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passaggioasudest [ la realtà politica dell'europa sud orientale dai balcani alla turchia ]
 



Questo blog è dedicato ad un'area cruciale per il futuro europeo. Per l'area che va dai Balcani occidentali alla Turchia, infatti, passa il futuro dell'Unione europea come progetto politico così come il futuro di questi Paesi passa dalla scelta dell'integrazione in questo progetto.




"Dobbiamo ricordarci che l’informazione è un veicolo diretto all’utente, non è un soliloquio da parte del giornalista. Bisogna tenere sempre presente che chi è dall’altra parte del microfono deve poter comprendere una realtà in cui non è presente. Questo, penso, è il massimo sforzo che i giornalisti devono compiere".
Antonio Russo



"Il vero referendum sul futuro dell'Unione si terrà nei Balcani"
International Balkan Commission


"E poi, un giorno, è stato costruito un ponte che collegava le due rive del Bosforo. Quando sono salito sul ponte e ho guardato il panorama, ho capito che era ancora meglio, ancora più bello di vedere le due rive assieme. Ho capito che il meglio era essere un ponte fra due rive. Rivolgersi alle due rive senza appartenere".
Orhan Pamuk, Istanbul



Per inviare una email scrivi a pasudest@yahoo.it





31 gennaio 2010


GIORNATA DELLA MEMORIA: PER NON DIMENTICARE MAI

PRIMO LEVI: LA CONSACRAZIONE DELLE DISUGUAGLIANZE PORTA AI LAGER

Il 27 gennaio, per la decima volta, si è celebrato in Italia il Giorno della Memoria, istituito dal Parlamento italiano nel 2000 aderendo alla proposta internazionale di fissare una data ufficiale per commemorare la Shoah e gli altri crimini nazi-fascisti. Il 27 gennaio è il giorno del 1945 in cui i soldati sovietici, in Polonia, durante l'avanzata verso Berlino, entrarono nel campo di sterminio situato presso la città di Oswiecim (Auschwitz in tedesco).

Auschwitz è diventato il luogo simbolo della Shoah e della macchina di annientamento messa in atto dal nazismo, ma il Giorno della Memoria intende ricordare e far conoscere tutti i crimini perpetrati nei molti altri lager creati in Europa, Italia compresa. Un capitolo ancora poco conosciuto di questa pagina terribile della storia europea e mondiale è quello della persecuzione degli ebrei, degli slavi, dei rom, degli omosessuali, dei disabili e degli oppositori al regime condotta nei Balcani occupati dalle forze dell'Asse e dai loro alleati locali. Un "libro nero" in cui, purtroppo, anche l'Italia ha scritto molte pagine che oggi ancora molti vorrebbero non leggere o proprio strappare.

La Giornata della Memoria, dunque, dovrebbe essere un'occasione per riflettere anche sulle responsabilità italiane nella Seconda guerra mondiale come, per esempio, la tragica vicenda degli internati civili sloveni e croati imprigionati nel corso dell'occupazione italiana della Jugoslavia e deportati nei campi di concentramento in tutta Italia, oppure i crimini commessi dagli ustascia dello "Stato indipendente di Croazia", un regime fantoccio al soldo dei nazifascisti, il cui leader, Ante Pavelic, era stato sostenuto e finanziato, già prima della guerra, dal regime di Mussolini. Tra l'altro, tra pochi giorni, il 10 febbraio, si celebrerà il Giorno del Ricordo che commemora la tragedia delle foibe e il dramma degli italiani scacciati dall'Istria e dalla Dalmazia dopo la fine del conflitto.

Il 27 gennaio e il 10 febbraio potrebbero essere l'occasione quindi per riconsiderare criticamente la nostra storia, guardando con coraggio al nostro passato, anche quello più nefando. Purtroppo, tutto questo, continua a rimanere per lo più confinato al dibattito tra gli storici, e temo che anche quest'anno il 10 febbraio si limiterà ai soliti discorsi ufficiali di circostanza o, peggio, alle dichiarazioni grauite condizionate dagli opportunismi della politica politicante, nell'ennesima celebrazione degli "italiani brava gente". Il fatto è che, come scrive Chiara Sighele sul sito di Osservatorio Balcani e Caucaso, "nell'affrontare i processi di riconciliazione nei Balcani e tra i Balcani e l'Italia, emerge chiaramente la difficoltà di riconciliare memorie conflittuali in una narrazione storica condivisa, che ricordi tutte le vittime e riconosca le responsabilità della propria parte, nazionale o politica".

