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passaggioasudest [ la realtà politica dell'europa sud orientale dai balcani alla turchia ]
 



Questo blog è dedicato ad un'area cruciale per il futuro europeo. Per l'area che va dai Balcani occidentali alla Turchia, infatti, passa il futuro dell'Unione europea come progetto politico così come il futuro di questi Paesi passa dalla scelta dell'integrazione in questo progetto.




"Dobbiamo ricordarci che l’informazione è un veicolo diretto all’utente, non è un soliloquio da parte del giornalista. Bisogna tenere sempre presente che chi è dall’altra parte del microfono deve poter comprendere una realtà in cui non è presente. Questo, penso, è il massimo sforzo che i giornalisti devono compiere".
Antonio Russo



"Il vero referendum sul futuro dell'Unione si terrà nei Balcani"
International Balkan Commission


"E poi, un giorno, è stato costruito un ponte che collegava le due rive del Bosforo. Quando sono salito sul ponte e ho guardato il panorama, ho capito che era ancora meglio, ancora più bello di vedere le due rive assieme. Ho capito che il meglio era essere un ponte fra due rive. Rivolgersi alle due rive senza appartenere".
Orhan Pamuk, Istanbul



Per inviare una email scrivi a pasudest@yahoo.it





30 giugno 2009


LE ELEZIONI IN ALBANIA

In Albania lo spoglio dei voti delle elezioni politiche svoltesi domenica prosegue a rilento. Dopo che i primi exit poll avevano indicato la vittoria del premier uscente, Sali Berisha, i dati che emergono dai conteggi per ora mostrano un testa a testa fra il Partito Democratico del premier ed il Partito Socialista guidato dall'attuale sindaco di Tirana, Edi Rama. In attesa dei dati definitivi, sul significato del voto di domenica e sulle questioni affidate al giudizio dei cittadini albanesi, segnalo le considerazioni contenute nell'articolo di Cecilia Tosi pubblicato sul sito di Limes.

Se l’Albania vota per Bruxelles
Testa a testa a Tirana tra Berisha e Rama, divisi dalle elezioni ma uniti dalla speranza di fare una buona impressione sull’Unione europea. Il parere decisivo degli osservatori. L'ingresso nella Nato e l’autostrada Durres-Kukes.


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28 giugno 2009


UNIONE EUROPEA: ROTTA A NORD-OVEST?

Dopo mesi passati a cercare di conciliare le inconciliabili posizioni di Slovenia e Croazia sulla questione del confine che si trascina da 18 anni, l'UE ha gettato la spugna: "Fate voi" è il messaggio che Bruxelles ha mandato a Lubiana e Zagabria. Il commissario per l’allargamento Olli Rehn dopo aver provato a mettere d’accordo i due contendenti ha dovuto arrendersi. Il ministro degli Esteri svedese, Carl Bildt, che dal 1 luglio sarà presidente di turno dell'UE, è stato chiaro.
Presentando le linee guida del semestre ha detto che non si prevedono nuove iniziative tornando alla posizione iniziale dell'UE: si tratta di una questione bilaterale e se i due governi avranno qualcosa da dire a Bruxelles saranno ascoltati. La cosa è tanto più sconfortante se si considera che l'Unione Europea non stava cercando di tracciare il confine, ma soltanto di definire le modalità con cui risolvere il contenzioso. D'altra parte le due parti non hanno mostrato nessuna seria intenzione di raggiungere un compromesso.
La partita dunque è sospesa, senza vincitori, né vinti. O meglio: in attesa delle prossime schermaglie, per ora perdono sia la Slovenia, sia la Croazia. Quest'ultima, senza il via libera sloveno, resterà ancora in attesa alla porta, non chiuderà il negoziato di adesione con Bruxelles entro la fine dell’anno e l’entrata nell'Unione slitterà oltre il 2011. La Slovenia, invece, sta perdendo credibilità, “una moneta", hanno precisato fonti della presidenza svedese, "con cui si opera all’interno dell’Unione europea”. A Zagabria precisano che così non è, ma le reazioni irritate alla vera o presunta capacità di lobbying dei croati tradisce un certo nervosismo.
La presidenza svedese, da parte sua, più che di occuparsi delle beghe balcaniche sembra intenzionata a concentrarsi sull’ingresso nell’Unione dell’Islanda. Il paese, che dovrebbe presentare la richiesta formale il prossimo luglio, pare in grado procedere speditamente verso l’adesione. Un allargamento ad occidente, proiettato verso l’Atlantico e le regioni artiche, che sembra mettere in secondo piano il complicato processo di espansione ad est. Brutte notizie anche per la Turchia, quindi, che nella sua già difficile navigazione verso Bruxelles, dopo lo scoglio cipriota rischia di trovare un'isola di ghiaccio.


