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passaggioasudest [ la realtà politica dell'europa sud orientale dai balcani alla turchia ]
 



Questo blog è dedicato ad un'area cruciale per il futuro europeo. Per l'area che va dai Balcani occidentali alla Turchia, infatti, passa il futuro dell'Unione europea come progetto politico così come il futuro di questi Paesi passa dalla scelta dell'integrazione in questo progetto.




"Dobbiamo ricordarci che l’informazione è un veicolo diretto all’utente, non è un soliloquio da parte del giornalista. Bisogna tenere sempre presente che chi è dall’altra parte del microfono deve poter comprendere una realtà in cui non è presente. Questo, penso, è il massimo sforzo che i giornalisti devono compiere".
Antonio Russo



"Il vero referendum sul futuro dell'Unione si terrà nei Balcani"
International Balkan Commission


"E poi, un giorno, è stato costruito un ponte che collegava le due rive del Bosforo. Quando sono salito sul ponte e ho guardato il panorama, ho capito che era ancora meglio, ancora più bello di vedere le due rive assieme. Ho capito che il meglio era essere un ponte fra due rive. Rivolgersi alle due rive senza appartenere".
Orhan Pamuk, Istanbul



Per inviare una email scrivi a pasudest@yahoo.it





30 settembre 2009


GEORGIA, RAPPORTO UE: TIBLISI ATTACCÒ PER PRIMA, MA MOSCA PROVOCÒ IL CONFLITTO

La guerra in Caucaso dell'agosto 2008 fu scatenata dalla Georgia, ma anche la Russia ha pesanti responsabilità per aver provocato l'azione militare georgiana. Sono le conclusioni dell'indagine commissionata dalla Commissione europea sul conflitto russo-georgiano resa pubblica oggi. Dopo la sconfitta della Georgia e l''indipendenza de facto delle due regioni separatiste dell'Abkhazia e dell'Ossezia del Sud, il conflitto proseguì sul piano politico con reciproci scambi di accuse su chi fosse stato il responsabile dello scontro armato. Il presidente georgiano Mikheil Saakashvili ha sempre sostenuto che il suo esercito rispose ad un tentativo di invasione delle truppe russe sul territorio della Georgia, mentre Mosca ha continuato ad insistere che il suo intervento era stato reso inevitabile per difendere la popolazione delle due regioni ribelli che in gran parte possiede anche il passaporto russo. Proprio per cercare di fare chiarezza, dopo la mediazione che portò alla fine dei combattimenti, l'Unione Europea commissionò nel dicembre 2008 un rapporto ad un gruppo di esperti e diplomatici che hanno lavorato sotto la direzione di Heidi Tagliavini, diplomatico svizzero.

Il primo risultato dell'inchiesta è che, come sostiene Mosca, fu la Georgia ad attaccare per riprendere il controllo dell'Ossezia del Sud. Gli autori del rapporto sono arrivati alla conclusione che non era in corso nessuna invasione di truppe russe in Ossezia al momento dello scoppio delle ostilità nella notte tra il 7 e l'8 agosto, quando la Georgia iniziò a bombardare l'Ossezia del Sud. Nel contempo però la ricerca non assolve la Russia che nelle settimane e nei mesi precedenti la guerra aveva preseguito una strategia di escalation della tensione all'interno e intorno alle due province secessioniste. La Russia è anche accusata di violazioni del diritto internazionale e di aver invaso una parte del territorio georgiano, al di là dei confini dell'Ossezia del Sud.

