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passaggioasudest [ la realtà politica dell'europa sud orientale dai balcani alla turchia ]
 



Questo blog è dedicato ad un'area cruciale per il futuro europeo. Per l'area che va dai Balcani occidentali alla Turchia, infatti, passa il futuro dell'Unione europea come progetto politico così come il futuro di questi Paesi passa dalla scelta dell'integrazione in questo progetto.




"Dobbiamo ricordarci che l’informazione è un veicolo diretto all’utente, non è un soliloquio da parte del giornalista. Bisogna tenere sempre presente che chi è dall’altra parte del microfono deve poter comprendere una realtà in cui non è presente. Questo, penso, è il massimo sforzo che i giornalisti devono compiere".
Antonio Russo



"Il vero referendum sul futuro dell'Unione si terrà nei Balcani"
International Balkan Commission


"E poi, un giorno, è stato costruito un ponte che collegava le due rive del Bosforo. Quando sono salito sul ponte e ho guardato il panorama, ho capito che era ancora meglio, ancora più bello di vedere le due rive assieme. Ho capito che il meglio era essere un ponte fra due rive. Rivolgersi alle due rive senza appartenere".
Orhan Pamuk, Istanbul



Per inviare una email scrivi a pasudest@yahoo.it





25 agosto 2009


TURCHIA: INDISCREZIONI SUL PIANO DI PACE CON I CURDI

Guerriglieri curdi del PkkIndiscrezioni sul piano di pace che dovrebbe mettere fine al conflitto tra la Turchia e la guerriglia separatista curda. Nel mese di luglio si erano diffuse voci circa una "road map" elaborata dal leader storico del PKK, Abdullah Ocalan (da dieci anni detenuto nel carcere di massima sicurezza sull'isola di Imrali, in mezzo al mar di Marmara) che sarebbe pronto a deporre le armi e a rinunciare all'indipendenza del Kurdistan in cambio di una nuova costituzione che, rifacendosi alle origini della moderna repubblica turca riconosca i diritti del popolo curdo e la sua specificità culturale. L'ufficializzazione sembrava potesse avvenire attorno al 15 luglio, poi ci sono stati una serie di rinvii anche se niente di ufficiale è circolato. E mentre cresce l'attesa per una svolta che potrebbe porre fine ad una guerra sanguinosa che dura da venti anni si moltiplicano voci e indiscrezioni.

Oggi il quotidiano Zaman, vicino al partito del premier, l'Akp, ha pubblicato quelle che potrebbero essere le linee generali del documento a cui starebbe lavorando il governo per risolvere il problema curdo. Non si sa nulla invece del piano elaborato da Ocalan: il giorno di Ferragosto i legali del leader del PKK non sono stati in grado di visitarlo in carcere a causa di un guasto all'imbarcazione che avrebbe dovuto condurli al carcere e da quel da Imrali tutto tace. Stando a Zaman il piano governativo si articolerebbe in dieci punti che darebbero maggiori garanzie alla minoranza curda salvaguardando allo stesso tempo l'unità dello stato turco. Le modifiche alla Costituzione sarebbero affrontate invece in un secondo tempo data la complessità delle modifiche alla carta.

Vediamo i punti in cui sarebbe articolata la proposta del governo secondo quanto pubblicato da Zaman.
Il primo punto riguarda l'unità della nazione turca che non deve essere messa in discussione per nessun motivo. Il secondo punto riguarderebbe la possibilità di fare campagne elettorali in curdo con una modifica dell'articolo 81 della legge sui partiti politici. Il terzo punto prevederebbe la possibilità per i curdi di studiare la loro lingua madre a scuola: resta da chiarire se la materia rientrerebbe nei programmi ministeriali o se si tratterebbe di corsi falcotativi da frequentare liberamente. Al quarto punto concederebbe ai detenuti curdi di esprimersi nella loro lingua con i familiari. Il quinto punto riguarderebbe invece il ripristino dei nomi curdi originali nei villaggi curdi nell'est e nel sud-est che sono stati turchizzati. Il sesto punto riguarda la nascita di istituti di lingua curda nelle università di Mardin-Artuklu e Diyarbakir-Dicle. Il settimo punto toccherebbe invece la delicata questione dei minori, soprattutto di quelli che in carcere perché hanno tirato sassi alla polizia e che sono trattati alla stregua di terroristi. A questo proposito dovrebbe essere cambiato l'articolo 9 della legge antiterrorismo. L'ottavo punto è quello che prevederebbe un'amnistia parziale e la non punibilità per coloro che non hanno mai preso parte ad azioni armate. E' molto importante notare che su questo ci sarebbe il via libera delle forze armate. Il nono capitolo riguarderebbe l'ampliamento della libertà di espressione a patto che non venga usata per istigare alla violenza. Il decimo punto infine riguarderebbe la restituzione della cittadinanza e della libertà agli intellettuali curdi che non hanno mai partecipato ad azioni armate.

