradinaj, attuale presidente del partito per il Futuro del Kosovo, sia con il Ministro Haraqija, membro della Lega Democratico del Kosovo si sono detti disponibili sin dall’inizio a collaborare con il tribunale internazionale esprimendo anche fiducia sull’imparzialità di questo strumento.
Personalmente spero e mi auguro che questo strumento della giustizia internazionale non si faccia influenzare dal gioco politico di Belgrado poiché se cosi fosse suonerebbe molto male, dato che come ho detto la collaborazione delle autorità serbe con il Tribunale non è stata molto soddisfacente. A questo punto, vorrei riccordare ancora una volta che la reazione degli Internazionali dovrebbe capire meglio la simbolica Balcanica al riguardo della storia loro e le loro convinzioni politiche al cofronto di un’altro e dell’Occidente stesso.

Il 17 aprile Il presidente serbo Boris Tadic, ha visitato il Kosovo formalmente per i festeggiamenti del Venerdi' Santo ortodosso, lanciando un messaggio di pace, ma ribadendo allo stesso momento il “no” all'indipendenza del Paese. ''Il mio messaggio di oggi a Decani e' un messaggio di pace per i serbi, albanesi, per la pace per tutte le persone che vivono in Kosovo, nella nostra Serbia'', ha detto chiaramente Tadic, dopo aver acceso una candela in chiesa. Non a caso l'arrivo di Tadic in Kosovo coincideva con la scadenza del termine del 17 aprile, entro il quale Pristina e Belgrado dovevano presentare le proprie osservazioni alla Corte internazionale di giustizia, a favore o contro l'indipendenza del Kosovo. A quanto si e' appreso, la visita si e’ svolta anche se il governo del Kosovo si era rifiutato di far entrare Tadic, pero tornata sulle proprie posizioni dopo ''la forte pressione diplomatica'' da parte degli Stati Uniti e dell'Unione Europea. Pero, come svolta la visita del Presidente serbo, Boris Tadic, a Decani in Kosovo tramite un elicottero della KFOR, ed una decisione informale da parte del premier Kosovaro Hashim Thaci, quale ha deciso di consentire la visita di Tadic: "considerato il fatto che la libertà religiosa è garantita da tutte le convenzioni internazionali, e che il governo del Kosovo considera la visita come completamente privata e di natura religiosa " - tutto secondo il mio parere personale diventa piu complicata.

A questo proposito vorrei far notare la data scelta per l'insediamento del parlamento dei serbi kosovari, il 28 giugno scorso. In effetti, si tratta del giorno di San Vito e dell'anniversario della battaglia di Kosovo Polje, combattuta nel 1389, in cui l'esercito serbo cristiano cercò di opporsi all'avanzata degli ottomani musulmani. In realtà, le cosse non andarono esattamente così. Come sempre i fatti storici sono molto più complessi, ma purtroppo non manca ancora oggi chi casca in interpretazioni artificiali e manipolate della storia. Infatti e purtroppo, la stessa contrapposizione etnica e religiosa che si respira ancora in Kosovo, sette secoli dopo nella città di Mitrovica rappresenta ancora in pieno tale divisione. A questo punto, vorrei aggiungere che la mia opinione è che se i Serbi vogliono essere organizzati su base religiosa ed etnica come se fossimo fermi a sette secoli fa, è di certo un loro diritto. Ma dall’altra canto, è dovere di chi ha responsabilità politiche dire a loro che oramai nessuno considera la religione come base dell'organizzazione amministrativa e politica, almeno in uno stato moderno occidentale, come vuole essere la Repubblica del Kosovo. E poi gli storici indipendenti dovranno dire loro che nella battaglia contro gli ottomani combatterono anche tanti albanesi e d’altre nazioni regionali e che nessuno parla di loro a Belgrado poiché seguano la strategia antica del “dividi et impera”. Secondo me, chi a Belgrado continua a sostenere queste interpretazioni storiche vuole fare della città di Mitrovica ed altre zone del Kosovo il teatro di una simile divisione religiosa ed etnica, con una zona serba cristiana e una zona albanese musulmana.