"Il bombardamento di Tskhinvali da parte delle forze armate georgiane durante la notte tra il 7 e l'8 agosto 2008 ha segnato l'inizio di un conflitto di grande entità in Georgia", si legge nella relazione pubblicata sul sito web della commissione che smentisce così l'argomento principale, sostenuto dal presidente georgiano Mikheil Saakashvili per giustificare il suo attacco. "La commissione non è in grado di considerare adeguatamente sostenuta la pretesa georgiana di una offensiva militare russa diffusa in Ossezia del Sud prima dell'8 agosto 2008" afferma il rapporto. La Georgia non accetta questa lettura del rapporto dell'UE e sostiene che il documento diffuso oggi da Bruxelles non l'accusa di avere scatenato la guerra. "Voi non troverete una sola parola in questo rapporto che dica che la Georgia ha scatenato la guerra", ha dichiarato Temur Iakobashvili, ministro georgiano per la Reintegrazione delle regioni secessioniste". Ma la presidente della commissione di inchiesta ha dichiarato che "nessuna delle spiegazioni fornite dalle autorità georgiane per avanzare una forma di giustificazione giuridica per il loro attacco è stata convalidata".

Da parte russa le prime reazioni al rapporto sono state ovviamente molto positive: l'ambasciatore russo a Bruxelles ha definito "eccellente" il lavoro europeo e il Cremlino, da parte sua, "accoglie con favore" la conclusione dell'indagine dalla Commissione europea sul conflitto russo-georgiano, stando a quanto ha detto il portavoce del Presidente russo, Natalia Timakova. Più cauto il ministero degli Esteri che sottolinea una certa "ambiguità" nel rapporto UE, pur apprezzando che il documento individui Tbilisi come autore dell'attacco che provocò lo scoppio del conflitto. "E' importante che la comunità internazionale non si lasci sfuggire di nuovo la possibilità di guardare in modo approfondito le conclusioni a cui è giunta la commissione dell'Unione Europea", si legge in una nota secondo la quale l'utilizzo di certe parole e frasi "confuse e ambigue" mostra come in Europa riguardo agli eventi del 2008 permanga "un approccio politicizzato".

Evidentemente a Mosca non gradiscono che la relazione indichi anche chiaramente che lo scoppio delle ostilità sia stato "solo il culmine di un lungo periodo di tensione crescente, di provocazioni e incidenti" e punta il dito contro la responsabilità della Russia. Sempre la presidente, HeidiTagliavini, ha spiegato infatti che "la parte russa merita di essere criticata per un numero significativo di violazioni del diritto internazionale", prima e durante il conflitto, sottolineando che esistono "seri interrogativi circa l'atteggiamento delle forze russe che si sono mostrate riluttanti o incapaci di porre fine alle atrocità commesse dai gruppi armati combattenti in l'Ossezia meridionale contro la popolazione civile nei territori sotto il controllo russo".

L'intento della relazione non è comunque quello di "servire come base per un'ulteriore azione legale" tra gli ex belligeranti, ha detto una fonte rimasta anonima all'agenzia Apcom. "Siamo arrivati a una conclusione responsabile, onesta e chiara", ha aggiunto, "se siamo in grado di contribuire alla presa di coscienza, avremo fatto un buon lavoro". Resta di vedere quali saranno le ricadute politiche del documento. Il risultato dell'inchiesta potrebbe per esempio indebolire ancora di più la posizione del presidente georgiano Mikheil Saakashvili, già contestato nel suo paese, e potrebbe finire per complicare i già difficili negoziati diplomatici a Ginevra per cercare di riavvicinare Mosca e Tbilisi. L'Unione Europea continua a chiedere il rispetto per la sovranità territoriale della Georgia, ma è chiaro che la perdita di Ossezia del Sud e Abkhazia è ormai un dato di fatto difficilmente recuperabile, sicuramente non nel breve periodo. "Saakashvili ha agito pensando di poter contare sul sostegno americano, e invece si è schiantato. Questa è la storia", ha detto senza mezzi termini l'altro ieri il segretario di Stato francese per gli affari europei, Pierre Lellouche parlando con i giornalisti a Bruxelles, pur ammettendo che i russi non hanno certo aiutato a risolvere la questione per lo meno "a causa delle loro provocazioni". D'altra parte, ha dichiarato sempre Lellouche, se nell'UE vi è un sostegno per la Georgia", per quanto riguarda il presidente Saakashvili, "questa è un'altra storia".