La Turchia ha quindi la possibilità finalmente di mettere fine ad un conflitto che si protrae da troppo tempo e che ha pregiudicato lo sviluppo sociale ed economico del sud est del paese. Ma, come scrivevo il 3 agosto, la road map dovrà fare i conti con alcuni notevoli rischi. Da parte curda l'autorità di Ocalan potrebbe non essere più quella di un tempo e quindi una parte del suo movimento potrebbe non seguirlo e continuare la lotta armata facendo fallire ogni progetto di pacificazione e di soluzione della questione curda. Grossi ostacoli potrebbero però venire anche da parte turca. Dai militari, prima di tutto, anche se è improbabile che il governo abbia elaborato le sue proposte senza un accordo preventivo e una "supervisione" dei vertici delle forze armate (come dimostrerebbe l'ok ai progetti di amnistia). Il rischio più concreto viene probabilmente dai settori nazionalisti (sia quelli di tradizione kemalista, sia quelli di destra). Il Mhp, il partito nazionalista a cui fanno riferimento i "lupi grigi", ha fatto sapere che boccerà il piano che il governo sta mettendo a punto qualsiasi cosa esso contenga. Il Mhp sostiene che tutti gli sforzi portati avanti dal governo fino a questo momento sono contrari all'articolo 3 della Costituzione attuale, quella in vigore dal 1982 e figlia del golpe militare del 1980. Inoltre, per mettere in difficiltà il governo, il segretario del Mhp, Devlet Bahceli, ha dato ordine al suo partito di preparare un report che chiarisca quali siano le condizioni in cui vivono oggi in Turchia gli aleviti, la minoranza musulmana di derivazione sciita che abita nel paese fin dai tempi dell'Impero ottomano ed è stata molte volte vittima di persecuzioni.


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permalink | inviato da robi-spa il 25/8/2009 alle 20:32 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


25 agosto 2009


LA QUESTIONE SERBA

Quando si parla dei Balcani non si può non parlare della Serbia. Non c’è questione che riguardi il presente ed il futuro della regione che non passi per Belgrado. È questa la tesi che sta alla base del volume pubblicato recentemente dall’editore tedesco Nomos a cura del Center for European Integration Strategies (CEIS) di Ginevra, un think-tank che da tempo studia e approfondisce le questioni che riguardano l’universo balcanico. Il titolo scelto è significativo: Srbija je vazna, ovvero "la Serbia è importante" o anche "la Serbia conta".
Il lavoro è stato coordinato dall’ex Alto rappresentante in Bosnia Erzegovina e inviato speciale dell’Ue in Kosovo Wolfgang Petritsch, dal segretario generale del CEIS, Christophe Solioz, e da Goran Svilanovic, ex ministro degli Esteri serbo, che ha chiamato a raccolta un gruppo di analisti, esperti ed osservatori per tracciare una radiografia della “questione serba”, dal punto di vista politico, diplomatico ed economico. 26 i contributi di cui si compone il volume che è diviso in tre sezioni (Serbia in Europe, Nation and State: Past and Present e Serbia and its Economic Challenges Today). I destinatari sono chiari: Bruxelles e Belgrado. E altrettanto chiaro è il messaggio: entrambe devono fare di più.
Bruxelles ha rallentato da tempo sull’integrazione dei Balcani nell’Unione con la conseguenza che i processi di riforma nei paesi dei Balcani occidentali si sono pressoché bloccati. Anche questi paesi, del resto, hanno le loro responsabilità: sebbene aspirino a un futuro nell'Unione e le rispettive leadership politiche insistano su questo scenario, ognuno di loro ha problemi che non riesce a risolvere nel percorso di integrazione europea. Quelli della Serbia sono diversi: c’è il Kosovo, innanzitutto, c'è la spinosa vicenda della cooperazione con il Tribunale internazionale per l'ex Jugoslavia, c'è l'altrettanto grave questione della sua collocazione internazionale, c'è il problema delle minoranze e infine, la necessità di affrontare la crisi economica.
Tutte queste questioni rimandano alle responsabilità europee e così come a quelle della Serbia. All'UE che non sa o non vuole più impegnarsi per e nei Balcani, ma anche a Belgrado che sembra sempre in mezzo al guado, non imbocca con decisione e una volta per tutte la strada delle riforme e degli standard europei e continua a barcamenarsi tra Bruxelles e Mosca. Sia l'Unione Europea che la Serbia sono però tenute ad abbandonare incertezze, ritrosie e diffidenze, perché, come scrive Matteo Tacconi nella presentazione del volume sul sito di Osservatorio Balcani, "l’Europa senza i Balcani è un corpo mutilato e i Balcani senza la Serbia lo stesso".