Invece è proprio questo che sarebbe quanto mai necessario, proprio quando si rilancia il processo di integrazione europea dei Balcani, perché, come scrive ancora Chiara Sighele "questo è un processo imprescindibile nel percorso di riunificazione dell'Europa che con la caduta del Muro ha riguadagnato nuovi orizzonti" e come ricordava in apertura al convegno Memorie in Europa Luisa Chiodi, direttrice di Osservatorio, "se il ritorno della guerra in Europa negli anni '90 non fosse stato sufficiente, la frequenza delle controversie storiche a livello transnazionale suggerisce la forte necessità di impegnarsi a favore di una rielaborazione del passato democratica e condivisa a livello sia nazionale, sia transnazionale".

ho iniziato la puntata di ieri sera di Passaggio a Sud Est su Radio Radicale, con alcune parole di Primo Levi da una vecchia intervista della Rai che ho trovato su You Tube. Il grande scrittore, testimone dell'orrore di Auschwitz ad un certo punto dice: "Pohissimi oggi riescono a ricostruire, a ricollegare quel filo conduttore che lega le squadre di azione fasciste degli anni Venti in Italia [...] con i campi di concentramento in Germania - e in Italia, perché non sono mancati nemmeno in Italia, questo non molti lo sanno - e il fascismo di oggi, altrettanto violento, a cui manca soltanto il potere per ridiventare quello che era, cioè, la consacrazione del privilegio e della disuguaglianza [...] Il lager, Auschwitz, era la realizazione del fascismo, era il fascismo integrato, completato, aveva quello che in Italia mancava, cioè il suo coronamento [...] Io, purtroppo, devo dirlo, lo so questo, non è che lo pensi, lo so: so che si possono fare dapperttutto [...] Dove un fascismo - non è detto che sia identico a quello - cioè un nuovo verbo, come quello che amano i nuovi fascisti in Italia, cioè non siamo tutti uguali, non tutti abbiamo gli stessi diritti, alcuni hanno diritti e altri no. Dove questo verbo attecchisce alla fine c'è il lager: questo io lo so con precisione".

Giornata della memoria, dunque, per non dimenticare quel che è successo, che è riaccaduto e che può ancora riaccadere: da Auschwitz ai gulag, da Dachau ai laogai cinesi, dalle foibe al Ruanda, dalla Cambogia dei Khmer rossi al Cile di Pinochet, ai desaparecidos argentini, fino a Srebrenica e, se volete, agli attuali Centri di identificazione ed espulsione nostrani, perché, pur facendo le debite differenze, come diceva Levi, "dove questo verbo attecchisce [non siamo tutti uguali, non tutti abbiamo gli stessi diritti, alcuni hanno diritti e altri no] alla fine c'è il lager".


30 gennaio 2010


L'UNIONE EUROPEA E LA BOSNIA

Di Marina Szikora (*)

L'immagine si trova all'indirizzo commons.wikimedia.org/wiki/File:Bosnia_EU.svgL' Argomento importante della riunione ministeriale di Bruxelles, come annunciato, e’ stata la delicatissima situazione politica in BiH nonche’ il blocco delle riforme che non ha visto nessun passo in avanti dopo le difficili trattative che hanno prodotto il cosidetto “pacchetto di riforme di Butmir”.
L’Ue, alla riunione di lunedi’ ha espresso prontezza di mantenere la presenza militare in Bosnia Erzegovina anche dopo la fine del mandato dell’operazione ALTHEA ed ha deciso al contempo di inserire una missione consultativa nell’ambito dell’Althea per aiutare la costruzione delle capacita’ nel settore della difesa. Concludendo che non sono state adempiute le condizioni per la chiusura dell’Ufficio dell’Alto rappresentante per la BiH (OHR), l’Ue ha deciso di mantenere ancora la presenza militare.
Va precisato che ancora precedentemente, era stato pianificato che una missione consultativa per l’addestramento e la costruzione delle capacita’ di difesa in BiH, la quale includerebbe circa 200 persone, iniziasse ad operare solo a conclusione della missione militare, ma a causa dell’ostacolamento delle riforme nel Paese, l’Ue ha rinunciato al piano primario e cosi’ ALTHEA, oltre al ruolo militare ha assunto adesso anche il compito consultativo.

Il Consiglio di ministri europei si e’ detto pronto a nome dell’Ue di mantenere il ruolo militare esecutivo per sostenere le esistenti sfide anche dopo il 2010 sotto il mandato dell’ONU. Allo stesso tempo, i ministri degli esteri europei hanno rilevato il loro pieno sostegno all’integrita’ territoriale e sovranita’ della BiH cosi’ come previsto dall’Accordo di pace di Dayton/Parigi. Il Consiglio ha altrettanto dato forte sostegno all’inviato speciale dell’Ue e Alto rappresentante, Valentin Inzko invitando tutte le parti in BiH di accettare tutte le decisioni da lui prese e di non mettere in questione la sua autorevolezza. Cio’ si interpreta come un monito chiaro al premier della Republika Srpska, Milorad Dodik il quale aveva annunciato un referendum sulla decisione di Valentin Inzko relativa al proseguimento della presenza dei giudici internazionali in BiH.
L’alto rappresentante dell’Ue per la politica estera e di sicurezza, lady Catherine Ashton ha confermato che alla riunione del Consiglio di ministri dell’Ue, oltre al discorso sulla missione ALTHEA e la decisione del proseguimento della sua presenza in BiH anche dopo la fine del mandato, si e’ discusso inoltre “generalmente del futuro della BiH”. Lady Ashton ha fatto sapere che questo colloquio ha incluso elementi che non si “riflettono” nel documento conclusivo. “Il colloquio durante il pranzo di lavoro si e’ svolto con la partecipazione di molti ministri europei.