Il rapporto sulla guerra tra Russia e Georgia è disponibile sul sito www.ceiig.ch


29 settembre 2009


LA GRECIA ALLA PROVA DEL VOTO

Elezioni in Grecia nel 2007 (Foto di Teacher Dude's BBQ da Flickr)Crisi economica pesante, tensioni sociali, gioventù senza prospettive, forte immigrazione. Con questa situazione la Grecia si prepara alle elezioni anticipate di domenica 4 ottobre. Quasi certa la vittoria dei socialisti del Pasok dopo quattro anni di governo di Nea Demokratia, travolto da scandali, rivolte di strada e incendi devastanti. I socialisti però, nonostante i sondaggi continuino ad attribuire loro un vantaggio di 6/7 punti, potrebbero non avere la maggioranza per governare. In questo caso si aprirebbe una fase di grande incertezza politica, con probabile ripetizione delle elezioni parlamentari in coincidenza con le presidenziali previste per il prossimo marzo.
Nonostante la disillusione di molti cittadini, Pasok e Nea Demokratia restano comunque i due grandi partiti egemoni del sistema politico greco con scarsi spazi parlamentari per altre formazioni. Nel prossimo parlamento entreranno sicuramente i comunisti del KKE, a cui i sondaggi attribuiscono tra l'8 ed il 9% dei voti, mentre più incerto è il risultato di Synaspimos, coalizione della sinistra progressista ed ecologista. Ricordo che il sistema elettorale greco è piuttosto complicato e che esiste uno sbarramento al 3%.
A pochi giorni dal voto gli indecisi sono ancora molti, ma questo è fisiologico e molti potrebbero essere spinti all'ultimo a votare nella speranza di cambiare le cose, anche se tutti si chiedono dove troverebbe i soldi per mantenere le promesse elettorali e uscire dalla crisi economica l'eventuale nuovo governo socialista se le casse dello Stato sono praticamente vuote.

Dove è finita la Grecia brillante che avevamo visto in occasione delle olimpiadi? Che fine ha fatto la rivolta che lo scorso inverno a messo a ferro e fuoco le principali città? La Grecia è in una situazione simile a quella vissuta dal'Italia nel '77 come qualcuno qui da noi ha scritto Ci sono reali differenze e quali tra i programmi del Pasok e di Nea Demokratia? Queste elezioni sono l'ultimo appello per il sistema politico greco? Ci sono possibilità che anche la Grecia imbocchi la strada del populismo affidandosi a qualche "uomo forte" nell'illusione di risolvere i suoi problemi?
Sono le principali domande che ho posto a Elisabetta Casalotti, collega di Elefterotypia, uno dei principali quotidani greci, per cercare di tracciare un ritratto del Paese alla vigilia del voto del 4 ottobre, in un'intervista per Radio Radicale.

L'intervista a Elisabetta Casalotti

Il sito del Pasok

Il sito di Nea Demokratia

Il sito di Synaspimos

Il sito del KKE

Per reperire maggiori informazioni sulle istituzioni, i partiti, i mezzi informazione, la situazione politca in Greca consiglio di consultare il portale Political Resources