Srbija je vazna: unutrasnje reforme i evropske integracije
edited by Wolfgang Petritsch | Goran Svilanovic | Christophe Solioz
(Belgrade: Samizdat B92, 2009), 256 pp.


25 agosto 2009


RISCHIO AIDS NEI BALCANI

Fino a questo momento la pandemia di Aids ha toccato relativamente poco l'area balcanica, anche se la realtà è probabilmente più grave di quanto non dicano i dati ufficiali. Ora, però, gli esperti temono che i rimpatri degli emigranti causati della crisi economica mondiale possano aumentare il numero dei contagi, mentre la difficile situazione economica e finanziaria spinge i governi della regione a tagliare i bilanci della sanità pubblica. Lo scrive Blerina Moka in un articolo pubblicato sul sito del Balkan Investigative Reporting Network in cui riporta anche alcuni dati significativi.
In Serbia, dove i dati ufficiali parlano di circa 2000 casi, la fascia d'età più colpita è quella che va dai 15 ai 29 anni. La Bosnia Erzegovina si situa al secondo posto con più di 900 casi registrati e più di un centinaio di morti. Per quanto riguarda l'Albania il primo caso fu rilevato nel 1993. Da allora i morti registrati sono stati 56 e 312 i casi, dei quali 16 riguardano bambini. Secondo l'istituto albanese della sanità pubblica il 65% dei contagiati sono uomini. Lo stesso istituto stima circa il 20% dei malati siano emigranti che hanno contratto l'HIV quando si trovavano all'estero. In Montenegro e in Kosovo i responsabili sanitari temono che ci sia una differenza notevole tra i dati ufficiali e la realtà. Il ministro aggiunto della Sanità del Kosovo ritiene che il numero reale delle persone contagiate superi di molto la cifra ufficiale di 74 casi e teme che gli emigrati costretti a rientrare in patria dalla crisi mondiale possa avere un impatto sul numero dei casi di Aids.
Blerina Moka cita, inoltre, una ricerca che l'Organizzazione internazionale delle migrazioni ha condotto in Italia, dove vivono molti immigrati provenienti dai Balcani, secondo il quale il tasso di prevalenza della malattia è maggiore in questo gruppo che nel resto della popolazione. Diversi esperti balcanici, si legge ancora nell'articolo, ritengono che la recessione e la crescita del deficit pubblico spingano i governi a tagliare le spese per la sanità pubblica, proprio nel momento in cui gli interventi di prevenzione avrebbero invece bisogno di essere estesi e mentenuti per rallentare il diffondersi della pandemia. L'autrice cita infine uno studio pubblicato all'inizio di luglio e condotto congiuntamente dalla Banca mondiale e dal Programma delle Nazioni Unite per la lotta contro l'Aids, secondo cui i programmi di prevenzione e di cura rischiano di essere stravolti dalla crisi mondiale sia nei Balcani, sia nel resto d'Europa, mentre la prevenzione è un aspetto cruciale per contrastare la diffusione del virus.