Visto la ultima visita dell presidente serbo Boris Tadic, noto come “ Europesita” in Kosovo per i festeggiamenti del Venerdi' Santo ortodosso, dobbiamo aggiungere che oramami risulta certa che il prossimo 22 giugno 2009 intorno al monastero ortodosso di Gracanica, centinaia di serbi kosovari celebreranno ancora una volta la battaglia di Kosovo Polje pregando ancora per il ritorno del Kosovo sotto la sovranità serba cristiana ortodossa. A questo punto dobbiamo affemrare che come stano precipitando i sviluppi relativi al Kosovo, per forza bisogna aggiungere che come si vede chiaramente il fragile equilibrio del Kosovo dipende dalle decisioni che prenderanno gli internazionali. Questo principalmente al riguardo sia del ruolo dell’Unmik, sia del ruolo di Eulex, la missione civile dell’Unione Europea, rispetto al nuovo governo Kosovaro ed il Governo di Belgrado quale continua ad ingorare non solo il Governo Kosovaro, ma anche i Governi rispettivi che hanno gia riconosciuto questa realta nuova geopolitica dei Balcani ed in particolar modo in Kosovo.
Secondo diversi opinionisti regionali al di fuori della retorica ufficiale, risulta che l'UNMIK rimane in Kosovo operando all’interno di un campo limitato di responsabilità, principalmente nelle aree popolate dalla Comunità serba, mantenendo i contatti e le continue trattative con Belgrado. Questi opinionisti dicono che se questa precipitazione non si fa fermare giusto in tempo, sara’ evidente che il progetto dell’Unione Europea e degli Stati Uniti sul Kosovo rischierebbe molto nel dividere il Kosovo in una parte serba ortodossa e in un’altra albanese musulmana quale potrebbe anche sfuggire di mano e precipitare in scontri violenti.

La posizione internazionale ambigua in Kosovo ha suscitato reazioni critiche da parte albanese. Albin Kurti, leader del Movimento “Vetëvendosja” (Autodeterminazione) dichiara ogni tanto che il rappresentante civile internazionale e il capo della missione europea dovrebbero riferire una volta alla settimana al parlamento kosovaro. Noi non dobbiamo dimenticare che le autorita locali del Kosovo fanno sottolineare da parte loro che ''l'integrita' territoriale'' del Kosovo e' ''immutabile, intoccabile e riconosciuta sul piano internazionale, ma la realta in effetti non e cosi sul “bianco e nero”. Rimanere sul campo dei principi universali quali possono reggere a parte il posto, il Paese ed il tempo in cui si discute, noi possiamo affermare che il progressivo rafforzamento e insediamento della Nato nei Balcani e’ l’unica politica razionale dalla parte degli Usa ed Unione Europea contro vechi scenari violenti in questa regione storicamente sanguinosa.

Per concludere con una notizia modesta positiva che certo e’ molto poco al confronto di quelo che abbiamo analizzato fin’ora, pero simbolicamente molto effettiva, dobbiamo aggiungere che risulta che dodici giovani tra 18 e 21 anni provenienti da Serbia e Kosovo, di cui 8 rappresentanti delle comunita' di maggioranza serba e albanese e 4 delle minoranze, sono stati ospitati dal 17 al 19 aprile nelle strutture del Parco Nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise. Loro attraverso incontri ed escursioni con operatori locali hanno appreso informazioni sui temi della tutela ambientale del Parco come modello di riferimento per analoghe aree protette in via di costituzione nei Balcani. I giovani dei Balcani saranno coinvolti anche in momenti di scambio culturale con giovani italiani sui temi del volontariato e della partecipazione attiva alla vita delle comunita' locali di appartenenza. I ragazzi sono i concorrenti di ''CooperaTiVa'', un ironico programma televisivo realizzato nei Balcani la scorsa estate e andato in onda tra l'autunno e l'inverno sulle emittenti nazionali B29 in Serbia e RTK in Kosovo. In ciascun episodio, le due squadre interetniche erano impegnate per il superamento di prove finalizzate a coinvolgerli in problematiche sociali e ambientali. Tappa finale il viaggio-studio in Italia, sempre finalizzato a formare i giovani in materie ambientali.