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28 giugno 2009


BOSNIA: UNA PARTITA RISCHIOSA PER TUTTI I BALCANI

Se si pensa ai Balcani, al difficile cammino per superare definitivamente il crollo della Jugoslavia, arrivare ad una pacificazione e ad una riconciliazione che garantisca una stabilizzazione duratura della regione, e quindi se si pensa al rischio che possa di nuovo materializzarsi lo spettro dei conflitti degli anni '90, si pensa subito al Kosovo. Ed in effetti il Kosovo è ancora una questione aperta e densa di rischi, ma senza peccare di eccessivo ottimismo, si può affermare che la possibilità di una nuova deflagrazione con un conflitto armato su larga scala tra serbi e albanesi, è al momento abbastanza remota. Alla vigilia della dichiarazione unilaterale di indipendenza molti osservatori disegnarono scenari foschi sul futuro della ex provincia serba. Un anno e mezzo dopo niente di tutto questo è successo. Il rischio di scontri violenti è sempre presente, l'incomunicabilità tra le due comunità è pressoché totale, ma la realtà mostra che serbi e albanesi non vogliono una nuova guerra. Iin questo momento, lo scenario più delicato e, per certi versi, più inquietante, quello che che meriterebbe più attenzione prima di tutto da parte dell'opinione pubblica internazionale, è invece la Bosnia-Erzegovina, dove, anche se a volte sembra lo si dimentichi, fra il 1992 ed il 1995 fu combattuta una guerra di gran lunga più sanguinosa e tragica di quella del Kosovo del 1999. E' sullo scacchiere bosniaco, ben più che in quello kosovaro, che oggi si gioca una partita cruciale sia per il futuro dei Balcani, sia per quello della stessa Europa.
Per capire qualcosa della "partita bosniaca", segnalo l'intervista di Andrea Rossini a Senad Pecanin, direttore del settimanale Dani, pubblicata sul sito di Osservatorio Balcani: si parla dello scontro in corso tra l'Alto Rappresentante internazionale, Valentin Inzko, e le istituzioni della Republika Srpska (una delle due entità che compongono la Bosnia-Erzegovina, della posizione della comunità internazionale e del possibile futuro del Paese.

Pecanin nota prima di tutto che è cambiato l'atteggiamento di uno degli attori principali delle politiche della comunità internazionale in Bosnia Erzegovina: "L'amministrazione Obama ha un approccio molto diverso da quello dell'amministrazione precedente. Nel periodo Bush, specie durante il secondo mandato, la Bosnia non poteva contare su nessun sostegno da parte statunitense. Ora le cose sono cambiate, anche se si tratta di un processo ancora in corso e gli americani non hanno ancora definito chiaramente le proprie strategie".
Per Pecanin, tuttavia, il problema principale è che c'è un conflitto in atto tra l'approccio dell'amministrazione Obama e quello europeo: "Ci sono forti resistenze all'interno dell'Unione Europea rispetto ad un maggiore coinvolgimento in Bosnia. Ci sono sforzi da parte di alcuni Paesi, come la Francia, per arrivare ad una rapida chiusura dell'Ufficio dell'Alto Rappresentante (OHR)", e ci sarà un nuovo impulso a queste posizioni durante la prossima presidenza di turno svedese dell'Unione, anche perché per il ministro degli Esteri di Stoccolma, Carl Bildt, uno degli obiettivi principali del suo mandato è proprio la chiusura dell'OHR, un passo che Pecanin teme possa aprire una fase molto rischiosa per la stabilità e l'unità della Bosnia Erzegovina. "Negli ultimi due anni - sottolinea il direttore di Dani - la politica del leader serbo bosniaco Milorad Dodik sta mettendo in discussione in maniera sempre più aperta l'esistenza del Paese, parlando apertamente di un referendum e della secessione della Republika Srpska (RS)" e su questa questione le istituzioni internazionali non hanno saputo dare finora una risposta chiara lasciando che questa idea acquisitasse sempre maggiore legittimità.