25 agosto 2009


PASSAGGIO IN ONDA

Passaggio a Sud Est
è il sabato alle 22,30 su Radio Radicale



Gli argomenti della puntata del 15 agosto 2009:

La prima parte del programma è dedicata alla Georgia: la situazione politica nel paese e la situazione umanitaria ad un anno dalla "guerra dei cinque giorni" dell'agosto 2008 (intervista a Giorgio Comai, inviato di Osservatorio Balcani e Caucaso, e a Maura Morandi, operatrice umanitaria e collaboratrice di Osservatorio Balcani e Caucaso).
Nella seconda parte: la difficile situazione interna in Serbia; la questione del contenzioso sul nome della Macedonia tra l'ex repubblica jugoslava e la Grecia; le difficili relazioni della Macedonia con la Bulgaria; il Kosovo.

La trasmissione, curata e condotta in studio da Roberto Spagnoli con la collaborazione di Marina Sikora e Artur Nura, è riascoltabile come tutte quelle precedenti
sul sito di Radio Radicale.


17 agosto 2009


UNO STATO FANTASMA IN EUROPA

Transnistria (Foto di Marco Pighin da www.osservatoriobalcani.org)Nel cuore dell'Europa, in una striscia ti terra lungo il fiume Dnestr, stretta tra la Moldova a ovest e l'Ucraina a est, c'è uno Stato che ufficialmente non esiste, dato che non ha alcun riconoscimento internazionale. Ufficialmente, in romeno, si chiama Republika Moldoveneasca Nistreana, oppure, in russo, Pridnestrovskaja Moldovskaja Republika, o ancora, più semplicemente, "Pridnestrovie", che letteralmente vuol dire "nei pressi del fiume Dnestr". La Repubblica di Transnistria nacque il 2 settembre 1990 e venne ufficialmente ratificata il 25 agosto del 1991 con la Dichiarazione d'indipendenza da parte del Soviet supremo di Tiraspol. Due giorni dopo il parlamento moldavo votò a sua volta l'indipendenza della Repubblica di Moldova che includeva anche il territorio della Transnistria. Nei mesi seguenti scoppiò una guerra che provocò più di mille morti, ma la potente 14ª armata russa del generale Lebed, schierata a difesa dei secessionisti (e che in Transnistria aveva basi di importanza strategica), non venne fatta sloggiare dalle rive orientali del Dnestr.
Sono passati diciotto anni da quegli avvenimenti e la Transnistria è uno Stato a tutti gli effetti, anche se nessuno lo ha riconosciuto ufficialmente, nemmeno la Russia. Il territorio, i cui confini sono presidiati dalle milizie statali, si estende per 3567 km². Ha una capitale (Tiraspol, 160 mila abitanti su una popolazione complessiva di circa 550 mila), istituzioni autonome (è una repubblica presidenziale), un governo, un presidente padre-padrone (Igor Smirnov), batte una sua moneta (il rublo della Transnistria) e coltiva relazioni politiche e commerciali a tutto campo, mentre un'armata del potente esercito russo, ufficialmente in missione di peacekeeping, fa da angelo custode.