29 settembre 2009


L'UE DISCUTE IL RITIRO DALLA BOSNIA

Militari dell'Eufor in Bosnia (Foto tratta dal sito della Ministero della Difesa)L'UE discute il possibile ritiro della missione in Bosnia. Riuniti oggi a Goteborg per una riunione informale, i ministri della Difesa dei Ventisette discutono di nuovo la possibilità di ridurre gli effettivi della forza militare, anche se fonti diplomatiche e militari avvertono che prima bisognerà attendere che migliori la situazione politica. Iniziata nel 2004 la missione denominata "Althea" contava all'inizio 7000 effettivi ridotti attualmente a 2000, tra cui 408 italiani.
Secondo un diplomatico europeo, ripreso dall'agenzia Apcom, "è previsto che il contingente venga ridotto a 200 o 300 uomini, che saranno semplicemente inquadrati nelle forze di sicurezza bosniache", anche se altre fonti fanno notare che la situazione non è ancora matura. "Se l'UE dovesse prendere tale decisione, questo avverrebbe con un'ampia serie di garanzie", ha sottolineato da parte sua il generale Henri Bentegeat, presidente del Comitato militare dell'UE. "La sicurezza regna, ma il quadro politico è un incubo", ha aggiunto l'alto ufficiale.
Dalla fine della guerra del 1992-95, in base agli accordi di pace di Dayton, la Bosnia è divisa in due entità (la Republika Srpska e la Federazione croato-musulmana), unite da istituzioni centrali piuttosto deboli. I serbo-bosniaci sono in costante polemica con l'Alto rappresentante della Comunità Internazionale, che esercita un vero e proprio protettorato con larghi poteri di controllo e di veto sulle istituzioni locali. Il leader serbo-bosniaco Milorad Dodik ha più volte minacciato un referendum secessionista, soprattutto dopo la proclamazione di indipendenza dei kosovari albanesi.
Recentemente l'attuale Alto rappresentante internazionale, Valentin Inzko, ha segnalato a Bruxelles il progressivo deteriorarsi della situazione con il blocco del processo di riforma e l'aumento delle spinte disgregatrici. Proprio questa situazione ha fino ad ora fatto prorogare l'attività dell'Ufficio dell'Alto rappresentante che avrebbe dovuto chiudere già qualche hanno ed evidentemente sconsiglia per il momento il ridimensionamento della missione Althea, malgrado molti Paesi europei abbiano manifestato l'intenzione di ritirare in tempi brevi i propri contingenti.

Scheda: l'Operazione Althea-Eufor (dal sito dell'Esercito Italiano)
L'Operazione "Althea" è stata avviata il 2 dicembre 2004 in sostituzione dell'Operazione della NATO "Joint Forge" conclusasi a seguito della decisione, assunta dai Capi di Stato e di Governo dell'Alleanza al vertice di Istanbul del 28-29 giugno 2004 di accettare il dispiegamento delle forze dell'UE sulla base di un nuovo mandato delle Nazioni Unite. Dallo schieramento di EUFOR in Bosnia Erzegovina, il livello di sicurezza generale è costantemente migliorato così come le capacità delle Autorità locali di far fronte alle minacce al mantenimento di un ambiente stabile e sicuro. Al riguardo, nell'ottica di un definitivo passaggio delle responsabilità alle autorità bosniache e del disimpegno dell'UE dalla Bosnia Erzegovina, il Segretario Generale dell'Unione Europea il 28 febbraio 2007 ha deciso una progressiva riduzione del contingente e la conseguente chiusura delle Multi National Task Forces (MNTFs).
Dall'aprile 2004 l'Italia fornisce dei nuclei di collegamento e osservazione denominati LOT (Liaison and Observation Team) con il compito di inserirsi a diretto contatto con la popolazione. Il loro operato, fondamentale per il Comando Militare di EUFOR, è ben accetto dalla popolazione che si rivolge ai LOT per rappresentare le proprie esigenze. Grazie alle informazioni raccolte da questi team, EUFOR è in grado di indirizzare i propri sforzi in maniera più diretta ed efficace.


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28 settembre 2009


AL ZAWAHIRI MINACCIA LA TURCHIA

Duro e preoccupante attacco di Ayman al-Zawahiri al governo turco. Colui che è considerato il numero due di Al Qaeda, in un messaggio audio diffuso oggi su Internet esorta gli afghani a "stare al fianco dei mujahidin che combattono contro un'alleanza di oltre quaranta Paesi impegnati in questa crociata". "Tra questi Paesi c'é, ad esempio, la Turchia che prenderà il mese prossimo il comando delle forze Nato in Afghanistan", afferma Al Zawahiri, facendo riferimento al passaggio di consegne dai francesi ai turchi per la regione di Kabul che dovrebbe avvenire entro la fine di ottobre. "Tutti i turchi musulmani devono sapere che l'esercito del loro Paese prenderà la guida delle forze crociate in Afghanistan, che incendierà i villaggi e distruggerà le case, ucciderà donne e bambini occupando le terre dell'Islam, impedendo l'applicazione della sharia e diffondendo la corruzione".
Il capo terrorista paragona poi le truppe turche in Afghanistan a quelle israeliane sostenendo che "le forze turche saranno in Afghanistan a guidare le stesse operazioni condotte dagli ebrei in Palestina". "Come è possibile che il popolo turco musulmano possa commettere questo crimine contro altri musulmani e contro l'Islam? Chi è che sostiene il governo turco per far scorrere sangue musulmano in Afghanistan? Chi è responsabile di questi crimini se non la laicità malvagia che pensa ai propri interessi ai danni di quelli delle donne e dei civili?", chiede Zawahiri con la sua consueta retorica fondamentalista. E si risponde da solo: "E' la stessa laicità che c'é dietro i governi arabi che sostengono l'embargo contro Gaza".