Il capo della diplomazia spagnola, Miguel Angel Moratinos ha dicharato lunedi’ a Bruxelles che bisogna continuare ad attuare il “Pacchetto di Butmir” – la proposta di riforme in BiH. Moratinos, il cui peaese tiene la presidenza di turno all’Ue, ha aggiunto che bisogna anche riesaminare, approfondire, allargare e sviluppare queste proposte e ha avvertito che anche per la situazione in BiH e’ valida l’esperienza che “in diplomazia le situazioni imposte non sono le migliori soluzioni”.
Moratinos ha sottolineato che l’alto rappresentante dell’Ue, Catherine Ashton con il sostegno della presidenza spagnola, nonche’ con la collaborazione con protagonisti e fattori che hanno la responsabilita’ internazionale per il progresso e per la stabilizzazione della BiH, si impegneranno ulteriormente per approfondire e per rielaborare il “Pacchetto di Butmir”. “Il modo di lavorare e’ il dialogo, la collaborazione, con un messaggio chiaro alle autorita’ della BiH che anche loro devono assumersi la propria responsabilita’” ha detto il ministro degli esteri spagnolo.

Aspettata e non sorprendente e’ stata la reazione del premier della Rs Milorad Dodik il quale ritiene che le dichiarazioni dei ministri degli esteri dell’Ue relative al sostegno all’Ufficio dell’Alto rappresentante per la BiH “mirano a difendere l’operato illegale” di quest’ufficio.
Dodik ha sottolineato che tutto quello che entra nell’ambito e nelle competenze del mandato dell’alto rappresentante non e’ discutibile per la Rs, ma e’ discutibile quello che esce da questo mandato nonostante la sua autorevolezza. Secondo Dodik, l’alto rappresentante si nasconde dietro una cosi’ importate istituzione come lo e’ l’Ue. “Se si tratta della minaccia di una potente associazione come l’Ue per proteggere il lavoro illegale dell’alto rappresentante che non ha il diritto di imporre leggi, perche’ nessuno gli ha dato questo diritto, ne’ a Dayton ne’ con le competenze di Bonn, allora e’ una cosa strana” ha affermato il premier della Rs ai giornalisti nel capoluogo dell’entita’ a maggioranza serba, Banja Luka. Ha ricordato inoltre che l’alto rappresentante per la BiH ha il diritto di prendere decisioni relative al lavoro della Presidenza e del Consiglio di ministri della BiH ma non quello che riguarda il lavoro del parlamento.

Alle domande dei giornalisti realtive a quello che intende fare l’Ue per uscire dallo stallo politico in BiH prendendo in considerazione che tra poco in questo paese si svolgeranno elezioni importanti, l’alto rappresentante dell’Ue, Ashton ha detto che “e’ molto chiaro che si tratta di un paese unico, e’ molto chiaro che vi sono diverse comunita’ ed e’ molto chiaro che prossimamente ci saranno le
elezioni”. “Speriamo davvero che nel dibattito preelettorale saranno illustrati i pregi in cui abbiamo sempre creduto, quindi che la BiH alla fine sara’ parte dell’Ue” ha aggiunto lady Ashton.

(*) Corrispondente di Radio Radicale. Il testo è tratto dalla corrispondenza andata in onda nello Speciale di Passaggio a Sud Est del 30 gennaio dedicato all'integrazione europea dei Balcani occidentali.


27 gennaio 2010


GIORNATA DELLA MEMORIA

Auschwitz 

Oggi, 27 gennaio, anniversario della liberazione del campo di sterminio di Auschwitz,
è la Giornata della Memoria.


Per non dimenticare...

Dachau


... che può accadere ancora

Srebrenica


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26 gennaio 2010


CROAZIA: LE TENSIONI CON LA SERBIA PRIMA PROVA INTERNAZIONALE PER IL PRESIDENTE JOSIPOVIC

Di Marina Szikora
Il testo che segue è la trascrizione della corrispondenza per la puntata di Passaggio a Sud Est andata in onda sabato 23 gennaio su Radio Radicale

Il neo presidente croato Ivo JosipovicDal momento in cui il prossimo 18 febbraio sara' insediato come nuovo, terzo presidente della Croazia, Ivo Josipovic avra' tanto lavoro da fare. Una tra le priorita' sara' sicuramente lo sviluppo e il miglioramento delle relazioni della Croazia con la regione per garantire, da parte sua, l'indispensabile stabilita' dell'area che affronta ancora molti problemi, soprattutto nell'ottica del suo tanto desiderato ingresso nella famiglia europea. Non sara' per nulla facile il compito molto impegnativo del neo eletto presidente Josipovic innanzitutto in chiave dei rapporti abbastanza compromessi tra Croazia e Serbia, dovuto alle ultime mosse del presidente uscente Stjepan Mesic nei confronti della Repubblica Srpska ma anche verso Belgrado.