La Transnistria, "forse il più grande porto franco d'Europa", un "paese fantasma al centro dei moderni processi di finanziarizzazione dell'economia", è "considerata da tempo uno snodo cruciale dei traffici internazionali di armi, esseri umani e droga, uno stato gangster nelle mani della mafia russa e di vecchi agenti del Kgb che usano questo territorio come un porto franco per le proprie operazioni criminali". Lo scrive Michele Nardelli in articolo pubblicato nell'"Atlante delle guerre e dei conflitti nel mondo" a cura dell'Associazione "46° Parallelo" (presentato lo scorso 20 giugno a Riccione nell'ambito del Premio dedicato ad Ilaria Alpi).
"Dietro ai simboli di un tempo, dietro le statue di Lenin nelle piazze di Tiraspol, dietro ai richiami nazionalistici, prosperano gli affari", nota Nardelli, secondo il quale la Transnistria è un luogo che più di altri descrive con efficacia la moderna tendenza al costituirsi di stati offshore. Tendenza, questa, "che si regge sotto il profilo del consenso politico grazie a regimi mafiosi e paternalistici, nei quali i richiami nazionalistici (in questo caso alla grande Russia) e all'unità contro l'aggressione esterna, funzionano da anestetico di massa. Così vecchi personaggi dell'apparato burocratico già avvezzi alla corruzione sono diventati 'signori della guerra' per poi indossare i panni degli uomini d'affari. Mentre nei casermoni del vecchio regime le condizioni di vita della popolazione sono pessime, lo stato sociale completamente saltato, aumenta la disoccupazione e peggiorano gli indici relativi alle esportazioni, i fuoristrada lussuosi sfrecciano attraverso i confini come altrettanti simboli dello status dei nuovi ricchi, le cui ricchezze vengono riciclate in ogni dove, Italia compresa".
Lo scenario è quello già visto nel dopoguerra ex jugoslavo, dove i signori della guerra hanno in fretta e facilmente smesso la divisa per indossare l'abito degli uomini d'affari.

"Un fantasma nel cuore dell'Europa", l'articolo di Michele Nardelli sul sito di Osservatorio Balcani e Caucaso


11 agosto 2009


SARA' RATKO MLADIC A SALVARE LA SERBIA DEMOCRATICA ED EUROPEISTA?

La politica serba si prepara ad un autunno caldo. La ripresa dell'attività politica dopo la pausa estiva metterà a dura prova la tenuta della coalizione che sostiene il governo di Mirko Cvetkovic, formata dai filo-europeisti vincitori delle elezioni anticipate del maggio 2008 e dai socialisti. Già alla fine di agosto l'esecutivo dovrà affrontare il voto in parlamento della nuova legge sull'informazione pubblica e l'arrivo della missione del Fondo monetario internazionale (Fmi). Due appuntamenti cruciali che potrebbero già essi innescare una crisi di governo aprendo così una nuova fase di instabilità politica, in un momento in cui la Serbia, colpita duramente dalla crisi economica globale è impegnata nel tentativo di non perdere il treno per l'Unione europea.
La situazione economica del Paese è ad un passo dal baratro. Secondo il governatore della Banca nazionale, Radovan Jelasic, i funzionari Fmi "analizzeranno cosa è accaduto con le misure che abbiamo approvato, ma che non siamo riusciti a mettere in pratica". Il governo di Cvektovic non ha cioè rispettato l'impegno con il Fmi di ridurre di un miliardo di euro il deficit di budget statale e il Fondo potrebbe quindi negare a Belgrado l'accesso ai circa 800 milioni di euro, ovvero la seconda tranche del credito da 3 miliardi accordato alla Serbia in marzo per fare fronte alla crisi. Un'ipotesi che aggraverebbe una situazione già difficilissima. La Serbia, infatti, ha chiuso il primo semestre di quest'anno in recessione con un calo del Pil, su base annua, del 3,5% che secondo le previsioni della banca centrale arriverà al 6% a fine anno, mentre la disoccupazione ha raggiunto il 25%. Secondo Jelasic "il governo non ha una visione strutturale, nessuna strategia, tanto meno un'idea politica".
Sul piano politico interno è poi da registrare la guerra intestina nella coalizione di maggioranza che oppone i socialisti ai liberali del G17 Plus a proposito della nuova legge sull'informazione. Il 31 agosto il provvedimento arriva in Parlamento e se dovesse essere respinta, secondo molti analisti potrebbe determinare la caduta dell'esecutivo. Anche se alla fine gli uomini del presidente Boris Tadic, leader del Partitod emocratico, riusciranno a trovare una mediazione il Partito socialista, contrario al provvedimento, e G17 Plus che, invece, lo ha promosso, si tratterebbe probabilmente solo di una tregua.
L'obiettivo minimo che potrebbe rimandare, almeno per il momento, lo scoppio della crisi politica ed un nuovo voto anticipato in Serbia potrebbe essere quello di ottenere entro la fine dell'anno lo status ufficiale di Paese candidato all'adesione all'Ue. Nell'aprile del 2008 Belgrado e Bruxelles avevano firmato l'Accordo di stabilizzazione e associazione (primo passo formale per aprire il processo di integrazione), ma l'implementazione dell'Asa è bloccato dal veto dell'Olanda che lamenta la scarsa collaborazione delle autorità di Belgrado con il Trobinale internazionale per l'ex Jugoslavia: in particolare la mancata cattura dell'ex generale serbo-bosniaco Ratko Mladic, accusato di genocidio e crimini di guerra per il massacro di Srebrenica e i bombardamenti di Sarajevo e Dubrovnik.
Il ministro degli Esteri, Vuk Jeremic, ammette che gli sforzi diplomatici per un ripensamento olandese sono esauriti e che "finchè Mladic è libero, non c'è posto per l'ottimismo". Alla fine di luglio Rasim Ljajic, responsabile del comitato serbo per la collaborazione con il Tribunale internazionale, aveva parlato di un aumento delle possibilità di riuscire ad arrestare Mladic e qualche giorno dopo, pur smentendo il Washington Post, secondo il quale il super latitante sarebbe stato localizzato e ad un passo dalla cattura, il procuratore capo del tribunale serbo per i crimini di guerra, Vladimir Vukcevic, ha precisato che Mladic "è raggiungibile in qualche luogo" e anche se non ancora localizzato precisamente è chiaro che era in Serbia: "Sono assolutamente ottimista - ha aggiunto Vukcevic- che siamo vicini alla fine di questa azione, che potrebbe verificarsi entro la fine dell'anno".
La cosa singolare, quasi uno scherzo della storia, è che la chiave per il riscatto della Serbia dal torbido passato del regime di Slobodan Milosevic, e la salvezza politica, almeno a breve-medio termine, del fronte democratico e filo-europeista che in questi anni ha cercato di far uscire il Paese dalla palude dei conflitti balcanici, potrebbe venire proprio da quel Ratko Mladic, campione degli irriducibili ultranazionalisti "turboserbi" ed emblema di tutto ciò che di più cupo e tragico emerse dal crollo della Jugoslavia.