Secondo Senad Pecanin, il problema è che la posizione della comunità internazionale non è chiara: "L'amministrazione americana stava considerando molto seriamente la possibilità di nominare un proprio rappresentante speciale per i Balcani, ma c'è stata una resistenza enorme da parte dell'Unione Europea. Potrei capire questa posizione se gli europei avessero una chiara posizione comune sulla Bosnia, ma sfortunatamente non ce l'hanno. Se manterranno l'idea di chiudere l'OHR entreremo in un periodo di grande instabilità. Ci sarà una situazione di blocco nel funzionamento delle istituzioni statali, nella pratica la dissoluzione dello Stato dal punto di vista istituzionale, e poi si aprirebbero tutti gli scenari possibili incluso il ritorno ad una situazione di aperto conflitto". D'altra parte Pecanin giudica negativamente anche il cosiddetto "processo di Prud", ovvero il tentativo di arrivare a delle riforme tramite l'accordo dei tre maggiori partiti delle principali etnie che costituiscono la Bosnia-Erzegovina: l'SDA (bosgnacco), l'HDZ (croato bosniaco) e l'SNSD (serbo bosniaco): "I tre principali attori, Tihic, Dodik e Covic, avevano obiettivi e ragioni personali per essere parte di quel percorso, non c'è un reale intento riformatore. A Dodik in particolare quell'accordo serviva per mostrare alla comunità internazionale che i leader bosniaci potevano trovare un consenso tra di loro senza la necessità della presenza dell'OHR. Il suo obiettivo principale in questo momento è la chiusura dell'OHR, su questo non ci sono dubbi. Tihic è entrato a far parte di questo percorso per affermarsi come rappresentante unico dei bosgnacchi e squalificare il proprio principale competitore, Haris Silajdžic. Ora peraltro sembra essersi chiamato fuori". Senza il pieno coinvolgimento della comunità internazionale, secondo Pecanin, sarà impossibile modificare la Costituzione. Da questo punto di vista l'impulso impresso dalla nuova amministrazione americana verso un più forte impegno nei Balcani rappresenta sicuramente una buona notizia, ma il problema restano le divisioni in seno alla comunità internazionale e il pieno sostegno garantito alle posizioni del premier della RS, Dodik, da parte della Russia e di alcuni importanti Stati membri dell'UE come Francia, Svezia, Spagna e Grecia.

A questo punto l'intervistatore propone il recente articolo di William Montgomery pubblicato sul New York Times ("
The Balkan Mess Redux") in cui l'ex ambasciatore USA in diversi Paesi della regione ha sostenuto l'inevitabilità ma anche la necessità della divisione del Kosovo sulla linea del fiume Ibar e della indipendenza della RS dalla Bosnia-Erzegovina, sostenendo che “è inutile pensare che i balcanici ragionino come noi, questo non accadrà”. Il giudizio di Pecanin è netto: "Credo che Montgomery abbia dato una prova eccellente di razzismo rispetto ai Balcani. Anche se devo dire che lui, in un certo senso, basandosi sull'analisi della politica serba in Bosnia Erzegovina negli ultimi due anni, trae la corretta conclusione che la direzione verso cui si sta andando è quella della disintegrazione del Paese. Solo che il problema ora sembra essere non tanto il fatto che stiamo andando in quella direzione, ma che qualcuno si sia reso conto che quello è l'esito finale del processo in corso". Invece la Bosnia Erzegovina dovrebbe restare unita in primo luogo perche la divisione del Paese rappresenterebbe la ricompensa per la pulizia etnica e il genocidio e non avverrebbe in modo pacifico, non potrebbe essere ottenuta senza una nuova guerra. Inoltre, la secessione dell'entità serba provocherebbe un'analoga decisione della parte della Bosnia Erzegovina a maggioranza croata che dovrebbe avere lo stesso diritto di quella serba a staccarsi a sua volta ed eventualmente unirsi alla Croazia. Infine verrebbe creata una specie di Gaza europea per i musulmani bosniaci. Questo per Pecanin sarebbe un messaggio chiaro per i radicali musulmani, "una conferma per quanti affermano che la comunità internazionale non ha fatto niente in tre anni e mezzo per fermare la guerra, gli assassinii di massa, le espulsioni e deportazioni di centinaia di migliaia di persone perché in realtà era tutto un'unica grande cospirazione dei cristiani contro i musulmani. Il risultato ultimo sarebbe la creazione di una Repubblica islamica, uno Stato islamico radicale guidato dal clero, che sarebbe lo scenario peggiore per i bosgnacchi.