Le tensioni sull'asse Belgrado – Zagabria sono aumentate dal momento in cui il presidente Mesic aveva deciso di recarsi a Pristina, solo un giorno dopo il Natale ortodosso, provocando cosi' l'ira di Belgrado che non si e' placata ancora da quando Zagabria, seguendo l'esempio del maggior numero dei membri dell'Ue, aveva riconosciuto l'indipendenza del Kosovo. La visita di Mesic a Pristina era commentata dai vertici serbi come un atto provocatorio da parte del presidente croato che per di piu' e' stato accolto con molto onore e rispetto in Kosovo ottenendo anche la cittadinanza onoraria di Pristina. Il presidente della Serbia Boris Tadic a tal proposito ha criticato aspramente Mesic per le sue affermazioni nel corso della visita in Kosovo dove il presidente croato ha parlato di una 'nuova realta' nella regione invitando Belgrado a prendere atti di questa nuova situazione e esortando altri paesi a riconoscre l'indipendenza di Pristina.

Il secondo gesto che aveva ulteriormente infuriato Belgrado e' stata la decisione di Mesic di ridurre di un anno (da otto a sette anni) la pena inflitta al criminale di guerra Sinisa Rimac per la responsabilita' nell'uccisione per odio etnico di una intera famiglia serba durante la guerra contro la Croazia nel 1991. Tadic aveva giudicato questo atto come «un gesto anti-europeo e contro la civile convivenza e in nessun modo giustificabile». Alcuni giornali serbi avevano perfino raccomandato il ritiro del proprio ambasciatore da Zagabria e l'espulsione di quello croato in Serbia. Ma Mesic ha giustificato la sua decisione affermando che grazie alla collaborazione di Rimac e' stato possibile rintracciare molti colpevoli e condannarli al carcere. Nessun crimini puo' essere giustificato, ma bisogna tener conto che a Rimac a Vukovar sono stati uccisi il fratello e lo zio, mentre i suoi genitori sono stati portati in Serbia in un campo di concentramento e lui stesso si e' trovato in compagnia con dei criminali, ha detto Mesic.

E mentre la vittoria di Ivo Josipovic lo scorso 11 gennaio promette l'inizio di una nuova Croazia che per quanto riguarda la sua politica estera offre il cammino decisivo in quinta marcia verso l'Europa e al tempo stesso un progresso nei rapporti con tutti i paesi della regione a nome di un forte impegno per garantire stabilita', pace e sviluppo, si indurisce il gelo tra Belgrado e Zagabria. Nel suo ultimo incontro con i giornalisti a fine del suo doppio mandato, Stjepan Mesic ha dichiarato che nel caso di un referendum per la secessione della Repubblica Srpska, l’entita’ a maggioranza serba della BiH, che spesso viene minacciato dal premier della Rs Dodik, lui non esiterebbe a inviare l'esercito croato per garantire l'unita' della Bosnia, essendo la Croazia uno dei garanti dell'accordo di pace di Dayton del 1995.

Vi e’ seguita subito una reazione durissima da parte di Dodik il quale ha qualificato queste dichiarazioni come “un invito guerrafondaio” e come parole drammatiche tanto piu' che Mesic e' tuttora il presidente e comandante supremo delle forze armate della Croazia, paese membro della Nato. Anche il presidente serbo Boris Tadic ha reagito con durezza alle dichairazioni del presidente croato uscente annunciando che informera’ dell’accaduto il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite in occasione della sua presenza al Palazzo di Vetro per la presentazione del rapporto sulla situazione in Kosovo. Tadic ha annunciato che interverra’ alla riunione del Consiglio di Sicurezza per denunciare tali dichiarazioni come minacce alla sicurezza dell’intera regione e dei suoi cittadini.

Non molto volentieri il neoeletto presidente Ivo Josipovic ha voluto fare commenti relativi alle dichirazioni di Mesic. Per ‘Voice of America’ Josipovic ha detto che l’accordo in BiH e’ di estrema importanza per la stabilita’. “Se lo chiedete a me, non ci sono soluzioni militari. I disaccordi devono essere risolti sempre attraverso il dialogo, vale a dire con l’accordo di tutti gli interessati” ha spiegato il futuro presidente croato. “L’unica via possibile per la BiH e’ l’accordo tra i tre popoli costituenti. Loro devono, con l’aiuto dei garanti di Dayton, concordare la soluzione definitiva che assicurera’ l’uguaglianza di tutti” ha detto Josipovic. Ha aggiunto di non aver voluto commentare ai media croati le dichiarazioni di Mesic poiche’ l’attuale presidente le aveva rilasciate in un colloquio con i giornalisti informale. Per quanto riguarda le relazioni nella regione, Josipovic ha annunciato che si impegnera’ ad essere piu’ attivo aggiungendo che i problemi devono essere risolti da subito senza essere lasciati alle future generazioni.