26 aprile 2009


PASSAGGIO SPECIALE: KOSOVO, INDIPENDENZA AL VAGLIO DELLA GIUSTIZIA INTERNAZIONALE

La Corte Internazionale di Giustizia, massimo organo giurisdizionale delle nazioni Unite, renderà noto il suo parere sulla legittimità della proclamazione d'indipendenza del Kosovo non prima di un anno. Questa le previsione delle autorità serbe che non intendono accettare il mutamento dello status di quella che continuano a considerare una loro provincia.
Il presidente serbo, Boris Tadic, parlando con i giornalisti nei giorni scorsi a Belgrado, si è detto fiducioso sul fatto che la Corte resisterà alle pressioni politiche da parte dei Paesi che hanno già riconosciuto l'indipendenza proclamata dai kosovari albanesi il 17 febbraio del 2008. Uguale fiducia, ma di segno opposto, è stata affermata dai dirigenti di Pristina: il presidente del Kosovo, Fatmir Sejdiu, e il primo ministro, Hashim Thaci, sono convinti che i giudici esprimeranno un verdetto favorevole all'indipendenza.
Sia Belgrado che Pristina hanno depositato, nei giorni scorsi, le rispettive argomentazioni. Anche se la sentenza della CIG non avrà un valore vincolante, è ovvio che il suo pronuciamento avrà un peso politico e diplomatico.
Il fatto che siano molti i Paesi che hanno presentato pareri e motivazioni iscrivendosi, chiedendo (alcuni per la prima volta) di intervenire nel dibattimento, dimostra l'attenzione con cui il procedimento viene seguito dsalle cancellerie internazionali. Per il presidente Tadic, in ogni caso, "a essere decisivo non sarà tanto il numero dei Paesi che presenteranno alla Corte un parere scritto, quanto la qualità e gli argomenti'' esposti nelle motivazioni. Un primo punto a suo favore Belgrado comunque lo ha già segnato proprio ottenendo che la Corte, su mandato dell'Assemblea generale dell'Onu, esamini la questione, mentre diversi Paesi hanno deciso di aspettare il verdetto prima di prendere una decisione sul riconoscimento o meno dell'indipendenza del Kosovo.

Della questione si occupa lo Speciale di Passaggio a Sud Est - approfondimento settimanale sulla situazione dell'Europa sud orientale - andato in onda mercoledì 22 aprile a Radio Radicale e che potete riascoltare nella sezione delle Rubriche sul sito Internet.

In questo blog, nella sezione Passaggio Speciale, potete ritrovare tutti gli "speciali" di Passaggio a Sud Est andati in onda fino ad oggi.


21 aprile 2009


PASSAGGIO IN ONDA

Passaggio a Sud Est
è il sabato alle 22,30 su Radio Radicale


Gli argomenti della puntata del 18 aprile:

- il punto sulla situazione politica in Moldova;
- Kosovo, l'inchiesta della Bbc sui presunti crimini dell'Uck e l'iniziativa diplomatica serba contro l'indipendenza;
- il contezioso sui confini tra Slovenia e Croazia;
- schiarite tra Macedonia e Grecia sulla questione del nome della repubblica ex jugoslava;
- la stabilizzazione della Bosnia-Erzegovina;
- la legge sui collaboratori del regime comunista in Albania.

La trasmissione, curata e condotta in studio da Roberto Spagnoli con la collaborazione di Marina Sikora e Artur Nura, è riascoltabile come tutte quelle precedenti
sul sito di Radio Radicale.


16 aprile 2009


PASSAGGIO SPECIALE: LA CRISI ECONOMICA NELL'EUROPA SUD ORIENTALE

La crisi economica globale fa sentire i suoi effetti anche nell'Europa sud orientale. Le situazioni sono diverse da Paese a Paese: una cosa è la Turchia, un'altra la Romania, un'altra ancora i Paesi ex Jugoslavi, nei quali ci sono situazioni differenti, per esempio tra Serbia, Slovenia e Croazia. Poi c'è l'Albania. E poi c'è anche la Grecia, dove la crisi economica ha fatto esplodere una crisi sociale forse senza precedenti, come dimostrano anche le violente proteste dello scorso dicembre. Tutta l'area, comunque deve fare i conti con la caduta della produzione, la contrazione dei consumi, la diminuzione delle esportazioni, le difficoltà delle persone, la disoccupazione, l'incertezza politica e, molto spesso, l'inadeguatezza delle classi politiche.