26 giugno 2009


PIPPA BACCA: ERGASTOLO PER L'ASSASSINO DELL'ARTISTA ITALIANA

Pippa Bacca, "sposa in viaggio".E' stato condannato all’ergastolo Murat Karatash, 38 anni, l’assassino di Pippa Bacca, l’artista milanese di 33 anni violentata e uccisa nell’aprile del 2008 in Turchia. La sentenza è arrivata al termine dell’ottava e ultima udienza del processo. Giuseppina Pasqualino di Marineo - questo il vero nome dell’artista milanese, tretatreenne, nipote di Piero Manzoni - lo scorso anno si era recata in Turchia in compagnia di un’amica, per una performance itinerante nella quale le due donne viaggiavano indossando abiti da sposa per attraversare come messaggere di pace undici Paesi teatri di conflitti. La meta finale era Israele. Giunte insieme a Istanbul, le due artiste si erano separate dandosi appuntamento a Beirut, ma in Libano Pippa non arrivò mai perché il 31 marzo venne violentata e uccisa da Murat Karatash, che le aveva dato un passaggio in auto. Il suo corpo venne ritrovato alcuni giorni dopo e l’assassino fu rintracciato perchè utilizzò il cellulare della vittima.
Il processo era cominciato lo scorso ottobre. Il pm aveva chiesto il massimo della pena per Murat Karatash e i giudici della Corte d’assise di Kocaeli ieri gli hanno hanno accolto le richieste dell'accusa condannando Karatash all’ergastolo (equivalente a una pena detentiva di 30 anni) e comminando altri 15 anni aggiuntivi di carcere per i reati di stupro, sequestro di persona, occultamento di cadavere e furto. La corte ha optato per una condanna più articolata, per avere la garanzia che la sconterà effettivamente in carcere, fondandosi sui precedenti penali di Karatas in passato già condannato per furto.
Soddisfatta la madre della vittima, Elena Manzoni, presente in aula insieme all'altra figlia Antonietta: «In Italia l’imputato non avrebbe avuto questa condanna. Sono contenta dell’operato della giustizia turca», ha dichiarato. Allo stato dei fatti sembra improbabile che l’imputato, privo di mezzi economici e abbandonato dalla famiglia, tanto da aver goduto soltanto della tutela di un avvocato d’ufficio, che non ha nemmeno presenziato a tutte le udienze del processo, faccia appello. Forse soltanto il pubblico ministero chiederà di rivedere il processo, ma più per un dovere d’ufficio dovuto alla consuetudine legale turca. Non si dovrebbero pertanto avere sorprese nell'eventuale prossimo grado di giudizio.
La sentenza non ha fugato del tutto i dubbi emersi durante l'inchiesta ed il procedimento. In un primo momento Murat Karatash aveva ammesso la sua responsbilità confessando di avere dato un passaggio con il suo furgone a Pippa e di averla poi stuprata e uccisa. Poi, nel corso del processo, aveva ritrattato sostenendo che le dichiarazioni gli erano state estorte. Il processo non ha chiarito del tutto se Karatash abbia agito da solo, oppure se ha confessato per coprire altre persone la cui presenza sarebbe indicata dai mozziconi di sigarette ritrovati sul suo furgone. Secondo le autorità di polizia tuche, in casi come questo fa fede la prima confessione, anche se ritrattata in un secondo tempo. Sul corpo della vittima, effettivamente, l’esame scientifico aveva rilevato soltanto tracce del Dna dell’assassino.
L'assassinio di Pippa Bacca aveva suscitato molta impressione in Turchia e la sua vicenda aveva avuto un grande spazio sui media locali. Il presidente della repubblica, Abdullah Gul, era intervenuto esprimendo la sua solidarietà alla famiglia e la sua costernazione per una fine così tragica. Il sindaco della località dove Pippa fu assassinata aveva anche espresso l'intenzione di erigere un monumento per ricordare l'iniziativa di pace e di comprensione tra i popoli che l'artista stava diffondendo e che era stata così tragicamente spezzata. Alcune ragazze hanno anche progettato di far camminare per le strade di Istanbul un’enorme marionetta che rappresenta Pippa, per ricordarne lo spirito.
Il prossimo 9 dicembre - compleanno di Pippa - alla Fondazione Mudima di Milano sarà inaugurata una mostra per ricordare la sua opera ed il suo ultimo viaggio. Tra le altre iniziative, si è aperta ieri a Ravello, a cura di Achille Bonito Oliva, la mostra "Arte Madre Coraggio", che ospiterà sia opere di Pippa sia dello zio, Piero Manzoni.