Per la radio e televisione serba B92, il neopresidente croato ha commentato invece il rifiuto da parte del presidente della Serbia Boris Tadic di venire all’inaugurazione presidenziale poiche’ vi ha gia’ confermato la sua presenza il presidente del Kosovo Fatmir Sejdiu. Secondo Josipovic “e’ un peccato se Tadic non verra’, ma non lo vede come un atto di ostilita’ nei confronti della Croazia”. Il futuro presidente croato ha aggiunto di non voler dare lezioni alla Serbia e che e’ il diritto del presidente Tadic di guidare la politica serba. “Il fatto che io non lo considero un buon aproccio, e’ un problema mio” ha detto Josipovic e ha rilevato che nel suo mandato vuole entrare “con le mani aperte”. “Penso che sia in Serbia che in Croazia dovremmo dire – bene, la guerra e’ finita, facciamo qualcosa di buono per il benessere dei cittadini” ha sottolineato Josipovic.

Parlando del suo predecessore Stjepan Mesic, Josipovic ha valutato positivamente l’eredita’ che il presidente uscente sta’ per lasciargli e ha osservato che Mesic ha contribuito molto alla democrazia e all’affermazione della Croazia nella comunita’ internazionale.
In un’ altra intervista al settimanale belgradese ‘Vreme’, Josipovic ha sottolineato l’importanza delle buone relazioni economiche nella regione. Oltre allo scambio commerciale, queste relazioni contribuiscono anche ad una migliore possibilita’ di piazzamento ai mercati terzi, ha aggiunto Josipovic.

A proposito delle tensioni che hanno provocato le dichiarazioni di Mesic contro la retorica del premier della Rs Milorad Dodik e succesivamente le controrisposte, il giornale britannico “The Guardian” in un commento ha avvertito che i leader dei paesi dell’ex Jugoslavia negli ultimi due giorni hanno scambiato parole di minaccia che hanno ricordato le guerre degli anni ’90. Il giornale ricorda che la retorica si e’ innasprita proprio nell’anno in cui si dovrebbero svolgere le elezioni in BiH che molto probabilmente i nazionalisti da tutte le parti cercheranno di utilizzare per destabilizzare il Paese. Secondo il commentatore del Guardian, Dodik e’ deciso di mantenere in gran misura una BiH nazionalmente divisa e opporsi agli sforzi internazionali per creare uno Stato funzionante e per l’introduzione dell’autorita’ centrale.

Il presidente croato uscente, Stjepan Mesic – osserva The Guradian – ha accusato Dodik di voler rinnovare la politica serba fallita dieci anni fa il cui obiettivo era quello di creare la Grande Serbia. ‘The Guardian afferma che Dodik sta’ conducendo una guerra politica esauriente contro le forze internazionali che quasi 15 anni, quindi dalla fine della guerra, tengono sotto controllo la BiH. Il giornale conclude con il monito di Mesic secondo il quale Dodik sarebbe convinto che il mondo si stanchera’ della BiH e allora potra’ indire il referendum sulla secessione della Rs dalla BiH per poter finalmente realizzae il sogno della Grande Serbia.

Alla retorica aspra croato-serba hanno reagito anche quasi tutti i politici della BiH. Cosi’ Alija Izetbegovic, figlio del defunto presidente bosniaco Alija Izetbegovic – uno dei tre firmatari dell’Accordo di Dayton insieme ai presidenti Tudjman e Milosevic – ha detto che il suo Paese puo’ ostacolare la secessione senza un intervento croato. E dall’Ufficio del presidente Mesic e’ arrivato un comunicato a seguito di, come si dice, “alcune reazioni nervose e infondate in Croazia e nella regione alle parole del Presidente sulle possibili conseguenze della desintegrazione della vicina BiH”. Il comunicato avverte che il presidente Mesic “oltre a parlare con un gruppo di giornalisti in modo informale, aveva formulato le sue parole usando il condizionale”.

Nel comunicato si sottolinea che le parole del presidente uscente bisogna comprenderle come un monito formulato radicalmente affinche’ il mondo non chiuda gli occhi davanti alla politica del premier della Rs Milorad Dodik e ai possibili impatti di una tale politica. Al tempo stesso, conclude il comunicato dell’ufficio presidenziale, il Presidente ha voluto dire chiaramente che per la Croazia la dissoluzione della vicina ed amichevole Bosnia Erzegovina sarebbe assolutamente inaccettabile.