Il "vice" di Osama Bin Laden comunque ce ne ha per tutti: per la Germania ("che è stata sconfitta dagli inglesi e dagli americani nel corso della Seconda Guerra Mondiale, che è stata distrutta e occupata e ora è disposta a morire al posto loro in una guerra che è già destinata al fallimento"), per tutti gli altri Paesi della Nato presenti in Afghanistan ("Chi vuole pagare in termini di uomini allora vada in Afghanistan, chi vuol perdere i propri soldi allora spenda in Afghanistan, chi vuol vedere il proprio esercito sconfitto allora vada in Afghanistan e sarete i benvenuti"), per per il presidente Obama (definito un bugiardo che si dimostra sensibile alle sofferenze dei palestinesi, ma che poi "lascia morire decine di migliaia di persone a Gaza e le guarda dal suo ufficio della Casa Bianca aspettando la loro resa") e naturalmente per Israele, il obiettivo in questo momento "è normalizzare la situazione a Gaza dopo aver ottenuto la resa da parte di Abu Mazen in Cisgiordania". "Per questo - dichiara il terrorista - i mujahidin devono impedire agli ebrei di riuscirci. E se non possono farlo a Gaza devono sapere che il mondo è un campo di battaglia aperto per loro e che i loro seguaci sono in tutto il mondo".
Il riferimento all'assuzione del comando delle truppe Nato nella regione di Kabul da parte della Turchia il prossimo ottobre lascia supporre che il messaggio di Al-Zawahri sia stato registrato di recente.


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28 settembre 2009


PASSAGGIO IN ONDA

Passaggio a Sud Est
è il sabato alle 22,30 su Radio Radicale



Gli argomenti della puntata del 26 settembre 2009:

- Unesco, la candidata bulgara batte l'antisemita egiziano (votato dall'Italia);
- le ombre sui negoziati per il confine tra Slovenia e Croazia 
- la Croazia verso le presidenziali tra scandali e crisi economica;
- Macedonia, la prima edizione dell'Enciclopedia nazionale fa insorgere gli albanesi;
- le iniziative della Serbia, all'Onu contro l'indipendenza del Kosovo, in Europa per l'integrazione.
Nella trasmissione si parla inoltre di Kosovo, Bosnia e della prossima edizione della Fiera del Levante a Tirana.

La trasmissione, curata e condotta in studio da Roberto Spagnoli con la collaborazione di Marina Sikora e Artur Nura, è riascoltabile come tutte quelle precedenti
sul sito di Radio Radicale.


25 settembre 2009


TELEGRAPH: L’UE RESTA UN SOGNO PER I PAESI DELL’EX JUGOSLAVIA

di Marina Sikora (*)