Il sito di Pippa Bacca

Il sito delle "Spose in viaggio"


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26 giugno 2009


LA TURCHIA E L'EUROPA DOPO LE EUROPEE

Il Parlamento europeo uscito dalle elezioni del 6-7 giugno scorsi, con la prevalenza del centro-destra e l’aumento dei deputati contrari all’ingresso della Turchia nell’Unione Europea, sembra rappresentare un ulteriore ostacolo al processo di integrazione. I riflessi delle elezioni europee sul percorso di avvicinamento di Ankara a Bruxelles sono ovviamente oggetto di studio da parte degli analisti turchi che hanno in particolare fatto notare la bassa affluenza alle urne e la conseguente parziale rappresentatività dell'assemblea di Strasburgo rispetto alla totalità della popolazione europea.

Il premier Recep TayyipErdogan ha criticato i partiti che in Europa hanno fatto dell’opposizione alla Turchia materia di campagna elettorale, affermando che "la distribuzione dei seggi nel Parlamento europeo non significa e non permette, come sostiene qualcuno, un cambiamento nelle politiche fondamentali dell’UE o nella direzione dei suoi obiettivi fondamentali". Ma gli analisti turchi fanno notare che la nuova composizione del Parlamento europeo avrà comunque un’incidenza relativa sui negoziati della Turchia con l’UE, mentre la vera questione continua ad essere il ritardo del governo di Ankara nell’attuare le riforme richieste da Bruxelles.


Sul tema segnalo l'articolo "
Ankara dopo le europee" di Fazila Mat pubblicato il 24 giugno sul sito di Osservatorio Balcani.


24 giugno 2009


LA PROSPETTIVA EUROPEA DEI BALCANI

La Commissione Europea sulla questione dell’allargamento dell’UE ha ribadito che “tutti i paesi dei Balcani occidentali hanno una prospettiva di adesione all’Unione europea", un obiettivo sostenuto dal Consiglio europeo di Feira nel giugno del 2000, riconfermato al Consiglio europeo di Salonicco nel giugno 2003. Il Consiglio europeo nel giugno 2005 ha chiaramente ribadito gli impegni assunti.
Croazia e Macedonia, a cui è stato riconsosciuto lo status di paesi candidati, continuano a fare parte del Processo di stabilizzazione e associazione (SAP). La Croazia ha in corso i negoziati per l'adesione che negli ultimi mesi hanno subito una battuta d'arresto a causa del contenzioso sui confini con la Slovenia. La Macedonia invece attende dal 2005 e spera di aprire la trattaiva entro quest'anno se la Grecia non porrà veti per la questione del nome dell'ex repubblica jugoslava.
Sono invece potenziali candidati all'adesione gli altri paesi dei Balcani occidentali: Albania, Bosnia Erzegovina, Montenegro, Serbia e Kosovo nel quadro della risoluzione 1244 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Tutti questi paesi hanno firmato l’Accordo di stabilizzazione e associazione (primo passo formale del processo di integrazione) e Macedonia e Albania lo hanno anche ratificato. Negli ultimi mesi il Montenegro e l’Albania hanno ufficialmente presentato la richiesta di ricevere ufficialmente lo status di Paesi candidati all'adesione all’Ue.
Più complicato il discorso per la Serbia con la quale l'ASA e’ bloccato dal veto dell'Olanda che giudica insufficiente la collaborazione di Belgrado con il Tribunale internazionale per l’ex Jugoslavia, nonostante il postivo giudizio espresso recentemente dal procuratore capo Serge Brammertz nel suo rapporto annuale al segretario generale dell'ONU.