Di questo si occupa lo Speciale di Passaggio a Sud Est - approfondimento settimanale sulla situazione dell'Europa sud orientale - andato in onda ieri sera a Radio Radicale e che potete riascoltare nella sezione delle Rubriche sul sito Internet.

In questo blog, nella sezione Passaggio Speciale, potete ritrovare tutti gli "speciali" di Passaggio a Sud Est andati in onda fino ad oggi.


13 aprile 2009


PASSAGGIO IN ONDA

Passaggio a Sud Est
è il sabato alle 22,30 su Radio Radicale

Gli argomenti della puntata del 11 aprile.

Nella prima parte si parla del complesso e difficile processo di integrazione europea dei Balcani, dall'Albania (dove l'attuale governo vorrebbe presentare la candidatura all'adesione all'Ue prima delle elezioni di giugno), alla Croazia (i cui negoziati sono bloccati dalla Slovenia a causa del contenzioso sui confini), alla Bosnia. Un processo per favorire il quale l'Italia ha proposto una "road map" a partire dalla questione dei visti. Ancora nella prima parte le "delusioni kosovare" di Martti Ahtisaari e il risultato delle elezioni presidenziali in Macedonia.
La seconda parte è invece dedicata alla Moldavia, un paese quasi sconosciuto, diventato indipendente dopo il crollo dell'Urss. Un approfondimento per cercare di capire la situazione politica e sociale del paese, la ragione delle proteste di questi giorni e cosa può essserci dietro le manifestazioni violente, con un'intervista a Victor Druta, insegnante e giornalista moldavo, da qualche anno residente in Italia.

La trasmissione, curata e condotta in studio da Roberto Spagnoli con la collaborazione di Marina Sikora e Artur Nura, è riascoltabile come tutte quelle precedenti
sul sito di Radio Radicale.


11 aprile 2009


ULTIME NOTIZIE DALLA MOLDAVIA... MOLDAVIA?.. E DOVE STA?...

"La Moldavia non riesce quasi mai a produrre notizie per il mondo". Così scriveva ieri sul Foglio Victor Druta, moldavo, insegnante e giornalista, che da qualche anno vive in Italia. La Moldavia non produce quasi mai notizie per il resto del mondo. Quasi. Negli ultimi giorni infatti la Moldavia ha conquistato le prime pagine dei quotidiani, i titoli di testa dei tg e le penne dei politologi. Un eccezione. Che infatti ha confermato la regola. Appena si sono spenti i roghi accesi dentro i palazzi del potere dalla folla inferocita scesa in piazza a Chisinau, la capitale, si sono spenti anche i riflettori e la Moldavia è tornata là dove si trova normalmente. In un angolino d'Europa che non sembra contare molto per il resto del continente.
Già ma dove si trova questo angolino? Forse c'entra qualcosa con la Cecoslovacchia? Il fiume di Praga non si chiama così? Ah, no, quella è la Moldava... Va beh, starà in Russia, nell'Urss. Ma l'Urss non esiste più. Forse ci stava? E poi qual è il nome giusto? Moldavia o Moldova? O sono due paesi diversi? Magari qualcuno ne ha sentito parlare perché la donna che va a pulirgli la casa, o la badante del suocero è moldava. O il muratore che gli ha sistemato la cantina. O la prostituta che ha caricato in macchina su un viale di periferia. E cosa c'entra la Moldavia (o Moldova) con la Bessarabia?