11 agosto 2009


8 AGOSTO: UN ANNO DOPO LA GUERRA IN GEORGIA

Georgia, agosto 2008Un anno fa, l'8 agosto 2008, l'esercito georgiano muoveva contro l'Ossezia del Sud considerata dalle autorità di Tbilisi come parte integrante del proprio territorio ma che, dopo dil crollo dell'Unione Sovietica, sotto la protezione russa, aveva ottenuto un'indipendenza di fatto.
All'inattesa mossa del presidente georgiano Mikheil Saakashvili la Russia rispose in modo duro e massiccio. Da tempo, infatti, Mosca era alla ricerca di un pretesto per ribadire la propria egemonia nell'area sfruttando come un precedente quanto avvenuto in Kosovo, vale a dire il riconoscimento dell'autoproclamazione di indipendenza di un territorio secessionista.
Il primo anniversario della "guerra dei cinque giorni" è stato segnato da un innalzamento della tensione e da alcuni scambi di colpi lungo il confine tra Georgia e Ossezia del Sud. Un nuovo conflitto non è probabile, almeno nell'immediato, ma vi è preoccupazione per la situazione e gli sviluppi interni della Georgia.
Ma al di là della situazione politica, resta ancora pesante l'eredità della guerra, che un anno fa ha visto coinvolte Georgia, Ossezia del Sud, Russia e Abkhazia: sono ancora decine di migliaia di sfollati da una parte e dall'altra, mentre le due principali missioni internazionali di monitoraggio sono state costrette a lasciare l'area.

Ad un anno dal conflitto in Georgia segnalo due interviste di Radio Radicale

a Giorgio Comai, inviato di Osservatorio Balcani e Caucaso, sulla situazione politica interna georgiana

a Maura Morandi, operatrice umanitaria e collaboratrice di Osservatorio Balcani e Caucaso, sulla situazione dei profughi e degli sfollati

Sul conflitto in Caucaso segnalo anche l'interessante e ricco dossier disponibile sul sito di Osservatorio Balcani e Caucaso

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