Qui di seguito il testo della corrispondenza di Marina Sikora per lo Speciale di Passaggio a Sud Est in onda questa sera alle 23,30 su Radio Radicale e dedicato al futuro europeo dei balcani occidentali, ma anche al futuro dell'Europa nella regione.


 

La Croazia, l'Ue e il contenzioso con la Slovenia
Nel gennaio 2006, la Commissione ha adottato la comunicazione “I Balcani occidentali sulla strada verso l’Ue: consolidare la stabiita’ e rafforzare la prosperita’”, che valuta i progressi compiuti dal vertice di Salonicco ed espone una serie di misure concrete destinate a rafforzare la politica Ue per i Balcani occidentali e gli strumenti di cui si avvale.
Sei anni dopo il summit di Salonicco cha ha riunito i rappresentanti dell’Ue e degli stati dei Balcani Occidentali in cui uno dei messaggi principali era quello in cui si affermava che “la mappa dell’Europa sara’ completa solo quando gli stati della regione entreranno in Ue”, il processo di avvincinamento dei Balcani occidentali e’ stato gravemente rallentato. E questo nonostante il fatto che gli stati in questione hanno compiuto considerevoli progressi relativi alle riforme politiche ed economiche. Secondo diversi analisti ma anche politici dell’area e non solo, e’ arrivato il tempo di convocare un “Salonicco 2” per andare incontro alla necessita’ di una visione europea ancora piu’ approfondita e strategica dei Balcani occidentali anche perche’ tra i politici e i cittadini della regione prevale sempre di piu’ un pensiero condiviso secondo il quale nonostante le promesse fatte a Salonicco e l’impegno dei Balcani occidentali a soddisfare le condizioni imposte dall’Ue, la strada verso l’integrazione europea sta diventando sempre piu’ lunga e incerta.
Per il candidato piu’ vicino all’adesione, la Croazia, considerata generalmente il prossimo 28 paese dell’Ue, il processo di negoziati che secondo il callendario della Commissione europea doveva concludersi entro la fine dell’anno, sta diventando un cammino sempre piu’ spinoso e frustrante. I negoziati di adesione con l’Ue sono bloccati da mesi a causa della controversia confinaria tra Croazia e Slovenia. Un tema di cui ci stiamo occupando ormai di puntata in puntata delle nostre trasmissioni. La situazione attuale non e’ per niente rassicurante e non promette nessuna vicina soluzione anche se ci sono state ipotesi che la facenda poteva raggiungere un lieto fine gia’ settimana scorsa, soprattutto per l’impegno della Commissione europea e in vista del vertice del Consiglio europeo svoltosi lo scorso giovedi’ e venerdi’ a Bruxelles. Ma dopo che non e’ stato raggiunto nessun accordo al decimo incontro trilaterale tra il commissario all’allargamento Olli Rehn e i ministri degli esteri croato Gordan Jandrokovic e sloveno Samuel Zbogar, il ministro degli esteri svedese, Carl Bildt, in occasione della presentazione a Bruxelles della prossima presidenza all’Ue, che il primo luglio passera’ dalla Repubblica Ceca alla Svezia, ha dichiarato che “il contenzioso croato-sloveno e’ una questione bilaterale che devono risolvere questi due paesi e che la presidenza svedese non intende intromettersi nella questione”. Bildt ha aggiunto che secondo l’opinione del suo paese “le dispute bilaterali non dovrebbero ostacolare i negoziati di adesione, ma come si sa, proprio di questo si tratta. Adesso tocca a questi due paesi di riflettere e vedremo se questo riflettere portera’ dei risulatati”. “Quanto alle conseguenze, penso che ce ne saranno sia per la Croazia che per la Slovenia in maniera diversa” ha detto il ministro degli esteri svedese.