Wikipedia come al solito spiega tutto o quasi: l'attuale Repubblica di Moldova è uno stato dell'Europa orientale incuneato tra Romania e Ucraina, senza sbocco al mare.
I confini attuali ricalcano quelli della precedente repubblica socialista sovietica, nata nel 1940 dalla occupazione da parte dell'Unione Sovietica della Bessarabia allora rumena. Dalla suddivisione dei territori annessi nacque la repubblica moldava parte dell'Urss, a cui venne aggiunta la Transnistria, cioè il territorio a est del fiume Dniestr. La Bessarabia meridionale, o "Bessarabia storica", fu invece assegnata all'Ucraina. A sua volta la Bessarabia si era formata nel 1812 in seguito all'annessione, da parte dell'Impero zarista russo, della parte orientale del principato di Moldavia e della "Bessarabia storica", diretto possesso dell'Impero ottomano.
Moldavia è il nome italiano. Siccome è molto simile alla denominazione russa, i moldavi preferiscono la dizione Moldova come nella lingua locale, il moldavo, che è sostanzialmente il romeno con alcune varianti. La popolazione è di circa 4.300.000 abitanti, di cui circa 800 mila vivono nella capitale Chisinau. La Moldova è una repubblica parlamentare. L'attuale presidente è Vladimir Voronin, leader del Partito comunista moldavo attualmente al governo. La Moldovaè uno dei paesi più poveri d'Europa, caratterizzato da una massiccia emigrazione. Le rimesse degli emigranti costituiscono una voce molto importante per il Pil. Dal punto di vista energetico dipende totalmente dalla Russia.

La proteste dei giorni scorsi sono scoppiate in seguito alla contestazione dei risultati delle elezioni politiche del 5 aprile che hanno visto la nettissima affermazione del Partito comunista. Nonostante gli osservatori internazionali abbiano certificato la sostanziale regolarità del voto il sospetto di brogli è alto, soprattutto per quanto riguarda il voto dei moldavi all'estero. Inoltre, se è vero che nelle proteste di questi giorni ha avuto un ruolo fondamentale l'uso di Internet, Twitter e sms, è altrettanto vero che questi strumenti sono diffusi tra i giovani, studenti e urbanizzati. La maggioranza della popolazione prende l'informazione da radio e tv in gran parte controllati dal governo.
Le manifestazioni di protesta dei giorni scorsi sono ben presto degenerate in scontri con le forze dell'ordine e assalti al palazzo del parlamento e a quello presidenziale, devastazioni, razzie e incendi che hanno provocato molti feriti e la morte di una ragazza. Considerando che la prima manifestazioni nel centro di Chisinau si erano svolte pacificamente, con la polizia assolutamente tranquilla e quasi distratta (stando a quanto hanno riferito i testimoni), il fatto che in seguito le proteste siano degenerate ha fatto sorgere vari dubbi sulla loro matrice.

Le spiegazioni delle violenze di piazza sono sostanzialmente tre: uno scoppio spontaneo di rabbia da parte di giovani consapevoli di non avere un futuro certo e insofferenti all'isolamento in cui vive il paese da quando la Romania è entrata nell'Ue; una strumentalizzazione da parte delle forze di opposizione per mettere in difficoltà il governo sia all'interno che all'estero; una provocazione orchestrata dal partito al potere e dai suoi alleati per screditare l'opposizione di fronte all'opinione pubblica. Ognuno di questi scenari è plausibile, ma al momento nessuno è certo.
Anche se diversi giornali in Italia hanno parlato, a proposito del presidente Voronin e del partito al governo, di "ultimo partito comunista al governo", di "ultimo regime comunista". In realtà non è così. La Moldova è un paese democratico, con un'economia di mercato, un'opposizione politica, una stampa indipendente (almeno in parte). Il problema vero, quindi, non è il "comunismo" ma l'"isolazionismo" a cui il governo ha portato il paese che si scontra con la voglio d'Europa delle giovani generazioni.

Ancora una volta, come per l'est europeo e come per i Balcani, solo l'Unione europea può ascoltare le aspettative e le richieste dei moldavi disinnescando i tamburi del nazionalismo e offrendo la possibilità e la prospettiva di un futuro. Il problema ancora una volta è se l'Unione europea sarà capace non solo di ascoltare ma anche di dare risposte.

Per cercare di capire la situazione politica e sociale della Moldova e le ragioni delle proteste di questi giorni, le tendenze isolazioniste del regime (il vero problema più che il fatto di avere un partito comunista al governo), il desiderio di Europa delle giovani generazioni e le responsabilità dell'Unione Europea, vi segnalo l'intervista con Victor Druta che trovate sul sito di Radio Radicale.

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