L’ Unione europea continua ad essere il sogno dei paesi dell’ex Jugoslavia, ma alcuni di loro sono ben lontani dall’adempimento di questo obiettivo, si legge nell’edizione on-line del giornale britannico Telegraph: "Tutti vogliono diventare membri. L’adesione porta soldi e semplicità di viaggiare". Per quanto riguarda la Serbia, si afferma che "l’attrazione dell’Ue ha aiutato indubbiamente l’arrivo al potere di un Presidente moderato", nonostante il rafforzamento dell’influenza dei partiti nazionalistici e i loro programmi. La vittoria del presidente proeuropeo Boris Tadic alle elezioni presidenziali, durante il cui potere sono stati arrestati criminali di guerra serbi, incluso uno dei più ricercati – Radovan Karadzic – "ha dimostrato incntestabilmente che il popolo della Serbia, come il resto dei Balcani, guardano all’Occidente piuttosto che all’Oriente", sono le valutazioni del Telegraph.
In questa edizione del giornale britannico, si parla anche di "paesi che hanno fallito". Due paesi a causa dei quali l’Occidente è entrato in guerra – Bosnia e Kosovo - scrive il Telegraph, secondo il maggior numero di standard sono paesi falliti, impreparati per oltrapassare le differenze etniche ed incapaci di governare da soli. La situazione in Bosnia-Erzegovina è così difficile che l’Ue non è nemmeno in condizioni di assumersi il suo ruolo di "mentore" ed è tutt’ora necessario che vi sia l’Ufficio dell’Alto rappresentante che doveva essere chiuso ancora nel 2007. Con le sue "competenze quasi dittatoriali" l’Ufficio dell’Alto rappresentante deve garantire che "i politici corrotti ed etnicamente divisi in questo paese realizzino almeno le minime riforme", valuta il Telegraph. L’autore dell’articolo fa riferimento alla dichiarazione dell’eurocommissario per l’Allargamento Olli Rehn che le riforme in Bosnia sono lente e che l’adesione all’Ue è lontana.
La situazione in Kosovo, si legge nell’articolo, è migliore nel senso che l’Ue è riuscita a mandare la sua missione civile Eulex ad assumere le competenze delle Nazioni Unite. "Ma un anno e mezzo dopo l’autoproclamata indipendenza del Kosovo dalla Serbia, è difficile dire che il Kosovo sta fiorendo", agginge il Telegraph. Secondo queste valutazioni, il vero lavoro in Kosovo è la criminalità e si fa riferimento al recente rapporto dell’agenzia americana Stratford in cui si afferma che l’Europa non può lasciare il Kosovo di prendersi cura di sé autonomamente a causa del pericolo che esso rappresenta in quanto rifiugio di contrabbandieri. Il giornale sottolinea che la cosa più importante per il Kosovo è garantire la riconciliazione trai albanesi e serbi, ma valuta che in questo senso le cose non sono cambiate molto e che continuano ad esserci violenze sporadiche e che si parla sempre di più del fatto che il nord del Kosovo, abitato maggiormente dai serbi, potrebbe separarsi e unirsi alla Serbia in cambio di parti etnicamente albanesi ora in territorio serbo.
Tuttavia, Telegraph sottolinea che nei Balcani non è tutto così nero: la Macedonia potrebbe presto ottenere una data per l’inizio di negoziati di adesione all’Ue, la Croazia dovrebbe concludere i negoziati l’anno prossimo, mentre la Serbia ha rilevato la scorsa settimana che la priorità principale del Paese è l’adesione all’Ue. "L’esito principale dell’Ue sulla Penisola (Balcanica) è che resta universalmenta attraente", conclude il Telegraph.

L'articolo di Harry de Quetteville sul sito del Telegraph

(*) Questo testo fa parte della corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est che andrà in onda sabato 26 settembre su Radio Radicale alle 22,30.


25 settembre 2009


L'UNESCO DICE NO AL CANDIDATO ANTIEBRAICO CHE L'ITALIA HA VOTATO

Irina Bokova, ambasciatore della Bulgaria in Francia ed ex ministro degli Esteri, sarà il nuovo direttore generale dell'Unesco. E' la prima donna chiamata a ricoprire questa carica. Bokova ha avuto la meglio sul suo rivale, il ministro della Cultura egiziano Farouk Hosny, alla quinta votazione del Consiglio esecutivo dell'Unesco per 31 contro 27. L'elezione dovrà essere confermata dall'assemblea generale dell'Unesco, il prossimo 15 ottobre, ma si tratta di una formalità dato che fino ad oggi nessun candidato proposto dal Consiglio esecutivo è mai stato respinto dall'assemblea generale. Bokova ha 57 anni, è madre di due figli, parla cinque lingue, siede nel Consiglio esecutivo dell'Unesco dal 2007 ed è stata fondatrice e presidente dell'European Policy Forum, ong creata per promuovere l'identità europea ed incoraggiare il dialogo, e ha girato 45 paesi per promuovere la propria candidatura considerata inizialmente debole.