Il quotidiano di Zagabria 'Jutarnji list' scive che «L'Unione europea e' «frustrata e disorientata» per la situazione relativa ai negoziati della Croazia con l'Ue. L'impegno del commissario Rehn e' finito, il lavoro della troika di mediatori altrettanto e il lavoro sulla questione non proseguira'. Questo - scrive il giornale croato - hanno detto molti diplomatici dei paesi membri dell'Ue. Il commissario Rehn ha invitato la Croazia e la Slovenia di continuare da sole i colloqui a fin di trovare una soluzione del contenzioso e ha aggiunto ottimisticamente che e' ancora possibile portare i negoziati di adesione nella fase conclusiva entro la fine dell'anno. Rehn ha ripetuto ancora una volta che la Commissione appoggia la Croazia ma bisogna, ha sottolineato, che Zagabria acceleri le riforme, in particolare quelle riguardandi la giustizia, rafforzi la lotta alla corruzione e risolva i problemi relativi alla collaborazione con il Tribunale dell'Aja. Il ministero degli esteri croato ha replicato all'appello del commissario Rehn sottolineando di insistere sulla soluzione del contenzioso croato-sloveno in sintonia con le regole internazionali. Al contempo - avverte - che qualsiasi altra soluzione sarebbe un precedente pericoloso. «La Croazia sin dall'inizio afferma che il contenzioso sul confine e' una questione bilaterale che non dovrebbe far parte del processo negoziatorio e che bisognerebbe risolvere davanti ad un organo giuridico internazionale e ha chiesto l'immediato sblocco dei negoziati» si legge in un comunicato del Ministero degli esteri e delle integrazioni europee della Croazia. Quanto alla controparte slovena, il premier sloveno Borut Pahor ha incontrato i presidenti dei partiti politici e ha sottolineato che per la Slovenia e' stato produttivo l'insistere sull'iniziativa della Commissione europea e che proporra' il proseguimento del processo di mediazione. «La Slovenia vuole che continuino i negoziati di adesione della Croazia con l'Ue ma allo stesso tempo avverte che il problema non e' stato provocato dalla Slovenia bensi' dalla Croazia a causa delle mappe inviate a Bruxelles in quanto allegati ai documenti di adesione in cui si pregiudica il confine» ha detto Pahor. E sempre per complicare ulteriormente la situazione, per la Croazia e' arrivato un nuovo «colpo» sloveno. Alla riunione del gruppo di lavoro per l'allargamento a Bruxelles, la Slovenia ha bloccato l'apertura di un altro capitolo. La spiegazione e' la stessa come nei casi precedenti – la Croazia pregiudica il confine. Con quest'ultimo atto di Ljubljana il numero di capitoli bloccati e' aumentato a 13, nove capitoli pronti per l'apertura e quattro per essere chiusi.