26 gennaio 2010


L’OCCIDENTE AMMONISCE TADIC: NON CRITICARE MESIC ALL’ONU

Alcune ore prima della riunione del Consiglio di Sicurezza, il presidente serbo Boris Tadic ha incontrato il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki Moon. I media belgradesi affermano che Tadic ha ammonito Ban Ki Moon sulla nocività delle parole “guerrafondaie” da Pantovcak (sede del presidente croato) .
Qui di seguito l'articolo di Jadranka Jureško-Kero pubblicato da Vecernji List il 22 gennaio (traduzione di Marina Szikora).

Il presidente serbo Boris TadicNonostante gli annunci politici e mediatici chiassosi, il presidente serbo Boris Tadic non ha commentato alla riunione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU dedicata alla situazione in Kosovo la dichiarazione del presidente croato Stjepan Mesica che in caso del referendum sulla secessione della Repubblika Srpska dalla BiH avrebbe mandato l’esercito ad intervenire.
Alcune ore prima della riunione del Cosniglio di Sicurezza, Tadic ha incontrato il segretario generale dell’ONU Ban Ki Moon, ma dall’ufficio del segretario generale non e’ arrivata nessuna conferma ufficiale che durante il colloquio durato dieci minuti, Tadic avrebbe denunciato le dichiarazioni di Mesic.
I rappresentanti del gabinetto di Tadic hanno affermato per ‘Vecernji list’ che e’ esatta la notizia diffusa dai media di Belgrado che Tadic avrebbe ammonito il segretario generale Ban Ki Moo sulla nocivita’ delle parole “guerrafondaie” di Pantovcak.
In esclusiva veniamo a sapere che alcuni paesi Occidentali avrebbero ammonito Tadic che non sarebbe stato prudente utilizzare il podio delle Nazioni Unite per criticare il presidente Mesic che sta’ terminando con sucesso il suo secondo mandato e ha molti amici e simpatizzanti all’interno del Palazzo di Vetro.
L’ambasciatrice americana al Consiglio di Sicurezza, Rosemary DiCarlo nel suo intervento sul Kosovo ha plaudito il ruolo del presidente Mesic il quale, con la sua visita a Pristina, ha contribuito alla pace e stabilita’ nella regione! I commentatori ad East River affermano che con questa dichiarazione la parte americana ha mandato un forte messaggio alla Serbia ma anche appoggiato la dichiarazione di Mesic al condizionale relativa agli annunci di Dodik sul referendum!
Il presidente serbo Tadic ha utilizzato comunque la possibilita’ di replica alla riunione del CS rispondendo all’intervento dell’ambasciatore della BiH e di altri ambasciatori al CS lanciando una critica alle dicharazioni di Mesic.
La Serbia respinge tali provocazioni e inviti alla guerra ma vuole continuare a sviluppare relazioni bilaterali con la Croazia nonche’ sostenere l’integrazione dell’intera regione nell’Ue”.
L’ambasciatore croato Ranko Vilovic non ha reagito alla replica di Tadic perche’ essa non ha il peso politico ne’ diplomatico quale avrebbero le critiche ai commenti di Mesic se espresse nella parte ufficiale del suo intervento davanti al Consiglio di Sicurezza.
Ad East River il comportamento di Tadic e’ stato interpretato al di sotto del livello politico e diplomatico del suo incarico e nessuno degli ambasciatori dei Stati membri del CS non ritengono necessario reagire ai suoi commenti sul presidente Mesic.
Tadic ha reagito nella sua replica esclusivamente a causa delle necessita’ della politica interna serba, sottolineano i diplomatici a New York, mentre la parte croata si e’ comportata in maniera politicamente prudente dimostrando di conoscere le regole diplomatiche.


24 gennaio 2010


KOSOVO. AMBASCIATORE GIFFONI: "LA PARTIZIONE NON E' UNA SOLUZIONE, BISOGNA PUNTARE ALL'INTEGRAZIONE ALMENO AMMINISTRATIVA"

Foto tratta da news.bbc.co.ukA proposito del Kosovo e in particolare della situazione nella parte settentrionale del Paese, a nord del fiume Ibar, segnalo quanto afferma l'ambasciatore italiano a Pristina Michael L. Giffoni, recentemente nominato facilitatore per l'Unione Europea nel nord del Kosovo, in un'intervista di Francesco Gradari pubblicata lo scorso 14 gennaio sulsito di Osservatorio Balcani e Caucaso ("Kosovo tra reale e virtuale").