La sconfitta del favorito della vigilia ha fatto tirare un sospiro di sollievo a molti. Farouk Hosny, infatti, è stsato accusato di antisemitismo per essersi espresso contro la presenza di libri ebraici alla biblioteca di Alessandria e, leggo in qualche resoconto, per aver anche proposto di bruciare i libri israeliani. Inoltre, secondo quanto affermato dal premio Nobel per la Pace Elie Wiesel, "è Hosni che ha aiutato la fuga dei terroristi dell'Achille Lauro, che hanno letteralmente buttato in mare un disabile su una sedia a rotelle". Lo sconfitto, d'altra parte, appena rientrato in Egitto ha commentato la sua mancata nomina parlando di "un conflitto nord-sud, nel quale sfortunamente ha vinto il nord", aggiungendo di aver perso "a causa dei giochi degli ebrei in America e nelle altre principali nazioni". Dichiarazioni sostenute da Mohammed Salmawi, capo dell'unione degli scrittori egiziani e di quella degli scrittori arabi secondo il quale "la lobby ebraica è riuscita a trasformare la vicenda in una battaglia politica".

Prima della votazione il senatore Radicale eletto nel Pd Marco Perduca, insieme al collega Luigi Compagna (Pdl), avevano segnalato i gravi problemi di gradimento internazionale sull'elezione di Hosni e avevano invitato il Governo italiano a mantenere compatto il fronte europeo e a sostenere con forza la candidata bulgara anche perché un atteggiamento del genere potrebbe essere uno "stimolo di azione comunitaria anche per altre questioni sull'agenda delle Nazioni unite proprio in questi giorni". Dopo l'elezione, il ministro degli Esteri Franco Frattini ha dichiarato che "l'attuale ambasciatore bulgaro Irina Bokova sarà un ottimo direttore dell'Unesco''. Tutto bene, dunque? Mica tanto.

L'Italia, infatti, ha sostenuto ''con lealtà '' e fino all'ultimo voto Farouk Hosni. Stando a quanto hanno riportato le agenzie di stampa, lo ha assicurato lo stesso Frattini al suo omologo egiziano Abul Gheit in un colloquio bilaterale a margine dei lavori dell'assemblea generale delle Nazioni Unite. Anzi, interpellato dai cronisti, il titolare della Farnesina si è detto addirittura "amareggiato" per l'esito finale del voto perché Hosni "era un candidato di riconciliazione tra le due sponde del Mediterraneo". Talmente di riconciliazione che oggi dal Cairo è tornato a prendersela con gli Stati Uniti e la lobby ebraica per la sua mancata nomina alla guida dell'Unesco. "La campagna contro di me all'Unesco é stata scatenata in pubblico dagli Stati Uniti e diversi Paesi europei hanno cooperato. C'é stato chi ha lavorato dietro le quinte, e si tratta delle organizzazioni ebraiche e della lobby che ha innescato la miccia contro di me'', ha dichiarato Hosni in una intervista al giornale Al-Akbar.

Insomma, un altro brillante successo di immagine internazionale del nostro Governo, solo poche ore dopo che lo stesso Frattini aveva applaudito l'inaudito discorso di Gheddafi al Palazzo di vetro. Ma d'altra parte di cosa dobbiamo preoccuparci? Il presidente del Consiglio è amico di tutti i grandi della Terra e anche il recentissimo riavvicinamento di Usa e Russia sulla questione dello scudo antimissile è merito suo. Evidentemente i dubbi e le preoccupazioni su certe disinvolte relazioni internazionali del nostro Governo avanzate dal neo ambasciatore Usa a Roma e dal suo predecessore sono solo frutto della propaganda anti italiana della sinistra. O forse sono io che ho capito male. D'altra parte sono un giornalista.

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