L'integrazione europea della Serbia
Sul'avvicinamento della Serbia all'Ue, il ministro degli esteri serbo Vuk Jeremic afferma in questi giorni che non ci sono nuove condizioni per l'integrazione della Serbia all'Ue e che dipende soprattutto dalla stessa Serbia quando questo passo avverra'.
«Nuovi condizionamenti non ci sono, la Serbia, come tutti gli altri candidati, deve soddisfare soltanto «i criteri di Copenhagen». Il sostegno da fuori e' benvenuto come anche di non avere oppositori nel nostro cammino, ma la cosa piu' importante e' che noi stessi vogliamo entrare in Europa e dobbiamo fare quello che da noi si aspetta» ha detto Jeremic.
Facendo il punto della situazione, il ministro degli esteri serbo ha valutato che la diplomazia serba nelle ultime due settimane ha raggiunto grandi successi a riguardo delle tre priorita' della politica estera del Paese. Secondo Jeremic le ultime vicende a New York, Bruxelles e Novi Sad hanno dimostrato che la Serbia sta andando avanti verso le integrazioni europee in rifermimento all'annunciata liberalizzazione dei visti, in relazione alla protezione del Kosovo con mezzi assolutamente diplomatici e per quanto riguarda la collaborazione regionale.
Un riferimento questo al processo in corso al Tribunale internazionale della Giustizia che ha accolto la richiesta di Belgrado e si pronunciera' sulla questione della legalita' dell'autoproclamata indipendenza del Kosovo, alla decisione accolta al vertice ministeriale europeo sulla liberalizzazione dei visti per i paesi che soddisfano i criteri entro la fine dell'anno, tra cui ci potrebbe essere anche la Serbia e infine al vertice dei capi di Stato dei paesi dell'Europa centrale svoltosi settimana scorsa nel capoluogo della Vojvodina Novi Sad che ha ribadito l'impegno dei vertici della regione ad una rafforzata cooperazione regionale congiunta.
Tuttavia, per quanto riguarda il passo indispensabile per l’avvicinamento della Serbia all’Ue, vale a dire lo sblocco dell’Accordo di stabilizzazione e associazione con l’Ue, stipulato tra Bruxelles e Belgrado da oltre un anno ma sospeso a causa dell’insufficiente collaborazione di Belgrado con il Tribunale penale internazionale per l'ex Jugoslavia, le aspettative non si sono ancora realizzate. Al vertice di Bruxelles, all’ultimo momento e’ stato deciso che non si discutera’ dello scongelamento dell’Accordo commerciale transitorio con la Serbia. I vertici olandesi hanno fatto sapere che non cederanno alla richiesta di avviare l’attuazione dell’Accordo anche se precedentemente avevano offerto la sua parziale attuazione sostenendo che l'ultimo rapporto periodico del procuratore capo del Tribunale dell'Aja, Serge Brammertz presentato lo scorso 4 giugno al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, non ha affermato il raggiungimento della piena cooperazione di Belgrado poiche' restano latitanti i due principali ricercati per crimini di guerra e genocidio, Ratko Mladic e Goran Hadzic.
Infine, da aggiungere che un recentissimo sondaggio dell'Ufficio per le integrazioni europee del governo serbo ha dimostrato che il 61 percento dei cittadini della Serbia e’ a favore dell’ingresso del loro Paese all’Ue. Il 52 percento degli intervistati ritiene che l’adesione all’Ue significa la via verso un futuro migliore per i giovani e nuove possibilita’ di lavoro. Per il 50 % pero’ quello che maggiormente rallenta o rende difficile l’ingresso della Serbia nell’Ue e’ la politica di incessanti condizionamenti e ricatti da parte dell’Ue nei confronti della Serbia, mentre l’altra meta’ dei cittadini ritiene che a causarlo e’ l’incapacita’ della leadership serba, della mentalita’ della gente, delle consistenti riforme e del fallimento nel soddisfare gli obblighi internazionali.


24 giugno 2009


ARRESTATO EX PREMIER KOSOVARO

Foto APAgim Ceku, ex primo ministro del Kosovo, è stato arrestato in Bulgaria in esecuzione di un mandato di cattura internazionale per crimini di guerra emesso dalla Serbia. L'arresto, è avvenuto martedì sera lungo il confine con la Macedonia, ma e' stato reso noto dal ministero degli Interni bulgaro solo oggi. Il processo dovrebbe cominciare gia' nei prossimi giorni. L'arresto e' avvenuto dopo oltre un mese di latitanza, durante il quale Ceku, espulso dalla Colombia in seguito all'emissione del mandato di cattura, è passato dalla Francia prima di giungere nei Balcani. L'ex leader kosovaro, che era già stato detenuto in Slovenia e in Ungheria nel 2006, si è dichiarato prigioniero politico e ha contestato la legittimita' del mandato di arresto a suo carico. Le accuse di crimini di guerra si riferiscono agli anni 1998-99, durante i quali Ceku era uno dei capi dell'UCK, l'Esercito per la liberazione del Kosovo che aveva intrapreso la lotta armata per l'indipendenza dalla Serbia.


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