La complessa situazione politico-istituzionale nella zona a nord dell’Ibar, afferma l'ambasciatore, "è dovuta principalmente al fatto che la comunità serba non si riconosce nelle istituzioni della Repubblica del Kosovo, di cui tuttavia geograficamente ed istituzionalmente fa parte. Ma è anche uno degli elementi principali della complessità generale, ed in un certo senso paradossale, del Kosovo attuale, caratterizzato dalla compresenza di più livelli di realtà e virtualità. Da un lato ci sono le istituzioni della Repubblica del Kosovo, riconosciute da parte della comunità internazionale con un processo di consolidamento decisamente avviato che consente loro di esercitare una sovranità sul territorio sostanzialmente piena, anche se incompleta per alcuni aspetti. Tali aspetti di incompletezza sono legati alla Risoluzione 1244, formalmente ancora vigente in Kosovo, ma presente si potrebbe dire in maniera virtuale, perché non più in linea con la situazione reale sul terreno. Allo stesso tempo, parte della comunità serba, in proporzione decisamente schiacciante nel Nord ma non più preponderante nelle enclaves nel resto del paese, non si sente parte di tale contesto istituzionale statale. Sono almeno tre livelli di realtà (e virtualità) che bisogna cercare di rendere sempre più vicini e contigui per poterci avvicinare ad una soluzione senza conflittualità: questo penso sia il compito della comunità internazionale, ed in particolare dell’Unione Europea".

Le recenti elezioni amministrative hanno messo in luce una differenza di atteggiamento tra i serbi kosovari che abitano la regione a nord dell'Ibar, che hanno proseguito nel boicottaggio di istituzioni che non riconoscono, e quelli delle enclaves nel resto del Paese nelle quali, invece, per la prima volta è emersa una disponibilità alla collaborazione con Pristina. A questo proposito l'ambasciatore Giffoni spiega che "esiste una frattura sempre più estesa all’interno della comunità serba tra chi vive a nord e chi a sud dell’Ibar. Quest’ultima componente della popolazione serba sta gradualmente decidendo di prendere parte alla vita civile del paese e fruisce già di diversi servizi, più a livello municipale che statale. La cospicua partecipazione dei serbi alle ultime elezioni amministrative kosovare ne è la prova. I serbi delle “enclaves“ hanno seguito un percorso in parte autonomo in questi anni rispetto a quanto successo al nord. Ovviamente si tratta solo di un inizio di integrazione, ma qualcosa si muove. Per la popolazione serba residente al nord, questo processo risulta più difficile per una serie di aspetti direi di natura strutturale, in primo luogo la contiguità territoriale con la Serbia e la compattezza della loro presenza sul territorio. Ma ciò non significa che a nord non si possa intraprendere un cammino di integrazione almeno a livello amministrativo, se ciò risponde a quelle che sono le esigenze primarie della comunità serba stessa. Del resto, i serbi del nord hanno prestato nell’ultimo periodo una crescente attenzione a quello che sta succedendo nelle comunità serbe residenti a sud di Mitrovica ed alle motivazioni che sottendono alla loro partecipazione alle elezioni".

Un altra questione importante toccata da Gradari nell'intervista è quella della possibile partizione del Kosovo. Da tempo si parla della possibilità che Pristina rinunci alla zona a nord dell'Ibar dove i serbi sono maggioranza, e che si così riunirebbero alla Serbia, in cambio dei comuni a maggioranza albanese nel sud est della Serbia. Giffoni spiega, con argomenti a mio parere convincenti, che questa ipotesi non praticabile e, anzi, avrebbe conseguenze molto negative. "In realtà nessun governo occidentale ha mai dichiarato sino ad oggi il suo sostegno all’ipotesi di partizione del territorio della Repubblica del Kosovo. Lei forse si riferisce ad opinioni singole di alcuni diplomatici o esperti di politica internazionale, ma mai delle posizioni ufficiali. Su questo punto sono intervenuto varie volte e non mancherò mai di ripetere la mia profonda convinzione, che mi sembra in linea con quella della maggior parte degli attori coinvolti e dei semplici osservatori delle complesse questioni balcaniche. Se concordiamo sul fatto che l’obiettivo fondamentale sia quello di stabilizzare i Balcani occidentali, anche attraverso il loro avvicinamento a Bruxelles, l’ipotesi di una partizione o di uno scambio di territori tra Kosovo e Serbia non può essere nemmeno presa in considerazione. La partizione non è una soluzione. Mettendo di nuovo mano ai confini, infatti, si creerebbe solamente una escalation di rivendicazioni e potenziali tensioni a livello regionale difficilmente ricomponibile. La partizione non risolverebbe il problema, ma ne genererebbe di nuovi perché verrebbe rimessa nuovamente al centro la questione dei confini, rendendola ancora più acuta e importante invece di marginalizzarla come la logica dell’integrazione vorrebbe. Ritengo, inoltre, che la partizione non soddisfi nemmeno la Serbia, per la quale la soluzione del problema kosovaro non può coincidere con l’annessione di una striscia di terra".

Leggi l'intervista di Francesco Gradari all'ambasciatore Michael L. Giffoni su Osservatorio Balcani e Caucaso


23 gennaio 2010


KOSOVO: RELAZIONE DI BAN KI MOON AL CONSIGLIO DI SICUREZZA

La situazione del Kosovo di nuovo all'attenzione delle Nazioni Unite. Ieri il Consiglio di Sicurezza ha discusso l’ultima relazione trimestrale del segretario generale Ban Ki-moon che invita le autorità di Belgrado e di Pristina a lasciare da parte la questione dello status del Kosovo per concentrarsi sulla cooperazione regionale. La Serbia ha deciso di essere presente al massimo livello al Palazzo di vetro: la delegazione serba è stata infatti guidata dal presidente Boris Tadic accompagnato dal ministro degli Esteri Vuk Jeremic. Un modo per sottolineare l'importanza che Belgrado attribuisce alla questione del Kosovo e il rifiuto di riconoscere l'indipendenza della provincia che secondo la risoluzione 1244 del Consiglio di sicurezza continua ad essere una provincia serba.

Al centro del dibattito è stata l’annunciata volontà del governo kosovaro di integrare l’area a maggioranza serba di Mitrovica Nord puntando su un piano di decentralizzazione che includerebbe una maggiore presenza di polizia e tribunali dipendenti da Pristina. Un progetto definito “illegale” dal ministro degli Esteri serbo, Vuk Jeremic, che ha accompagnato il presidente Boris Tadic a New York, e che desta preoccupazione per le probabili rimostranze della popolazione di etnia serba fedele a Belgrado, che non ha mai accettato la sovranità di Pristina. La durissima reazione dei serbi di Mitrovica al tentativo degli ufficiali della missione dell’Onu (Unmik), nel marzo 2008, di assumere il controllo dei tribunali della città, fa temere seriamente che la stessa operazione possa essere accettata pacificamente qualora fosse tentata questa dalle autorità di Pristina.

Il problema coinvolge direttamente anche l’Unione europea che lo scorso anno ha dispiegato la propria missione civile Eulex, impegnata in particolare proprio sul fronte giudiziario: La portavoce di Eulex, Karim Limdal, ha infatti ammesso che la missione europea è stata consultata da Pristina su questo tema, ma si è affrettata a precisare che questa "non è la strategia dell’Ue". Il presidente Tadic ha ribadito che la Serbia non riconoscerà mai l’indipendenza proclamata unilateralmente dal Kosovo il 17 febbraio 2008, e ha ricordato che sulla legittimità della secessione kosovara secondo il diritto internazionale pende ancora il giudizio della Corte internazionale di Giustizia dell'Onu. Una sentenza attesa per la metà di quest'anno che pur non avendo un valore cogente, avrà un indubbio peso politico e diplomatico. Un orientamento condiviso dalla Russia il cui ministro degli Esteri ha attribuito proprio alla decisione della Corte la destabilizzazione della regione.

Nei giorni scorsi l'ex rappresentante dell'Unmik nel nord del Kosovo, Gerard Gallucci, ha scritto sul suo blog che l'Ufficio civile internazionale (Ico) avrebbe un "piano segreto" per applicare il Piano Ahtisaari nelle zone a maggioranza serba del nord del Kosovo. Il piano prevederebbe di organizzare elezioni a Mitrovica nord e nei tre comuni di Zvecan, Leposavic e Zubin Potok nella primavera di quest'anno per emarginare le strutture parallele organizzate dai serbi, proseguire il dispiegamento della missione civile europea Eulex in queste zone e chiudere l'ufficio dell'Onu. Il presidente Tadic ha condannato severamente questa "soluzione finale" per il nord del Kosovo dichiarando che il piano rappresenta una pericolosa e inutile provocazione che potrebbe mettere a repentaglio la fragile stabilità del Kosovo. Una soluzione di questo tipo, secondo Tadic, violerebbe drasticamente la risoluzione 1244 e impedirebbe di trovare una via d'uscita dalla crisi, tenendo presente che la Serbia e gli altri attori internazionali che dimostrano responsabilità stanno cercando invece il modo di mantenere la stabilità.

La situazione rimane dunque estremamente delicata, come ha spiegato il segretario generale Ban Ki-moon nella sua relazione, nella quale questa fase è definita "relativamente pacifica ma fragile". La relazioni del segretario generale dell'Onu è stata seguita da quella del capo dell’Unmik Lamberto Zannier. In questo Belgrado e Pristina restano per il momento su posizioni inconciliabili. Il ministro degli Esteri kosovaro, Skender Hiseni, definito dai serbi "rappresentante delle autorità provvisorie kosovare", ha dichiarato che Pristina non intende più negoziare lo status del Kosovo. Parole che hanno provocato la reazione del presidente serbo Tadic, secondo il quale posizioni del genere rappresentano una minaccia per l’intera regione. Tadic ha rilevato che l’intera regione è stata vittima di quello che è accaduto negli anni Novanta e che è inaccettabile che Hiseni usi questo come argomento per dichiarare che lo status del Kosovo è risolto.


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permalink | inviato da robi-spa il 23/1/2010 alle 17:48 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (12) | Versione per la stampa
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